giovedì 23 aprile 2026

Lezione sulla disperanza

 

La “Disperanza”: unico antidoto nei tempi bui di guerre e tiranni 


di Tomaso Montanari 

Con quale attrezzatura culturale, ma anche esistenziale e perfino sentimentale, possiamo abitare questa età in cui siamo governati da mostri, abbandonati a un male che pare non avere limiti, esposti al crollo di ogni illusione democratica e civile? Impossibile cercare risposte nella politica, fiorentissima industria della disperazione. Pericoloso cercarle in una religiosità esteriore che alimenti una speranza intesa come disimpegno concreto. Nel mezzo, rimane la cultura, rimangono le voci delle donne e degli uomini che hanno tessuto la letteratura degli ultimi secoli. Voci che sussurrano una parola, desueta e felicemente in between: disperanza. È questa l’idea del libro di Franco Marcoaldi, La disperanza (Einaudi), seconda e finale valva del magnifico dittico aperto con Cani sciolti (Einaudi 2024).

La “disperanza” (immaginifico termine che deve molto a Giorgio Caproni, e con lui a una serie di padri e madri, più o meno espliciti, che Marcoaldi convoca nelle sue pagine) è il tentativo di esprimere con una parola sola la contraddizione strutturale della condizione umana che, con la sua solita lucidità, Giacomo Leopardi descriveva così: “La disperazione medesima non sussisterebbe senza la speranza, e l’uomo non dispererebbe se non isperasse”. La disperanza sta lì: in quella “nostalgia of hope” di cui parla Ben, giovane interlocutore di Marcoaldi. È la “rassegnazione attiva” di cui scrive Vito Teti: tutto il contrario di un ripiegamento egoistico e cupo, di un oblomovismo apocalittico, di un eremitismo sdegnoso. Commentando lo scrittore colombiano Álvaro Mutis, uno dei padri del concetto e della parola, Marcoaldi descrive il “figlio della disperanza” come “colui che proprio perché ‘non spera niente’ e ha abbandonato ogni illusione, vive piú pienamente la sua vita. Vive, direbbe María Zambrano, in ‘una penombra toccata d’allegria’”. È una prospettiva non solo credibile, ma anche liberatoria, per un libro che si apre con una, folgorante e insieme raggelante, dichiarazione di un altro giovane – Leo, il fratello di Ben – che vale la pena di citare per intero: “La sai una cosa? Ho vent’anni e non so cosa voglia dire ‘sperare in un mondo migliore’… Mi piace da pazzi viaggiare con gli amici, andare in luoghi lontani e magari conoscere qualche ragazza che mi fa battere il cuore… Adoro la gentilezza, soprattutto di sconosciuti incontrati per caso, che mi salutano per strada e neanche li conosco, mentre mi fanno infuriare le mille ingiustizie di cui è pieno il mondo e contro le quali scendo in piazza con altri ragazzi come me… Ma la speranza in un mondo diverso, quella proprio non so cosa sia”. Il libro è la risposta di Franco a Leo, ed è una risposta fondata innanzitutto sull’ascolto: una risposta che esclude il paternalismo moralista della speranza obbligatoria, e quello immoralista della disperazione altrettanto obbligatoria. Ed è una lezione per tutti noi: i coetanei di Leo che non vanno a votare per le Politiche, perché non hanno alcuna speranza in questa politica, ma vanno a votare al referendum, perché la Costituzione parla la loro lingua, concreta e insieme ideale, meriterebbero di essere ascoltati allo stesso modo. Non usati, cavalcati, manipolati, ma ascoltati nel loro disincantato bisogno di esserci, qui e ora: comprendendo, finalmente, che nulla è perduto, ma nulla è scontato. Che non avere speranza di cambiare il mondo non significa essere così disperati da farsi cambiare dal mondo. Sulla copertina del libro un tondo di Emilio Tadini trasforma il nowhere della disperazione nel now here, “l’‘ora e qui’ simbolo della disperanza. L’intero tragitto del libro, dunque, raccolto in una sola parola: rotta a metà e perciò stesso capovolta nel suo iniziale contenuto semantico”. Qui e ora: perché questo è il tempo che ci è dato da vivere. Con la più bruciante disperanza.

Batracomiomachia

 

I rimpatri fai da te 


di Marco Travaglio 

Se il sistema mediatico non fosse programmato per depistarci dalla realtà, la notizia della settimana non sarebbero gli ignobili insulti sessisti e alcolici di un anchorman russo alla Meloni (non s’era mai visto convocare un ambasciatore per i deliri di un giornalista, per giunta incazzato nero perché gli abbiamo sequestrato due ville in Italia per le sue idee, sennò i nostri diplomatici sarebbero delle trottole). E nemmeno il bonus di 615 euro agli avvocati che convincono i migranti a rimpatriarsi da soli, col solito mercanteggiamento legislativo governo- Quirinale in barba alla Costituzione (se Mattarella non gradisce una norma, aspetta che venga approvata dal Parlamento e poi la rispedisce al mittente, vedi articolo 74).

Le notizie sarebbero altre: il gioco delle tre carte della Meloni sull’accordo commerciale con Israele, sospeso in Italia per fare bella figura con gli elettori inferociti, ma difeso in Ue per tenere il sacco a Netanyahu; e la fine tragicomica del governo che doveva risolvere una volta per tutte la piaga dell’immigrazione irregolare col famoso blocco navale e gli hotspot in Africa, e si è ridotto a traghettare qualche decina di migranti per il weekend in Albania in due centri che sono costati un miliardo prima di riportarli in Italia perché non possono restare lì. Fino alla barzelletta di implorare i migranti di espellersi da soli e di trasformare i loro difensori in avvocati del governo contro gl’interessi dei loro assistiti. Una misura che, anche se fosse costituzionale e si trovasse qualche avvocato disposto a vendere la sua missione, non produrrebbe alcun effetto pratico. Il migrante che ha attraversato il Mediterraneo rischiando la pelle perché a casa sua viveva ancor peggio che qui non cambierebbe Paese, ma avvocato. E i primi a saperlo sono gli sgovernanti: il dl Sicurezza stanzia per i bonus agli avvocati 246mila euro per il 2026, 492mila per il ’27 e la stessa cifra per il ’28: che, divisa per 615 euro, fa 400 casi quest’anno, 800 in ciascuno dei due successivi. Cioè niente: gli irregolari sono oltre mezzo milione e, senza bonus agli avvocati, nel 2025 i rimpatri volontari assistiti sono stati 675 (contro i 16mila della Germania, i 9mila della Svezia, i 3mila del Belgio, i 2mila della Spagna di Sànchez): con la genialata del bonus, nella migliore delle ipotesi, sarebbero 125 in più all’anno. La via maestra sarebbero i rimpatri forzati, ma costano un occhio ed esigono un lavoro diplomatico coi Paesi d’origine che i nostri sgovernanti non sanno fare. Infatti le espulsioni meloniane sono inferiori a quelle dei governi Conte, Gentiloni e Renzi, noti complici dell’“invasione”. Su questi tradimenti andrebbe giudicato il governo, non sugli insulti alla vodka di Solovyev o sulle batracomiomachie con Mattarella.

mercoledì 22 aprile 2026

Ragogna!

 



Figuraccia

 



Chiarimento

 



Minkia!

 

Marina ordina come nel Padrino 


di Pino Corrias 

Tutte le volte che ultimamente leggo le cronache di Forza Italia, mi viene in mente Il Padrino, con il Cupo Capo (in questo caso una signora) che parla da un fondale oscuro, a dirne il mistero e insieme la minaccia, e i bravi ragazzi che si passano nervosamente gli ordini, che hanno calibri differenti per ogni circostanza: vanno dall’avvertimento al funerale.

Immagino, in quella tetra oscurità, la figlia Marina, bianca come cera, nera vestita, accomodata nel bunker paterno che convoca gli affiliati per gettar loro in pasto il suo capriccio. È appena accaduto al povero Tajani che ha lasciato i pennacchi alla Farnesina, è arrivato di corsa al bunker, si è fatto annunciare dalle guardie armate, è entrato tremando al cospetto della signora infernale. Ha atteso. Mentre lei, impassibilmente, gli ha ordinato cosa fare e disfare dei poveri pupi di Forza Italia. Al suo cenno due capigruppo di Camera e Senato, sono saltati per aria. Spariti. A un altro cenno ha ordinato di frenare sulla legge con cui si raccolgono i voti nel Paese, mantenendo il più possibile il criterio proporzionale per non perdere le piazze migliori dello spaccio politico. A seguire ha ordinato di moderare l’alleanza con la banda Meloni, troppo succube della famiglia newyorkese dei Trump. E con quella dei barbari d’Oltrepò che ancora indossano le corna, detestano gli omosessuali, trattano la manodopera nera e bianca come fosse selvaggia e non una risorsa in grado di aprire un conto agli sportelli Mediolanum e contribuire al bene della Banda. Compreso quello di ripianare l’odioso debito di 90 milioni che gli affiliati hanno contratto con gli allibratori del padre fondatore.

Dopo il diktat, Marina si è dileguata nel suo rinnovato mistero. Ha fatto dire ai suoi avvocati che non ha intenzione di scendere in politica, né di parlare in pubblico. Lo spiegheranno i suoi autori di Ciao Darwin, che di quando in quando compongono lunghissime interviste a suo nome per un grande giornale milanese. Che addirittura le pubblica.

L'Amaca

 


Un'esclusione comprensibile

di Michele Serra

In vista del 25 aprile, e delle ricorrenti e annose dichiarazioni sulla pari dignità dei morti (ultima in ordine di tempo, e certo non imprevedibile, quella del presidente del Senato La Russa), va detto che la pietà umana è un sentimento universale, e astenersi dal compiangere chi muore a vent'anni è segno di aridità e grettezza. Tutt'altra cosa è il giudizio sulle ragioni e gli ideali per i quali si muore — per esempio: la libertà, la fine di una dittatura, la fine della spaventosa guerra conseguente alla dittatura.

È a quel giudizio, e a nient'altro, che deve attenersi una comunità cosciente di se stessa. Con le sue istituzioni, i suoi simboli, la sua ritualità pubblica. Per questo si commemorano i partigiani e non i repubblichini. Perché gli uni morirono per la libertà e per una democrazia che non videro, ma seppero sognare. Gli altri morirono per molto dubbie questioni di «onore patriottico» e di lealtà all'ex alleato nazista. O più banalmente per ostinata fedeltà al regime fascista, totalitario e razzista fin dalle origini, ben prima di sprofondare nel nero della guerra.

Qualche pensiero a quei ragazzi inchiodati «dalla parte sbagliata» può spenderlo chiunque, anche chi è del tutto estraneo a quella ideologia necrofila (il «viva la muerte» falangista ne è il sunto perfetto). Ma non è neppure in discussione l'univocità del 25 aprile, il suo essere Festa della liberazione dal nazifascismo: e nient'altro. Si capisce che questa univocità possa avere, per qualcuno, qualcosa di escludente. Ma se c'è una occasione nella quale gli esclusi possono farsene una ragione, e gli inclusi non dolersene, è proprio il 25 aprile.