martedì 6 agosto 2024

L'Amaca

 

Grazie alla fasciosfera
DI MICHELE SERRA
Molte persone di sinistra si sono domandate, negli ultimi anni, se non fosse esagerata l’attenzione per i diritti personali (la libertà di orientamento sessuale soprattutto). Per la serie: i problemi della società sono ben altri.
Bisogna dare atto all’internazionale reazionaria (Putin e Trump i suoi leader indiscussi, “fasciosfera” il nome, azzeccato, che le hanno dato i francesi) di averci molto aiutato a mettere meglio a fuoco lo stato delle cose.
A considerare questione primaria, quasi una scelta di civiltà, l’orientamento e i comportamenti sessuali, sono prima di tutto i reazionari. Ne sono letteralmente ossessionati. La recente, massiccia campagna contro “il pugile algerino”, che è una pugile, l’omofobia attiva della Russia di Putin e del clero ortodosso, l’arroccamento ideologico attorno alla “famiglia tradizionale”, il timor panico che suscita ogni possibile effrazione, o variazione, della binarietà maschio/femmina, l’ostilità a tecniche di concepimento “artificiali” (come se non fossero artificiali un bypass o una protesi) che si spinge al punto di dichiarare “delitto internazionale” le gestazione per conto terzi: alla luce di questo piccolo e incompleto elenco, è forse possibile dubitare che la questione sessuale sia ai primissimi posti nell’agenda della destra mondiale, e che il ripristino del vecchio ordine patriarcale (spacciato per “ordine naturale”) sia uno dei suoi obiettivi politici?
La destra sta aiutando i democratici a capire da che parte stare. È un effetto sicuramente indesiderato, ma palpabile. Non mi sarei mai occupato di pugilato femminile se non avessi capito, grazie alla gazzarra della fasciosfera, che farlo non è per niente secondario.

lunedì 5 agosto 2024

A lezione

 

Parigi, l’Ultima cena olimpica è diventata la cena dei cretini
UNA GARA SULLE SCIOCCHEZZE - Corsi e ricorsi. Nessuno stupore: tutti i fascismi hanno la coazione al controllo dell’arte. La censurano, la proibiscono, potendo la bruciano come degenerata
DI TOMASO MONTANARI
Il “dibattito” politico-mediatico sul tableau vivant queer messo in scena da Thomas Jolly, all’interno della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi parigine, è davvero da incorniciare. Non certo per la qualità della performance, evidentemente non memorabile: ma per la quantità di sciocchezze e solecismi profusa dai commentatori, e soprattutto per il riflesso condizionato totalitario emerso lampantemente nei commenti dei ‘politici’.
Innanzitutto, gli equivoci iconografici: “‘è l’Ultima cena di Leonardo!”, “‘no, è un banchetto degli dèi del Seicento!”, “no, dell’Ottocento!”, “è pagano!”, “no, è cristiano!”… La pretesa dell’individuazione di una fonte precisa – rigorosamente individuabile solo se presente su Google Images, si badi – è una gigantesca ingenuità, frutto di una perdita di contatto con la storia della nostra cultura: in altre parole, una forma di radicale ignoranza. Un’ignoranza che è l’altra faccia della coazione alla censura manifestata dalla destra europea, che pensa di difendere una identità che, semplicemente, non è quella che credono loro. Mi spiego. Tutti i “banchetti degli dei”, citati in questi giorni (a partire da quello dell’artista del Seicento olandese Jan Harmensz van Bijlert), sono a loro volta ispirati all’iconografia dell’Ultima cena cristiana, e spesso proprio alla fortunatissima, autorevole, invenzione leonardiana: e non certo per una volontà blasfema, ma per quella libera circolazione delle formule iconografiche che ha sempre permesso agli artisti di ibridare l’iconografia della mitologia cristiana con quella della mitologia pagana. Libertà degli artisti, ma anche sensibilità delle tradizioni figurative a un dato ovvio per l’antropologia delle religioni: i nessi profondi tra la figura del Cristo e quella dei vari dèi variamente uccisi e risorti, da Osiride ad Adone, nei miti e nei riti che si compiono intorno alla luna piena di primavera (Pasqua inclusa), un tema consegnato alla modernità dal poema fondativo Terra desolata di T. S. Eliot. Thomas Jolly è solo l’ultimo, e certo non il più grande, creatore di immagini che abiti (magari senza saperlo) in un flusso di immagini che si incontrano, si scambiano, si fondono da millenni. Insomma, il cristiano e il pagano, il sacro e il profano, usano gli stessi schemi figurativo-simbolici: e non lo fanno per caso. Fa dunque davvero sorridere lo zelo con cui giornalisti di oggi (per esempio in una pagina di Open dedicata al fact checking) vogliono dimostrare che Jolly si è ispirato a van Bijlert e non piuttosto a Leonardo, argomentando intorno al fatto che al tavolo parigino c’erano sedici figure e non invece tredici come nei cenacoli…
Ecco i rischi della retorica del debunking e delle fake news in tempi di crollo verticale di cultura storica, e umanistica in genere. Questa terra desolata culturale, del resto, è la stessa che rende possibile che un Matteo Salvini sia vicepresidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana. E dunque non sorprende per nulla che proprio Salvini si sia scagliato per primo contro il tableau, scrivendo: “Aprire le Olimpiadi insultando miliardi di cristiani nel mondo è stato davvero un pessimo inizio, cari francesi. Squallidi”. Il capo della Lega allegava al tweet un confronto fotografico tra l’immagine francese e il Cenacolo leonardiano, riprodotto però non nell’originale, ma in una dozzinale copia in vendita sul web: tipica performance da Cazzaro verde (per dirla con Andrea Scanzi), utile per misurare la turpe ridicolezza di uno che vuole difendere a tutti costi una tradizione culturale che dimostra di non conoscere. Carlo Fidanza (quello dei saluti romani e degli “Heil Hitler”) ha tuonato contro la “baracconata morale”, e l’amichetto ungherese Victor Orbán ha detto che l’opera francese dimostra “l’assenza di moralità pubblica”, e nientemeno che “la perdita dei legami metafisici con Dio, patria e famiglia”. Nessuno stupore: tutti i fascismi hanno la coazione al controllo dell’arte (e il punto non è la qualità della singola manifestazione artistica attaccata): la censurano, la proibiscono, potendo la bruciano, giudicandola “degenerata”. Stupisce di più la reazione delle gerarchie ecclesiastiche, sempre sul chi vive quando si mettono insieme simboli cristiani e discorsi sull’omosessualità (forse perché la gerarchia vuole l’esclusiva, commenta genialmente un mio amico prete).
I commenti sdegnati di vescovi americani e francesi appaiono francamente fuori centro quando si rammenti che proprio l’Ultima cena è il luogo e il momento del comandamento dell’amore, l’unico comandamento della Nuova alleanza. E l’amore non ha confini. D’altra parte, i politici “cristiani” che oggi tuonano contro il Cenacolo queer sono gli stessi che brandiscono i rosari mentre fanno affogare nel Mediterraneo i poveri Cristi. È normale: chi non ama la libertà dell’arte, non ama nemmeno le persone: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti…! Serpenti, razza di vipere!» (Matteo 23, 13 e 33).

Pensa te!

 

Big Pharma: come portare utili per 580 mld nei paradisi fiscali
IN SOLI 5 ANNI - Una rete di filiali che posseggono i brevetti in Paesi a bassa o nulla tassazione su cui pagare royalties a se stessi
DI MARIA MAGGIORE E MAXENCE PEIGNE
Quando sei anni fa i medici rimossero il tumore di Miriam Staunton, dissero alla 51enne irlandese che aveva il 70% di possibilità di recidiva. Eppure, nei mesi successivi all’operazione, le furono offerte solo radiazioni locali e controlli regolari, nessun trattamento farmacologico. “Quando incontrai l’oncologo mi disse che non era in grado di offrirmi nulla di sistemico”, ricorda Miriam. Avrebbe dovuto aspettare che il melanoma si ripresentasse un anno dopo per avere diritto a farmaci efficaci e costosi. Solo dopo che il cancro era progredito al quarto stadio, nel febbraio 2019, ha iniziato un ciclo di Opdivo combinato con Yervoy, farmaci innovativi noti come immunoterapia, all’epoca rimborsati dallo Stato irlandese solo al quarto stadio.
In grandi Paesi come la Francia il rimborso iniziava dal terzo stadio grazie a un accordo tra lo Stato e la società produttrice. A Dublino, invece, il negoziato per fissare il prezzo di Opdivo con Bristol-Myers Squibb (BMS) è stato duro e lungo: il prezzo di partenza era 1.311 euro per una dose da 100 mg, quando – secondo i calcoli di alcuni studiosi – anticorpi simili possono essere prodotti a un prezzo compreso tra 9,50 e 20 dollari (8,85-18,60 euro). Non si conosce il prezzo finale pagato dalle autorità irlandesi per l’obbligo di segretezza imposto dalla compagnia.
Investigate Europe ha invece scoperto quanto guadagnano le società come BMS facendo durare più a lungo possibile un brevetto tassato nei paradisi fiscali: i 15 maggiori produttori di farmaci europei e statunitensi, tra cui BMS, gestiscono oltre 1.300 filiali in paradisi fiscali e territori a bassa tassazione producendo, negli ultimi cinque anni, profitti per 580 miliardi di euro. Il paradosso è che l’Irlanda è tra i primi cinque paradisi fiscali scelti dall’industria farmaceutica (insieme a Paesi Bassi, Svizzera e Lussemburgo per l’Europa). Ancora peggio: il farmaco Opdivo è prodotto proprio in Irlanda. Se da un lato il trattamento non era accessibile ad alcuni pazienti irlandesi, dall’altro il fornitore registrava profitti altissimi grazie allo schema di elusione fiscale “Double Irish”, che permette di abbassare la tassazione sotto la già bassa aliquota del 12,5%. La tecnica prevede la creazione di due società irlandesi: una per scopi operativi e l’altra per detenere la proprietà intellettuale; la prima paga le royalties alla seconda, che risulta residente fiscalmente all’estero, ad esempio alle Bermuda.
Il vasto campus all’avanguardia di BMS a Dublino, ad esempio, appartiene a una filiale che nel 2022 ha registrato un fatturato di 17,2 miliardi di dollari, più di un terzo delle entrate totali del colosso. Tuttavia, nonostante sia registrata in Irlanda, Swords Laboratories è svizzera ai fini fiscali. La sua controllante Bristol-Myers Squibb Holdings Ireland gode di un’analoga doppia residenza e possiede brevetti per diverse terapie di BMS. Nel 2022, la holding ha valutato le sue attività a più di 1 miliardo di dollari e ne ha intascati 4,5 in royalties sui farmaci prodotti da Swords Laboratories come l’anticoagulante Eliquis. La holding ha anche ricevuto quasi 9 miliardi di dividendi in due anni dallo stabilimento di Dublino. Il governo irlandese replica di aver modificato la sua legislazione fiscale fin dal 2014 “per prevenire strutture come il Double Irish”. L’Irlanda ha però un trattato di doppia imposizione con la Svizzera, spiega James Stewart, professore aggiunto di finanza al Trinity College di Dublino, e così il vecchio schema può funzionare ancora.
Detenere proprietà intellettuale nei paradisi fiscali è una pratica comune per BMS. I suoi brevetti su Opdivo e Yervoy si trovano nel Delaware, uno stato americano che non applica tasse sulle royalties. I due farmaci rappresentavano un quarto dei 45 miliardi di dollari di fatturato del gruppo nel 2023. Nello stesso anno, BMS ha elencato 135 filiali in paradisi fiscali: 81 nel Delaware, 15 in Svizzera, 13 in Irlanda e 12 nei Paesi Bassi. Queste strutture hanno aiutato l’azienda a raggiungere un’aliquota fiscale effettiva del 4,7%, ben al di sotto di quella legale Usa del 21%. L’azienda non ha risposto alle richieste di commento.
BMS non è un caso unico. Il Delaware conta 700 entità societarie come quelle di BMS, i Paesi Bassi 170, Svizzera e Irlanda quasi 120 ciascuna. Il gigante statunitense Merck, proprio come BMS, ha creato una rete di filiali irlandesi con residenza fiscale svizzera che, al 2022, detenevano almeno 44 miliardi di dollari di capitale proprio. Non tutte le case farmaceutiche usano lo schema Double Irish, ma comunque – secondo le stime di Investigate Europe – molte delle loro affiliate avevano accumulato un considerevole patrimonio netto in Irlanda alla fine del 2022: 308 miliardi di dollari per Abbvie, oltre 102 per Johnson & Johnson, 20 per AstraZeneca e 17 miliardi per Gilead.
Nove dei 10 maggiori gruppi farmaceutici del mondo hanno attività in Irlanda e il più grande è “probabilmente Pfizer”, ipotizza il professor Stewart: non si può esserne certi, però, visto che non ci sono bilanci pubblicati per nessuna filiale irlandese. Nei Paesi Bassi, Pfizer ha registrato tre quarti dei suoi 100 miliardi di dollari di ricavi con una holding olandese alla guida di una miriade di filiali. La società in accomandita CPPI CV è “fiscalmente trasparente”, cioè i suoi azionisti possono trarre profitti non tassati: nei due anni fino alla fine del 2023, CPPI ha inviato 35 miliardi di dollari alle sue società madri nel Delaware. Pfizer non ha risposto alle richieste di commento.
“Tutti vogliono limitare l’esposizione fiscale e le aziende non fanno eccezione”, afferma Paul Fehlner, ex responsabile della proprietà intellettuale del colosso svizzero Novartis: “Trasferendo la proprietà dei diritti di brevetto in una giurisdizione a bassa tassazione e facendo confluire i fondi internamente in un’entità che detiene i brevetti, si riesce a farlo”. Non solo: le aziende cercano anche di allungare la vita dei brevetti per impedire la concorrenza. Per giustificarsi i manager citano gli alti costi di ricerca e sviluppo, ma i dati raccolti da Investigate Europe mostrano che l’industria farmaceutica raccoglie più profitti dalle vendite dei farmaci esistenti di quanti ne investa nello sviluppo di nuovi: nel quinquennio analizzato le 15 big del settore hanno guadagnato 580 miliardi di euro al netto delle imposte e speso 572 miliardi in ricerca e sviluppo. I guadagni sono stati destinati agli azionisti sotto forma di dividendi e riacquisti di azioni per un totale di 558 miliardi.
Nei Paesi Bassi, intanto, i tribunali stanno per diventare un campo di battaglia tra un produttore di farmaci e i suoi detrattori. Nel 2023 la Pharmaceutical Accountability Foundation (PAF), un gruppo di interesse pubblico, ha intentato una causa contro Abbvie per abuso di posizione dominante: PAF sostiene che l’azienda Usa abbia realizzato profitti eccessivi (1,2 miliardi di euro in 14 anni) sulle vendite olandesi di Humira, il farmaco più venduto al mondo per il trattamento di un reumatismo. “Respingiamo le accuse infondate della PAF che, come indicato al tribunale, mettono in discussione il sistema di determinazione dei prezzi di tutti i farmaci, ostacolando potenzialmente l’innovazione futura”, ha detto un portavoce di Abbvie.
Prima del caso olandese, però, l’azienda era già stata nell’occhio del ciclone di una commissione del Senato americano che nel 2022 aveva scoperto che Abbvie aveva eluso miliardi di tasse mantenendo la sua proprietà intellettuale alle Bermuda e producendo in Irlanda e Porto Rico. Nello stesso anno l’ong I-Mak ha rivelato che il gruppo ha depositato il 94% dei 166 brevetti americani su Humira dopo che il farmaco era già in commercio: lo stratagemma ha tenuto a bada i concorrenti e ritardato l’arrivo sul mercato dei farmaci generici, meno costosi.
Tutte le aziende citate sono state contattate per un commento. AstraZeneca, Bayer, Eli Lilly, Novartis, Novo Nordisk, Roche e Sanofi hanno risposto specificamente sulle questioni fiscali affermando di rispettare tutte le regole. Sanofi ha insistito di essere presente in Paesi a bassa tassazione per le esigenze dei pazienti locali. Bayer afferma che, in quanto società tedesca, è tassata sui suoi profitti offshore e aggiunge che alcuni dei Paesi da noi citati non dovrebbero essere ritenuti paradisi fiscali.

domenica 4 agosto 2024

Tradizionalmente




Proprio pavidamente così!




Pino e gli sghei

 

l paron de Venessia e quei grandi affari tra palazzi e canali
LUIGI BRUGNARO - L’ascesa. La madre maestra, il padre operaio Montefibre, colonna della Cisl, poeta e narratore di lotte sindacali al Petrolchimico. Lui intuì il business del lavoro interinale e fece i primi “schei”
DI PINO CORRIAS
“Non mi dimetto, non ho fatto nulla di male” dice Brugnaro di Brugnaro, mandando in tilt mezzo consiglio comunale che gli grida: “Buffone, Buffone!”. C’era da aspettarlo, vista la sua storia e il suo carattere.
Per una decina d’anni Luigi Brugnaro – Mirano, anno 1961, due mogli, quattro figli – imprenditore di mille imprese, è stato l’indiscusso “paron de Venessia”. Non il sindaco, ma proprio il padrone. Con una storia che si piega per intero all’insonne malattia degli schei, “i soldi! I soldi!” da fare e da accumulare all’infinito. Lui svelto di chiacchiera barbarica – “non fatemi parlare con lo stronzo che ha parlato prima, cazzo se mi incazzo!” – di prepotenza muscolare, oltre che dotato di quella faccia tosta che serve a raccontare l’eterna favola berlusconiana dei ricchi che una volta voltati in politica, faranno non i loro interessi, ma quelli della povera gente. E il guaio è che la povera gente gli crede.
A questo giro
i magistrati lo hanno pescato per “il sistematico perseguimento di interessi personali” e in particolare per vecchie carte che riguardano un terreno da 40 ettari comprato una ventina di anni fa, per 5 milioni di euro, nell’area dei Pili, dalle parti del Ponte delle Libertà, un’area del demanio altamente inquinata. Nel 2018, a metà del primo mandato da sindaco, mentre si vantava di avere conferito tutto il suo patrimonio a un Blind Trust, si scoprì che il Trust ci vedeva benissimo e che il sindaco stava provando a vendere quel vecchio terreno a un super ricco di Singapore, mister Kwong, per la modica cifra di 150 milioni di euro, con la promessa incorporata di raddoppiare gli indici di edificabilità per trasformarlo in un affare dal 1,5 miliardi di euro.
L’affare si ferma perché mancano i piani di bonifica, ma intanto altri business edilizi diventano progetti: due torri residenziali, cento ville, un Centro commerciale, il nuovo stadio per il Venezia calcio, e accanto il nuovo palasport per la squadra regina del basket, la Reyer, che per puro caso appartiene a Brugnaro.
I sospetti corrono più veloci degli affari. Le intercettazioni e le indagini svelano che i più stretti collaboratori del sindaco-paron, vengono tutti dalle sue aziende. Ne indagano 23. Il più fidato tra i suoi assessori, Renato Boraso, la cui condotta viene giudicata di “mercificazione della funzione pubblica, sistematica e compulsiva”, finisce in carcere. Il primo, per il momento. Brugnaro scalpita, resiste e pianze: “Sono pronto alla mia via crucis, speremo no i me metan in croce”.
Una dozzina di giorni fa, comparendo per la prima volta in pubblico dopo lo scandalo, camminava in mezzo a una nuvola di fischi, improperi. I meno volgari erano “Vergogna!” e “Dimettiti!”, che sono sale rovente sul suo narcisismo ferito e sulla sua storia.
Modesta e assai per bene era la sua famiglia di Spinea, sobborgo di Mestre. La madre maestra elementare, il padre Ferruccio, operaio della Montefibre, una colonna della Cisl negli anni delle rivendicazioni, nonché poeta amatissimo, narratore di lotte sindacali e di notti stellate sopra le luci del Petrolchimico.
Studia, si iscrive a Architettura, ma come racconta chi lo frequentava allora “era sempre alla ricerca della trovata per fare i schei”. Incontra un ex marine, Charles Hollomon, che conosce i computer e ha appena fondato a Marghera la prima agenzia per il lavoro interinale in Italia, importando l’idea dall’America. Si fa spiegare di cosa si tratta: intermediare con le aziende per fornire manodopera a tempo determinato e incassare una percentuale sui contratti. È il 1993 e le agenzie interinali sono ancora fuorilegge. Ma tre anni dopo quando Brugnaro viene a sapere che Tiziano Treu, uomo Cisl, nonché ministro del Lavoro nel governo Prodi, sta per renderle legali, sgama l’idea, bye bye Mister Hollomon, fonda da solo la sua agenzia che in breve moltiplica per dieci in Veneto, per cento in Italia. La battezza “Umana”, anche se il padre poeta ha fatto anni di battaglie contro lo sfruttamento proprio del caporalato e del lavoro a chiamata, dichiarandolo “inumano”.
Dato che guadagna a percentuale sul lavoro altrui, “Umana” offre un flusso di cassa continuo. Brugnaro diventa milionario in un batter d’occhio. Impiega una ventina d’anni a scalare il primo miliardo di fatturato. Da quel momento la trovata è fare i schei con gli altri schei. Compra case, palazzi, terreni, società digitali, imprese di pulizie, parcheggi, allevamenti in Maremma.
Di alta economia non capisce quasi nulla, ma di quella altamente politica tutto. Scala la popolarità sportiva comprando nel 2006 la Reyer, nobile squadra di basket, che vincerà due campionati di seguito. E scala la celebrità politica diventando nel 2009 il presidente di Confindustria Venezia, maneggiando l’ossessione dei comunisti, delle tasse e delle procure.
Il salto definitivo lo fa nel 2015 candidandosi sindaco contro Felice Casson, l’ex magistrato, la toga rossa che spaventa il ceto degli esentasse, esorcizzato in stile berlusconiano “Libertà, libertà!” e con lo slogan: “Non abbiamo bisogno di giudici in politica: riportiamo Venezia in serie A”. Vince il primo mandato, stravince il secondo. Governa da paron. Decide e ordina. Ce l’ha con gli extracomunitari: “I nostri ragazzi vanno educati, serve una differenza tra loro e quelli che vivono sugli alberi di banane”. Detesta gli omosessuali: “Il Gay Pride mi fa schifo!”.
La sua burbanza piace anche se da subito smantella le reti di protezione per i più deboli, compresi i lavoratori a bassa soglia, riduce gli investimenti per il recupero delle donne schiave della strada e per i tossicodipendenti. Mestre scala le classifiche delle morti da overdose, ma il suo approccio resta securitario: polizia, retate, carcere. Smantella il decentramento amministrativo – “Volevano fare il Vietnam, siamo intervenuti con il Napalm” – concentra tutto nelle mani del Comune e dalla giunta che gli obbedisce come una falange. Non ascolta le opposizioni e va solo una volta l’anno in Consiglio dove parla ore, per metà in dialetto, specie quando insulta i consiglieri: “Disastro de omo, porta sfiga, vai fora, corri!”.
Se la intende con Matteo Renzi proprio sugli schei e incassa dal suo governo i 457 milioni del Patto per Venezia, anno 2016. Distribuisce a pioggia. Ma con il tempo i soldi finiscono e la prepotenza non paga. Corrono le voci sugli interessi privati negli atti pubblici, i sospetti di corruzione, proprio come stava accadendo nella Liguria di Giovanni Toti, l’alleato con cui Brugnaro si inventa “Coraggio Italia”, il nuovo partito che fondano insieme. E che – tra i due mari di carte giudiziarie – insieme affondano.

Olimpicamente Selvaggia!

 

Poco orgoglio molti sfottò: 5 cattivi cerchi per Giorgia
DI SELVAGGIA LUCARELLI
Il governo Meloni attendeva le Olimpiadi di Parigi con trepidazione, immaginando una dimostrazione di italica potenza nonché l’opportunità di rafforzare l’identità tricolore e invece è l’Olimpiade più sgangherata di sempre.
Sinner rinuncia a partecipare, Jacobs viene punto da un insetto ai blocchi di partenza.
L’ex schermitrice Elisa Di Francisca cazzia la nuotatrice Benedetta Pilato perché ha preso con filosofia il quarto posto e in effetti, appunto, collezioniamo una sfilza di quarti posti accompagnati dai soliti laconici “È stata comunque una bella gara”. Non basta. Il mondo intero parla di noi ma non per l’orgoglio italiano che trova nello sport la sua naturale declinazione, bensì per una figuraccia da oro olimpico: il ritiro della frignante Angela Carini si è trasformato in insulti, polemiche, strumentalizzazioni sportive e politiche, meme sbeffeggianti e perfino in un post del rapper americano 50cent che ha dileggiato la pugile italiana per il suo comportamento sul ring. Immagino l’imbarazzo della premier Meloni che dopo una vita a urlare con l’occhio della tigre “non bisogna arrendersi e indietreggiare!”, dopo una vita spesa a lodare il coraggio delle forze dell’ordine, si ritrova con una poliziotta che dopo 46 secondi frigna sul ring e si lagna perché i pugni fanno troppo male. E anziché dirle : “La prossima volta muovi le chiappe e combatti” come ci si aspetterebbe, twitta: “So che non mollerai, Angela, e so che un giorno guadagnerai con sforzo e sudore quello che meriti. In una competizione finalmente equa”. Angela in tutta risposta annuncia che lascia la boxe. A quel punto l’oligarca russo e presidente dell’Iba Umar Kremlev fa sapere di voler donare un premio in denaro alla pugile italiana. Insomma, la premier si ritrova pure con un’atleta che rischia di essere foraggiata da un amico di Putin.
Morale: credo che Giorgia Meloni non veda l’ora che queste maledette Olimpiadi finiscano. Ha però almeno due consolazioni: un argento e un bronzo nella gara di pistola 10 metri, segno che il Paese di Pozzolo sa ancora farsi rispettare nelle competizioni che contano. Per non parlare di Marta Maggetti che vince l’oro nel windsurf, quindi è probabile che al suo ritorno da Parigi ci sarà l’ex campione e collega Chico Forti ad accoglierla in aeroporto. L’orgoglio italico, forse, è salvo.