sabato 18 gennaio 2025

L'Amaca

 

Libertà per Azizi
DI MICHELE SERRA
Cecilia Sala ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma la sua ingiustificata detenzione a Teheran è servita a riaccendere qualche lampada nel buio. Tra le detenute dell’ormai famigerato carcere di Evin c’è anche Pakhshan Azizi, attivista curda condannata a morte per “ribellione”.
Più di cento deputati italiani, di tutti i partiti, hanno firmato un appello per la sua scarcerazione.
Si sa quanto valgono gli appelli: poco.
Valgono, però, quanto basta a non lasciare che certi nomi, certe storie, finiscano in quell’immenso ripostiglio polveroso che è l’indifferenza. Se oggi ci ricordiamo di Azizi — e qualcuno, magari, legge il suo nome per la prima volta — è per merito di quell’appello.
Tra le cui righe campeggia un principio, “diritti umani” (nella variante: libertà di espressione e di manifestazione pacifica) tra i meno praticati dagli umani medesimi, eppure di facile comprensione e immediata lettura: perfino l’emotività, quando la ragione faccia difetto, consente di capire all’istante l’arbitrio e la prepotenza.
Azizi, nei suoi primi cinque mesi di carcerazione, non ha potuto avere contatti con nessuno: né familiare né avvocato.
Chiunque può cogliere la ferocia di un sequestro di persona che niente ha a che vedere con un procedimento giudiziario e perfino con la carcerazione. Ci sarà pure un giudice, a Teheran, del tutto conscio dell’illegalità di una legge che cancella diritti e dignità, e si accanisce con le donne.
Se quel giudice esiste, faccia presente ai sacerdoti del suo regime che Guantanamo, in Occidente, è una vergognosa eccezione, comunque non europea. In Iran, Guantanamo è la regola. Forza Azizi, forza libertà.

A volte capita...

 




Mi è capitato di imbattermi in questa nuova produzione di Prime, Red Carpet un programma altamente demenziale condotto dalla ex ragazzina Marcuzzi, anche se lei ancora non lo sa.

Il format è di una sciatteria incredibile: alcuni cosiddetti bodyguard devono portare il cosiddetto vip ad una macchina attraverso un tappeto rosso che si srotola in vari ambienti esterni e non, facendo incontrare loro prove di coraggio.

E tutto questo farcito da vippini oramai sfioriti - Satta, Lamborghini, Marini, Malgioglio e pure la De Lellis, ma De Lellis ma chi te lo ha fatto fare? - accompagnati a turno da almeno tre bodyguard. E qui apro una parentesi: la scorta verso la macchina dovrebbe essere condotta da comici vestiti di nero come da canovaccio. Comici. Nove pietose chincaglierie senza alcuna parvenza ilare, sottaceti girovaghi alla ricerca di aria, nomi più sconosciuti di quelli snocciolati in una pulsantiera di un palazzo di una periferia cittadina: Francesco Arienzo, Awed, Herbert Ballerina, Ginevra Fenyes, Michela Giraud, Brenda Lodigiani, Pierluca Mariti, Antonio Ornano e Gabriele Vagnato, Si dirà certo: la Lodigiani è brava, son d'accordo, Vagnato diretto da Fiorello pure. Ma la domanda è: perché accettare di fare questo format triste? Per soldi? E già che ci siamo: Gialappa, anche voi non vi siete accorti della pochezza, dell'inconcludente vuoto pneumatico che circondava la Marcuzzi?

Peccato perché ormai è eclatante l'inconsistenza degli attuali comici, prova evidente è il noioso ritorno di Zelig, senza brio, senza alcuna novità.

Non sarà che... la fobia delle rappresaglie abbia bloccato comicità e satira verso l'attuale potere, inaridendo tutto?

O meglio: qualcuno di voi ha per caso visto o sentito recentemente qualche benignata, qualche beppegrillata contro gli attuali potenti? Dai su, coraggio amici. Fatevi sentire!

venerdì 17 gennaio 2025

Correva l’anno 2010


di Giuseppe D’Avanzo per Repubblica 

Berlusconi posa da liberale nei quasi 60 minuti del suo intervento. Come se davvero credesse nel liberalismo, nella pretesa di risolvere il "politico" con la discussione o immaginasse la politica come amicizia e competizione.

Come se davvero egli desiderasse «istituzioni che risolvono la concretezza e conflittualità sociale e politica nella rappresentanza parlamentare, nella produzione di leggi universali e astratte, nella separazione e nell'equilibrio dei poteri, nella differenza tra Stato e società».

Come se non ci avesse dato modo di comprendere che la politica che ha in mente è l'esatto contrario: è decisione che crea confini, differenze, esclusioni; è opposizione radicale tra un amico e un nemico; è convinzione che l'unità passa attraverso la divisione e l'ordine attraverso il disordine. Più che politica, dunque, guerra e come tutte le guerre può concludersi soltanto con l'annientamento dell'altro.

Per comprendere quanto sia fasulla la Grande Recita dello Statista Saggio e Paziente, cui si è costretto o è stato costretto, si deve attendere che Berlusconi affronti il capitolo giustizia. A quel tasto suona sempre sincero nei suoi desideri. Non li nasconde nemmeno questa volta. Vuole disarmare Carta costituzionale, leggi, codici, tribunali, magistratura per cancellare «l’uso politico della giustizia» che, dice, «è stato e continua a essere un elemento di squilibrio tra ordini e poteri dello Stato». Quella bestia nera in toga deve essere resa innocua ed egli cambierà le regole «nell'interesse collettivo».

Separazione delle carriere e Csm diviso in due, parità dell'accusa e della difesa che poi vuol dire pubblico ministero degradato ad avvocato dell'accusa e ridotto alla performance verbale con la polizia che sotto il controllo del governo-investiga, raccoglie prove, decide quale indagine coltivare, con quali risorse e con quanta rapidità. Lo schema garantisce impunità pro se et suis e magari offre l'opportunità di colpire a morte l'avversario molesto o l'alleato dissidente, oggi aggrediti soltanto dal Barnum mediatico che possiede o influenza. Già potrebbe bastare per ripetere che Berlusconi è potere statale che, senza scrupoli e apertamente, protegge se stesso e i suoi interessi economici.

Ma non basta perché, come sempre, il Cavaliere propone un'alternativa del diavolo che, per molti, ha i caratteri dell'estorsione: o mi si garantisce l’immunità o distruggo la macchina giudiziaria. In nome della riduzione del danno, del "meno peggio", egli esige di incassare un utile privato: un'immunità che lo protegga dagli assalti possibili in futuro e un'impunità che imbavagli il giudice per gli affari oscuri del passato (la corruzione di un testimone che lo salva da condanne certe; l'appropriazione indebita, la frode fiscale nell'acquisto dei diritti televisivi) e impedisca ai tribunali di confermare accuse che renderebbero il Cavaliere moralmente incompatibile con l'ufficio governativo.

Anzi, nell'occasione, Berlusconi annuncia come intende manipolare i quadri legali per fabbricarsi una legge che gli consenta di non risarcire chi (la Cir) si è visto scippare un'azienda (la Mondadori) grazie alla corruzione del giudice (Metta) che decise la controversia. Il risarcimento è stato fissato finora in 750 milioni di euro. Berlusconi imprenditore non ha alcuna voglia di pagarlo e il Berlusconi premier anticipa che «il governo presenterà a breve un piano straordinario per lo smaltimento dei processi delle cause civili pendenti». Che di straordinario in quel piano ci sia soltanto l'arroganza di chi trasforma il potere pubblico in affare privato sembra comprenderlo il capogruppo di Futuro e Libertà, Italo Bocchino. Che avverte: «Siamo favorevoli a smaltire le cause civili pendenti ma non saremo mai d'accordo con una legge che tolga la possibilità a un solo cittadino o a una sola azienda di questo Paese di avere la giustizia che aspetta dal suo giudice civile».

La Grande Recita dello Statista Saggio e Paziente, al capitolo giustizia, ci offre il piccolo Berlusconi di sempre, prigioniero del suo conflitto d'interesse, ossessionato dalla difesa di se stesso e della sua roba, incapace di declinare le ragioni e le priorità del Paese. È la conferma che il nodo che soffoca la politica italiana continuerà a essere nei prossimi mesi la giustizia. Non la giustizia di tutti, la giustizia per tutti, ma la giustizia che riguarda da vicino lui, che preoccupa personalmente lui, che minaccia il di lui preziosissimo patrimonio. Il presidente del Consiglio avrebbe potuto volare alto, come centinaia di migliaia di cittadini gli chiedevano.

Avrebbe potuto semplicemente dire: mi farò processare perché, credo, che la legge sia uguale per tutti. Questa volontà è la migliore garanzia della mia affidabilità di capo di governo che non vuole schiacciare con le proprie personali pene la vita degli italiani e l'interesse nazionale. Semplici parole, discorso e impegno da "paese normale" che Berlusconi non può dire né immaginare. È una impossibilità che, mentre ci ripropone le mediocri ragioni del suo impegno pubblico, lo consegna e lo imprigiona con tutta evidenza in uno stato di minorità politica. Ora -anatra zoppa - dovrà chiedere il consenso e la comprensione dell'odiato alleato, Gianfranco Fini, per ottenere con una correzione provvisoria del legittimo impedimento, e poi con una riforma della Costituzione, l'immunità di cui ha bisogno come dell'aria che respira.

Con due esiti paradossali. Berlusconi, che ha preparato la trappola che doveva liquidare per sempre il "traditore", ora deve tenerlo in vita se non vuole perire con lui. Per di più, la manovra non garantisce il buon risultato: Fini potrebbe dargli corda fino a quando non staccherà la spina del governo perché sarà pronto con il nuovo partito alle elezioni.

E grazie al...

 



Se critichi sei un...

 

Se critichi Israele sei “antisemita”
LA BANALITÀ DEL MALE - Per le direttive governative 2025, la nuova ondata di prese di posizione anti-ebraiche sono dettate dal tempo e non dai massacri a Gaza. Certo, la destra ha qualche problema con il tema
DI DANIELA RANIERI
La “Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo” edizione 2025, ordinata dalla Presidenza del Consiglio il 14 gennaio, parte dalla premessa che l’antisemitismo è proprio una brutta cosa, e vorremmo vedere, e si sta riacutizzando.
Come mai? “L’antisemitismo non era scomparso, s’era solo nascosto, come assopito, ma il tempo trascorso e l’affievolimento del ricordo e della memoria l’hanno fatto uscire dallo stato di latenza e riemergere in modalità e forme diverse”. Sarà solo colpa del tempo trascorso e del ricordo affievolito? Risposta: “Questo ‘tornare a galla’ è da mettere in relazione con i grandi eventi che colpiscono la pubblica opinione mondiale, come la guerra combattuta da Israele nel sud del Libano nel 1982, che provocò una forte ondata di antisemitismo… la guerra russo-ucraina, la pandemia da Covid-19 e le grandi migrazioni, che hanno risvegliato l’antisemitismo in chiave cospirazionista, addebitando agli ebrei oscuri e torbidi interessi”. Non viene menzionato, tra le cause del riacutizzarsi dell’antisemitismo, lo sterminio attuale di 70 mila palestinesi per mano del governo israeliano, che si è messo fuori dalla comunità internazionale guadagnandosi anche un mandato di cattura spiccato dalla Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aia per crimini di guerra e contro l’umanità per il primo ministro Benjamin Netanyahu e per il ministro della Difesa Yoav Gallant, e la valutazione da parte della Corte Internazionale di Giustizia (CIG), con sede sempre all’Aia, dell’accusa di genocidio lanciata dal Sudafrica nei confronti di Israele. Incredibilmente, nessuna delle circostanze è citata nelle 55 pagine del documento.
Quanto ai “torbidi interessi addebitati agli ebrei”, ci vengono in mente vari post cospirazionisti contro ebrei famosi come Soros, tipo quelli di una certa Meloni, che ha tirato in ballo Soros anche l’altro giorno, quando ha detto di preferire a Musk a Soros, “persona nota e facoltosa”, responsabile di “una pericolosa ingerenza negli affari degli Stati nazionali” (asserzione, quest’ultima, vera: basti pensare all’ingerenza di Soros in Ucraina col sostegno anche mediatico alla cosiddetta Rivoluzione di Majdan, ordita e finanziata da Usa e CIA), ma anche molte altre volte, come quando, nel 2019, scrisse sui social: “Soros scende in campo per le elezioni europee finanziando con 200 mila euro il partito di Emma Bonino… Un grande orgoglio per Fratelli d’Italia: tenetevi i soldi degli usurai, la nostra forza è il popolo italiano”. L’antica l’equazione ebreo=usuraio è lo stereotipo-cardine di chi pensa sia in atto un “complotto pluto-giudaico-massonico”; verrà perseguita anche la Meloni, o lei è esente? Non fu antisemita quel deputato di FdI che diede del “circonciso” a Emanuele Fiano (Pd)? E quella coordinatrice piemontese di FdI che si fece fotografare mentre faceva il gesto dell’ombrello a una statua di Anna Frank, giustificandosi con l’argomento che “Anna Frank è un personaggio inventato, non è mai esistita”? Ovvio che il governo non è preoccupato da chi stereotipizza Soros; è preoccupato che l’opinione pubblica si ribelli all’invio di armi e all’appoggio etico da parte del governo italiano a Netanyahu, del cui metodo di “eradicazione di Hamas” mediante l’infanticidio Meloni e Tajani sono grandi sostenitori.
Bene, ma a cosa serve questa “Strategia”? “Ad adottare strumenti operativi, di carattere preventivo, tra cui principalmente quelli culturali, formativi e di diffusione della conoscenza dell’ebraismo, e repressivo, entrambi funzionali a una più efficace e complessiva ‘lotta all’antisemitismo’”. In che senso “repressivo”? Non esiste già un reato del Codice penale contro chi “propaganda idee fondate sulla superiorità, l’odio razziale ed etnico e chi istiga a commettere discriminazione per questi motivi”? “È previsto un aumento di pena”, dice il documento, “se la propaganda o l’istigazione o l’incitamento, commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione, si fondano in tutto o in parte sulla negazione, sulla minimizzazione in modo grave o sull’apologia della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra”. A parte il carattere arbitrario di termini come “grave” o “concreto pericolo”, ciò vale anche per i riconosciuti crimini di guerra di Netanyahu? Ovviamente, no.
Inoltre, si denuncia “la convergenza tra alcune sigle dell’associazionismo islamico riconducibili alla componente palestinese e i circuiti studenteschi e antagonisti… in una prospettiva di trasversalità delle lotte che vede convergere diverse anime dei movimenti estremisti, con forme di ‘ibridazione ideologica’ e derive antisemite, tanto da far registrare un aumento degli episodi di antisemitismo anche in Italia, dove si sono moltiplicati i casi di imbrattamenti, scritte murali e danneggiamenti di obiettivi o luoghi simbolici per la comunità ebraica”. E si citano le manifestazioni studentesche a sostegno del popolo palestinese, date per antisemite e radicalizzate tout court; e chissà se la scritta “Free Gaza” che giorni fa è comparsa sul muro di un edificio vicino alla Sinagoga di Bologna, e fatta passare da alcuni, come Bonaccini (Pd) come “un assalto alla Sinagoga”, rientra in questa fattispecie.
“Il pregiudizio antisemita contemporaneo si esprime soprattutto in tre forme. La prima comprende i pregiudizi e stereotipi tradizionali che attribuiscono caratteristiche sfavorevoli agli ebrei”, tipo quelli della Meloni e dei suoi accoliti col braccio teso. “La seconda… si esprime con la negazione o la relativizzazione della Shoah”, e chissà se in ciò rientra, ad esempio, travestirsi da Hitler per ischerzo, come ha fatto il viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Bignami (FdI). “La terza si manifesta nell’espressione di opinioni anti israeliane che vanno oltre i limiti della critica politica in cui Israele è condannato per alcuni atti mai attribuiti ad altri Stati”. Ma chi stabilisce quali sono le opinioni che “vanno oltre i limiti della critica politica”? E la notazione polemica sul fatto che “alcuni atti” non siano stati “mai attribuiti ad altri Stati” è documentata? Dopo la Seconda guerra mondiale, sulla base della Convenzione sul genocidio dell’Onu e della Corte penale internazionale il crimine di genocidio è stato riconosciuto nel caso del Ruanda, della guerra in Bosnia e Erzegovina e della Cambogia. Ciò non toglie che Israele abbia sterminato 70mila civili, ridotto alla fame e sparato sulla popolazione palestinese in fila per gli aiuti alimentari. I palestinesi valgono forse meno degli altri gruppi etnici?
Se la definizione di antisemitismo è così lasca ed estesa, risulta inquietante la proposizione di “creare all’interno del Servizio centralizzato della Polizia Postale un’unità specializzata per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo online”. Arresteranno chi stereotipizza Soros su Facebook (invece che in conferenza stampa)? O, più probabilmente, verrà censurata e repressa penalmente ogni critica rivolta a Israele da analisti, ricercatori, storici e cittadini comuni?
Tu puoi esserti formato sulla cultura ebraica ed esecrare gli antisemiti, a partire da quelle carogne di editori che dai primi dell’800 in Germania stampavano libercoli contro gli ebrei aprendo la strada al nazismo, e custodire e diffondere la memoria della Shoah con tutti i mezzi a tua disposizione; ma se oggi dici che il governo israeliano di estremisti messianici sta perpetrando un progetto deliberato di annientamento di un popolo nella sua terra, sei un antisemita, solo perché ciò non collima con l’orientamento atlantista filo-Netanyahu del governo attuale. Questa deriva è la morte della critica e della ragione e il trionfo dell’ignoranza, dell’ipocrisia e in definitiva della banalità del male.

Questa è forte!

 

Odo Gelli far festa
di Marco Travaglio
Il bello di questi manigoldi che ci sgovernano è che confessano spontaneamente senza che nessuno non dico li torturi o li intercetti, ma gli faccia neppure una domanda. Ieri alla Camera hanno approvato in prima lettura (su quattro) la schiforma costituzionale che separa le carriere e i Csm dei giudici e dei pm, con i voti delle tre destre, di +Europa e di Azione (Iv dell’“unico vero oppositore” s’è astenuta). E hanno subito esultato per avere “realizzato il sogno di Berlusconi”: cioè di un pregiudicato per frode fiscale che, nei ritagli di tempo fra una mazzetta e un falso in bilancio, stringeva patti con Cosa Nostra e la finanziava in comode rate semestrali. Non bastando un aeroporto, un francobollo, qualche statua e strada qua e là (soprattutto tangenziali), ora gli dedicano la nuova Costituzione. E dicono di farlo per rafforzare “la terzietà del giudice”, valore particolarmente caro al defunto delinquente. Che, per garantirsi dei giudici davvero imparziali, se li faceva comprare da Previti con sentenze incorporate: secondi o primi, più che terzi. Manca poco prima che ricevano il giusto riconoscimento-risarcimento postumo anche gli altri due padri nobili della schiforma, anch’essi pregiudicati: Bettino Craxi (sulle cui gesta esce un’agiografia al giorno a 25 anni dalla morte in latitanza) e Licio Gelli. Che poi è il vero precursore dei nostri padri ricostituenti, avendo avuto l’idea di separare le carriere togate nel lontano 1978, nel Piano di rinascita democratica. Solo che se ne vergognava a tal punto da tenerlo nascosto. Fu poi ritrovato nel doppiofondo della valigia della figlia durante un controllo in aeroporto. Ora invece questi se ne vantano in pieno Parlamento.
Un bel traguardo per Giorgia Meloni, che si diede giovanissima alla politica in onore di Paolo Borsellino. Che, se fosse stata in vigore la schiforma, mai avrebbe potuto diventare procuratore di Marsala e poi aggiunto a Palermo, essendo partito dalla funzione giudicante come pretore, giudice civile e giudice istruttore penale. Idem Giovanni Falcone e tanti altri fra i migliori magistrati della storia d’Italia. Ma anche fra i peggiori: come Nordio, passato anche lui da giudice a pm, che infatti nel 1992 firmò un documento dell’Anm contro la separazione delle carriere in cantiere nella Bicamerale De Mita. E ora firma la boiata che allora combatteva, con una coerenza pari a quella del sottosegretario e magistrato Alfredo Mantovano, anche lui in passato molto critico sulla separazione delle carriere: nel 1998 la definiva “non necessaria”, “in contrasto con la tradizione e la cultura giuridica italiana” e portatrice non di giudici più terzi, ma di “più poteri ai pm”. Come passa il tempo. Da Borsellino a Craxi, Berlusconi e Gelli, è un attimo.

L'Amaca

 

Tutto il denaro del mondo
DI MICHELE SERRA
Come chiamare, con un termine semplice e chiaro a tutti, quella “oligarchia di estrema ricchezza, potere, influenza” che minaccia la natura stessa della democrazia, della quale Joe Biden ha parlato, con preoccupata durezza, nel suo discorso di commiato?
La parola “fascismo”, che usiamo con immeritata frequenza, non c’entra granché, e soprattutto non rende l’idea. È novecentesca, legata a una divisione di classe (borghesia e proletariato) radicalmente diversa da quella attuale, frutto della polverizzazione delle vecchie identità di classe in un magma diverso per le possibilità ma identico nelle aspirazioni: quello dei consumatori. Anche se l’uso della violenza non è estraneo al loro iter — l’assalto a Capitol Hill vale come esempio definitivo — Trump e Musk non sono fascisti, sono miliardari narcisi e megalomani in grado di bypassare quasi tutti i livelli di intermediazione politica e culturale con l’elettorato, almeno con il loro elettorato.
È il populismo, d’accordo. Ma il suo combinato disposto con il potere economico e tecnologico è una novità storica, qualcosa di mai visto prima. La sola certezza è che si tratta di una nuova oligarchia convinta di avere espugnato la democrazia, considerata un grave impiccio al suo diretto esercizio del potere. E che questa oligarchia dispone di strumenti di comunicazione post-mediatica pervasivi e al momento vincenti, e di un potere economico smisurato. Basterà a sottomettere il mondo? No se ha ragione Paul Krugman, che nel suo editoriale di commiato dal Nyt ha scritto di loro: “plutocrati che ora scoprono che tutto il denaro del mondo non può comperare l’amore”.