Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 26 marzo 2026
Per sempre Costituzione
Il progetto politico c’è e si chiama Costituzione
Sarà che abito a Firenze, ma è impressionante la quantità di persone sconosciute che per strada ti fermano a parlare del referendum, o semplicemente ti fanno un enorme sorriso felice. Una gioia contagiosa, legata a una partecipazione elettorale che non si vedeva da gran tempo: su su dai diciottenni che votavano per la prima volta fino ai centenari che si sono trascinati ai seggi con una dignità e una determinazione struggenti. A commuoverli, cioè a muoverli collettivamente ed emotivamente, è stata la difesa della Costituzione. Perché la Costituzione parla una lingua chiara e radicale: sta, senza se e senza ma, dalla parte di chi non ha altro potere o difesa. Non per caso, don Milani la chiamava “la legge che Cristo si aspettava da noi da secoli”: perché la sua lingua è il “sì, sì; no, no” del Vangelo.
Se c’è una cosa che la coalizione alternativa a questa destra deve innanzitutto capire è questa: non si vince ‘al centro’, perché le persone si riportano a votare parlando la lingua radicale della Costituzione. Parlando di giustizia, di solidarietà, di rifiuto della guerra in ogni forma, di difesa dei più deboli in Italia e nel mondo, di redistribuzione della ricchezza, di progressività fiscale, di diritto alla diversità e diritto all’eguaglianza. Finora anche il centrosinistra ha fatto sempre i conti dando per scontato che fosse impossibile allargare la base dei votanti: un meccanismo regressivo che a ogni tornata elettorale espelleva altri elettori. Lo confesso: io stesso non ho votato alle ultime Regionali, perché la Toscana non correva il rischio di passare a destra e la proposta del centrosinistra era quella di una davvero troppo grigia prosecuzione dello stato delle cose.
Ebbene, ora è il momento di cambiare, di rovesciare il tavolo, di ascoltare il nostro popolo – il popolo della Costituzione. Per decenni la sinistra ha inseguito una destra che soffiava sull’egoismo e sulla paura. Dalla precarizzazione del lavoro alla pessima riforma del Titolo V fatta ascoltando la Lega; dall’acquiescenza alle troppe guerre occidentali alla criminalizzazione dell’immigrazione culminata nelle scelleratezze delle leggi di Minniti; da una fiscalità non secondo Costituzione alle riforme pessime della scuola e università fino allo smontaggio del sistema sanitario, e a una incomprensibile timidezza sul cruciale tema ambientale: su tutto questo, e moltissimo altro, è l’ora di voltare pagina. È stata fortissima, nella campagna referendaria, la consapevolezza che una destra bandita dalla Costituzione la volesse colpire, smontare, abbattere. Ma il punto cruciale da comprendere è che essere antifascisti oggi vuol dire innanzitutto attuare la Costituzione della Repubblica. Si combatte lo scivolamento autoritario del Paese attuando l’articolo 3 della Costituzione: vera, sostanziale, eguaglianza fra uomini e donne, fra persone di pelle bianca e di pelle nera, valorizzazione delle differenze e redistribuzione della ricchezza, in un Paese sfigurato sempre di più dall’abisso che separa ricchi e poveri.
Il progetto politico c’è: si chiama Costituzione ed è capace di riportare a votare abbastanza persone da ribaltare un quadro politico che fin qui sembrava immobile. Sul piano tattico, l’unico che pare interessare al circo mediatico-politico, questo significa: liberarsi definitivamente di Renzi (che ha militato con ogni mezzo per il Sì) e di Calenda, la cui inclusione produce assai più astensioni dei pochi voti che riescono a portare inchiodando lo schieramento a posizioni regressive; aprirsi davvero al popolo della Costituzione e alle sue associazioni e articolazioni, dalla Cgil al mondo cattolico, all’universo delle donne e della diversità; non partire dal tema della leadership e dal feticcio delle primarie, cioè non costruire la casa iniziando a litigare sul tetto. Da questo punto di vista, le prime note della politica televisiva dopo la vittoria del No sono state stonate: il Paese aveva parlato la lingua altissima dei principi della Costituzione, e i capi del centrosinistra iniziavano subito a preoccuparsi del loro posizionamento e potere. La cosa più intelligente l’ha detta Elly Schlein, citando il referendum sull’acqua: che fu una grande pagina e poi subito un’occasione politicamente perduta. Stavolta non possiamo permetterci che accada qualcosa del genere: la Costituzione non reggerebbe a un altro mandato di governo di questa destra autoritaria, corrotta e pericolosa. Una destra che è oggi maggioranza solo in Parlamento, mentre è clamorosamente minoranza in quel popolo (loro dicono ‘nazione’) che sempre invocano per legittimarsi a comandare senza limiti. Ora è chiaro come batterla definitivamente: parlando la lingua della Costituzione, riportando la gente a votare. Mancare l’obiettivo, questa volta non è un’opzione.
Ritratto al Pino
Quel fascio-satanello sgovernatore di celle finito come la bistecca
Era probabilissimo, anzi scontato che Andrea Delmastro, il fascio-futurista di Biella che per quasi quattro anni da sottosegretario alla Giustizia ha sgovernato il disastro delle carceri italiane tanto quanto la personale sciagura dei suoi affari a cena, stavolta non poteva farla franca. E che la sponda del referendum, come a biliardo, gli avrebbe mandato le palle colorate delle sue giustificazioni a rotolare molto lontano dalle buche dove voleva nasconderle per poi nascondersi, se il cartello del Sì avesse vinto contro “le toghe rosse cancerogene”, garantito come prima da Meloni che lo avrebbe protetto fino a fine legislatura, come suo personale bimbo nel bosco, avvocato di fiducia, camerata.
Dimissioni “per leggerezza” ha detto Delmastro. Ma è vero il contrario. Era pesantissima quella rivelazione di essersi infilato in società – e che società, intitolata nientemeno che “Le Cinque Forchette” – con un prestanome del Clan Senese, camorra in purezza. Tutte e due le mani infilate nelle braciole della Bisteccheria, il ristorante romano di via Tuscolana che all’apparenza risultava in capo alla figlia del prestanome, una ragazzina di 18 anni. Con tanto di fotografie (rivelate dal Fatto) e testimonianze dei commensali che partecipavano a quelle cene di frontiera, insieme con altri esponenti di Fratelli d’Italia, dirigenti del Dap, la direzione dell’amministrazione penitenziaria, e persino la celebre Giusi Bartolozzi, la zarina di via Arenula, dimissionata anche lei in tutta fretta, e che fino a ieri l’altro imbracciava in pubblico il Sì al referendum come fosse un suo personale sfollagente, e dichiarava: “Così ci togliamo dalle palle la magistratura”, che è sintassi da Banda Bonnot col mitra in mano.
Celebrato per il ringhio delle sue faccette, al militante Delmastro aveva sempre sorriso la fortuna dei cattivi. In gioventù, a Biella, gli andò bene una faccenda di guida in stato di ebbrezza, reato estinto per oblazione. Altrettanto gli andò bene – alla fine di un comizio del Fronte della gioventù – la brutta storia di una rissa e di un clochard finito all’ospedale con la mandibola rotta. Gli andò bene persino quella grottesca vicenda degli spari a Capodanno 2025, coinvolti nelle indagini lui, il suo caposcorta e quel tale Pozzolo Emanuele, deputato di FdI e ora di Vannacci, così intelligente da andare in giro con una mini-pistola carica, farla vedere ai camerati, vantarsene, fino a che un colpo accidentale non andava a conficcarsi nella coscia di uno dei commensali, un poveraccio risarcito con trenta denari. E senza che nessuno dei coinvolti ammettesse il misfatto, ma rimpallandoselo da una bugia all’altra, come una qualunque banda di maranza, altro che uomini di Stato. Per non dire della condanna, in primo grado, incassata lo scorso anno per avere rivelato documenti coperti da segreto sul caso dell’anarchico Cospito detenuto al 41-bis, al suo coinquilino Giovanni Donzelli, detto “Minnie”, che se li è rivenduti in Parlamento per accusare la sinistra di intendersela con l’anarchico e addirittura con la mafia. Una panzana che ora gli ricasca proprio dentro casa, nella cameretta accanto.
Inverosimili fin dal primo istante sono apparse le giustificazioni di Delmastro. Troppo persino per gli standard della falange di Palazzo Chigi, Meloni, Fazzolari, Mantovano, che hanno uno stomaco di ferro, in grado di digerire per 40 mesi la ghiaia giudiziaria di Daniela Santanchè, (ex) ministra di Stato indagata per truffa allo Stato. Ma indisponibili, ora che sono finiti dentro la trincea degli assediati, a sopportare le guaste polpette difensive di Delmastro. Il quale s’è discolpato a forza di “no, non sapevo”.
Non sapeva chi fosse il padre della ragazzina. Non sapeva da dove venissero i soldi per aprire il ristorante. Non sapeva come mai una diciottenne potesse avere un malloppo in tasca da investire. Non sapeva che quel locale veniva da aziende sequestrate alla criminalità. E senza sapere niente di niente, si era fatto socio, pensa l’astuzia, pensa la verosimiglianza, intestandosi il 25 per cento della società romana e firmando l’atto nello studio di un commercialista di Biella che è pure assessore di Fratelli d’Italia. Per poi festeggiare l’affare a cena con tanto di fotografie e brindisi, dove compare abbracciato a Mauro Caroccia, il babbo che non conosceva, della bimba che non conosceva. Il tutto senza mai avvertire la Camera dei deputati della società appena costituita, prassi obbligatoria per regolamento, ma chissenefrega del regolamento.
Andrea Delmastro Delle Vedove, detto “Satanasso” e pure “Satanello” per via del carattere incendiario, è nato nell’anno 1976 a Gattinara, Vercelli, e ha biografia adeguata al personaggio. Viene dalla Fiamma tricolore del Movimento sociale, come il padre Sandro, deputato missino negli anni 90. Studia a Biella e a Torino. Laurea in Giurisprudenza. Carriera da avvocato penalista. Militante spalla a spalla con la generazione maggiore di Ignazio La Russa, Fabio Rampelli, Tommaso Foti, Francesco Lollobrigida, tutti affetti dalle identiche frustrazioni, dagli identici rancori, accumulati durante le rispettive giovinezze trascorse nei sotterranei degli Underdog. Dunque aggressivi a prescindere. Non per nulla le cronache lo segnalano per un rogo di “libri di sinistra” davanti al liceo classico di Biella. Per zuffe ricorrenti contro le zecche rosse. Per un convegno intitolato “Mussolini uomo di pace”.
Illuminato dall’ascesa di Giorgia Meloni, entra a Montecitorio nel 2018: “Porto in Parlamento l’anima profonda del popolo italiano”. Nel suo caso la mascella protesa in avanti. Diventa sottosegretario e avendo la delega alle carceri, si vanta di occuparsi solo del benessere della polizia penitenziaria. Non riconosce il reato di tortura, né l’evidenza dei pestaggi in carcere. Al punto da chiedere in Parlamento l’encomio solenne per gli agenti di custodia indagati per avere massacrato i detenuti nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere. E lo ha fatto quando le immagini del pestaggio erano diventate scandalo pubblico e nazionale, cioè una vergogna per tutti, tranne che per lui. È un cattivista a tutto tondo. Con l’aggravante di attribuirsi “il cuore puro” e “l’alto ideale”. Compreso l’odio per i detenuti che gli fanno provare “una intima gioia”, quando li vede “soffocare dentro ai cellulari” in transito. Chissà se ora – in transito lui medesimo dalla braciola alla brace – immagina per se stesso l’identica porcheria.
Ne sono lettore orgoglioso
A saperlo prima
Ma quindi il referendum non era per staccare i pm dai giudici, ma per incollare per sempre Santanchè, Delmastro e Bartolozzi alle rispettive poltrone? No, perché a saperlo prima non avremmo faticato tanto a spiegarlo e il No avrebbe vinto non col 53,7%, ma almeno col 90. Bastava scriverlo sulla scheda: “Volete essere rappresentati a vita da quei tre?”. Sarebbe finita ancora meglio di dieci anni fa quando Renzi, pensando di minacciarci, ridusse la sua schiforma all’osso: “Volete che resti o che lasci la politica per sempre?”. E trascinò alle urne anche i malati in coma, che si ridestarono per non perdere l’occasione. Ora però chi ha votato No perché aveva capito tutto, ma anche chi ha votato Sì perché non aveva capito nulla, inizierà a cogliere lo scampato pericolo. Se il No scaraventa fuori dal governo i tre impresentabili più impresentabili nel giro di 24 ore, con gravi danni per l’avanspettacolo, se ne deduce che il Sì li avrebbe lasciati tutti lì, col monumento equestre, l’aureola del martirio e la causa di beatificazione. Che poi il grande Nordio l’aveva pure detto e ridetto: ora noi salviamo i nostri, poi il centrosinistra salverà i suoi.
Oggi, se avesse vinto il Sì, lo scandalo non sarebbe il sottosegretario alla Giustizia in società coi prestanome dei Senese, ma la “manina” del Fatto che ha alzato il velo sulla Bisteccheria d’Italia dei fratelli d’Italia e del mafioso d’Italia. Lo scandalo non sarebbe la giudice-capogabinetto della Giustizia, indagata per aver mentito ai colleghi su Almasri, che definisce la magistratura “plotone d’esecuzione da togliere di mezzo”, ma chi le chiede di sloggiare. Lo scandalo non sarebbe una ministra con quattro processi (due per bancarotta, uno per falso in bilancio, uno per truffa allo Stato, peraltro noti da due anni e del tutto incolpevole sul referendum), ma la “manina” che rivelò i suoi magheggi e maneggi. Che poi è la stessa che fece dimettere Sgarbi perché prendeva soldi da privati per eventi da sottosegretario già pagato dallo Stato: sempre il Fatto. Invece oggi, grazie al No, la Meloni dice cose che abbiamo sempre detto noi. E i giornali di destra sembrano il Fatto. Fino a ieri confondevano la “disciplina e onore” imposti dall’art. 54 della Costituzione per “giustizialismo” e si facevano i gargarismi col “garantismo” e la “presunzione di innocenza fino a condanna definitiva” (ma anche dopo). Ora esaltano Giorgia neogiustizialista e attaccano la Pitonessa per non essersi dimessa proprio subito subito. Cerno: “Meloni reloaded”, “Rivoluzione Giorgia” (Giornale). Sechi: “La motosega di Giorgia” (Libero). Belpietro: “La Meloni fa piazza pulita” (Verità). Speriamo che non scoprano il vero colpevole della disfatta, sennò ci portano via pure Carletto Mezzolitro.
mercoledì 25 marzo 2026
Che goduria!
Godo come un riccio con Silvestri nel vederli schiumare, come il nazistello! Si gode tanto!


