mercoledì 28 maggio 2025

Natangelo

 



Mi sta proprio sulle ciap!

 

Fortuna e spocchia del gran perdente che vuol esser Reagan

Zero carisma ed empatia. Di famiglia bene, nostalgico del nonno nazista, sconfitto da Merkel per la guida della Cdu, uomo di BlackRock, al mendicante che gli ritrovò il computer non diede alcuna ricompensa
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Ci vuole la storia di un mendicante per capire di che pasta è fatto il più ricco politico di Germania, il nuovo Cancelliere Friedrich Merz, 69 anni, che ha messo i cingoli all’esercito tedesco, si candida a guidare il riarmo d’Europa e a spedire i missili Taurus all’Ucraina in grado di volare per 500 chilometri dentro la Russia. Il mendicante che serve lo scopriremo tra un po’.

Diremo, per cominciare, che Merz è un perdente di grande successo. Vent’anni fa, Angela Merkel lo asfaltò dopo una vigorosa battaglia all’interno della Cdu, il partito cristiano democratico che li ospitava entrambi in qualità di “allievi prediletti di Helmut Kohl”, il patriarca. “Volevamo comandare tutti e due” dirà a consuntivo la Merkel. Ma erano incompatibili anche al colpo d’occhio. Lei solida, quadrata, fredda. Lui allampanato con i suoi quasi due metri di altezza, svelto di eloquio, ma troppo irruento.

Lei vinse. Lui si allontanò dalla politica per indossare con massima disinvoltura il gessato dell’avvocato dei ricconi. Scalò dodici consigli di amministrazione per poi accomodarsi alla presidenza dell’americana BlackRock, il più grande fondo di investimento del mondo e moltiplicare fino al cielo il suo reddito di multimilionario. Vent’anni dopo, anno 2021, arriva la sconfitta elettorale della Cdu. E mentre declina Angela Merkel, dopo 16 anni di cancellierato e di tailleur multicolor, ecco che rispunta Merz, stavolta per incassare la candidatura a premier spostando a destra del centro l’asse del partito: meno immigrazione, meno tasse, più investimenti nelle tecnologie e nelle armi. Vince alla sua maniera, perdendo voti, “con uno dei peggiori risultati di sempre”, ma abbastanza per la festa notturna del 23 febbraio con tripudio di ballerine, coriandoli, sassofoni. Pronto a dettare ai socialdemocratici le nuove regole della coalizione. Salvo inciampare (ancora!) al momento della investitura a decimo Cancelliere della Repubblica, scivolando al primo scrutinio in minoranza di 6 voti, cosa mai accaduta dal 1949, con scandalo a seguire e campane a festa della Afd, i neonazi guidati da Alice Weidel, che con il 20 per cento del voto nazionale appena rastrellato, vorrebbero le elezioni anticipate. Ma è solo una scossa elettrica. Merz si rialza quello stesso pomeriggio del 6 maggio, dopo la caccia ai franchi tiratori, un rapido regolamento di conti, il nuovo voto del Bundestag, con definitiva investitura, che per il momento incorpora l’avvertimento senza altre scosse.

Controverso personaggio è il ritrovato Friedrich Merz. Viene da una ricca famiglia della Germania Occidentale, dal paese di Brilon, vicino a Dortmund, dove ai tempi del trionfo nazista il nonno materno era sindaco, intitolò le strade centrali a Hitler e a Göring, anche se il nipote in questi anni s’è sgolato a difenderlo, descrivendolo talmente bravo “da essere stato riconfermato dai britannici”, dopo la guerra. Friedrich cresce storto. Intemperanze e litigi gli valgono ripetizioni e bocciature. “Sono stato un ragazzo selvaggio”, ha scritto nella sua autobiografia, con la passione delle armi, del poligono di tiro, ma specialmente del volo, possiede un biplano a elica che guida personalmente. Una volta, invitato dalla Legione Straniera in Corsica come ospite d’onore, accetta la sfida di lanciarsi con il paracadute nella piazza della festa, anche se non l’aveva mai fatto prima. E non lo rifarà mai più in seguito – se la cava con qualche acciacco – secondo la testimonianza del suo amico John Schmitz, viceconsigliere di George W. Bush.

Raddrizza la sua vita con l’università, con la politica e poi con la carriera di avvocato. Si sposa con una donna giudice con la quale ha cresciuto tre figli, dentro a un matrimonio senza scosse. Viaggia nel partito fino all’incontro con il suo vero mentore Wolfgang Schäuble, architetto con Kohl della riunificazione, l’inflessibile ministro della Finanze negli anni dell’Europa a trazione tedesca. È lui che lo spedisce a Bruxelles alla conquista del suo primo seggio da eurodeputato, anno 1989. E cinque anni dopo al Bundenstag. È dinamico e influente. I giornali lo accusano di essere anche arrogante. Lui scherza: “È solo perché sono alto 1,98 e mi tocca guardare la gente dall’alto”. Si definisce “conservatore valoriale”, membro “della classe media superiore”. Si vanta di passare “cento giorni l’anno” in Inghilterra e in America dove “parlando inglese”, dice, “ho imparato a conoscere la Germania”. Ammira Reagan e la reaganomics. La declina nel suo libro Osare più capitalismo, dove la tesi di fondo è: tasse e burocrazie leggere, investimenti e produttività pesanti.

Mentre declina la stagione socialdemocratica di Olaf Scholz, lui riunisce 35 teste d’uovo nei saloni di Villa Adenauer con vista sul Lago di Como, per scrivere il programma della sua rivincita, intitolato “Agenda 2030”. Che vuol dire: sostenere i mercati azionari, rallentare “gli eccessi del Green Deal”, ridurre i sussidi. Liberarsi dai vincoli di bilancio, puntare 100 miliardi di euro sul riarmo, schierarsi in prima fila con Macron e Starmer in difesa di Kiev. E contro la Russia dichiarare: “La pace si può trovare in qualsiasi cimitero. È la nostra libertà che dobbiamo difendere”. In quanto allo sterminio a Gaza, una delle prime telefonate da cancelliere è a Netanyahu per rassicurarlo: “La sicurezza di Israele fa parte della ragion d’essere della Germania”.

Stessa accelerazione in difesa della identità nazionale, dicendosi pronto, in campagna elettorale, a dichiarare “lo stato di emergenza” contro l’immigrazione clandestina e l’islamismo. Con rotta perigliosamente convergente a quella xenofoba di Afd, per poi allontanarsene con promessa formale: “Non aprirò le porte dell’inferno”.

I giornali e l’establishment non si fidano del tutto della sua eccessiva flessibilità che ondeggia dal rigore finanziario di un tempo alle promesse populiste di oggi. Troppi proclami e almeno un aneddoto per rivelarne il carattere. Quello di un mendicante che nel 2004, alla stazione di Berlino, trova il laptop che Merz ha appena smarrito. Vale un tesoro, ma ugualmente il mendicante lo consegna alla polizia, che informa i Servizi segreti e il titolare. L’inchiesta accerta la buona azione. Il mendicante aspetta la ricompensa che una settimana dopo compare nella casella del dormitorio per homeless: una copia del libro del futuro cancelliere, intitolato: Solo chi cambia sopravvivrà. Con firma autografa del milionario e nemmeno l’ombra di un pasto caldo.

martedì 27 maggio 2025

In rampa

 



Selvaggia e il circo mediatico

 

Dna, esorcisti e comunisti: Sempio rovinato dai legali
DI SELVAGGIA LUCARELLI
Misteri italiani. Perizie su fotografie, macchie di sangue che ci sono e non ci sono. E il “supertestimone” conosciuto come “Pirlòn”
Ieri, Massimo Lovati, avvocato di Andrea Sempio, ha detto che il suo assistito è un “comunista disadattato” e che la vicenda Poggi è legata a una storia di esorcismi. In effetti la dichiarazione sembra frutto di un fenomeno di possessione: l’avvocato era chiaramente posseduto da Italo Bocchino. Non sappiamo se sia stato poi esorcizzato o se si aggiri per Garlasco dando dell’antisemita a Stasi e delle sinistroidi alle sorelle Cappa, ma siamo certi di un fatto: il povero Andrea Sempio non si deve difendere solo dagli avvocati di Stasi ma pure dai suoi, questo ragazzo è letteralmente sotto assedio. Qualcuno gli mandi i caschi blu a Garlasco. Va inserito nella categoria “individui fragili”, da ora in poi si dirà “prima le donne, i bambini, gli anziani e poi Andrea Sempio”.
L’avvocato Lovati ogni giorno ha un’uscita più improbabile di quella del giorno prima. Non solo ha dichiarato che con l’omicidio di Chiara Poggi c’entrano la Chiesa e gli esorcismi, ma ha pure chiarito che “l’ha sognato”. Un po’ come il fioraio del caso Sarah Scazzi che prima disse di aver visto Cosima e Sabrina Misseri caricare Sara in macchina. E poi chiarì che era un sogno. Per la cronaca, col sogno le due hanno preso l’ergastolo. Per Sempio, se va avanti così, ripristinano lo schiaccia-testa medievale. A ogni modo, io penso che Stasi e gli avvocati di Stasi, a ogni dichiarazione di questo tizio, stappino un bordeaux dell’81. Ma anche la storia degli “strani suicidi a Garlasco” è tragicomica. A parte che oggi, nella cronaca contemporanea – fateci caso – non esistono più suicidi, ma solo “omicidi mascherati da suicidi”, qui però non ci capisce una cosa: se c’è un filo rosso che lega queste vittime, perché Chiara Poggi sarebbe stata uccisa barbaramente con un oggetto contundente mentre per gli altri si simulano suicidi per impiccagione, iniezioni letali e tagli di gola e polsi? Per giunta anche a dieci anni dal delitto e in località che per la cronaca sarebbero “Garlasco” e poi, andando a verificare, sono magari Vigevano o altri comuni. È come localizzare un suicidio a Sesto San Giovanni mentre è avvenuto a Melegnano, perché tanto comunque sono entrambi in provincia di Milano.
Trovo poi tragicamente esilarante la corrente innocentista a favore di Stasi che, sull’onda del sensazionalismo mediatico, ha partorito il seguente ragionamento: “Povero Stasi, lo hanno condannato senza prove, solo sulla base di becere supposizioni!”. E fin qui, ci si può anche stare. Per poi proseguire: “Indagate sulle gemelle Cappa piuttosto, che quelle erano sicuramente invidiose della cugina, poi Chiara aveva scoperto qualcosa e sono entrate in casa con Sempio che era ossessionato da Stasi anche se non lo conosceva e l’hanno ammazzata tutti insieme!”. In pratica si può continuare a buttare fango e accuse su tutti, pure sui non indagati, tranne che sul condannato in via definitiva. Condannato che mi auguro davvero sia innocente, perché nel caso non lo fosse, oltre ad aver ucciso la sua ex fidanzata, starebbe pure cercando di far andare in galera un povero cristo al posto suo. E neppure per evitare il carcere, visto che è ormai a fine pena, ma per riabilitare la sua persona, la sua reputazione agli occhi della società. Se ci pensate, arrivati a questo punto, o è una vittima da manuale o un delinquente da manuale.
C’è poi un’altra figura mitologica: quella dell’avvocato di Stasi, Antonio De Rensis (avvocato anche della famiglia Pantani). Cravattone celeste d’ordinanza e aria piaciona, dice di lui il Corriere: “Nelle quattro inchieste riaperte sulla morte del Pirata, di cui tre archiviate, c’è la firma e la caparbietà di De Rensis dietro molti atti ed esposti presentati dalla madre del ciclista”. Insomma, viene citato un precedente di un certo successo. De Rensis critica aspramente il già citato avvocato Lovati quando quest’ultimo sostiene che dietro all’indagine su Sempio ci sia una macchinazione: “Se uno si deve difendere dicendo che forse c’è una macchinazione allora… è un’accusa gravissima!”, polemizza. Secondo le cronache, lo stesso De Rensis tempo fa si sarebbe trovato a una cena in un agriturismo a Modena con Fabrizio Corona e gli avrebbe detto: “Ho fatto di tutto per trovarti, devo dirti una cosa: il caso verrà riaperto. Stasi è innocente. Vedrai”. Verrebbe da commentare: se uno si deve difendere cercando la sponda mediatica di Fabrizio Corona, allora è gravissimo. Poi c’è la storia meravigliosa dell’impronta di Sempio che prima per i giornali è una impronta insanguinata, poi si scopre che non è rossa perché insanguinata, ma a causa del reagente. Qualcuno fa giustamente notare che una ditata sulla parete in una casa frequentata da Sempio non significa nulla (tanto più che lì vicino c’è pure un’impronta del fratello di Chiara Poggi), e allora dopo qualche giorno un nuovo colpo di scena: c’è una traccia biologica nell’impronta di Sempio, forse sangue di Chiara. Lo sostengono i legali di Stasi attraverso una nuova consulenza. Che uno dice: vabbè, avranno usato un nuovo reagente magico. No, perché di quella famosa impronta esiste solo una foto. Il tassello di intonaco che la conteneva è andato perso. “L’orma della mano avrebbe assunto una colorazione rosso intenso proprio perché contenente numerose tracce di materiale organico. La ninidrina assume una colorazione tanto più decisa quante più tracce biologiche sono presenti nell’impronta”, dicono i consulenti. Ok. E quindi chi assicura che il materiale biologico non fosse di Sempio? Ma no, niente, tra un po’ con una foto faranno anche l’emocromo di Chiara Poggi, sapremo se il suo colesterolo era a posto.
E poi, non dimentichiamolo, c’è il supertestimone. Quel “super” è lievemente sovrabbondante vista la qualità della sua testimonianza, ma non polemizziamo. Lui racconta al bar, alle Iene, che 18 anni fa ha incontrato all’ospedale una donna che gli disse che una signora aveva visto Stefania Cappa entrare a casa di sua nonna con una borsa pesante che poi ha buttato forse nel canale, provocando un forte tonfo. Purtroppo però le due signore sono entrambe morte. Non ha mai denunciato questa inchiodante, preziosissima testimonianza perché l’avvocato della famiglia Poggi gli aveva detto che tanto indagavano già su Stasi, e una persona molto in alto lo aveva sconsigliato di parlare. Insomma, il SUPERtestimone aveva paura per la sua incolumità. In effetti è molto più discreto raccontarlo alle Iene che andare in una caserma dei carabinieri. Peccato che in paese lo abbiano riconosciuto tutti. “Il supertestimone? Sì, cara persona, ma qui a Garlasco noi lo chiamiamo simpaticamente il Pirlòn”, mi racconta un ragazzo. Ecco, appunto.

Vademecum

 

Manuale per trattare
DI MARCO TRAVAGLIO
In mancanza dell’Europa, che inventò la diplomazia moderna e ora la schifa, è rimasta solo la Chiesa a spiegare come si fa un negoziato. Magari non lo ospiterà, essendo il Vaticano sprovvisto di un aeroporto per far atterrare Putin senza manette (mica è Netanyahu). Ma è l’unica a possedere il manuale d’istruzioni sulla postura necessaria per trattare. Il Papa invoca “coraggio e perseveranza nel dialogo e nella ricerca sincera della pace”: dopo 11 anni di guerra in Ucraina, servono tempo e determinazione senza arrendersi al primo ostacolo. Il cardinale Zuppi va oltre: “Servono atteggiamenti interiori nuovi verso gli altri. Ognuno deve raccogliersi in se stesso e distruggere in se stesso quello che desidera distruggere negli altri”. Se tutti i protagonisti lo facessero, la guerra sarebbe un lontano ricordo. Ma non lo fa nessuno.
Putin non vuole (ancora) fermare le sue truppe in lenta ma costante avanzata fino al collasso totale di quelle ucraine, ma sfrutta ogni pretesto per dimostrare che è Kiev a non voler trattare. Zelensky, drogato e fomentato dai velleitari volenterosi, fa la stessa cosa gabellando per intransigenza russa la tragica normalità bellica: chi vince non concede tregue gratis al nemico, aiutandolo a riarmarsi e riorganizzarsi, a meno che non gli vengano forniti seri motivi e garanzie per farlo; e, finché non si decide di cessare il fuoco, gli attacchi russi, come quelli ucraini, non sono prove della contrarietà a trattare (semmai della volontà di farlo da posizioni di forza, comune a entrambe le parti). L’Ue, nei suoi variopinti formati, esulta a ogni chiusura di Mosca, ignorando quelle di Kiev, perché non vede l’ora di chiudere la parentesi negoziale che la costringerebbe prima o poi ad ammettere di avere sbagliato e perso tutto: la guerra e la pace. Eppure i suoi governanti sono pressoché gli stessi del 2022 e conoscono benissimo le cause dell’invasione: l’allargamento Nato, l’ansia di stravincere la guerra fredda accerchiando, provocando e sconfiggendo la Russia, il suprematismo dei neocon americani e dei loro camerieri europei, l’uso dell’Ucraina come testa d’ariete anti-Mosca e il tradimento dei patti di Minsk sull’autonomia per i russofoni del Donbass. “Perseveranza” e “nuovo atteggiamento interiore verso l’altro” è l’opposto della postura tutta riarmo, sanzioni e tribunali di Norimberga. È guardare il mondo anche con gli occhi dei russi per immaginarne uno nuovo di cooperazione senza doppie morali né latrati reciproci. Zuppi ricorda “quanto ha contribuito alla lunga pace in Europa l’accordo sul carbone e l’acciaio che sminò le tensioni fra Germania e Francia”. Affari e commerci intrecciati come antidoti alle guerre. Su questo fronte, ed è tutto dire, persino Trump è più avanti dell’Europa.

L'Amaca

 

Quanto ci manca la piazza
di MICHELE SERRA
Forse una grande manifestazione nazionale per Gaza alla fine si farà. Ma secondo tempi e modi ancora da stabilire. Si spera che, nel frattempo, Gaza non venga totalmente rasa al suolo e data in concessione balneare agli amici di Trump e Netanyahu, che avranno modo di rimuovere cadaveri e macerie come i bagnini rimuovono le alghe.
Nell’epoca della velocità, dove tutto accelera e basta un attimo per bruciare miliardi, o crearli, sembra proprio che le manifestazioni di piazza sfuggano alla regola. Vengono convocate molto raramente: e alle calende greche. Con tutta calma. Come se avessero un tempo lentissimo, solenne, anacronistico. Può darsi che questo dipenda dal peso della realtà, della gente in carne e ossa: spostare persone non è come radunare follower, si maneggia l’immateriale molto più agevolmente, e con minore spesa, di come si maneggia la vita materiale.
Ma può darsi, anche, che alle nuove leve della politica, tutte social e slogan, delle piazze importi un fico secco, le considerino un residuo novecentesco, un pachiderma in un mondo volatile, tutto fulmini e saette, tutto clic e istantanee. Ma sbagliano. Diano retta a un vecchio arnese come me: sbagliano.
Se la gente non va più a votare, è anche perché la politica sembra incorporea. E l’incorporeo ha meno appeal, è meno sexy.
Non ce ne frega niente — con tutto il rispetto — dei tweet e delle dichiarazioni lampo (una frasetta e via) ai telegiornali. Vogliamo che la massa dei vivi e dei pensanti si senta convocata, e rappresentata. La politica, senza le piazze, muore di inedia e di inespressività, alla fin fine muore di noia.

Una meravigliosa Rula Jebreal!