giovedì 24 agosto 2017

A proposito di Meeting


mercoledì 23/08/2017
Meeting, l’unica liturgia tra gli stand di Cl è il rito del potere (e la App gay)

di Daniela Ranieri inviata a Rimini

Purtroppo arriviamo che è già finita la Santa Messa officiata dal vescovo di Rimini nell’Auditorium Intesa Sanpaolo. E anche il saggio di arti marziali-taiji a cura dell’associazione taoista Tienli di Modena. Qui alla Fiera di Rimini, nel primo giorno del 38º Meeting di Comunione e liberazione, si attende l’intervento del presidente del Consiglio Gentiloni, quando, nella cerimonia del consenso reciproco, il rito del potere che rende omaggio a Cl avrà ufficialmente inizio.

Metal detector e tunnel a raggi X come all’aeroporto accolgono i visitatori; le borse delle signore vengono perquisite a occhio da poliziotti armati. Veniamo intruppati dal servizio d’ordine in un percorso semi-obbligato tipo Ikea, destra o sinistra; al centro, tutto giallo e circolare, campeggia il tempio di Eni, partner ufficiale del Meeting: signorine bionde insegnano ai bambini a incastrare tubature di plastica colorata, hai visto mai da grandi vogliano fare i manager di contractor per gasdotti tra Egitto e Russia. Palloncini gialli col cane a sei zampe appesi ai passeggini tengono buoni i pargoli e diffondono gratis il verbo del Capitale per tutta l’immensa struttura. L’Auditorium Intesa Sanpaolo trabocca: giapponesi griffati Gucci, uomini di mezz’età con pinocchietti e marsupio, funzionari Onu, Maurizio Lupi, Luciano Violante, sandali. Occhiali: in tartaruga, neri tipo pentapartito o, più smilzi, tipo hipster di Corso Como. Età media, 40 anni: numerosissimi prelati in clergy e frati in saio e smartphone sono compensati da un esercito di volontari, hostess in gonna blu e camicia bianca, addetti alla security in efflorescenza acneica post-puberale. In prima fila, i poteri molto forti: abiti sartoriali, qualche camicia bianca neo-lib tipo Leopolda, anche con sciancratura in vita da ottico in centro o intermediario Tecnocasa. I posti riservati annoverano tutti presidenti di qualche cosa: Tv pubblica, commissioni parlamentari, associazioni di categoria, ma soprattutto fondazioni, quelle entità dello Spirito sostanziato in intese immateriali e perciò metafisiche.

La rottamazione è stata rottamata

La ridefinizione del gruppo etnico che si coagula attorno a Cl durante l’annuale rito di riconoscimento collettivo è incessante, e nel 2017 si incarna nella figura della transizione. Manuale di Lévi-Strauss alla mano, il pensiero tribale ciellino “sfarfalla”, attualmente, dal renzismo come subcultura effimera a un sentimento di moderazione inclusiva ma identitaria, orgogliosamente tradizional-futurista, incentrata sul mito della ricostruzione. La rottamazione è stata rottamata. Lo slogan di quest’anno è una frase del Faust di Goethe che l’anno scorso avrebbe potuto essere scambiata per una fascetta di Recalcati: “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”. Qui, oggi, per padri non s’intende i “babbi”, e l’eredità non è quella su cui B. prometteva di non far pagare la tassa di successione. Qui s’intende i padri della Chiesa, della Patria, del Pensiero. È tutto serio, istituzionale, una scelta decisamente anticiclica (basti dire che l’anno scorso c’era la Boschi: arrivò, vide la sala semivuota, se ne tornò a Roma con la motivazione che occorreva la sua presenza per l’emergenza terremoto, che però c’era stato nella notte).

La metamorfosi dei potenti

Non è il Meeting che si trasforma a mimesi del potere: è il potere che si informa, come l’acqua in una brocca, allo Spirito del Meeting. L’alito del Tempo spira in una sola direzione: sta alla politica mettersi sulla sua scia. Renzi qui è stato nel 2015 (“Esperienza profonda”), nell’anno d’oro dei Brunello Cucinelli e Nerio Alessandri, amicissimo di Renzi e capo della Technogym (sui cui tapis roulant il rotondetto premier si faceva fotografare ansimante), ma andò a fare campagna per il Sì, cioè per se stesso, dopo aver snobbato il Meeting l’anno prima: cose che qui non si perdonano. Al referendum i ciellini sono andati in ordine sparso, qualche Sì (Lupi), un Sì poi virato in No (Formigoni), molti No, specie fra i giovani. Ci si ricorda di quando qui passava B. (anno 2006), che cercava di reclutare giovani per i suoi circoli Azzurra libertà; i ciellini gradivano, a onta dello stridore tra il movimento tutto Dio, Chiesa e famiglia fondato da Don Giussani e le lusinghe serpentine dell’utilizzatore finale di prostitute (“Il Meeting s’è afflosciato”, scrisse perfidamente Edmondo Berselli). Sui due maxi-schermi, la prima fila vip ascolta come a Sanremo il messaggio inviato da Mattarella, la solita centrifuga anodina e tautologica di libertà, fare storia, giovani artefici della trasformazione, preparare il domani, forze vive e lungimiranti, alzare lo sguardo, progettare il futuro.

Gentiloni, leader-non leader (come certi saponi-non saponi), calibra il suo intervento sul leitmotiv del Meeting: calo demografico contro rinascita grata al passato (“Le radici devono guardare al futuro”, dice tarando la voce sulla modalità “titolo di agenzia”, e la sala freme di approvazione). Poi snocciola un discorso democratico cristiano lenitivo, esibendo il circolo totemico dell’“identità minacciata” e del “sentirsi italiani”, senza scordare “i muri” (stra-citati ovunque, dai pannelli in cartongesso alle brochure, veri spiriti maligni del luogo). Cita Bauman, Orwell, Seneca; promette inasprimento del Jobs Act (“anche per gli autonomi”); critica i banchieri che guadagnano milioni (“Mi vergogno per il pianeta”), nell’auditorium intitolato a una banca. Il pubblico applaude di cuore.

Il rito propiziatorio e lubrificante

Qui chiunque comandi viene applaudito. Non per cortigianeria, al contrario: per una sorta di investitura liturgica. Il potere è performance in sé, ma non è sufficiente esserne detentori. Per meritarlo, occorre che si compia il rito dello scioglimento e della coagulazione, in cui “l’amicizia fra i popoli” si afferma come confidenza tra potenti e aspiranti tali; un grande rito propiziatorio in cui si lubrificano entrature e prossimità e si saldano affinità e interessi.
Gli sponsor qui hanno il ruolo che il coro ha nelle tragedie greche: sottolineano il racconto, lo approfondiscono, lo traducono; impunturano il percorso dove gli attori (le merci fisiche e immateriali) si esibiscono nella loro immanenza, sovrastandoli col loro mito: il Potere. I mercanti non sono solo a loro agio nel Tempio: sono la Verità. Nel santuario Eni si regalano questi braccialetti brandizzati, rossi, gialli e blu, con slogan “L’energia è una bella storia”. Alle piscine sud, Enel ha organizzato un autoscontro di macchinine-pedalò sulle quali bambini non sorvegliati imparano i principi della competizione a cui sarà improntata tutta la loro vita. Dalle casse risuona Despacito a un volume da Baia Imperiale, mentre lo stand di Radio Maria trasmette in diretta come si vive un’esperienza di fede. Allo stand Intesa Sanpaolo poltrone-trottola attira-bambini sono prese d’assalto. Sotto i pilastri delle piscine inguainati in banner Carrera jeans e Poste italiane, si prende il sole e si legge Avvenire e Camilleri.

Meglio Wojityla che papa Francesco

Fila da saldi allo stand Led & display: orologi digitali e scritte di luce da 2 euro a 1.200 + Iva per un’insegna a 4 righe e 7 colori. Da un negozio di scarpe risuona un tamarrissimo rap napoletano, mentre incassate nel perimetro murario, messe ai margini dagli sponsor multinazionali, si snodano “le piccole realtà imprenditoriali” elogiate da Gentiloni. Rassicurante, da festa in parrocchia, l’accumulazione caotica; leggera l’euforia economica; blanda la liricità retorica. Il sintagma-richiamo “equo-solidale” è del tutto depoliticizzato, in mezzo ai fumi densi delle friggitorie e agli stimoli reclamistici da poesia di Palazzeschi: Sapone Marino, Specialità calabresi, Delizie del Marchesato Fratelli Pellizzi, Cuscini Arcangelo Gabriele. Allo stand sulla sicurezza stradale di Ania si fa il check up dell’udito, della vista, del cuore e dei riflessi. Tra gli sponsor, la Regione Lombardia: Maroni ha regalato di tasca nostra 130 mila euro per celebrare l’inserimento delle fortezze bergamasche tra i siti Unesco (una brochure extralusso illustra epicamente l’evento). Ogni dieci passi si viene fermati: chi tenta di vendere il biglietto della lotteria (primo premio un MacBook Air 13 pollici, secondo un iPhone); chi invita al banco delle sottoscrizioni (i fundraiser hanno magliette gialle, sorrisi da commessi della Rinascente e contano di raccogliere 300 mila euro per la prossima edizione); chi distribuisce dépliant per gli spettacoli serali. Copie di Avvenire gratis ovunque, avvolte dentro il quotidiano del Meeting come un tempo i giornaletti porno dentro il Corriere. Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia dice al giornale che è lecito “sperare in una vera e propria ripresa” e anticipa che “l’economia migliorerà gradatamente”. Pensare che il Centro Studi Confindustria aveva previsto che con la vittoria del No lo spread sarebbe salito, gli investimenti calati del 17%, il Pil del 4%; ci sarebbero stati 600 mila posti di lavoro in meno e 430 mila poveri in più. Più che Bergoglio, è sovraesposto Wojtyla: ritratto su pannelli in tessuto insieme a Franco Frattini, su magneti per frigo, su libri da consultare, tra saggi che criticano la globalizzazione con juicio. Il Coca Cola Sport Village è meno frequentato di quello della Compagnia delle Opere, braccio imprenditoriale di Cl dominante negli ospedali. Gli stand alimentari sono un ibrido tra quelle delle feste dell’Unità e quelli delle fiere di fitness-body building: dietro ai banconi Street food, Il marinaio, il salumiere, Kebab, Pizza leggera, Piadina, ragazzetti alacri servono famiglie insieme a preti anziani privi di pass (qui se hai un pass non sei nessuno, avere un pass è segno di non appartenenza, di diversità antropologica, di concessione burocratica: né popolo né élite, sei al massimo un tecnico, alla peggio un giornalista). Quando passa un ministro, circondato dallo stuolo di uffici stampa, segretari, giornalisti organici, una testuggine di giovanissimi volontari gli si chiude attorno, in una catena umana marciante contro eventuali attentatori dell’Isis e non. Poca gente tuttavia segue Delrio nella sala Illumia Luce e Gas; e c’è anche caciara nelle retrovie. Insieme a Autostrade per l’Italia, architetti e assicuratori, si parla del post-terremoto. Si apprende che tutto è stato ricostruito: strade, case; ma nessuno dei relatori vuole essere ringraziato: “È tutto doveroso”. Torna a furor di popolo di Cl il mito del “fare”. Il rito del potere che porta oro, incenso e mirra a Cl si esplicita tra Struttura e Sovrastruttura, calce e Provvidenza. Si parla di “prevenzione sistemica”, “messa in sicurezza”, “strategia del rischio”. Delrio, neocatecumenale piuttosto che ciellino, getta lo sguardo oltre i cieli degli stand della Zurich.

 L’incrocio tra mantra e Alleluia

Folla all’incontro col maestro buddista Shodo Habukawa, “amico intimo e misterioso di Don Giussani”. Monaci in viola recitano un mantra che riempie la sala Illumia, poi lanciano fiori di loto “per purificare il luogo”. Dalle prime file un’avanguardia tipo buffet di matrimonio a Portici si accalca verso il palco, mollando gli smartphone e le dirette Facebook per accaparrarsi i petali, giacché, pare, chi se li aggiudica “è avvolto dal mistero”. Un coro cattolico attacca un Alleluia che si mischia ai mantra, in un’angelica sinfonia un poco da mal di testa. Sotto la custodia di Dio, si cerca lo spazio riservato al Movimento per la vita Pro-life, che lotta contro l’aborto, la contraccezione, l’eutanasia, il “gender”, qualunque cosa esso sia. All’ultimo Family day i vertici di Cl hanno lasciato libertà di partecipazione, forse per via delle aperture bergogliane del “chi sono io per giudicare un gay”, forse per l’intervista che il presidente della Fraternità di Cl Juliàn Carròn rilasciò al Corriere in merito alle unioni gay, caratterizzata da una ponderata ambiguità (“La questione è quale riconoscimento dare”). Tuttavia, un migliaio di ciellini manifestarono contro il ddl Cirinnà.


Grindr, la app-radar per incontri gay, segnala che nei paraggi ci sono utenti disponibili: “Bsex sposato” è a 100 metri da noi (la fiera è immensa); “Montami” a 150, un 50enne di Imola dice di lavorare a uno stand, poi s’insospettisce e scompare; un 19enne è a pochi metri: contattato, pretende incontri endogamici (“Dimmi che sei un omosessuale ciellino ti prego”). I giovani della security indossano t-shirt sponsorizzate dalla Tre con scritta The future you want. Interrogati sul futuro che vogliono, rispondono che vogliono salvezza e lavoro, che qui come noto coincidono. Non dicono cosa votano nemmeno se glielo si chiede dieci volte. Si vedono alla mattina presto, prima dell’apertura, per recitare l’Angelus; poi provano luci e microfoni, in un’alacre attività scoutistica. Sebbene alcuni abbiano appena superata la maggiore età, tutti sembrano avere già un passato. Gli brilla negli occhi la fede, luminosa quanto i faretti dell’Enel sull’acqua delle piscine, verso sera. È loro il Regno dei Cieli.

Articolo


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giovedì 24/08/2017
ANTICIPAZIONE -
Sorrentino a caccia di olgettine, ma B. non si cura di “Loro”

di Daniela Ranieri

Se come crediamo Berlusconi vincerà le prossime elezioni, da solo o in coalizione o per mezzo di qualche alambicco nazareno, il film di Paolo Sorrentino intitolato Loro, dal cui set ieri sono uscite le prime foto, sortirà un effetto iper-straniante. Quel che credevamo ormai consegnato al sabato sera della Repubblica e agli archivi del kitsch, del trash, e in definitiva della storia del circo italiano, tornerà sdoppiato, sullo schermo e nella realtà, col primo che, come sempre quando si tratta di B., arrancherà dietro alla seconda come Achille con la tartaruga.

Le foto dal set diffuse dall’Ansa sono un’epigrafe promettente: ragazze acchittate in quella mise che ha superato ampiamente il sottile crinale tra l’essere provocanti ed esercitare la professione del meretricio, contemplano il Foro romano; e già qui rileviamo che la realtà era di gran lunga più ingegnosa, ricordando che B. faceva esplicita richiesta al fornitore Tarantini che le ragazze scaricate a carrettate a Palazzo Grazioli indossassero tubini neri discreti e scarpe col tacco basso, neanche dovesse scritturarle per condurre il pomeriggio di Canale 5.

È che quel che i semiologi chiamano détournement (spostamento, deviazione), cioè il prendere i codici della catastrofe estetica che è stato il berlusconismo per usarli in chiave critica, con B. e il suo mondo non funziona. Perché questi sono stati già iper-reali, sono già passati attraverso la sua Tv che ne ha amplificato la potenza, e soprattutto perché proprio in quella catastrofe ha sempre risieduto la forza personale, politica, immaginifica ed elettorale di B.

Non è un caso se da genio dell’immagine qual è, lui abbia accettato di buon grado di incontrare il regista mettendogli a disposizione le sue case come location. Lui sa che la sua audience, educata nello sguardo e nel giudizio da 23 anni di videocrazia, non sarà in grado di cogliere lo “spostamento” e si fermerà al primo livello dello “specifico filmico”: quello in cui B. è stato ed è talmente importante per la storia nazionale da meritare un film-biografia. Dunque da tornare a condurre i giochi di una politica a buon bisogno ridotta peggio di quando c’era lui. B. non ha paura del suo fantasma cinematografico perché nessuna ricostruzione, verista o “spostata”, delle sue malefatte può raggiungere il vero. Niente sarà infamante o calunnioso, per uno che la cronaca nera la produceva. Così mentre Sorrentino racconta da par suo cosa è stato B., lui, imprendibile, è già avanti, e si fa fotografare in un prato mentre allatta agnellini, poi in un McDonald’s con lo sguardo alienato da sciantosa di Toulouse-Lautrec, poi al compleanno della Pascale, davanti a una torta della Disney che da sola, più della frode fiscale allo Stato, in un Paese civile gli sarebbe valsa la galera.

Ovviamente tutti ci domandiamo se vedremo il bunga-bunga, o il suo simulacro caricaturizzato e grottesco (nel caso Loro avrà le stesse atmosfere de Il Divo): sarebbe come, finalmente, scassinare l’ultimo tabù e buttare giù la porta nella cui serratura lui ci ha costretto a guardare per anni, condividendo il suo stesso voyeurismo (ma già fece luce a Un giorno in pretura il diario di Iris Berardi, minorenne nel 2008: “Le ragazze fanno un balletto attorno al palo, si spogliano e nelle chiappe hanno scritto abbiamo voglia di pisellone”). Origlieremo ancora le telefonate alla D’Addario, quelle tra le ragazze su tariffari e regalie, quelle di Tarantino e Lavitola su colui che chiamavano “Nano maggiore”, “Quello là” e “Verme marcio”. Ma confidiamo che il sesso berlusconiano, invero tra le cose meno sessuali della storia della sessualità umana, non sarà il centro di Loro. Vedremo i personaggi secondari della pochade – Lele Mora, Emilio Fede, Nicole Minetti, Ruby Rubacuori, l’avvocato Ghedini (che coniò l’espressione “utilizzatore finale”), marionette di un Goldoni pecoreccio/poliziesco ambientato tra Arcore e Villa Certosa, un po’ la Villa Adriana del XXI secolo, col vulcano e il mausoleo. Speriamo non manchino i dettagli barocchi, i menu tricolore imposti alle olgettine, i gioiellini di marca Recarlo anch’essi coi colori della bandiera (quando uno alla Patria ci tiene), tutto il Walhalla geriatrico-sanitario e para-carcerario dei servizi sociali, i due cancri sconfitti a reti unificate, lifting, prostatiti, uveiti, tendiniti, malori da comizio (“colpa della sinistra”), lanci di duomi in faccia con ostensione del volto insanguinato, la sua Sindone mediatica. Se B. non vincerà, il film ci farà capire meglio chi è stato. Se vincerà, capiremo meglio chi sono gli italiani.

Nell'espressività


Lo conosco da tanti anni quel signore che abita nel mio palazzo, una persona veramente per bene, avanti negli anni, claudicante, sorretto da un bastone, il passo incerto, le gambe provate dal tempo, inarcate quasi a cercar aria per proseguire nel cammino, l'aria spesso assorta, la bocca quasi sempre aperta configurante un'espressione strana, tra il serio ed il faceto, l'arrancare nell'apprendimento, la sordità avanzante, i movimenti moviolati quasi ad annunciar la resa.
L'ho intravisto l'altra sera seduto su una panchina per guadagnar frescura. Parlava con un uomo prossimo al viandante, mal curato, capelli trasandati il quale, mentre transitavo vicino a loro, gli diceva "la morte non deve far paura. Dopo la morte c'è sicuramente un'altra vita!" e il mio condomino ad annuir di testa, con faccia slargata, occhi lucidi e pregni di lacrime pronte ad irrorare il viso, i movimenti acconsenzienti della testa trasmigravano la sensazione di speranza, di arsura di certezza per una continuità di chi, vedendo appassire i giorni, arde nel credere ad un secondo tempo, a detta di molti, migliore del primo.
Vedere quel volto rigato dall'ineluttabilità, dal cedimento di antichi ed ancorati convincimenti, nel crinale sempre più irto e sottile preannunciante una prossima interminabile caduta verso il mistero, osservare il velo degli occhi stanchi, trasognante un abbraccio sperato in millenni da spiriti salubri, udirne il ronzio generato dallo sforzo mentale e corporale per immaginarsi qualcosa di pacificante, di addolcente e ristoratore, per calmare l'ansia del futuro sempre più presente, scatenante la domanda ronzante in ogni uomo: "possibile che tocchi a me?"
Quel viso tendente al positivo ma non scartante paure e tremori, quello sguardo focalizzante ciò che il vissuto obnubila con ogni artificio, a volte squallido, a volte demenziale, che lo stordimento odierno posticipa in un infinito che non esiste, mi gratificano nell'averlo conosciuto, personificazione di me stesso allorché, a Dio piacendo, tasterò l'aria pesante della partenza, l'attimo sensoriale agghiacciante simile all'alzarsi in treno per preparare i bagagli, visto che i sensi staranno confermando l'approssimarsi della stazione d'arrivo. Prometto che penserò a lui, alla sua espressione ricercante l'oasi della consapevolezza di una trasformazione in un vuoto pieno, in un buio spazzato dalla luce, nel mistero iniziato già qui, da questa meravigliosa e tremolante vita.      

In memoria



mercoledì 23 agosto 2017

Dialoghi






Al peggio...


mercoledì 23/08/2017
LO SBERLEFFO
Aperitivo rovinato per Rocco Barocco

La tragedia del terremoto di Ischia? Un’invenzione dei media, secondo Rocco Barocco (all’anagrafe Antonio Muscariello, prima del cambio di nome) stilista e imprenditore che sull’isola, dove è cresciuto, ha diversi interessi (ha aperto un albergo di lusso con annessi boutique monomarca, bar e ristorante). E guarda caso riduce la scossa che ha provocato due morti e decine di feriti a un “simpatico, piccolo tuono durato pochi secondi”: “I giornalisti della tv stanno dando troppa enfasi, mi sembra davvero esagerato far vedere continue tragedie. Non è giusto rovinare un’isola che dal punto di vista turistico era tornata agli splendori degli anni Sessanta”. Lui, del resto, pare più turbato dall’interruzione dei suoi piaceri quotidiani che dalle vittime: “Stavo bevendo un aperitivo – racconta all’Ansa – quando c’è stata la scossa leggerissima e neppure sulla terraferma, di pochi secondi”. E dà la sua versione anche sulla morte delle due signore: “Non sono state uccise dalle macerie, ma hanno avuto dei malori e le case crollate purtroppo saranno state fatiscenti”. Giusto: per affrontare serenamente il terremoto bastava alloggiare nel suo hotel a 5 stelle.