sabato 18 ottobre 2025

Ancora su Sigfrido

 

Ranucci, altro che i fake di Meloni: l’odio vero fa esplodere auto
DI DANIELE RANIERI
Negli stessi minuti in cui Giorgia Meloni denunciava l’atroce violenza di essere stata definita “cortigiana di Trump” dal segretario della Cgil Landini, il quale secondo lei voleva proprio intendere che la presidente del Consiglio presta servizio come prostituta a Mar-a-Lago, un ordigno esplodeva sotto l’automobile del giornalista e conduttore di Report Sigfrido Ranucci, già più volte minacciato e sotto scorta, noto per essere uno dei pochi giornalisti refrattari alla riverenza verso ogni potere. A volte la realtà sa essere didatticamente didascalica: sono mesi che i giornali di destra al servizio del governo denunciano un clima da strategia della tensione, in cui una fantomatica sinistra cospirerebbe con metodi sediziosi e antidemocratici contro il governo, e poi ti va a esplodere una bomba sotto casa di un giornalista della televisione pubblica. Il mondo fantasy costruito dai consulenti e fomentato dai servi della comunicazione governativa, nel quale i candidi ragazzi di Colle Oppio lottano contro i malvagi brigatisti di sinistra, si sgretola insieme al motore della macchina di uno dei pochi giornalisti liberi.
Erano quasi riusciti a farci bere la panzana che l’assassinio del trumpiano Charlie Kirk durante un comizio fosse per osmosi una specie di avvertimento da parte della sinistra ai trumpiani di casa nostra, in specie Meloni, che infatti ha ricominciato a ringhiare i suoi “non ci faremo intimidire” davanti ai cronisti usati come microfoni umani, dai quali non accetta domande. “Non abbiamo avuto paura ai tempi in cui potevi essere ammazzato a colpi di chiave inglese per aver scritto un tema sulle Brigate rosse e non abbiamo paura oggi. Non avremo paura domani perché tutto questo ci ha sempre e solo reso più consapevoli e più coraggiosi!”, ha urlato, esorbitando, alla festa di Gioventù nazionale. Il sottotesto di questa strategia di spin doctoring, per quanto incredibile, è: si inizia criticando il governo sui giornali e sui social, si finisce a sparare alla giugulare agli avversari politici. Pure la missione umanitaria e politica della Flotilla (500 persone di 44 Paesi pacificamente alla volta di Gaza) è stata fatta passare come un avvertimento ben orchestrato ai membri di governo (come no: in Nuova Zelanda non vedono l’ora di destituire Fazzolari).
L’intento dietro a questa operazione diciamo culturale è criminalizzare il conflitto sociale, marchiare il dissenso come potenziale incubatore del terrorismo e dell’attentato allo Stato. I giornali di destra hanno tenuto bordone a questa linea bislacca: il vero pericolo è rappresentato da chi manifesta per fare pressione sui democraticissimi governi europei che sostengono militarmente e moralmente lo Stato genocida di Israele, senza aver capito evidentemente che il vento è cambiato. Non a caso questo è il governo del decreto Sicurezza e dell’introduzione di 48 nuove fattispecie di reato per stroncare il dissenso (infatti sono aumentati tutti gli indici di criminalità); manifestare liberamente il proprio pensiero, diritto tutelato dall’anacronistica Costituzione, equivale a “odiare”, e i potenti non solo non vogliono essere disturbati, ma vogliono pure essere amati. Già Berlusconi, il cui profilo criminale è ben documentato, si professava capo del “partito dell’amore” per degradare il pensiero critico a passione irriflessiva, “l’odio” dei comunisti e dei magistrati nei suoi confronti (linea poi perseguita con minori fortune da Renzi, per il quale chi gli si opponeva era “gufo” e “rosicone”, invidioso dei suoi successi). Poiché alcuni manifestanti hanno spaccato vetrine (è lecito sospettare che si tratti sempre dei soliti soggetti, chissà se volontari o eterodiretti), la compagine meloniana ha evocato il fantasma di un’imminente marcia su Palazzo Chigi.
Di concerto, si è alimentata la fake news che ogni critica a Israele, e all’Occidente che ne ha sostenuto i crimini, fosse espressione di antisemitismo, una delle forme più infami di odio; uno degli effetti è stato che la ministra della famiglia Roccella si è prodotta in un imbarazzante carpiato logico, accusando le “gite a Auschwitz” organizzate dalle scuole di essere una mera strategia della sinistra egemone per mettere in cattiva luce il nazifascismo e sottovalutare il crescente (secondo lei) antisemitismo di sinistra; in fondo, fascisti e nazisti hanno solo costruito le camere a gas e i forni crematori in cui sono stati gassati e bruciati milioni di ebrei, vuoi mettere la violenza antisemita di scrivere su un muro “Palestina libera”? Intanto l’auto di Ranucci esplodeva, pochi minuti dopo che sua figlia vi era passata accanto, ed è difficile non collegare l’attentato con i temi che la sua trasmissione, più volte intimidita, querelata, diffamata e messa in pericolo da chi il potere lo detiene, affronta ogni domenica. Sarà stato qualche facinoroso della sinistra di piazza? O la colpa è di Ranucci che non si fa i fatti suoi?

Attorno a Sigfrido

 

Notizie bomba
DI MARCO TRAVAGLIO
La bomba contro Sigfrido Ranucci non è un attentato o un avvertimento a tutti i giornalisti. Magari lo fosse: vorrebbe dire che la democrazia è sana e il “quarto potere” funziona. Ma allora colpirne un singolo esponente sarebbe inutile, perché poi bisognerebbe colpirli tutti; anzi dannoso, perché si scatenerebbe la reazione di tutti. Invece di giornalisti come Sigfrido e gli altri di Report ce ne sono pochi, pochissimi: li conosciamo per nome e cognome perché quelli che danno notizie proibite e fanno domande indiscrete si contano sulle dita delle mani di un monco. La stragrande maggioranza degli iscritti all’Albo nessuno si sognerebbe di toccarla, perché non ha mai dato fastidio a nessuno e ha sempre fatto comodo a tutti. Quindi la bomba – qualunque ne sia la matrice – era contro Ranucci e Report, non contro una categoria popolata di soggetti che Sigfrido si vergognerebbe di chiamare “colleghi”. E chi l’ha piazzata è andato a colpo sicuro, nel senso che intorno a lui c’è quasi il vuoto. Contro Report – da Gabanelli a Ranucci – gran parte della politica si esercita da trent’anni al tiro al bersaglio, dalle destre al Pd alle frattaglie “riformiste” (la Gabanelli, uscita da Report per lavorare al portale delle news Rai, fu messa alla porta nella luminosa èra renziana, che aveva pure Ranucci nel mirino ben prima dell’avvento di “TeleMeloni”). La lista dei politici che chiedono di punire o di chiudere Report, e intanto lo coprono di cause civili e querele, è sterminata, fino alla patetica sceneggiata di Gasparri in Vigilanza con carota e cognac contro Ranucci “per dargli coraggio” (di cui carota e cognac sono notoriamente i simboli), essendo il Gasparri un celebre cuor di leone che denuncia chi lo critica e corre a piangere da mammà per l’immunità quando qualcuno lo querela perchè lui l’ha insultato.
Poi c’è la lista dei grandi gruppi economici e finanziari che, appena Report li sfiora, corrono in tribunale, peraltro con grave sprezzo del pericolo. Infine c’è la pletora di “giornalisti” e “critici televisivi” che, non contenti di leccare il potere, si scagliano pure contro Report perché ha l’ardire di smascherarlo, mettendoli in mutande. Sono gli stessi che ora attaccano Crozza, reo di fare satira solitaria in un Paese che, dopo il giornalismo, ha abolito pure quella. Gli stessi che, quando Assange era recluso in un’ambasciata e poi in un carcere a Londra, fischiettavano o gli davano della spia russa perché, diversamente da loro, faceva bene il suo mestiere. È questo il vero “isolamento” che espone al pericolo alcuni giornalisti, magistrati e figure di contro-potere: non il fatto di avere contro il potere (questo è fisiologico), ma di essere così pochi da sembrare strani o deviati. Quindi più facili da eliminare o silenziare.

L'Amaca

 

Il fantasma della libertà
di Michele Serra
Azzardo un pronostico (avvertenza: li sbaglio quasi tutti, per fortuna). Trump riuscirà a mettersi d’accordo con Putin a scapito dell’Ucraina, che dovrà cedere pezzi del suo territorio, e a scapito dell’Europa, che entrambi gli autocrati disprezzano perché imbelle e parolaia. L’accordo si farà perché la tendenza vincente, giunti a un quarto del nuovo secolo, è: più sicurezza, meno libertà. Più precisamente: acquistare sicurezza vendendo libertà.
Così è accaduto a Gaza, laddove l’autodeterminazione dei palestinesi è stato l’ultimo, ma proprio l’ultimo argomento della trattativa: se ne parlerà se e quando uno Stato di Palestina non rappresenterà più un pericolo o anche solo un fastidio per Israele, dunque probabilmente mai. Le libertà, così come i diritti umani, così come i famosi princìpi che stanno scritti su carte sempre meno lette (è anche questo un caso di crisi della lettura) sono sempre più sullo sfondo. In primo piano le armi, la tecnologia e i soldi, così come ha sottolineato Trump, con la sua impareggiabile boria, parlando alla Knesset.
Si dirà che la pace è sempre stata imposta con la forza e dunque dal più forte. Giusto. Ma è accaduto, a volte, che la pace fosse imposta anche dal più giusto, e il clima seguito alla fine della Seconda Guerra Mondiale fu un clima di liberazione condivisa, e di rinascita impetuosa di libertà multiformi: politiche, culturali, psicologiche. Qui si parla, schiettamente, senza fronzoli, di mettere in riga il mondo attorno al pugno atomico di americani e russi, e al pugno tecnologico di una ristretta oligarchia multinazionale. E tutto il resto è noia.

venerdì 17 ottobre 2025

Stupenda prefazione

 Marcello Foa ha scritto la prefazione per un ottimo libro che vi consiglio, da leggere con molto Maalox, sul lobbismo e soprattutto su Ursula. 

Il libro è scritto da un ex lobbista Frédéric Baldan e s'intitola "Ursula Gates: La von der Leyen e il potere delle lobby a Bruxelles" 

Questa è la prefazione 

di Marcello Foa 

Molte persone trascorrono gran parte della propria vita in quella che gli inglesi chiamano la «comfort zone». Studiano, si diplomano, creano una famiglia, trovano un lavoro, magari ben retribuito, non hanno problemi e quindi nessuna ragione per interrogarsi sul mondo in cui vivono e men che meno per porsi domande sugli aspetti etici del proprio mestiere. Psicologi e sociologi conoscono bene questi meccanismi: la sfera personale contribuisce in modo decisivo alla nostra visione del mondo e quando si sta bene nel proprio piccolo, tutto appare roseo, si diventa spontaneamente accondiscendenti verso le istituzioni e il sentire comune avvalorando, di conseguenza, la convinzione di essere in una democrazia autentica. C’è chi trascorre tutta la vita in questo stato di accomodante passività. Altri, invece, seppur ben inseriti nella società, a un certo punto della loro esistenza, sovente sull’onda di un evento imprevisto e sconvolgente, si scuotono, sono indotti a uscire dalla «comfort zone», iniziano a interrogarsi e a scrutare la realtà oltre le convenzioni. I più sinceri cominciano un viaggio scomodo, sfidante e al contempo illuminante alla ricerca della Verità. I più audaci vanno oltre, continuano a scavare e quando la scoprono, la Verità, negli ambiti di propria competenza, anziché rintanarsi disgustati, vanno avanti, denunciano pubblicamente, si espongono con l’intenzione di servire davvero la società e di preservarne l’autenticità dei valori. Una di queste persone è Frédéric Baldan, un belga di origine italiana, che di mestiere fa – anzi, faceva – il lobbista ovvero colui che promuove gli interessi di una società o di un settore in ambito legislativo, politico, istituzionale. Un mestiere difficile per le sue possibili implicazioni etiche ma utile, nonché legittimo, se svolto alla luce del sole, poiché è meglio che la difesa di certi interessi sia palese e regolamentata in modo serio e verificabile, anziché essere condotta nell’ombra con tutto quel che ne consegue. Baldan era un lobbista del settore aeronautico presso l’Unione europea, e da persona seria ha svolto il proprio mestiere rispettando le regole, in teoria severissime, della Commissione. 

Poi, però, un giorno tutto è cambiato. Si è accorto che quelle regole non valgono per tutti perché negli ultimi anni, nel silenzio dei media e nella diffusa accondiscendenza degli europarlamentari, proprio le istituzioni europee si sono trasformate sempre più in una casta incoerente, disinvolta, compiaciuta del proprio immenso potere, che pretende dagli altri il rispetto di norme che essa stessa tradisce con una disinvoltura e un cinismo raggelanti. E a portare a livelli inauditi questo doppio standard è innanzitutto chi dovrebbe brillare per trasparenza e correttezza, l’attuale presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Quando, in seguito alla crisi Covid, Baldan constata questa realtà, lo shock – per un europeista convinto quale è sempre stato – è enorme. E la trasformazione istantanea. Scava, trova riscontri e si ribella. Nasce così il nuovo Frédéric Baldan e dunque questo libro, che non è un pamphlet, né semplicemente l’ennesimo saggio di denuncia ma rappresenta molto di più, trattandosi di una testimonianza di straordinario coraggio e decisamente rara. Il lobbista Baldan, ispirato dal suo risveglio, denuncia innanzitutto il lato oscuro del mondo con cui ha convissuto per molti anni, quello delle lobby più potenti e che si dipana fra istituzioni nazionali e soprattutto internazionali come Onu, Oms e la stessa Ue, grandi multinazionali, finte attività filantropiche, think tank e centri studi solo in apparenza neutrali, servizi di intelligence, consessi di straordinario potere come il World Economic Forum o il Council on Foreign Relations. E lo fa con precisione, documentando tutte le sue affermazioni e le sue deduzioni. L’analisi di Baldan arricchisce la saggistica esistente sulla governance mondiale e sulla crisi della democrazia rappresentativa, in quanto è la testimonianza di un insider, in un settore, quello del lobbying, che non concepisce voci dissonanti e che nelle sue espressioni più forti fa dell’omertà professionale una caratteristica pregnante. Pochi, peraltro, denunciano il lato oscuro del proprio mestiere. Baldan, invece, ha rotto il tabù, descrivendo da dentro e con straordinaria precisione le tecniche di gestione del potere, come solo un lobbista (risvegliato) può fare. E pagando un prezzo altissimo, in prima persona, perché l’Unione europea gli ha congelato l’accredito di lobbista, impedendogli dunque di continuare a svolgere il proprio lavoro a Bruxelles. 

A fungere da filo conduttore del libro è ovviamente Ursula von der Leyen, di cui l’autore ricostruisce la vita svelando, contestualmente, ambiguità e buchi neri di quell’élite internazionale di cui è espressione; un mondo a cui è dedicata la prima parte del saggio. L’autore spiega con dovizia di dettagli e citazioni come, perché e dove vengono prese davvero le decisioni a cui a cascata Paesi, mondo economico e singoli cittadini sono indotti a uniformarsi, senza possibilità di interlocuzione o di partecipazione al processo decisionale. Fa nomi e cognomi ma, ed è un punto molto importante, non parte da un pregiudizio ovvero non cerca conferme a una sua convinzione, come fanno consapevolmente o inconsapevolmente altri autori, ma cerca e trova riscontri, andando, davvero, alla ricerca della verità. E quel che scopre lo indigna al punto da non riuscire a trattenere un irato sarcasmo nei confronti di colei che diventa la protagonista e l’emblema del declino etico e valoriale dell’attuale Unione europea: Ursula von der Leyen. Frédéric Baldan è colui che, seguito e poi assecondato da altre associazioni, ha denunciato penalmente la presidentessa della Commissione europea, a partire dall’incredibile vicenda degli acquisti dei vaccini anti-Covid concordati via Sms con il Ceo della Pfizer Albert Bourla, documentandone con straordinaria precisione le violazioni, formali e sostanziali. E il fatto che le sue denunce non abbiano finora permesso l’avvio di veri processi non fa che avvalorare la sua accorata analisi, dimostrando come il potere giudiziario in Europa, nonché i vari e altisonanti organismi di controllo, possano diventare sordi, ciechi e muti quando si tratta di esaminare violazioni che riguardano i vertici europei. Sono le logiche di una casta che dissimula, copre, stravolge l’interpretazione delle regole che la stessa Ue si è data, anche in barba alla tanto declamata separazione dei poteri. Altro che separazione! Quel che emerge da queste pagine è la prova di un’inaccettabile ambiguità di rapporti fra la von der Leyen, la Commissione europea, il potere giudiziario, gli organismi di controllo, nonché grandi gruppi economici internazionali, think tank, gruppi di pressione e ovviamente i media, colpevoli di omissione professionale. Un magma di cui gran parte degli elettori europei non è consapevole e che dimostra la vacuità delle istituzioni continentali e delle regole che dovrebbero tutelarci. 

Come possiamo noi europei pretendere di essere migliori dei tanti regimi non democratici che popolano la comunità internazionale, se alla prova dei fatti si scopre che le nostre società sono rette da oligarchie che agiscono al di sopra della legge, delle regole, del buon senso, senza rispetto del bene comune e senza tutelare le popolazioni? In questo libro troverete la prova di come la salute di centinaia di milioni di persone sia stata messa deliberatamente in pericolo nell’era del Covid, anteposta a ragioni di business, ma non solo. Scoprirete come la manipolazione percettiva e mediatica sia la norma nella gestione dell’opinione pubblica da parte di Bruxelles. Molti di voi strabuzzeranno gli occhi apprendendo che è stato Bill Gates diversi anni fa ad aiutare il governo cinese a creare e implementare l’orribile sistema di «credito sociale», che permette il controllo digitale di tutti i cittadini e l’estromissione dalla società civile di quelli che non si allineano alle aspettative del regime. E scoprirete molto su colui che oggi indossa i panni del filantropo che vuole salvare l’umanità e in realtà coltiva, dissimulandoli, colossali interessi anche ma non solo personali. Il titolo del saggio è declinato volutamente al plurale, non Ursula Gate ma Ursula Gates, perché le vicende della von der Leyen non riguardano solo scandali come l’acquisto dei vaccini Pfizer e Moderna ma anche altre vicende nonché, per l’appunto, i «giochi di prestigio» di Bill Gates. Scoprirete che Ursula von der Leyen si è fatta creare un alloggio all’interno della sede della Commissione europea, Palazzo Berlaymont, contrariamente ai suoi predecessori, che affittavano normali appartamenti a Bruxelles. Un’eccentricità verosimilmente non del tutto innocente perché un alloggio all’interno di un’istituzione europea comporta automaticamente l’acquisizione dell’immunità della sede diplomatica, inibendo qualunque perquisizione da parte della magistratura. Ed è sconvolgente apprendere che la Commissione europea disponeva dei riscontri per approvare cure semplici non costose ma molto efficaci contro il Covid ma che li ha volutamente ignorati al fine di poter presentare un vaccino sperimentale come unica soluzione percorribile per risolvere la crisi. Non stupisce che in Francia questo testo sia stato ignorato dai grandi media e ostacolato da diverse librerie. È un libro verità, scritto da un autore che mette a rischio la sua carriera professionale, motivato dal desiderio di onorare davvero i valori di giustizia, autenticità della democrazia, altruismo in cui crede con tutto se stesso. E in cui continuiamo a credere anche noi. 


Vamos!

 


Da semrpre, si sa, la Verità fa male. Anni di attacchi, di dileggiamenti, di fregnacce, di tentativi di silenziarlo hanno portato a questo. Ma Sigfrido è tosto e forte! E, soprattutto, è un Giornalista. Il Bazzone, Neo Bruno, il Porro, l’Occhio Strabico invece fanno sonni tranquilli, alterando verità peripateticamente. Forza Sigfrido!

Pensieri giusti

 



Svelamento