Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 17 marzo 2026
L'Amaca
Se la democrazia produce mostri
di Michele Serra
Come mi capita sempre più spesso di scrivere, da ragazzo non ero filocinese ma rischio di diventarlo da vecchio. Sentite il commento del governo cinese sulla crisi di Hormuz: «La sicurezza dello Stretto di Hormuz non dipende dal numero di navi militari che lo pattugliano. Dipende dal fatto che le armi tacciano».
Mettete a confronto questa saggezza — se volete: questa comoda banalità, pronunciata da una rassicurante distanza strategica, e in virtù di una solida autonomia energetica — con il delirio sconnesso del miliardario arancione (rubo la definizione ad Alberto Crespi) e ditemi se non mette in crisi alcune radicate convinzioni, o convenzioni, che ci hanno accompagnato fino a qui. La Cina è senza dubbio un regime monopartitico, Usa e Israele senza dubbio due democrazie elettive. Alla domanda "dove preferiresti vivere?", pochi di noi avrebbero dubbi.
Eppure i due leader più prepotenti e aggressivi, e più nocivi per la pace mondiale, il miliardario arancione e Bibi Netanyahu, sono stati democraticamente eletti. Questo non porta a pensare con più favore ai regimi monocratici; ma sicuramente porta a pensare con meno favore a democrazie così degradate, così insipienti, così autolesioniste, da produrre leadership di così bassa caratura, e di così alta pericolosità.
Democrazie che producono ideologie totalitarie (America First, Israele First), baggianate teocratiche (Dio è con noi!) e guerre di aggressione: che democrazie sono?
Un amico cinico e con uso di mondo mi ha detto: gli americani per dominarti ti bombardano, i cinesi ti comperano, e io preferisco essere comprato che bombardato. Mi ha fatto ridere. Ma mi ha fatto anche riflettere.
Fuori tutti!
Quel mistero dei reazionari che arrivano da Pci-Pds-ds
Mi chiedo spesso: come è stato possibile che da un partito come il Pci si siano prodotti alcuni dei più autentici conservatori della politica italiana? E che, pur esprimendo un pensiero così contrario agli interessi del mondo da cui provengono, hanno continuato e continuano a rappresentarlo ai massimi livelli e ad assumere ruoli importanti in assemblee elettive, in società ed enti pubblici? Un mistero, questo, che viene confermato dal sostegno al sì nel prossimo referendum sulla giustizia di diversi parlamentari e dirigenti del Pd di provenienza comunista e che non ha trovato ancora, almeno per me, una spiegazione accettabile. Sostegno che viene mantenuto anche quando il referendum si presenta come uno scontro duro con uno dei governi più reazionari della nostra storia recente. Si dirà: si nasce incendiari e si finisce pompieri, a volte anche reazionari.
Succede, certo, ma come si fa a manifestare un pensiero e una politica di conservazione e continuare a rappresentare i progressisti? In verità, la cosiddetta “sinistra per il sì” si è distinta anche su altri fronti dalle posizioni del Pd: in politica estera, in quella economica, sul fronte dei diritti dei lavoratori precari, mostrando una specie di orrore per il conflitto sociale, una predisposizione a “governare a prescindere” e ad ampie convergenze con la destra. Chi siede nelle istituzioni grazie ai voti di elettori di sinistra dovrebbe almeno tenere conto dei loro “sentimenti”. O no? Se ciò non avviene vuol dire che c’è un cortocircuito, una scissione tra gli ideali della stragrande parte dei militanti e gli interessi di alcuni dirigenti. Insomma, il Pci e poi il Pds e il Pd hanno scelto spesso persone non in sintonia con il mondo che dovevano rappresentare e ha continuato imperterrito a farlo anche quando si è visto che i conservatori, dovunque si manifestino, più che fare gli interessi degli ultimi, si mettono d’accordo con i primi della società e ne sposano i valori.
Insomma, si può fare in modo che le mele stiano con le mele e le pere con le pere? Che i conservatori vadano da una parte e i progressisti dall’altra? Se le opinioni sono in contrasto permanente con il mondo che si deve rappresentare, ciò è un serio problema politico non una questione di tolleranza di idee diverse.
No no no no no!
Per sempre No
1.No alla “riforma” Nordio-Meloni perché, dividendo le carriere dei magistrati, i pubblici ministeri diventeranno – come dice Nordio – “avvocati dell’accusa”: verranno educati separatamente dai giudici ad accusare e incastrare più gente possibile, trascurando gli elementi a favore dell’indagato che oggi sono obbligati a cercare e perdendo l’imparzialità e la tensione alla verità processuale. Così saranno più “giustizialisti” e “autoreferenziali” (avranno un Csm tutto per sé e si promuoveranno in autonomia). Commetteranno più errori e indurranno anche i giudici a sbagliare di più. Infatti i migliori magistrati sono stati sia pm sia giudici: Falcone, Borsellino, Livatino, Caselli, Borrelli, D’Ambrosio, Davigo, Colombo, Turone, Maddalena, Galli, Occorsio, Sansa, Almerighi, Gratteri e tanti altri.
2. No perché la “riforma” – lo ammette lo stesso Nordio – “non c’entra niente con l’efficienza e la rapidità della giustizia”. In compenso affida il lavoro oggi svolto dal Csm unico a ben tre organi costituzionali: Csm dei giudici, Csm dei pm e Alta Corte disciplinare, moltiplicando i posti (da 33 a 78) e i costi della casta (da circa 50 a circa 150 milioni di euro l’anno) senza risolvere nessuno dei gravi problema della giustizia.
3. No perché la “riforma” – confessa Nordio – “riequilibra i poteri fra politica e magistratura” a favore della prima per “restituirle il suo primato costituzionale”: ma nella Costituzione il primato è della legge, che è uguale per tutti, politici in primis.
4. No perché, nei Paesi con le carriere divise (Portogallo escluso), i pm dipendono dal governo.
5. No perché Nordio, Tajani, Bartolozzi&C. hanno già dichiarato che, dopo aver incassato dai cittadini ignari l’assegno in bianco del Sì, completeranno l’opera con leggi ordinarie: impediranno che un ministro sia indagato (Nordio cita Mastella nel governo Prodi-2, spiegando alla Schlein che la svolta converrà anche al Pd quando tornerà al governo); toglieranno ai pm – lo promette Tajani – la direzione della polizia giudiziaria, che così rientrerà sotto il Viminale, la Difesa e l’Economia e addio indagini sul potere; faranno decidere alla maggioranza parlamentare, cioè al governo, i criteri di priorità sui reati da perseguire e tralasciare (legge Cartabia e proposta Bartolozzi). Così sottoporranno le Procure all’esecutivo senza neppure il fastidio di ricambiare la Costituzione.
6. No perché, nei due Csm e nell’Alta Corte disciplinare, i membri togati verranno scelti a caso col sorteggio secco (fra i magistrati in servizio), mentre quelli laici continueranno a essere nominati dai partiti fra i loro fedelissimi (estratti da una lista, non si sa quanto lunga, approvata dalla maggioranza, cioè dal governo).
7. No perché nell’Alta Corte (15 membri: 9 togati e 6 laici) aumenta la percentuale dei membri scelti dai politici rispetto ai magistrati: nel Csm sono 1 su 3, con la “riforma” 2 su 5 (dal 33 al 40%).
8. No perché l’Alta Corte è scritta coi piedi: resta l’art. 107 della Costituzione che lascia ai Csm il potere esclusivo di radiare, trasferire o sospendere i magistrati per gravi infrazioni disciplinari. Ma l’art. 104 affida il potere disciplinare all’Alta Corte. Che così, paradossalmente, non potrà infliggere a chi sbaglia nessuna delle tre sanzioni più pesanti.
9. No perché i magistrati condannati dal Csm ricorrono, come ogni cittadino, in Cassazione. Ma la “riforma” lo vieta: contro le sanzioni dell’Alta Corte potranno ricorrere solo alla stessa Alta Corte che li ha puniti. Bella terzietà.
10. No perché l’Alta Corte non serve a nulla, se non a intimidire i magistrati. Il Csm italiano è il più severo fra quelli dei Paesi europei paragonabili al nostro: sanziona in media lo 0,5% delle toghe l’anno, contro lo 0,2 della Spagna e lo 0,1 della Francia. Se Nordio lo volesse ancor più severo, dovrebbe impugnare più assoluzioni e promuovere più azioni disciplinari. Invece ne attiva la metà rispetto al Pg della Cassazione (33% contro 67) e fa un decimo delle sue impugnazioni (su 184 sentenze, ne ha appellate appena 6 e il Pg 54).
11. No perché non sono i magistrati che “non pagano” (non hanno alcuna immunità e vengono indagati, arrestati, intercettati, perquisiti e condannati come ogni altro cittadino), ma i politici: in tre anni e mezzo di governo, le destre (spesso con Azione e Iv) hanno negato 54 autorizzazioni a procedere su 59 per parlamentari indagati, anche per gravi reati.
12. No perché i casi di cronaca citati da quelli del Sì (Garlasco, migranti in Albania, Sea Watch, bimbi nel bosco…) sarebbero stati identici con la “riforma”, che non tocca le norme penali, civili, minorili e processuali che le hanno originate.
13. No perché gli “errori giudiziari” non sono le (fisiologiche) valutazioni differenti dei magistrati nei vari gradi, che fra l’altro smentiscono l’“appiattimento” per colleganza dei giudici sui pm (oltre il 50% delle sentenze contraddicono le richieste dei pm). Ma sono i rari casi di scambi di persona, di prove false prese per vere, di falsi testimoni creduti come veritieri. E non si risolvono cambiando la Carta, ma con gl’innumerevoli gradi di giudizio e, dopo le condanne definitive, con i processi di revisione (rarissimi anch’essi: 7 condanne annullate all’anno, lo 0,12% ogni milione di abitanti, contro lo 0,31 del Regno Unito e lo 0,44 degli Usa). Idem per le “ingiuste detenzioni”, cioè le custodie cautelari patite da indagati assolti anni dopo (l’1,15% degli arrestati ogni anno, contro il 4% della Francia): la “riforma” non c’entra neppure qui, visto che il problema si risolve con i risarcimenti dello Stato (che poi si rivale sul magistrato in caso di dolo o colpa grave).
14. No perché il voto è unico, in blocco: basta un dubbio su uno solo dei punti fin qui toccati per bocciare la riscrittura (praticamente irreversibile) di ben 7 articoli della Costituzione per mano di questi padri ricostituenti semianalfabeti.
15. No alle bugie sparate dal governo e dai suoi complici per convincerci a votare Sì. No a chi pensa che siamo tutti deficienti.
lunedì 16 marzo 2026
Settimana cruciale
Un trionfo del Sì darebbe il via all’era dell’arbitrio
La negazione dell’evidenza, perseguìta attraverso un uso smodato e sistematico della menzogna: ecco la linea della campagna governativa per il Sì al referendum costituzionale. Una linea possibile solo perché i suoi promotori possono esercitare il controllo o contare sulla compiacenza della maggior parte del sistema mediatico.
Il governo e i suoi ascari negano soprattutto una cosa: che questa “‘riforma” sia il primo, decisivo passo per l’abolizione della divisione dei poteri e per l’affermazione di una dittatura dell’esecutivo, cioè della maggioranza. Eppure, è tutto squadernato sotto il sole: il premierato, con la definitiva marginalizzazione del potere legislativo del Parlamento e con il controllo maggioritario su Presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale; e poi l’accumulo di misure liberticide: contro libertà di espressione, libera stampa; Università.
Per quanto riguarda il referendum, la negazione riguarda soprattutto una cosa: la volontà di mettere il pubblico ministero sotto il controllo del governo. Una negazione che resiste nonostante Meloni, Nordio, Mantovano abbiano in più occasioni detto l’ovvio: e cioè che tutto questo si fa perché i magistrati non possano più contraddire le scelte politiche del governo. Il dibattito ruota, dunque, intorno a ciò che succederebbe dopo un’eventuale vittoria del Sì: il governo metterebbe il guinzaglio alla pubblica accusa, o no? Una risposta difficile da contraddire sta nella proposta di legge costituzionale 2710, presentata l’8 settembre (potere delle date…) del 2020 al fine di modificare l’articolo 112 della Costituzione. Esso oggi recita così: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”. Un dettato limpido e secco, che impedisce al potere di salvare gli amici e i complici, e di perseguitare i nemici e gli oppositori. Ecco come quelle parole dovrebbe cambiare, secondo quella proposta: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale attenendosi ai criteri e alle priorità stabiliti dalla legge secondo le disposizioni del presente articolo. Il Governo, su proposta del ministro della Giustizia, di concerto con il ministro dell’Interno, presenta alle Camere, per ogni triennio, un disegno di legge indicante i criteri e le priorità da osservarsi nell’esercizio dell’azione penale”. Una involuzione madornale, che lega le mani dei pubblici ministeri a una catena tenuta direttamente dal governo. Fosse vigente oggi, sarebbero Nordio e Piantedosi a decidere i criteri e le priorità delle procure: uno scenario da brividi. Tutto questo rappresenta una colossale smentita alla strategia negazionista del governo: perché quest oscena proposta di riforma costituzionale è stata presentata da Giusi Bartolozzi, allora deputata di Forza Italia e oggi ben nota come capa di gabinetto del ministero della Giustizia. Nell’introduzione all’articolato della riforma, Bartolozzi esibisce senza remore il suo movente: “La definizione delle priorità dell’esercizio dell’azione penale è, invece, un supremo compito che spetta alla politica”. Laddove per politica intende la maggioranza parlamentare, cioè il governo: come chiarisce poi il testo, che non prevede maggioranze qualificate che possano coinvolgere l’opposizione in decisioni condivise, ma appunto renderebbe costituzionale una decisione diretta dei ministri, ratificata dalla maggioranza parlamentare. È questo il contesto che chiarisce la sostanza della esternazione televisiva di Bartolozzi sul famigerato: “Votate sì, e ci togliamo di mezzo la magistratura”. Ce la “toglieremmo di mezzo“’”perché la seconda mossa, dopo un’eventuale vittoria del Sì, sarebbe esattamente quella della legge che la stessa Bartolozzi ha già presentato, e che la maggioranza si è rifiutata di ritirare nonostante le esplicite richieste dell’opposizione. George Orwell ha scritto che “per vedere quello che abbiamo sotto il naso, occorre un grande sforzo”: esattamente lo sforzo che è richiesto al popolo italiano il 22 e il 23 marzo. Quello che abbiamo sotto il naso è una maggioranza politica a traino esplicitamente illiberale: il cui scopo è riportare l’Italia a un’epoca pre-costituzionale, quella in cui sussisteva di fatto solo il potere esecutivo. È ciò che i costituenti vollero evitare, reagendo a “venti anni di arbitrio del potere esecutivo” (così Aldo Moro, in Costituente). Nel suo ultimo discorso parlamentare, Giacomo Matteotti disse ai fascisti che lo avrebbero assassinato: “Voi volete ricacciarci indietro!”, alludendo a una regressione a prima del regime costituzionale. Oggi assistiamo allo stesso tentativo regressivo: ed è esattamente su questo che si vota. Vogliamo mantenere, a tutela delle nostre libertà personali, le forme e i limiti del costituzionalismo, o vogliamo tornare all’arbitrio di chi comanda?


