domenica 29 marzo 2026

Daje Pino!

 

Marina&Stefania, stessi psichiatri


di Pino Corrias 

Chissà se Marina Berlusconi e Stefania Craxi hanno lo stesso psicanalista. Condividono l’abisso in fondo al quale stanno seduti i rispettivi padri, circondati dai paralleli campi di battaglia della Prima e della Seconda Repubblica, dove si ammassano, coperti dall’identica polvere del tempo, non solo le colpe e le bugie, ma anche la vergogna della fedeltà comprata, e quella dell’amicizia tradita. Che incorporate ai rispettivi destini, hanno fatto di Silvio un vincitore, dopo che aveva perso tutto, e di Craxi un perdente, dopo che aveva vinto tutto. Per poi sottomettersi alla medesima livella.

Sono due figlie mai cresciute, perché schiacciate dallo stesso fantasma irraggiungibile dei padri e dal tormento di non essere mai state all’altezza di quei monumenti, persuase di averli sempre delusi e dunque di essersi meritate la loro quotidiana assenza, impegnati com’erano nella vita vera, quella degli adulti, e che perciò stesso le escludeva.

Un tormento talmente segreto da essere visibilissimo in chiunque le frequenti, sia ieri che oggi, abitate come sono da quella timidezza aggressiva che le imprigiona dentro le spalle, dentro al tono infantile della voce, dentro quello sguardo sempre allarmato.

Per entrambe – almeno fino a ieri – il loro compito ancillare era custodire la memoria dei rispettivi padri, coltivando le verità alternative sulle loro storie politiche, giudiziarie, sentimentali. Al punto da ignorare (almeno in pubblico) le clamorose evidenze che le smentivano.

Per le figlie schiacciate dai padri, Jung elaborò il complesso di Elettra, la figlia di Agamennone, dove il troppo amore per il babbo-padrone le destina a una certa solitudine non trovando mai uomini adeguati al padre e qualche volta alla nevrosi.

Arrivate entrambe ai sessant’anni, eccoci al colpo di reni. Al cambio di stagione. La figlia del padrone di Forza Italia chiama la figlia del suo complice maggiore. Si prendono a braccetto, provano per la prima volta a farsi coraggio e diventare adulte. A breve cacceranno il povero Tajani. E persino lo psichiatra.

Finalmente qualcuno che lo dica!

 

Figlie d’arte


di Marco Travaglio 

Il licenziamento di Gasparri come se fosse quello che è, un impiegato Mediaset, per mano della titolare Marina B., è passato come la cosa più normale del mondo: “La spinta di Marina: bene il rinnovamento della classe dirigente FI. Il ruolo (saldo) di Tajani” (Corriere), “La figlia del Cavaliere dà la scossa al partito”, “La manager Mondadori vuole ‘rinnovamento’” (Rep), “Scossa dei Berlusconi”, “La telefonata di Marina a Giorgia: ‘Serve un cambio di passo nel partito’. La manager testa Mulè per la leadership” (Stampa), “Marina ridisegna FI”, “Tajani blindato da Marina”, “Il piano B. per FI” (Giornale). A parte l’ingratitudine verso il Fantozzi della Megaditta che, da ministro delle Comunicazioni a suon di leggi vergogna (dl Salva-Rete4 e ddl Gasparri 1 e 2) e poi da membro della Vigilanza a botte d’insulti ai giornalisti sgraditi tipo Ranucci con carota e cognacchino, ha sempre servito fedelmente il Biscione privatizzando governi e parlamenti, vien da chiedersi a che titolo questa tizia mai eletta da alcuno parli, traffichi, decida, epuri, blindi e promuova in un partito (e, per inciso, cosa sia saltato in mente a Mattarella di nominarla Cavaliera del Lavoro). Ma soprattutto come si faccia a parlare di “rinnovamento” se si passa da un Gasparri, 69 anni, a una Stefania Craxi, 65 anni, di cui 20 in Parlamento.

In sintesi: la figlia di un premier pregiudicato per frode fiscale, sette volte prescritto per leggi fatte da lui, finanziatore della mafia per almeno 18 anni, fa campagna elettorale per il Sì con proclami su tv e giornali e con i talk fuorilegge di Mediaset senza uno straccio di esponente del No per riformare i magistrati. E poi, quando straperde, fa mea culpa sul petto dell’incolpevole (almeno su quello) Gasparri e ci mette al posto la figlia di un premier pregiudicato per corruzione e finanziamento illecito che si diede alla latitanza per sfuggire a due condanne a 10 anni di galera e a un’altra decina di processi. Incluso quello sui 23 miliardi di lire bonificati dal padre di Marina al padre di Stefania sui rispettivi conti in Svizzera, dopo che il secondo aveva regalato al primo due decreti salva-Fininvest e la legge Mammì che santificava il monopolio incostituzionale sulle tv private, poi perpetuato dall’apposito Gasparri con altre porcate. E tutto ciò, per la libera stampa, è “scossa”, “spinta”, “cambio di passo”. Ormai solo Tajani, che ne sta facendo le spese, può denunciare il conflitto d’interessi. Intanto Stefania dice che “a Marina mi lega il sentimento che legava i nostri padri” (cioè i conti berlusconiani All Iberian e quelli craxiani Northern Holding, International Gold Coast e Constellation Financière). E “i nostri padri da lassù se la staranno ridendo”. Alla parola “sentimento”, non ce l’hanno fatta più.

sabato 28 marzo 2026

Maledetti!

 

Siate stramaledetti assassini infami! E voi ignavi della malora, correi infingardi che vivete come se il genocidio di Gaza non sia mai esistito: vi pervada il malessere per la consapevolezza di essere rifiuti indifferenziati di quest’epoca immonda!




Visita nel Principato

 



Scoop!

 

Sta arrivando aprile e "loro" avvertono già la solita foruncolosi. E si stanno preparando. 

Grazie ai nostri potenti mezzi siamo riusciti a leggere la mail che già gira per i vari centri di comando del neroperdisempre! 




Pensieri positivi

 


Tossicità

 

Meta: “Noi spacciatori abbiamo reso i minori dipendenti dai social” 


di Roberto Festa

“Mark ha deciso che la priorità assoluta per l’azienda nel 2017 sono gli adolescenti”. Mark è Mark Zuckerberg, la frase la si ritrova in una mail interna a Facebook che fissava gli obiettivi per il nuovo anno. In un documento interno del febbraio 2018, sempre relativo a Facebook, si riconosceva che tra gli effetti risultanti da un uso eccessivo del social, c’erano: “Mancanza di sonno; promozione di immagini del corpo poco salutari; cyberbullismo; ansia e depressione; un generale malessere”. Il 10 settembre 2020, due dipendenti di Instagram si scambiavano dei messaggi. “Oddio, ragazzi, Instagram è una droga!”, scriveva uno. “Ahahah… siamo praticamente degli spacciatori”, rispondeva l’altro.

Da mesi testimonianze come queste vengono presentate nei tribunali Usa contro Meta, Youtube, TikTok, Snap. Un primo processo si è concluso a Los Angeles, dove una giuria ha deciso che Meta, proprietaria di Instagram e Facebook, e Google, proprietaria di YouTube, hanno intenzionalmente creato social che creano dipendenza e che hanno danneggiato la salute mentale di una ventenne. Alla ragazza, nota come K.G.M, sono stati riconosciuti 6 milioni di dollari in risarcimento danni. La battaglia legale è stata modellata su quelle degli anni Ottanta e Novanta contro Big Tobacco, accusata di aver nascosto informazioni sui danni causati dalle sigarette. Nel 1998 le aziende patteggiarono per 206 miliardi di dollari. All’intesa fecero seguito norme più severe sulla commercializzazione del tabacco e un calo nel consumo di sigarette. Allo stesso modo, la sentenza di Los Angeles potrebbe avere una sorta di effetto domino su centinaia di casi simili.

Le piattaforme Meta non sono le uniche a subire il vaglio dei tribunali. È l’intero mondo social in discussione. Risulta per esempio che a Youtube siano stati informati che la funzione di riproduzione automatica “potrebbe potenzialmente disturbare i ritmi del sonno”. L’azienda madre, Google, non sembra poi essersi fatta troppi problemi quanto a tutela dei più piccoli. Un documento del novembre 2020 illustra un piano aziendale per “integrare i bambini nell’ecosistema Google”, ciò che porterebbe “alla fiducia e alla fedeltà al marchio per tutta la vita”. In una serie di mail del marzo 2017, all’amministratore delegato di Snap, Evan Spiegel veniva sottoposto un dato: “nonostante le regole che vietino l’uso di Snapchat ai minori di 13 anni, il nostro focus group ha chiaramente dimostrato che gli studenti delle scuole medie sono utenti accaniti, quasi esclusivi, di Snapchat”. In una chat tra dipendenti di TikTok del febbraio 2020, ci si rallegrava che le troupe TV non si fossero presentate a un evento pieno di ragazzini, dove un genitore aveva chiesto: “A quanti anni avete iniziato a usare i social?” e quelli gli avevano risposto “tra gli 8 e i 12 anni”, ammettendo di aver facilmente infranto la regola dell’età minima consentita: 13 anni.

Il verdetto di Los Angeles arriva a poche ore dalla sentenza di un tribunale del New Mexico, che ha condannato Meta a pagare 375 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali. Facebook e Instagram sarebbero diventati mercati per il traffico di minori, senza che i vertici dell’azienda abbiano preso le necessarie contromisure. Tina Frundt, fondatrice del “Courtney’s House”, associazione che si occupa di violenze, ha raccontato in questi mesi la storia di Maya, 12 anni. Contattata da un adulto su Instagram, la bambina gli ha mandato foto nuda e, dopo averlo incontrato, è stata avviata alla prostituzione. Il suo profilo Instagram è stato utilizzato per farle pubblicità e per organizzare gli incontri. La ragazza, che non sapeva come dire no a un uomo che era stato così gentile con lei, è stata accolta da “Courtney’s House” dopo essere stata abbandonata semi-incosciente in mezzo a una strada. Era stata violentata da diversi uomini tutta la notte. Maya alla fine non ce l’ha fatta. È stata trovata morta dalla madre una mattina, a letto, dopo un’altra notte di sesso e droga. Tina Frundt ha detto di aver chiesto a Instagram di rimuovere il materiale usato per “vendere” la ragazza. Dopo la sua morte, le foto non erano ancora state rimosse.