venerdì 4 luglio 2025

Servilismo estremo

 

La serva serve
DI MARCO TRAVAGLIO
Se la padrona si giudica dai servi che si sceglie, la Meloni è messa maluccio. Bocchino, con grave sprezzo del cognome, l’ha appena candidata al Nobel per l’Economia. E chissà come l’ha presa Brunetta, che anni fa all’ambìto riconoscimento si era autocandidato, come i gatti che si leccano il culo da soli. O come B., che passava il tempo a congratularsi con se stesso: “Sono il miglior presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni”, “sono l’unto del Signore”, “sono alto un metro e 71”, anticipando la vasta servitù che teneva a libro paga in FI, aziende, giornali, tv, case editrici. E che comunque non risparmiava la saliva: “È un ragazzo della via Paal: troppo buono” (Sgarbi), “Ha un aspetto fanciullesco che mi ricorda Mozart”, “è come Gengis Khan”, “un’opera pop” (Ferrara), “Ci parla proprio come un padre” (Fede), “Sono unilateralmente innamorato di lui” (Alfano). Letta era romanista e Fede juventino, ma per Lui passarono al Milan. Più o meno le stesse lingue umettarono poi, in sequenza, le terga di Napolitano (“va al cinema e paga il biglietto”, Corriere), Monti (ah, quel loden così sobrio!), Renzi (“il fidanzato d’Italia, quello strano fluido della Leopolda”, Rep), Mattarella (“È di filigrana sottile, il Cristo col sorriso dolce e amaro di una vita investita dalla tragedia”, Merlo, Rep), Draghi (“atterra con la sua astronave a Montecitorio già di mattina per studiare il terreno e gli abitanti del nuovo pianeta… Nella Sala dei Busti persino De Nicola e De Gasperi si guardano e sembrano sorridere”, Bei, Rep).
Ora da tre anni, tolte quelle defunte o avvizzite e aggiunte le novizie, si dedicano h 24 alla Meloni: “Madonna Giorgia” (Ferrara), “una fuoriclasse, avercene” (Concita De Gregorio), “può essere la nuova Merkel” (Bisignani), “una pop star internazionale”, “l’Uomo dell’Anno”, “la mamma di ferro” (Sechi), “Tam tam tra i migranti: ‘Ora c’è la Meloni, non partiamo più’” (Sallusti), “ha realizzato una specie di veni, vidi, vici in chiave moderna” (Folli), “I Meloneskin” (Foglio), “Regina Giorgia”, “Instancabile, lavora pure il dì di festa” (Corriere), “ex brutto anatroccolo trasformatosi in cigno” (Polito el Drito), “la più brava tra gli europei” (Tronchetti Provera), “la Papessa, tutti vogliono incontrarla” (Riformista), “premier senza ombre”, “Kingmaker d’Europa”, “Regina d’Europa” (Vespa). Ma anche, volendo, Madre purissima, Madre ammirabile, Sede della Sapienza, Causa della nostra letizia, Porta del cielo, Stella del mattino, Salute degli infermi, Rifugio dei peccatori, Consolatrice degli afflitti, Aiuto dei cristiani, Regina della famiglia, Regina della pace. E naturalmente Nobel per l’Economia. Diceva Benito Mussolini: “Come si fa a non diventare padroni di un Paese di servitori?”.

giovedì 3 luglio 2025

Maledetti!

 



L'Amaca

 

Alex, che voleva cambiare il gioco
di MICHELE SERRA
Oggi è il trentesimo anniversario della morte di Alexander Langer, che decise di andarsene quando non aveva ancora cinquant’anni. Fu tante cose, così tante che quasi imbarazza ricordarlo in uno spazio così piccolo.
L’attività di intellettuale e quella di politico erano, per lui, semplicemente la stessa cosa: indistinguibili, come se il pensiero non fosse possibile senza la politica e viceversa. Internazionalista e umanista, si definiva facitore di pace — non pacifista — e si vergognò a morte, da europeo, dell’insussistenza e della viltà dell’Europa durante l’orribile guerra tra le micro-nazioni della fu Jugoslavia. Pochi giorni dopo la sua scomparsa, come in un passaggio di testimone tra gli offesi e i carnefici, a Srebrenica i serbo-bosniaci massacrarono la popolazione musulmana come si fa con i tonni nella tonnara. Il genocidio era tornato in Europa.
Verrebbe da pensarlo come uno sconfitto, perché quasi nulla di ciò che avrebbe voluto è accaduto in Europa e nel mondo, e quasi tutto ciò che non voleva — il nazionalismo, la divisione, la guerra — è accaduto e continua ad accadere. Negli ultimi trent’anni sembra spazzata via la possibilità stessa di una diversa umanità, più fantasiosa delle nazioni, più intelligente della violenza, più pensosa, profonda e gentile. Il format del maschio prepotente e incolto domina la scena: nel gioco dei contrari, per immaginare Langer basta pensare al preciso opposto di Trump.
Però basta rileggere, o leggere, Il viaggiatore leggero, il libretto Sellerio che raccoglie alcuni dei suoi scritti, per ritrovare la voglia di battersi, diciamo così, proprio su un altro piano. A un altro livello, con altri mezzi, altre parole. Come se la vera posta in palio non fosse battere il nemico, ma cambiare il campo di gioco e le sue regole.

Gattopardo

 

La Ue si divide sui prossimi tagli alle emissioni
DI VIRGINIA DELLA SALA
In Europa si susseguono le ondate di calore, ma alla Commissione guidata da Ursula von der Leyen non deve esser chiara la componente antropica di questo disastro. Ieri, i funzionari di Bruxelles hanno comunicato ufficialmente la proposta del nuovo obiettivo per ridurre le emissioni climalteranti e raggiungere lo “zero” al 2040. L’esecutivo comunitario doveva fissarlo dopo aver già identificato il traguardo, vincolante, del taglio del 55% delle emissioni rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030 e la neutralità climatica entro il 2050. Per il 2040, la proposta prevede il taglio del 90% delle emissioni.
L’obiettivo è poco ambizioso principalmente per due motivi: il primo, il Consiglio consultivo scientifico dell’Ue suggeriva una riduzione tra il 90 e il 95%; il secondo è che viene prevista una importante clausola di flessibilità: fino al 3 per cento delle riduzioni può provenire dall’acquisto di crediti di carbonio dall’estero a partire dal 2036. Questo sarebbe “un trucco contabile” secondo ambientalisti ed esperti, con cui si prova a camuffare l’insufficienza di interventi “domestici” piantando alberi e spendendo soldi all’estero. Eppure, la proposta pare scontentare tutti e ora dovrà affrontare Europarlamento e Stati membri. Ungheria (“Proposta folle”) e Francia, ad esempio, si sono già messe di traverso.
Da giorni, il presidente francese Emmanuel Macron sostiene infatti l’idea di rinviare l’obiettivo del 2040 per sganciarlo da un’altra scadenza. L’Onu ha infatti chiesto a tutti i Paesi di comunicare entro settembre, dunque in tempo per la Cop30 autunnale – il vertice mondiale sul clima – il traguardo al 2035 previsto dagli Accordi di Parigi. È il cosiddetto “contributo determinato a livello nazionale” (Ndc) e, logica suggerisce, è influenzato da quello del 2040. Dunque più è debole e in ritardo quest’ultimo, più lo sarà quello al 2035. Anche la Lega ha criticato la nuova proposta: “È scollegata dal mondo reale, vuole distruggere l’industria”. Le concessioni di Ursula von der Leyen sulla flessibilità e i tempi lunghi, necessari per una questione così “delicata” e “politica” (parole del commissario per il clima Vopke Hoekstra) potrebbero non essere bastate a costruire una maggioranza solida. La proposta era ostacolata sia dagli stati membri – l’Italia chiedeva una riduzione all’85% massimo – ma anche dallo stesso Partito popolare europeo (Ppe) che, ancora una volta in linea con le voci critiche dei conservatori e dei partiti di destra, nei mesi scorsi avevano giudicato il target climatico troppo ambizioso. Il posizionamento del partito centrista, che esprime la presidente della Commissione Von der Leyen, ancora una volta è stato in linea con il progressivo smantellamento del Green Deal tanto caro ai partiti di estrema destra in nome della difesa dell’industria, delle piccole imprese, del progresso e dei consumatori.
“L’Europa – ha detto Mohammed Chahim, deputato olandese e responsabile per il clima del gruppo di centro-sinistra Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici (S&D) – ora rischia di sottrarsi alle proprie responsabilità, inquinando in patria e piantando alberi all’estero per comprarsi una coscienza pulita”. Nei giorni scorsi, i socialisti hanno iniziato a minacciare la presidenza di ritirare il proprio sostegno. Il premier spagnolo Pedro Sánchez finora ha appoggiato e sostenuto il voto con il Ppe, facendosi da garante di una alleanza che inizia a scricchiolare. La Spagna, infatti, esprime anche la vice presidente della Commissione Ue, Teresa Ribera, responsabile della transizione verde, che in un’intervista al Financial Times aveva proprio raccontato come molti Paesi stessero spingendo per indebolire l’obiettivo, oltre a essere l’unica a essersi opposta al naufragio della norma contro il greenwashing, voluto da destre e Ppe e materialmente affossata dall’Italia. Ora, se il suo governo dovesse cadere, gli equilibri potrebbero saltare anche nella Ue, dal Consiglio all’Europarlamento.

Natangelo

 



Ci innescano

 

Le guerre degli altri
DI MARCO TRAVAGLIO
Gli sgovernanti europei sono talmente masochisti che prima del vertice Nato dell’Aia tremavano all’idea che Trump rinnegasse l’articolo 5 del Trattato Atlantico: quello che obbliga tutti i Paesi membri della Nato a entrare in guerra per difenderne uno se viene attaccato. Ma quell’articolo, ormai anacronistico, è una minaccia soprattutto per noi. Aveva un senso nella guerra fredda, quando Nato e Patto di Varsavia rispettavano le linee rosse e si guardavano bene dall’attaccare o provocare Paesi del campo avverso. Poi la Nato iniziò a provocare la Russia aggredendo i suoi alleati (Serbia, Iraq, Libia, Iran) e destabilizzando i suoi vicini di casa, inglobandoli nell’Alleanza, organizzando esercitazioni militari, rovesciando i governi con rivoluzioni “colorate” (d’oro come il dollaro e la sterlina), discriminando le minoranze russe, armando squadroni della morte, annullando o contestando elezioni di esito sgradito. E Mosca, appena poté, cominciò a renderci pan per focaccia.
Finora Mosca non si era mai sognata di attaccare Paesi Nato. Ma ora, col folle riarmo dell’Europa, comincia a guardarla con altri occhi. Anche perché tutti dicono di riarmarsi contro Mosca. E i più vicini alla Russia, dai Baltici alla Polonia, dalla Finlandia alla Germania, dicono apertamente di prepararsi a farle la guerra. I Baltici discriminano le minoranze russe e la loro lingua con leggi nazionaliste modello Ucraina. E ora, insieme alla Finlandia e alla Polonia, disdettano la convenzione di Ottawa contro le mine anti-uomo per disseminarle lungo il confine russo: una mossa criminale che si può capire se la fa l’Ucraina pseudo-democratica e aggredita, ma che meriterebbe le peggiori sanzioni europee a Paesi democratici che non sono in guerra. Invece, dopo le bombe a grappolo e all’uranio impoverito, sdoganiamo anche le mine, purché anti-russe. Del resto assolviamo da tre anni il terrorismo dell’“alleata” Ucraina che manda in giro i suoi 007 a far saltare gasdotti e petroliere (già cinque in acque italiane da inizio anno) e assassinare ragazze innocenti, giornalisti, blogger, politici e attivisti russi o filorussi, senza che nessuno li fermi o li punisca, anzi continuiamo ad armarli fino ai denti. Se, ora che gli Usa hanno smesso, qualcuno a Est vuol provocare un intervento russo e fare la fine dell’Ucraina, liberissimo. Ma che c’entriamo noi italiani, spagnoli, francesi e così via? Perché mai dovremmo mandare i nostri figli a morire in qualche altra guerra provocata dalle presunte vittime? Se avessimo la forza e gli attributi per fermarle, non rischieremmo nulla. Ma siccome siamo governati da nani vigliacchi, i primi a contestare l’articolo 5 dovremmo essere noi. Non avendo nemici, è ora di piantarla di dissanguarci per i falsi amici.

Non mi viene altra parola!

 

Pur avendo consultato lo Zingarelli, non riesco a trovare un altro termine affine a quello che ho in mente, ovverosia coglione!