mercoledì 25 marzo 2026

Descrizione della batosta

 

Nordio e gli scudi umani l’hanno presa benissimo 


di Daniela Ranieri 

Alla maratona di Mentana, lunedì pomeriggio, sono minuti frenetici: gli exit poll danno in vantaggio il No, ma i sondaggisti avevano collegato l’alta affluenza alla vittoria del Sì: quindi, di fronte al 60% di votanti, si ingaggia una colluttazione tra la compagine governativa, ufficiale e ufficiosa, e il principio di realtà. Paolo Mieli ostenta un atteggiamento blasé: la sconfitta del Sì, per cui ha votato, gli provoca un ghigno flemmatico rivelatore di un materassino di 7-8 cm di pelo sullo stomaco. Gli altri giornalisti, del Foglio e della Stampa, sono lì a ricordarci i voti degli italiani all’estero, che possono praticamente ribaltare tutto. Ci vuole Bignami, capogruppo di FdI alla Camera, intercettato mentre si allontana da Montecitorio fischiettando come i piromani, a ricordare che di solito quei voti sono del Pd.

A pochi giorni dal voto la Meloni è andata da Fedez per prendersi il voto dei giovani; smagati editorialisti ci hanno spiegato che la difesa dei magistrati era un pregiudizio giurassico che i giovani avrebbero smantellato col loro voto “né di destra né di sinistra”; infatti, secondo Opinio, il No tra i giovani supera il 61%. A spasso per Roma, Matteo Renzi cerca i microfoni dei cronisti: la vittima è Alessandra Sardoni, che deve sorbirsi i motteggi di uno che, dall’alto del suo 2,2%, avrebbe potuto capovolgere l’esito del voto ma non l’ha fatto, anche se tutti sanno che ha votato Sì (sul Foglio aveva scritto: “Chi è nato giustizialista può pure sforzarsi di sembrare garantista ma non ce la fa. E la cultura di FdI ha ben poco di garantista”, dal che si evince che la riforma era pure troppo blanda per lui e che avrà calcato la X sul Sì con tanta forza da bucare la scheda). Ribadisce che gli piace la separazione delle carriere, ma non il modo in cui la legge era scritta: avrebbe potuto prestare a Nordio l’expertise di Verdini come Padre costituente, ma evidentemente, facendo costui avanti e indietro tra casa e il carcere di Sollicciano, dove era tornato per essere evaso dai domiciliari, era complicato. “Quando il popolo parla, il Palazzo deve ascoltare”, dice: infatti lui dopo aver perso il referendum ha lasciato la politica come aveva promesso. Per un attimo viene in mente lo scenario nel caso fossero passate entrambe le riforme costituzionali, la sua e la Nordio: un Senato di sindaci e consiglieri regionali che nomina le componenti laiche dei due Csm e dell’Alta corte; metti: un Bandecchi, sindaco di Terni, che sceglie i membri dei massimi organi della magistratura. Sulla governativa Rai1, Antonio Noto dà i risultati e in studio cala il gelo tra i due conduttori, di cui non conosciamo il nome (devono averli contrattualizzati ai primi exit poll disastrosi, altrimenti in studio ci sarebbe Vespa a officiare il rogo simbolico-rituale della magistratura).

Intanto la maratona de La7, esaurito il tema referendum che non interessa più a nessuno, si trasforma in un processo a Conte che ha evocato le primarie: il sospetto è sempre che voglia riandare al governo, roba da matti. Nordio a SkyTg24 se la prende coi sondaggisti che l’avevano illuso circa l’alta affluenza=vittoria certa del Sì. La conduttrice gli chiede se pensa che Delmastro debba dimettersi. Lui, testuale: “Sa, andare a cena in un ristorante, se ho ben capito, non è che puoi chiedere la carta d’identità del proprietario”; ancora non gli è passata la voglia di raccontare minchiate. Insieme con Meloni, accetta la volontà del popolo: perché avrebbero anche potuto, volendo, chiedere a Trump di prestargli Jake Angeli detto lo Sciamano per guidare l’assalto a Palazzo Chigi dei sostenitori del No. Calenda, che si è battuto come un leone su X e in tv per il Sì (infatti manco i suoi pochi elettori gli hanno dato retta: il 32% ha votato No), evoca l’Urss pubblicando il video di una cinquantina di magistrati che cantano Bella ciao in una saletta del tribunale di Napoli: “Questo è solo l’inizio”, avverte, poi ci saranno i gulag; era meglio vedere Tajani festeggiare cantando “chi non salta comunista è” davanti al Palazzaccio. Marina Berlusconi è inconsolabile e vive uno “psicodramma” (Rep): ha aspettato la chiusura delle urne, giusto una formalità, per “dedicare la vittoria al babbo”, e invece pure il 18% degli elettori di FI ha votato No. Non ce l’ha con Tajani: “Ha fatto quel che poteva”, davvero, poveraccio.

Premio della critica a Italo Bocchino, il quale va da Lilli Gruber a Otto e mezzo a fare campagna per il Sì che ha appena perso. Sulle prime sembra uno di quei cinghiali che si incontrano capottati lungo i tornanti di montagna; poi pian piano riprende vigore, forse ha chiesto alla moglie medico estetico di insufflarlo di botox o plasma per dimenticare (lo ha detto lui, noi credevamo che quella pelle a sederino di bebè fosse la sua naturale). Intanto si è fatto la frangetta, come tutte noi nei momenti di disperazione. Grazie agli italiani, dunque, ma non dimentichiamo i pronostici di Salvini.

Un Direttore gaudente

 

Cervelli in fuga 


di Marco Travaglio 

Primi effetti collaterali del trionfo del No.
Il sottosegretario Delmastro lascia non solo la Bisteccheria d’Italia e la figlia del prestanome dei Senese, ma anche il governo e la politica, per presentare la prossima edizione di Delmasterchef.

Giusi Bartolozzi, l’altra capra espiatoria, sfugge d’un pelo al plotone di esecuzione e, come promesso, scappa all’estero fra i cervelli in fuga che han deciso di non tornare, alla ricerca del suo. Ma invano. Allora torna clandestinamente in patria e chiede ospitalità alla famiglia nel bosco. Ma trova tutto occupato dalla Picierno e dagli altri “riformisti del Sì”.

A Garlasco, Stasi telefona a Sempio: “Scusa, ma la Meloni e non mi risponde: tu l’hai capito se il No conviene più a te o a me?”.

Migliaia di coppie con figli si barricano in cantina in attesa dei rastrellamenti dei magistrati non separati, ergo ansiosi di rapirli.

Appello del sindacato di base DPS (Detenuti Pedofili Stupratori) ai Tribunali di sorveglianza: “Ma non s’era detto che, se votavamo No, ci liberavate subito?”.

Calenda protesta perché i magistrati che dovevano essere “tolti di mezzo” festeggiano lo scampato pericolo cantando Bella Ciao, anziché Faccetta nera.

Il politico più intervistato dai giornali (StampaMessaggeroFoglio e Qn) per spiegare perché il Sì ha perso è l’unico che non dice cos’ha votato mentre il suo partito ha fatto campagna per il Sì rianimando le truppe del No. Massì, quello lì: il pelo superfluo.

Bocchino fa il nome dei due esperti che gli avevano garantito “la vittoria del Sì con 10-15 punti di scarto”: Nordio al sesto spritz e Sallusti da sobrio.

Il Foglio del rag. Cerasa allega il nuovo best-seller di Nordio Processo a Gesù per cavalcare l’onda lunga del Sì con un classico della malagiustizia: la mancata separazione delle carriere fra Anna e Caifa e fra Ponzio e Pilato.

Repubblica (da oggi Demokratya), dopo aver lanciato in prima pagina l’appello al Sì di Marina B, salta sul carro del No a risultato acquisito: “Mi sarà scappato un pro, ma io sono anti” (Totò).

Gaia Tortora rassicura il fan club: “In nome e per conto del 46% andiamo avanti. Sempre a testa alta”. Ad avercela.

Sechi&Cerno, i vedovi di casa Angelucci, attribuiscono i 14,5 milioni di No al “Mezzogiorno assistito” e fancazzista e al popolo “dell’ayatollah, di Hamas, di Hezbollah”, nonché alle “migliaia di islamici”. Che, siccome “i cattolici votano Sì” (Mantovano), hanno ormai la maggioranza assoluta.

Sallusti, quello che “Vinciamo noi del Sì perché abbiamo un santo in Paradiso: Berlusconi”, s’interroga se non sia santo, o non sia in Paradiso, o abbia votato No.

Aspirante suicida disdice il viaggio in Svizzera e opta direttamente per il podcast di Fedez.

martedì 24 marzo 2026

Grande Flagello top!

 



Ragogna!

 


Tirati su!

 




Grazie ai giovani!

 


Da eclatante boomer quale sono, voglio congratularmi con i giovani e ringraziarli di cuore per il successo referendario, che senza di loro avrebbe avuto esito ben più incerto.

I giovani, bistrattati e maltrattati dai vecchi soloni immarcescibili, ancora aggrappati alle loro poltrone, ignavi del ciclo biologico e propensi ad allungare il proprio regno a nostre spese. Li accusano di disinteresse per la politica, senza considerare la pena che fa questa politica. Dove dovrebbero rivolgere lo sguardo? Al partito di Elly, che ancora ospita senzatetto come Picierno, Guerini, Ceccanti, Salvi, Delrio, Minniti, Latorre, Concia, Gentiloni, Cottarelli, Scalfarotto, Giachetti? Al M5S, che pure non riesce ancora a rappresentare l'esercito dei dormienti? Al partito del Bomba, o a quello di Calenda, i cui stessi aficionados l'hanno appena sbertucciato votando No? Ad AVS, che ancora stenta a far comprendere le proprie differenze rispetto all'altra sinistra?

Senza correntismi della malora, è giunto il momento di essere chiari: occorre ingolosire i baldi giovani con proposte serie, tracciando il loro futuro su questo suolo prima che partano per altri lidi. Svecchiare le istituzioni, snellirle, anteporre al servilismo bellico l'innovazione e scelte capaci di motivarli a esserci, a presenziare in difesa della Costituzione.

Elly e Giuseppe potrebbero davvero svoltare, mandando molti a guardare gladioli nei giardini pubblici. E magari lanciando un'occhiata alla cara Spagna — chissà che non vengano loro idee geniali che uno Stato decente dovrebbe già perseguire da tempo.

Un'ultima cosa: fermo restando che il mio premier ideale resterebbe Conte, ammetto tuttavia che potrebbe risultare divisivo, a causa delle guerre mediatiche che gli mossero e ancora orchestrano ai suoi danni, in un mix d'invidia e sospetto. Ho allora un nome da proporre, capace di attrarre consensi a patto che chiarisca la propria posizione politica e la netta contrapposizione all'ex ras di Rignano: Silvia Salis da Genova.  

La Dedica