giovedì 5 febbraio 2026

Ottima squadra!

 



Venite che si sperpera!

 


Il Boia non stacca!

 


Non trovo risposta

 


Natangelo

 



L'Amaca

 

Cosa c'entra De Gaulle? 

di Michele Serra 

Vannacci può essere il Charles De Gaulle italiano", dice il deputato Pozzolo — tra i possibili parlamentari di Futuro Nazionale — arricchendo il "caso Vannacci" di ulteriori dettagli grotteschi. L'ennesimo capo dell'ennesimo partitello fascista può essere il nuovo De Gaulle quanto io posso essere la nuova Callas, ma come spiegarlo a Pozzolo, fin qui noto per una sparatoria di Capodanno e non per i suoi studi storici sulla destra europea?

De Gaulle fu il capo della Resistenza francese. Uomo sicuramente di destra e sicuramente antifascista, termini per nulla in contrasto fino a che la nuova destra (quella in cui sono cresciuti i Pozzoli) li ha resi inconciliabili. "Di destra e antifascista" è diventato un ossimoro proprio grazie ai Vannacci, ai Pozzoli e purtroppo al partito di maggioranza relativa, che è certamente di destra e altrettanto certamente non antifascista.

Chissà se Pozzolo è a conoscenza del fatto che un leader (uno solo) della destra neofascista italiana, Gianfranco Fini, ebbe effettivamente l'intelligenza, e l'estro, e l'ostinazione, di dichiarare il fascismo "male supremo", e di richiamarsi, appunto, alla destra gollista: europea e antifascista. Venne massacrato dai giornali di destra (non antifascisti, no di certo) nel nome di Berlusconi. Debolezze private costarono a Fini quella morte politica che debolezze private ben maggiori non costarono a Berlusconi, primo artefice della distruzione della destra liberale italiana e della sua triste conversione al populismo.

A futura memoria: Fini espulse da Alleanza Nazionale il Pozzolo, definendolo "un violento estremista". Perché Fini voleva essere gollista. Pozzolo e Vannacci sono fascisti. Se lo facciano bastare, e lascino in pace De Gaulle.

Sempre vista Referendum

 

Quelli del Sì per il No 


di Marco Travaglio 

Quando questo governo scadrà o cadrà, non avremo ancora risolto il dilemma che ci attanaglia da quando è nato: ma ci sono o ci fanno? È raro trovare, nel mondo reale, un così alto concentrato di imbecillità e autolesionismo. Devono convincere gli italiani a votare Sì per separare le carriere ed evitare che i giudici diano sempre ragione ai pm in quanto colleghi. Poi però s’incazzano appena un giudice dà torto a un collega pm. Garlasco è uno spot al No, quindi dovrebbero sperare che la gente se lo scordi: invece ce lo ricordano ogni giorno. Così chiunque abbia un grano di sale in zucca si domanda: ma se Stasi è stato indagato da un pm, arrestato da un gip, assolto da un gup e da tre giudici d’appello, poi la sentenza è stata annullata da 5 giudici di Cassazione e trasformata in condanna da altri 3 giudici d’appello e 5 di Cassazione, ora altri pm indagano su Sempio e sul pm precedente per ribaltare la sentenza irrevocabile, che senso ha separare le carriere e i Csm triplicando costi e posti?

Ora i giureconsulti di FdI fanno il bis con una card sull’agente picchiato al corteo di Askatasuna: “Il governo pensa alla sicurezza degli italiani, le forze dell’ordine sbattono dentro i delinquenti e certa magistratura li libera. Sì, cambiamola subito. Sì per fermare questo scempio”. Parlano della gip di Torino che ha disposto gli arresti domiciliari per un manifestante e l’obbligo di firma in caserma per altri due. Nessuno dei tre è l’aggressore col martello, ancora da identificare. E, come sempre ci ricordano lorsignori quando un indagato è del loro giro, sono presunti innocenti e non vanno arrestati fino a condanna definitiva. Eppure i pm avevano chiesto il carcere per tutti e tre: la Procura torinese sugli scontri di piazza sposa da sempre la linea durissima, con retate di No Tav (arrestati persino per avere spostato un lacrimogeno), attivisti “Aska” e Pro Pal (anche ragazzi minorenni) e accuse di associazione sovversiva sempre bocciate dai giudici. Il tutto a carriere unite. Chi vuole separarle dovrebbe stare alla larga dal caso, per non darsi la zappa sui piedi. Invece ecco gli intellettuali del gruppo, tipo Salvini: “Già a piede libero. Vergogna. Votare Sì al referendum sulla giustizia è un dovere morale”. E Gasparri: “La magistratura scarcera subito i già troppo pochi arrestati. Vergogna! Poi dicono che non si deve votare Sì alla riforma della giustizia”. Ma se separano le carriere affinché i giudici diano torto ai pm ancor più di oggi, la prossima volta il gip non trasformerà più tre richieste di manette in domiciliari e obblighi di firma, ma in tre cause di beatificazione. Poi si meravigliano se nei sondaggi il No ha raggiunto il Sì. Per forza, è una partita ad armi ìmpari: la campagna per il No la fanno anche quelli del Sì.