sabato 28 marzo 2026

Tossicità

 

Meta: “Noi spacciatori abbiamo reso i minori dipendenti dai social” 


di Roberto Festa

“Mark ha deciso che la priorità assoluta per l’azienda nel 2017 sono gli adolescenti”. Mark è Mark Zuckerberg, la frase la si ritrova in una mail interna a Facebook che fissava gli obiettivi per il nuovo anno. In un documento interno del febbraio 2018, sempre relativo a Facebook, si riconosceva che tra gli effetti risultanti da un uso eccessivo del social, c’erano: “Mancanza di sonno; promozione di immagini del corpo poco salutari; cyberbullismo; ansia e depressione; un generale malessere”. Il 10 settembre 2020, due dipendenti di Instagram si scambiavano dei messaggi. “Oddio, ragazzi, Instagram è una droga!”, scriveva uno. “Ahahah… siamo praticamente degli spacciatori”, rispondeva l’altro.

Da mesi testimonianze come queste vengono presentate nei tribunali Usa contro Meta, Youtube, TikTok, Snap. Un primo processo si è concluso a Los Angeles, dove una giuria ha deciso che Meta, proprietaria di Instagram e Facebook, e Google, proprietaria di YouTube, hanno intenzionalmente creato social che creano dipendenza e che hanno danneggiato la salute mentale di una ventenne. Alla ragazza, nota come K.G.M, sono stati riconosciuti 6 milioni di dollari in risarcimento danni. La battaglia legale è stata modellata su quelle degli anni Ottanta e Novanta contro Big Tobacco, accusata di aver nascosto informazioni sui danni causati dalle sigarette. Nel 1998 le aziende patteggiarono per 206 miliardi di dollari. All’intesa fecero seguito norme più severe sulla commercializzazione del tabacco e un calo nel consumo di sigarette. Allo stesso modo, la sentenza di Los Angeles potrebbe avere una sorta di effetto domino su centinaia di casi simili.

Le piattaforme Meta non sono le uniche a subire il vaglio dei tribunali. È l’intero mondo social in discussione. Risulta per esempio che a Youtube siano stati informati che la funzione di riproduzione automatica “potrebbe potenzialmente disturbare i ritmi del sonno”. L’azienda madre, Google, non sembra poi essersi fatta troppi problemi quanto a tutela dei più piccoli. Un documento del novembre 2020 illustra un piano aziendale per “integrare i bambini nell’ecosistema Google”, ciò che porterebbe “alla fiducia e alla fedeltà al marchio per tutta la vita”. In una serie di mail del marzo 2017, all’amministratore delegato di Snap, Evan Spiegel veniva sottoposto un dato: “nonostante le regole che vietino l’uso di Snapchat ai minori di 13 anni, il nostro focus group ha chiaramente dimostrato che gli studenti delle scuole medie sono utenti accaniti, quasi esclusivi, di Snapchat”. In una chat tra dipendenti di TikTok del febbraio 2020, ci si rallegrava che le troupe TV non si fossero presentate a un evento pieno di ragazzini, dove un genitore aveva chiesto: “A quanti anni avete iniziato a usare i social?” e quelli gli avevano risposto “tra gli 8 e i 12 anni”, ammettendo di aver facilmente infranto la regola dell’età minima consentita: 13 anni.

Il verdetto di Los Angeles arriva a poche ore dalla sentenza di un tribunale del New Mexico, che ha condannato Meta a pagare 375 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali. Facebook e Instagram sarebbero diventati mercati per il traffico di minori, senza che i vertici dell’azienda abbiano preso le necessarie contromisure. Tina Frundt, fondatrice del “Courtney’s House”, associazione che si occupa di violenze, ha raccontato in questi mesi la storia di Maya, 12 anni. Contattata da un adulto su Instagram, la bambina gli ha mandato foto nuda e, dopo averlo incontrato, è stata avviata alla prostituzione. Il suo profilo Instagram è stato utilizzato per farle pubblicità e per organizzare gli incontri. La ragazza, che non sapeva come dire no a un uomo che era stato così gentile con lei, è stata accolta da “Courtney’s House” dopo essere stata abbandonata semi-incosciente in mezzo a una strada. Era stata violentata da diversi uomini tutta la notte. Maya alla fine non ce l’ha fatta. È stata trovata morta dalla madre una mattina, a letto, dopo un’altra notte di sesso e droga. Tina Frundt ha detto di aver chiesto a Instagram di rimuovere il materiale usato per “vendere” la ragazza. Dopo la sua morte, le foto non erano ancora state rimosse.


venerdì 27 marzo 2026

Grande Flagello

 


Prima Pagina

 



Storia dal futuro

 



Natangelo

 



L'Amaca

 


Il sacrifizio di Santanchè

di Michele Serra

Se le dimissioni di Santanché erano dovute per ragioni etiche, non si vede perché il governo le abbia pretese solo dopo la sconfitta di Nordio: qual è il nesso? Era un referendum sulla giustizia, mica sulle concessioni balneari. Identico ragionamento varrebbe se il governo, in sintonia con Santanché, fosse convinto che quelle dimissioni non erano dovute: non è certo una sconfitta elettorale a renderle tali. Sarebbe, in teoria, il senso dello Stato, e una certa idea di che cosa significhi servirlo "con disciplina e onore", come chiede l'articolo 54 della Costituzione.

Non esiste un prima e un dopo, nel caso Santanchè, c'è solo un lungo "durante", del tutto estraneo alla vicenda referendaria, durante il quale Meloni ha omesso di chiedere a un suo ministro ciò, nella sua ormai lunga carriera politica, ha chiesto con intransigenza tutt'altro che garantista ai suoi avversari politici. Il frettoloso repulisti che la presidente del Consiglio ha messo in atto, nella speranza di sembrare lucida e determinata anche in mezzo alla tempesta, ha l'effetto opposto. Sembra l'offerta al suo elettorato di un capro espiatorio, unita al tentativo di dimostrare che la sua leadership è intatta, basta mettere fuori squadra qualche giocatore gravato da cartellino giallo e si ricomincia come nuovi.

Il punto è che il rilievo di partenza che venne mosso a questo governo, cioè di non disporre di una classe dirigente degna di questo nome e di avere dunque promosso amiche e amici, molto alla rinfusa, ovunque ci fosse una stanza pubblica da occupare, era obiettivamente giusto. Santanchè è il classico nodo (tra i molti) che viene al pettine. E dire che è la meglio pettinata delle donne politiche, come ebbe anche modo di ribadire in Parlamento.

Surreale

 

Ma non sarà troppo?


di Marco travaglio 

Lunedì il trionfo del No. Martedì le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi perché la Meloni dice che “da oggi non copro più nessuno”, costringendo i giornali e i tg di destra a raccontare con otto giorni di ritardo cos’abbia combinato il sottosegretario Forchetta per spiegare all’ignaro pubblico perché diavolo se ne vada. Mercoledì le dimissioni della Santanchè e della bisteccaia Chiorino da vicepresidente del Piemonte, ma non da assessore con cinque deleghe (meraviglioso), mentre La Russa riceve i genitori del bosco e sviolina i magistrati dell’Aquila: “Non critico le decisioni dei giudici” che la Meloni accusava di “strappare bambini dalle braccia dei genitori”. Ieri la giubilazione del carotaio Gasparri da capogruppo FI al Senato, appena mitigata dai nomi della mandante e della sostituta: le figlie d’arte Marina B. e Stefania Craxi, affinché nessuno sospetti che c’entri l’etica. Ora traballa il capogruppo alla Camera, Barelli, che tenta di salvarsi in corner: “Abbiamo perso per la guerra” (tipo Alberto Sordi: “A me m’ha rovinato ‘a guera”). Poi Nordio annuncia che la disfatta è colpa sua e se ne assume la piena responsabilità, dunque resta (come la Meloni, batte il mea culpa sul petto degli altri, e poi lui lavorava per il No). La Procura di Roma sguinzaglia la Finanza al ministero della Difesa, a Terna, a Rfi e al Polo strategico nazionale, con 26 indagati per corruzione, riciclaggio, turbativa d’asta e traffico di influenze. E il Parlamento Ue impone a Nordio di ripristinare l’abuso d’ufficio coi voti delle destre italiane che l’avevano abolito.

Tutto in quattro giorni e quasi tutto – a parte le ultime due notizie – perché ha vinto il No. Ma non sarà troppo? Non rischiamo di abituarci troppo bene? Questo regime change a rate andava centellinato in un lasso di tempo un po’ più lungo, per il bene delle nostre coronarie giù duramente provate dall’ansia referendaria. No, perché si tratta di pericolosi precedenti che rischiano di innescare un effetto domino infinito. Se le decisioni dei giudici dell’Aquila sulla famiglia nel bosco non si criticano più, il pericolo è che anche il caso Garlasco smetta di essere “una vergogna” e diventi ciò che è sempre stato: una normale indagine, finora senza uno straccio di novità in grado di ribaltare la condanna di Stasi in Cassazione, strombazzata da un’immonda cagnara mediatica. Ora non vorremmo che si dimettessero pure i nove decimi dei conduttori di talk che da un anno ci spappolano i cotiledoni a suon di balle. A proposito di balle: sarebbe il caso che la Meloni avvertisse le donne e i bambini che l’automatismo fra la vittoria del No e i battaglioni di pedofili e stupratori rimessi in libertà era così per dire: c’è gente che da lunedì cammina rasente ai muri con le mutande di ghisa.