domenica 24 novembre 2024

L'Amaca

 

L’autorevolezza della chiacchiera
DI MICHELE SERRA
Una oscura esponente romagnola di Fratelli d’Italia ha scritto un breve post nel quale deride la gonna indossata dalla presidente uscente della Regione, Irene Priolo. Detto che la gonna in questione (tulle chiaro) a me sembra bellissima,valeva la pena di fare di una frasetta estemporanea un piccolo caso politico, tirando in ballo il sessismo, gli stereotipi sulle donne, il rispetto delle istituzioni, lo sdegno e la riprovazione? Possibile che un post scioccherello, invece di scomparire tra milioni di suoi simili, sollevi addirittura un dibattito, con intervento dei partiti e rimbalzo immediato nei siti dei giornali nazionali?
Più in generale: la costante promozione a “caso”, sui media, della ciancia social, è oramai irreversibile o si può fare ancora qualcosa per evitare che ogni scortesia o fesseria o grossolanità, di destra e di sinistra, diventi immeritatamente un titolo di giornale? Sono cose che abbassano la media; che rendono più improbabile che la parola politica riacquisti gravità e importanza; che, infine, premiano la rissosità e la mediocrità rendendole visibili anche al di fuori della platea (davvero molto ridotta, nel caso della sorella d’Italia in questione) dei followers.
Dobbiamo diventare, tutti quanti, followers involontari di persone delle quali, normalmente, nemmeno sapremmo l’esistenza? Perché non riadottare la vecchia tecnica, ipocrita ma efficace, di fare finta di non avere sentito, stabilendo che non vale la pena perdere tempo con le quisquilie?
Aiuterebbe a ricondurre i social nel loro ambito naturale, che è l’estensione innaturale di un’attività privata: chiacchierare. E a restituire ai media la famosa autorevolezza.

Contro il logorio

 

Melhein&Schloni
di Marco Travaglio
Ricordo gli sguardi increduli e commiseranti quando, nella puntata di Otto e mezzo prima delle Europee di giugno, dissi che il nuovo bipolarismo Meloni-Schlein era puro avanspettacolo en travesti. “Giorgia contro Elly” e viceversa era una truffa agli elettori, perché le due presunte sfidanti, dopo aver condiviso il ritorno dell’Ue all’austerità col Pacco di Stabilità e votato tutte le risoluzioni belliciste della Commissione Von der Leyen-1, si sarebbero ritrovate a braccetto a votare per la Von der Leyen-2. Quindi gli sceneggiatori potevano risparmiare agli elettori l’ennesimo finto duello fra europeisti e sovranisti, riformisti e populisti, buoni e cattivi. Naturalmente non lo fecero e molti elettori cascarono nella solita trappola mediatica, messa in scena a ogni elezione per convogliarli nella direzione più gradita all’establishment allergico a ogni cambiamento e pronto a ogni trucco gattopardesco: quella del “voto utile”, per rafforzare i due maggiori partiti dei due schieramenti e “fare argine” contro l’altro. Come se la storia degli ultimi decenni non avesse dimostrato che il voto utile è il più inutile di tutti: solo che lo si scopre sempre “dopo”. Fra un paio di giorni, gli elettori di destra che a giugno andarono alle urne per rafforzare FdI e mostrare all’Europa che la pacchia era finita (“mai con i socialisti”) e quelli di centrosinistra ansiosi di rafforzare il Pd e fare muro contro la deriva a destra dell’Ue (“mai con i sovranisti e i populisti”), si ritroveranno cornuti e mazziati: vedranno FdI e Pd delle due monache ursuline votare insieme il Von der Leyen-2 con vari commissari socialisti e il meloniano Fitto commissario e vicepresidente. Tutti insieme appassionatamente per l’austerità e la guerra mondiale.
Voteranno contro, fra gli altri, 5Stelle, Avs, Lega e la nuova sinistra tedesca: il Bsw di Sahra Wagenknecht, che si sta mangiando le vecchie sinistre belliciste di Spd e Verdi e che in Turingia ha appena concluso un accordo che dovrebbe essere d’esempio per il M5S (che non a caso ha invitato Sahra alla sua Costituente). In cambio dell’appoggio a Cdu e Spd per il governo regionale, il Bsw ha imposto tre clausole nel contratto: il no ai nuovi euromissili Usa senza controllo del governo di Berlino (“Siamo critici sul dispiegamento dei missili ipersonici a medio raggio e sul loro impiego senza la partecipazione tedesca”); la riattivazione della raffineria di petrolio russo a Schwedt; e una nuova autorità nazionale contro l’immigrazione irregolare. Se gli iscritti ai tre partiti approveranno il contratto, nascerà il governo. Così si fanno le alleanze nell’èra post-ideologica: come già avvenne fra M5S e Lega nel Conte-1 e fra 5Stelle, Pd e Leu nel Conte-2. Contro i finti bipolarismi e le altre truffe agli elettori.

sabato 23 novembre 2024

Potessi


Darei il Nobel per la Pace al premier israeliano che piace tanto tanto al nostro pregiatissimo ministro delle infrastrutture e dei trasporti…



L'Amaca

 

Taci, tu che non sei ricco
DI MICHELE SERRA
“Musk ha trecento miliardi di dollari, come ti permetti di criticarlo?”. L’argomento può sembrare stupefacente (anche perché lo è), eppure ricorre, nelle peggiori chat in rete, con una discreta frequenza. Prima di essere un argomento classista è un argomento idiota, dunque mettiamolo nel conto: avrà fortuna. Piacerà pensare, a più persone di quanto siamo disposti a credere, che sia l’invidia il motore dell’ostilità politica a Musk. Che dire “è troppo ricco, troppo potente” non riveli uno scrupolo democratico, ma la meschina impotenza di chi vorrebbe tanto essere Musk, e non lo è.
In forme casarecce, e in scala ridotta, è un genere di ciancia (non me la sento di definirla: dibattito) che circolò dalle nostre parti anche ai tempi di Berlusconi. Visto come oggetto di inconfessata invidia da parte dei suoi oppositori, anche di chi, piuttosto che essere Berlusconi, avrebbe preferito essere qualunque altra forma di vita.
È penoso dirlo, ma i soldi come unica misura dell’essere (non dell’avere: dell’essere) sono un argomento piuttosto popolare. Lo furono, evidentemente, anche per gli storditi dem americani ai tempi del grande boom di Silicon Valley, quando non c’era tecno-miliardario che non fosse considerato un nuovo Messia progressista, e lo“stay hungry, stay foolish ” di Steve Jobs a Stanford, ottimo discorso per una convention aziendale, venne accolto come il Discorso della Montagna. Ora che quasi tutti i miliardari, secondo natura, sono tornati a essere di destra, sarà di nuovo la destra, secondo vocazione, a costruire un’aura di meraviglia e di deferenza attorno al totem della ricchezza, e lo farà cento volte più di quanto abbiano potuto farlo i confusi dem di inizio millennio. E dunque, nella ex Polis ridotta a corte dei potenti, capiterà spesso di sentire echeggiare “taci tu, che non sei ricco”.

Isola felice

 



Natangelo

 



Ha detto tutto!

 

I guerrapiattisti
di Marco Travaglio
Giorno dopo giorno cadono come birilli tutti gli slogan dei guerrapiattisti atlantoidi. E liberano la visuale sul Partito della Guerra che, prima di essere sloggiato da Trump, sta dando gli ultimi colpi di coda.
La Corte penale internazionale ordina la cattura di Netanyahu, Gallant e capi di Hamas per crimini di guerra. E i fan della Cpi, che due anni fa esultavano per l’imminente arresto di Putin, la attaccano o si allarmano perché senza Bibi salta ogni ipotesi di negoziato. Così dimostrano il doppio standard dell’Occidente, che applica il diritto internazionale ai nemici e lo ignora per gli amici. E fingono di non sapere che Israele è una democrazia e può darsi un altro premier, mentre la Russia è un’autocrazia e il suo presidente l’ha appena rieletto con consensi mostruosi.
Biden, autorizzando Kiev a bombardare la Russia con missili Usa e inviandole le mine antiuomo dopo le bombe a grappolo e gli ordigni all’uranio impoverito, si conferma un criminale di guerra al pari dei predecessori Clinton, Bush jr., Obama e dei complici Blair, B., Aznar e Sarkozy, dimenticati per 25 anni dall’imparzialissima Cpi con altre canaglie impunite perché amiche della Nato.
Zelensky, tomo tomo cacchio cacchio, dice: “Non possiamo perdere decine di migliaia di uomini per la Crimea”: meglio “la via diplomatica”. Ma va? Chi lo diceva mille giorni e 500 mila morti fa era bollato come “putiniano” e “pacifinto” dai fantocci Nato e iscritto nelle liste di proscrizione dei Servizi ucraini, che spesso portano dritto alla morte (fra i tanti, il reporter Andrea Rocchelli nel 2014). E così anche lui si candida a finire dinanzi alla Cpi, che Kiev non ha mai riconosciuto (e ora è pronta a farlo, ma solo per i crimini di guerra degli altri): la controffensiva del 2023 falciò in nove mesi 100 mila ucraini fra morti e mutilati per riprendere la Crimea che 10 anni fa votò un referendum sulla riannessione alla Russia. Ora si attende la prossima intervista in cui Zelensky scoprirà che non ha senso perdere migliaia di uomini (in aggiunta a quelli già morti) per riprendersi il Donbass, anch’esso quasi tutto russofilo e indipendentista dal 2014.
La Merkel, ultima testa pensante d’Europa, conferma nelle sue memorie di essersi sempre opposta all’ingresso dell’Ucraina nella Nato: il popolo non voleva (infatti nel 2004 e nel 2010 elesse presidente il neutralista Yanukovich, poi cacciato due volte dalla piazza sobillata dagli Usa perché obbediva agli ucraini anziché a loro); e l’annuncio al vertice Nato di Bucarest nel 2008 “fu una dichiarazione di guerra a Mosca” e una condanna a morte per Kiev.
Di questo passo, qualcuno potrebbe persino domandarsi: ma allora perché c’è la guerra in Ucraina? Se la Cpi indovinasse la risposta, ne vedremmo delle belle.