sabato 13 settembre 2025

L'Amaca

 

Amici, nemici e niente in mezzo
di MICHELE SERRA
Quando si dice che è morta la dialettica, sopraffatta dal metodo binario “giusto/sbagliato”, “amico/nemico” imposto sui social (o imposto dai social, a seconda che si metta l’accento sulla prepotenza degli utenti o sulla sregolatezza del mezzo), non si dice qualcosa che riguarda gli appassionati di filosofia o gli intellettuali. Si dice qualcosa che riguarda la società intera e il popolo in primo luogo, perché meno munito di altre fonti di informazione e luoghi di espressione.
Il pauroso clima di odio che sta prendendo piede in America, quello spezzarsi in due metà in guerra, o di qua o di là, è anche figlio dei social. L’erosione progressiva del grigio, del tempo per riflettere, dell’esitazione nel giudizio, della voglia di confrontarsi non per sopraffare l’altro ma per conoscerlo e magari convincerlo, non solo non è un dettaglio: è una cancrena. I social hanno tribalizzato la comunicazione politica, e come dice Safran Foer “la violenza non richiede eserciti; ha solo bisogno di vicini che smettano di credere l’uno nell’altro. Il pericolo non è solo nelle fantasie di vendetta ai margini, ma nell’esaurimento del centro”.
Questo esaurimento del centro è al tempo stesso un fenomeno sociale, culturale e politico. Sociale: perché scompare il ceto medio e si radicalizza la divisione in ricchi e poveri; culturale: perché muore la dialettica; politico: perché gli estremisti riempiono la scena per intero, e possono addirittura diventare presidente, come Trump che è violento e bugiardo in ogni singola sillaba che gli esce di bocca e proprio per questo — certo non per i suoi meriti — ha vinto. Che fare?
Prepararsi al peggio e tenere duro. Ed essere contenti di vivere in paesi dove le armi da fuoco in mano ai privati sono pochissime.

venerdì 12 settembre 2025

Marche e...

 



Dubbio

 



All'armi!

 



Ritratto

 

Kim Jong-un, Celeste dittatore con il debole per le uccisioni show
DI PINO CORRIAS
Se non fosse vero e catastrofico per il suo popolo, Kim Jong-un, il Celeste Dittatore Comunista della Corea del Nord, sarebbe un perfetto fumetto per questi tempi crudeli e insieme svalvolati, atroci di ingiustizia, osceni in prepotenza, dove sfilano a migliaia sfavillanti armi e divise dentro le piazze della propaganda delle autocrazie, e insieme fiumi di sangue su popoli ridotti in polvere e stracci e macerie, in fuga verso il nulla.
Kim ama le armi, le fuoriserie, le riunioni notturne e le fucilazioni. Ha ereditato il potere assoluto dal nonno divino, “generato dal sacro Monte Paektu”, e dal padre “il Caro Leader”. Lo ha mantenuto costellandolo di esecuzioni spettacolari dei suoi oppositori liquidati con il veleno, i plotoni con mitragliatrici antiaeree, il lanciafiamme. A cominciare dallo zio che fa arrestare in pieno Comitato centrale e poi giustiziare per “avere battuto le mani senza entusiasmo”.
L’abbiamo appena rivisto avanzare in total black tra i giganti dell’altro mondo Xi Jinping, Narendra Modi, Vladimir Putin, sotto il cielo armato di Pechino, dopo avere parcheggiato il suo treno personale, detto “Il Sole”, con cui si sposta, un giocattolo di sei vagoni, talmente blindato da non superare mai i 60 chilometri all’ora, tre giorni di viaggio da Pyongyang. Vagoni e vettovaglie extralusso. Con generali vivi al seguito, aragoste e fois gras, le sue tre passioni, oltre all’astro nascente della figlia Ju-ae, al suo primo viaggio internazionale che gli esperti dei riti nordcoreani segnalano come investitura per la successione, anche se nessuno sa molto di lei, forse ha 12 anni, forse 13, e il babbo l’ha presentata al mondo nel 2022, facendola fotografare in piumino bianco tra lui e il missile balistico intercontinentale ICBM alto 35 metri che svettava alle loro spalle, con il suo messaggio di imminente minaccia.
Il potere, al momento, gli sorride. Ha spedito qualche migliaio di soldatini a farsi macellare sul fronte del Donbass, in omaggio “al caro fratello” Vladimir in cambio di visibilità internazionale e di petrolio. Incassa gli aiuti dalla Cina, cibo, armi, tecnologia. Oltre a una rete segreta di 90 paesi che secondo la Commissione Onu gli garantisce approvvigionamenti di beni sottoposti a sanzioni come automobili, iPhone, vestiti, vini, liquori, destinati alle alte gerarchie militari, solo le briciole per i 23 milioni di nordcoreani per lo più contadini, inchiodati a una povertà atavica e a ricorrenti carestie. Nel frattempo perfeziona il suo arsenale nucleare inaugurato dal padre nel 2006 e a intervalli bipolari spedisce missili nel Mar del Giappone, tanto per tenere i vicini con i nervi tesi. Mentre con i nemici di sempre, la Corea del Sud dell’odiata e ricca Seul, bypassa il confine più militarizzato del mondo che dal 1953 corre lungo il 38esimo parallelo, affidandosi a incursioni hacker di una unità speciale di maghi del computer impegnati 24 ore su 24 nella cyberguerra più segreta di sempre. Ma neanche disdegna visibilissimi dispetti, come nel maggio dell’anno scorso, quando per un mese bombardò i cieli della Sud Corea con palloni aerostatici pieni di escrementi umani e animali, cicche di sigarette, spazzatura, volantini di insulti, in risposta ai palloni che Seul spediva nel Nord, pieni di usb con serie televisive e musica K-pop proibite dal regime. In quanto alla nuova America di Trump e al netto di qualche reciproco insulto preventivo, Kim e Donald se la intendono. Dopo averlo chiamato Chubby Brat, il “marmocchio paffuto” e The Nut Job, “lo svitato”, Trump lo ha incontrato tre volte durante la sua prima presidenza, con diplomazie al lavoro per “migliorare i reciproci rapporti”. E lo scorso agosto ha annunciato un nuovo incontro “entro l’anno”. Con Kim che gli ha addirittura proposto di costruire una Trump Tower a Pyongyang, offerta gradita quanto l’hamburger che si sono ripromessi di mangiare insieme.
A parte il taglio di capelli all’ascia, i giubbotti di pelle su misura e le insonni paranoie, non si sa molto di lui, neppure la sua data di nascita, forse il 1983. Allevato nel lusso dei palazzi segreti, il piccolo Kim ha trascorso l’adolescenza nei collegi svizzeri e tedeschi sotto le mentite spoglie di figlio di un impiegato dell’ambasciata coreana. Salvo che nella casa di Berna aveva un cuoco, un tutor, una pattuglia di guardie del corpo.
I compagni di scuola lo hanno descritto come diligente, introverso, appassionato di basket e Playstation, non un ragazzino memorabile, salvo la ricchezza e l’appetito. Per la laurea in Informatica ha prudentemente scelto l’università militare di casa, intitolata al nonno e governata dal padre, dunque promosso a pieni voti.
L’ascesa al potere è stata rapida e spietata. Secondo i dossier dei servizi segreti occidentali, cinque dei sette dignitari che trasportavano la bara del padre, spariranno o moriranno nei mesi in cui perfeziona la sua nuova squadra di fedelissimi. Gli analisti americani che lo studiano con la pazienza degli entomologi lo descrivono “capriccioso, lunatico, cattivo”. Gli viene persino attribuita l’esecuzione di un nemico gettato nudo dentro una gabbia di cani affamati. Favola nera che non gli dispiace e che non si sogna di smentire. Mentre è avvenuta davanti alle telecamere dell’aeroporto di Kuala Lumpur e poi del mondo, 23 febbraio 2017, l’omicidio del fratellastro liquidato da due agenti, con una dose di gas nervino.
Tutto quello che lo riguarda è mortale segreto di Stato. Nessuna critica è consentita. A cominciare da quando il padre, per i suoi 8 anni, gli regala la divisa da generale e tutte le autorità militari ricevono l’ordine di inchinarsi davanti a lui.
Da allora vive nel perfetto isolamento della sua corte, circondato da deferenza e terrore. I media lo chiamano “Maresciallo della Nazione, “Presidente supremo”, “Sole splendente”, “Genio tra i geni”. Ossessionato dalla sicurezza vive circondato da un reparto speciale di guardie del corpo, che comprende assaggiatori e sosia. Ma sa come farsi male da solo: fuma due pacchetti di sigarette Yves Saint Laurent al giorno. Beve troppo Johnny Walker, è goloso di dolci, pesa 130 chili e da quando ha 36 anni è ammalato di diabete.
Oltre alla figlia, il solo legame speciale esibito è con la sorella Kim Yo-jong, 38 anni, che pare sappia fronteggiare i suoi eccessi d’ira. Furori che di quando in quando corrobora con la minaccia nucleare verso il nemico Occidente. È tutto lì il suo peso geopolitico. Il resto è un buco nero di arbitrio e oscurità, che fino a ieri sembrava un residuo d’altro secolo, ma ora risulta sempre più in sintonia con quello nuovo.

Bleah!

 

Raccolta rifiuti
DI MARCO TRAVAGLIO
Prima la notizia tragica, poi quella tragicomica. Il Parlamento Ue ha partorito, dopo lunghe doglie, la risoluzione “Gaza al limite: l’azione dell’Ue per combattere la carestia, l’urgente necessità di liberare gli ostaggi e procedere verso una soluzione a due Stati”. Se uno si ferma al titolo, ne deduce che a Gaza è scoppiata una carestia, ci sono degli ostaggi da liberare e lo Stato di Palestina da riconoscere. Se invece legge il testo, scopre pure che urge sanzionare dei “coloni violenti” e sospendere “parzialmente” gli accordi commerciali tra Ue e Israele, che comunque “ha diritto di difendersi”, ma senza esagerare. A noi era parso che il 7.10.23 Hamas avesse trucidato 1200 civili israeliani e ne avesse sequestrati 239 al confine con Gaza lasciato incustodito da Netanyahu, che poi per 23 mesi ha sterminato circa 70 mila palestinesi, quasi tutti civili, ridotto alla fame gli altri 2,3 milioni e, nei ritagli di tempo, attaccato Cisgiordania, Libano, Siria, Iran, Iraq, Yemen e Qatar nella totale impunità. Ora, se l’Ue serve come collutorio per sciacquare bocche e coscienze, la risoluzione è perfetta. Fa fine e non impegna. Invita gli Stati che ancora non l’han fatto a riconoscere lo Stato di Palestina, che non esiste anche perché l’Ue non fa nulla perché esista. E blatera di sanzionare coloni violenti che in Europa non mettono piede, dunque se ne fregano. Se invece l’Ue vuole contare qualcosa, oltre a preparare la guerra alla Russia dovrebbe fare tutto ciò che è in suo potere per fermare Netanyahu: basta rapporti commerciali e armi a Israele. Proprio ciò che non c’è nella risoluzione. Che fa ribrezzo non perché non parla di genocidio: ognuno lo chiami come vuole, purché faccia qualcosa. Ma l’Ue continua a non fare niente, quindi finirà dove merita: nella pattumiera della Storia.
La notizia comica è la copertina di Door, l’inserto patinato di Repubblica sull’arredamento. Titolo: “Il mondo di sotto”. Foto: una botola aperta su un bunker antiatomico. È – si legge nel civettuolo editoriale – la nuova “ipotesi di lavoro per ingegneri e architetti”. Un bosco verticale a testa ingiù, versione horror. “Ci saranno piscine, camere iperbariche, ospedali, palestre, grandi finestre affacciate su tramonti digitali”. Una figata: “Metà della popolazione occidentale pensa che entro il decennio scoppierà una nuova guerra mondiale”. Quindi, anziché battersi contro i governi che vi ci stanno trascinando, “raccontiamo chi ha iniziato a progettare, arredare e vendere questa ‘realtà reinventata’”. Una graziosa “Apocalisse a 5 stelle” garantita da una ditta Usa con “un arcipelago di fortezze sotterranee per una sopravvivenza deluxe… Benessere psicologico, comfort e zero compromessi”. E, si spera, un’ambulanza per portar via questi malati di mente.

L'Amaca

 

Uguali in morte diversi in vita
di MICHELE SERRA
Con ogni probabilità è un fanatico politico di sinistra ad avere ucciso il fanatico politico di destra Charlie Kirk, megafono di quasi ogni abominevole idea oggi al potere in America (suprematismo bianco e culto delle armi da fuoco in primo luogo). Tutti diciamo e pensiamo (ed è sacrosanto pensarlo e dirlo) che ogni idea, anche la più detestabile, va discussa apertamente e lealmente; e che l’omicidio politico è un crimine orribile, e lo è tanto più in una nazione che ne ha fatto sempre uso abbondante per l’ovvia ragione che è il luogo più armato del mondo, e c’è una proporzione evidente tra il numero delle armi in circolazione e la probabilità che qualcuno le adoperi.
Ma se i killer politici sono tutti uguali e spregevoli, non sono così uguali tra loro le vittime. Jo Cox, la deputata laburista inglese uccisa a pugnalate per la strada da un fascista, era in prima fila nella lotta alla discriminazione razziale. I settantasette adolescenti inermi massacrati da Breivik erano socialisti e pacifisti, e non una parola d’odio apparteneva al loro linguaggio. I due deputati dem del Minnesota assassinati in casa loro, nel giugno scorso, da un antiabortista che voleva “purificare l’America dai dem”, non volevano purificare l’America da nessuno. E, per rifarsi ai grandi delitti politici, Luther King, i due Kennedy, Olof Palme non sono stati uccisi per avere incitato all’odio, ma perché si battevano per diritti e libertà. E Rabin venne ucciso da un fanatico ortodosso perché voleva negoziare con i palestinesi.
È ugualmente inaccettabile morire per le proprie idee, ma non è per niente uguale vivere esaltando la superiorità di una razza sulle altre, o di un popolo sugli altri, e vivere lavorando per l’uguaglianza e la pace tra gli esseri umani.