sabato 27 luglio 2024

Cantiere di Repubblica

 

Mancano i medici, i pronto soccorso sono in affanno, gli infermieri fanno turni massacranti e le tecnologie sono da rinnovare Ecco come e perché il sistema sanitario sta andando in tilt

di Michele Bocci

Q uando non trovano un posto per fare la risonanza in tempi accettabili, quando aspettano troppo a lungo di entrare al pronto soccorso o non riescono a reperire qualcuno che assista un proprio caro a casa. Quando devono pagare per operarsi prima, quando fanno mille chilometri per curarsi o sono ricoverati in ospedali vecchi e scomodi. Sono molte, sempre di più, le occasioni nelle quali gli italiani vivono direttamente la crisi del sistema sanitario pubblico. Il glorioso strumento di democrazia, che dice ancora la sua a livello internazionale e vanta eccellenze di altissima specialità, scricchiola e sbuffa per la fatica. Carenze di personale, difficoltà organizzative, tecnologie da rinnovare: il timore è che sia arrivato il momento della crisi definitiva, dalla quale non si tornerà più indietro. I problemi sono diversi ma ce n’è uno che per certi aspetti li genera tutti, o comunque una buona parte: la carenza di risorse. 

Ci vogliono soldi per migliorare l’assistenza, estenderla, recuperare gli espulsi dal sistema. Poi, certo, è anche necessario spendere bene il denaro già a disposizione, ridurre gli sprechi, organizzarsi meglio, ma intanto partire da risorse più corpose sarebbe di aiuto.

Sono anni che il sistema italiano è sottofinanziato ma ora i numeri stanno diventando preoccupanti. La sanità è pagata prevalentemente dal Fondo sanitario nazionale, che viene suddiviso ogni anno tra le Regioni basandosi su una serie di parametri, prima di tutto la popolazione, ma anche l’età degli abitanti. Osservare solo il Fondo però non basta. Il suo valore tende infatti a salire anno dopo anno, per fronteggiare, ad esempio, l’aumento dei prezzi dei fornitori legato all’inflazione ma anche quello degli stipendi. Così, anche a livello internazionale, ci si basa sul peso percentuale della spesa sanitaria rispetto al Pil.
n Italia il rapporto spesa-Pil è basso e tenderà a scendere nei prossimi anni, a detta dello stesso governo. Nell’ultimo Def, il Documento di economia e finanza, il Mef lo ha fissato al 6,4% per quest’anno, al 6,3% per il 2025 e il 2026 e infine al 6,2% per il 2027. Il Fondo sanitario intanto cresce da 138 miliardi di euro quest’anno a 147 nel 2027, ma appunto questo dato da solo, di solito citato da Giorgia Meloni per sottolineare che il suo governo ha investito di più degli altri, non è veritiero perché l’aumento è “mangiato” dall’incremento dei prezzi. Basta vedere cosa succede alla spesa farmaceutica, che è in continua crescita. Nel 2023 è salita del 6,5% rispetto al 2022, con un aumento assoluto di 1,4 miliardi.

In passato il rapporto Spesa-Pil ha raramente superato il 7%, salvo negli anni del Covid, quando c’erano spese extra legate alla pandemia. Prima, si andava comunque meglio di oggi. Il confronto internazionale, poi, è impietoso. Nel 2022, quando da noi il rapporto Spesa sanitaria pubblica-Pil era del 6,7%, la Germania era al 10,9%, la Francia al 10,3%, il Regno Unito al 9,3%, i Paesi Bassi all’8.6%, la Spagna al 7,3%. Sotto l’Italia, e della media dei Paesi Ocse che era del 7,1%, il Portogallo (6,7%) e la Grecia (5,1%).
Perché l’Italia non investe di più nella sanità? Per Renato Balduzzi, ministro della Salute durante il governo Monti, «c’è uno sbilanciamento della spesa pensionistica che non ha paragoni, nonostante le misure adottate a suo tempo dal nostro governo e dopo malamente modificate. Poi, c’è il perdurare di uno stock di evasione fiscale, anche questo sconosciuto alla gran parte degli altri Paesi. Infine, anche quando si sarebbe potuta espandere la spesa, spesso non c’è stata volontà, scelta che si può leggere in più modi. Ad esempio, si sottofinanzia il pubblico per privilegiare modelli diversi, oppure perché in un quadro di regionalismo differenziato saranno le Regioni a mettere mano al portafogli». Beatrice Lorenzin (oggi nel Pd) è la ministra alla Salute rimasta in carica più a lungo nella storia repubblicana, cinque anni: «Si èsmesso di investire nella Seconda Repubblica - dice - Si è puntato prima sulla riorganizzazione, cioè su efficienza e programmazione, e aveva senso. Con la riforma del Titolo V del 2001 c’è stata la devoluzione delle competenze sulla sanità alle Regioni ma non avevano una infrastruttura di dirigenza adeguata e sono finite commissariate. In epoca di vincoli di Maastricht l’unica spesa veramente certificata sulla quale fare tagli era quella sanitaria, così si è iniziato a spremere. Ora bisogna tornare indietro.Fare sacrifici in altri settoriper finanziare la sanità».

Il personale che manca
In Italia mancherebbero circa 20 mila medici (su 136 mila) e 65 mila infermieri (su circa 400 mila). Il problema, con i camici bianchi, interessa soprattutto alcune specialità, come il pronto soccorso, la chirurgia generale, la radioterapia e comunque le discipline prevalentemente svolte all’interno del servizio pubblico. Si è sbagliato a programmare i posti nelle scuole di specializzazione, perché non si è tenuto conto delle esigenze del sistema sanitario. Èben nota la situazione dei pronto soccorso, che quasi ovunque hanno seri problemi di organico e sono in difficoltà a rispondere alla massa di pazienti che si presentano ognigiorno. Le figure che hanno grande mercato privato, come chirurghi plastici, oculisti o ginecologi, invece non sono in sofferenza.
I fenomeni che mettono in crisi le Asl sono due. Da un lato in tanti escono dagli ospedali prima della pensione perché si spostano nel privato o all’estero, dall’altro ci sono problemi in entrata, di reclutamento dei giovani. Certe scuole di specializzazione non riescono ad assegnare tutte le borse di studio bandite. Talvolta si fermano sotto la metà. «Solo nel 2023 sono stati 3 mila i medici tra i 43 e i 55 anni che hanno lasciato il lavoro prima del tempo – spiega Pierino Di Silverio, segretario del sindacato degli ospedalieri con più iscritti, Anaao – Se ne sono andati per i carichi di lavoro, per la mancanza di sicurezza, per l’impossibilità di fare carriera». Poi ci sono posti dove i giovani non vogliono lavorare. «Èil caso dei pronto soccorso – dice sempre il sindacalista – Bisognerebbe contrattualizzare gli specializzandi per alzargli gli stipendi, fermi a 1.500 euro al mese, e dare loro diritti che adesso non hanno ». Da tempo il ministero alla Salute parla di aumenti di stipendio, per adesso riconosciuto solo a chi lavora nell’emergenza. «Non basta di certo – attacca Di Silverio - I medici italiani guadagnano molto meno dei colleghi europei. Per attrarre professionisti bisogna pagarli bene, intanto detassare una parte dello stipendio. Il governo deve smettere di proporre tariffe più alte per gli straordinari, come nel recente decreto sulle liste di attesa, perché va premiato il lavoro ordinario. Bisogna fare assunzioni e dare a tutti paghe più alte». Anche i medici di famiglia vivono una situazione difficile, perché i pensionati sono più numerosi degli iscritti ai tirocini.
Le carenze più critiche riguardano gli infermieri. Secondo la Corte dei conti ne mancano 65 mila. «Ma la situazione è destinata a diventare più grave con i prossimi pensionamenti: dal 2023 al 2033 saranno 113.000, ai quali si aggiungeranno uscite per altri motivi». A parlare è Barbara Mangiacavalli, presidente di Fnopi, la Federazione degli Ordini degli infermieri: «Le carenze nascono dal blocco delle assunzioni, ma anche dalla mancanza di attrattività della professione. Oggi un infermiere trova subito lavoro, ma poi resta bloccato per 30 anni senza crescita di carriera . È prioritario intervenire sull’incremento della base contrattuale e serve lavorare per migliorare il percorso universitario ». Mangiacavalli dice che «l’impegno degli infermieri è spesso ai limite anche della tolleranza fisica conseguenza del ricorso agli straordinari». Bisognerebbe puntare sempre di più sull’assistenza territoriale. «Senza infermieri non c’è futuro».

Ospedali e attrezzature vecchie
Non è solo una questione di persone ma anche di spazi. L’Italia deve rinnovare il suo parco ospedali. Le strutture sanitarie sono vecchie. Solo il 18% dei luoghi di cura ha meno di 34 anni. Sono ben più numerosi gli ospedali tirati su prima della fine della Seconda guerra mondiale, cioè fino al 1945. Sul totale nazionale sono il 27%. Proprio sulle strutture c’è stato alcuni mesi fa uno scontro tra Regioni e governo. Il Piano nazionale complementare (Pnc) al Pnrr prevedeva infatti lo stanziamento di 1,2 miliardi di euro per interventi la messa in sicurezza antincendio e antisismica degli ospedali. Soldi in molti casi già impegnati dalle amministrazioni locali. Il ministro al Pnrr Raffaele Fitto ha fatto sapere che quel denaro non è più disponibile e ha invitato le Regioni a reperire le risorse nel cosiddetto “Articolo 20”, un fondo per interventi su immobili sanitari. «Sono tagli», hanno denunciato le Regioni, sostenendo che nel fondo non c’è abbastanza denaro e di non aver ancora ricevuto le istruzioni su come utilizzare il denaro dell’“Articolo 20”.
Ma ad essere vecchie, in Italia, sono anche le apparecchiature sanitarie. Si tratta di un problema sia per la qualità degli esami svolti sia per la rapidità. Per Confindustria dispositivi medici, nel nostro Paese ci sono quasi 37 mila apparecchi di diagnostica per immagini non più in linea con lo stato dell’arte della tecnologia esistente: «Il 92% dei mammografi convenzionali, il 96% delle Tac, con meno di 16 slice, il 91% dei sistemi radiografici fissi convenzionali, l’80,8% delle unità mobili radiografiche convenzionali, il 30,5% delle risonanze magnetiche chiuse, da 1-1,5 tesla, hanno più di 10 anni». I soldi per rinnovare i macchinari, 1,1 miliardi, li ha messi il Pnrr. Molte Regioni sono avanti con gli ordini e le istallazioni, l’obiettivo è avere nel 2026 almeno 3.100 nuove grandi apparecchiature operative.
Liste di attesa e privatoIl sistema sanitario nazionale, da dopo il Covid, lavora meno. Nei primi sei mesi del 2023 ha fatto, dice Agenas, l’agenzia sanitaria delle Regioni, 29 milioni di visite e 34 milioni di esami (esclusi quelli di laboratorio). Nello stesso periodo del 2019, i due dati sono stati 33 milioni e 36,5. Già così si comprende che le liste di attesa non possono che essersi allungate. A fronte di una offerta che è calata, infatti, la domanda non è certo scesa (non ci sarebbe motivo epidemiologico), e così in certi casi i cittadini aspettano mesi e mesi. E qui c’è il grande bivio. Chi può permetterselo paga e va nel privato, chi non può aspetta. Che la prima ipotesi sia sempre più utilizzata lo dice Istat, che ha calcolato come addirittura il 50% delle visite specialistiche vengano ormai fatte a pagamento. Un dato enorme. In realtà c’è anche una terza via: andare al pronto soccorso, dove tutti sono curati gratis (o quasi, in certe Regioni c’è un ticket per i casi meno gravi).

Sempre Istat, nel suo Rapporto sul benessere equo e sostenibile ( Bes)calcola che il 4,2% dei cittadini nel 2023 ha rinunciato alle cure per motivi economici. Si tratta di 2,5 milioni di persone, dato cresciuto rispetto al 2022. Poi ci sono quelli che pagano. Il valore della spesa “out of pocket” è cresciuto negli anni, di pari passo con il venir meno della risposta del servizio pubblico, ma anche con l’aumento del fondo sanitario nazionale. Per Istat la spesa diretta delle famiglie nel 2012 era di 34,4 miliardi di euro. Nel 2022 è arrivata a quota 41,5 miliardi. La crescita è stata in 11 anni di oltre il 20%. Oltre 20 miliardi vengono spesi per visite specialistiche, servizi dentistici, servizi di diagnostica e per servizi paramedici. Altri 15 sono serviti a comprare farmaci, apparecchiature medicali e altro. «Il livello di spesa sanitaria in Italia è più contenuto degli altri paesi Ue, sia in termini di prodotto sia guardando in termini di parità del potere d’acquisto», ha da poco ribadito la Corte dei Conti: «La spesa privata sta crescendo in modo consistente, con una rilevante, forte differenza della capacità di spesa tra fasce più agiate e quelle più in difficoltà della popolazione. C’è dunque bisogno di mantenere un livello di spesa pubblica elevato per rispondere al declino che si prefigura». Per affrontare le liste di attesa, il governo ha presentato un dl con alcune misure subito prima delle elezioni Europee. Ma nel provvedimento, un misto di misure già previste e di indicazioni poi modificate dallo stesso esecutivo, praticamente non ci sono soldi.

Il nodo appropriatezza
Quando si parla di attese non si può tacere un altro problema che compete l’organizzazione: l’inappropriatezza, cioè il consumo di prestazioni inutili. Per certi esami, come le risonanze, si stima che gli accertamenti che non servono siano addirittura il 40% del totale di quelli prescritti. «L’importante è fare attenzione a non additare solo il medico come colpevole », spiega Nicola Montano, ordinario di medicina interna al Policlinico di Milano e presidente eletto della Simi, la Società italiana di medicina interna. «Tutto dipende dal sistema, non nasce da errori di un singolo attore. Per ridurla dobbiamo mettere chi prescrive in grado di lavorare con tranquillità. Oggi abbiamo una carenza di medici di medicina generale, quindi questi colleghi hanno un carico di lavoro importante, spesso sono molto giovani, e hanno una tendenza alla medicina difensiva ». Cioè, a prescrivere per paura di sbagliare.
Spesso sono gli stessi cittadini a chiedere più prescrizioni del necessario e se non le ottengono si rivolgono al privato. «Abbiamo da tempo un forte consumismo sanitario – dice Montano – che nasce da una iper medicalizzazione della società. I progressi delle scienze mediche sono stati così tanti chepraticamente tutti sono considerati malati. Nel frattempo però non facciamo prevenzione. Non insegniamo ai bambini a mangiare, alle giovani madri l’importanza dell’attività fisica o del sonno. Ma i fattori ambientali pesano per il 60% sullo sviluppo di una malattia».

Autonomia differenziata
Per il governo, o almeno per una parte, l’autonomia differenziata migliorerebbe anche la situazione della sanità. Il settore rappresenta un buon punto di osservazioneper valutare la nuova disciplina. Dal 2001 infatti la modifica del Titolo V della Costituzione ha assegnato gran parte delle competenze legate all’assistenza dei cittadini alle Regioni. Il sistema non ha funzionato molto bene, visto che le realtà deboli, prevalentemente nel Centro-Sud, sono rimaste in difficoltà e quelle con un’assistenza di livello medio-alto, salvo alcuni casi eclatanti, si sono confermate. Per questo in molti temono che l’autonomia differenziata rinforzerà alcuni di coloro che sono già forti e farà sprofondare chi è debole. Già oggi l’aspettativa di vita nel meridione è inferiore rispetto al settentrione (86,5 anni per le donne in Trentino-Alto Adige, 83,6 in Campania). Uno dei rischi è quello dello spostamento di professionisti e di conseguenza anche di pazienti verso le Regioni che lavorano di più e meglio. Con l’autonomia differenziata le Regioni potrebbero fare i loro contratti ai professionisti della sanità e ovviamente chi è più ricco offrirà paghe migliori, spingendo i camici bianchi e gli infermieri a spostarsi. Su questo da tempo lanciano l’allarme sindacati degli ospedalieri, che parlano del rischio di mobilità professionale. E il timore è anche che, in un Paese dove già oggi tantissimi viaggiano per curarsi (nel 2022, 140 mila malati da Sicilia, Calabria, Puglia e Campania si sono ricoverati altrove e ben 62 mila sono andati in Lombardia), questi spostamenti diventino ancora più numerosi. E il sistema sanitario nazionale crolli.

venerdì 26 luglio 2024

Okkio!



I pesticidi nelle minerali, solo 4 non li hanno

Analisi del “salvagente” su 18 marche. In testa Evian, panna e S. Benedetto. Limiti rispettati

di Marco Franchi 

I pesticidi sono ormai ovunque. Se l’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) li ha rinvenuti anche nelle acque sotterranee italiane, non c’è da sorprenderci che alcuni di loro si ritrovino anche nelle sorgenti di diverse acque minerali che gli italiani portano a tavola sempre più spesso (la stima è di 252 litri l’anno a testa, ma il dato è in continua crescita).
Il Salvagente in edicola da oggi ne ha testate 18 (Panna, Levissima, Sant’Anna, Rocchetta, Saguaro, Ferrarelle, San Benedetto, Lete, Eva, Uliveto, Vitasnella, Brioblu, Fiuggi, Guizza, San Pellegrino, Fonte Essenziale, Lauretana ed Evian) tra le marche più conosciute: solo 4 non hanno residui di pesticidi.
Il dato in sè non deve allarmare: le norme stabiliscono in 0,1 microgrammi al litro per singolo pesticida e in 0,5 totali, il limite da non superare e tutte e 18 risultano sotto questo limite. Con una avvertenza, quando in alcune acque ci sono 3 diversi principi attivi (tra cui interferenti endocrini tossici per la fertilità come il Propiconazole Cypermerthrins o che possono diventare cancerogeni come il Biphenyl), qualche domanda va posta. La classifica, stilata dal Salvagente sulla qualità delle minerali che finiscono in tavola, ha come parametro principale la presenza di pesticidi (che ha pesato per il 40 per cento sul voto finale), ma hanno avuto un peso anche le misurazioni su minerali, nitrati e sostenibilità.
La classifica vede in testa Panna Naturale, Evian naturale in vetro e San Benedetto Ecogreen Naturale. Molto buone anche Fiuggi naturale in vetro, Brioblu leggermente frizzante, Levissima naturale, Vitasnella naturale e Fonte essenziale naturale. Buone Ferrarelle effervescente naturale, Eva naturale, Saguaro (Lidl) naturale, Lete effervescente naturale, Lauretana naturale e Sant’anna naturale. Giudizio assai critico su Uliveto naturale, Guizza naturale, Rocchetta naturale e San Pellegrino frizzante.
Oltre al dato del mercato però, il mensile dei consumatori approfondisce anche il come sia possibile che anche le acque di fonte (quelle che teoricamente dovrebbero essere protette da contaminazioni), possano risultare contaminate anche ad altezze incredibili (Levissima, apprendiamo, imbottiglia a 3400 metri d’altezza). La presenza di campi molto irrorati e non troppo distanti potrebbe esserne una causa, certo. Ma la questione potrebbe essere un “campanello d’allarme che segnala qualche buco”, come dice al giornale Silvano Monarca, già professore ordinario di Igiene e medicina preventiva all’università di Perugia, esperto di acque minerali.
La sorpresa maggiore resta però quella dei controlli, che funzionano così. Le varie Arpa (Agenzia regionale per la protezione ambientale) competenti di ciascuna regione trasmettono ai rispettivi concessionari gli elenchi degli antiparassitari da ricercare (quelli che si stimano essere maggiormente presenti nei luoghi di estrazione). Così le aziende ricercano soltanto quelli.
Nei test effettuati in laboratorio per il Salvagente, però, risultano dei residui di pesticidi diversi da quelli che l’Arpa aveva indicato di ricercare ad alcune marche. L’evidenza scientifica ci dice dunque che i pesticidi sono molto più volatili di quello che si pensi. La normativa andrebbe rivista.

E andiamo!!!




Non capisce



Non ha colpe perché non comprende, non sa, gli è sconosciuto il valore della maglia, per lui la maglia è un oggetto da vendere. Che ne sa l’americano della storia del club, della Famiglia nata, vissuta, meravigliosamente espansa, traguardante sogni e trofei immensi, portatrice di glorie sportive difficilmente eguagliabili? Che ne sa l’americano della tradizione, dell’affetto, dell’appartenenza? Nulla, non capisce né capirà mai. Per lui Daniel è un gruzzolo, un numero, un ragazzo da spedire definitivamente nelle mani di un saggio, di quell’Adriano Galliani che invece comprende il tesoro della Famiglia, che mai si sarebbe privato in quattro e quattr’otto di Paolino, della sua storia, della Famiglia Maldini. Per riverenza, affetto, riconoscimento del valore intrinseco. 
Ma l’americano queste cose non le conosce, non sa nulla di storia capace d’ingalluzzire il presente, il futuro. 
Vendere Daniel equivale a trasmetterci il suo credo:”non ci capisco un cazzo, per me uno vale l’altro, fondamentale è guadagnare, il mito non esiste. Contano solo i numeri!” 
Che tristezza infinita!

Verità




Moore!!!

 

“Caro Bibi, l’antisemita sei tu: hai lasciato senza protezione chi ti critica”
IL REGISTA - “Hai le mani sporche di sangue: hai finanziato hamas e fai la guerra per salvarti”
DI MICHAEL MOORE
Pubblichiamo di seguito il messaggio scritto dal regista americano Michael Moore al premier israeliano, Benjamin Netanyahu in visita a Washington per il discorso al Congresso e gli incontri con il presidente Usa, Joe Biden, la vicepresidente Kamala Harris e Donald Trump.
Carissimo Bibi,
hai le mani sporche di sangue. Scrivo a te, il politico indagato per corruzione e frode e accusato di violazione della fiducia. A te che sei il Trump di Israele, con la faccia sporca di sangue, a te che hai finanziato Hamas con miliardi di dollari, che hai fatto affluire nella Striscia per seminare il caos che ti avrebbe permesso di scatenare la pulizia etnica che oggi pratichi con tanta gioia, sguazzando nel sangue dei bambini che hai massacrato. (…)
Scrivo a te, Netanyahu, che la storia giudicherà come il distruttore di Israele, il vero nemico del popolo ebraico che amiamo così tanto, e nemico di una fede che non considera nessun essere umano come un “animale”, ma piuttosto come un dono di Dio. A te, che hai ritirato i riservisti dal confine con Gaza proprio nei giorni precedenti al massacro del 7 ottobre, ben sapendo cosa sarebbe successo. A te, che hai sempre odiato i tuoi concittadini ebrei che vivevano nei kibbutz assaliti, perché votano contro di te e il tuo partito, perché molti di loro sono socialisti, pacifisti, atei, ex-hippie, organizzano festival di musica, scendono in piazza contro i tuoi tentativi di distruggere il sistema giudiziario israeliano. Sì, quegli israeliani ti disprezzano e tu, da buon autocrate o fascista quale sei, hai tolto loro la protezione e li hai mandati al macello. (…)
Bibi, tu oggi non appartieni al nostro sacro spazio democratico. Anche se qualcuno potrebbe obiettare che sei venuto nel posto giusto, in una nazione fondata sul genocidio e costruita sulle spalle di esseri umani ridotti in schiavitù, una nazione di apartheid che sosteneva di essere una democrazia. Una nazione dove la maggioranza della popolazione, le donne, le persone di colore e gli indigeni che non possedeva proprietà proprio perché erano donne e persone di colore, e incidentalmente erano anche poveri, non aveva il diritto di votare o di partecipare al regime dominante di apartheid patriarcale, nazionalista e cristiano bianco. (…)
Bibi, i nostri politici non ti amano davvero come dicono. La tua nazione è stata creata dai predecessori di quei deputati e di quei senatori che ti hanno applaudito al Congresso perché ci serviva uno Stato fantoccio in Medio Oriente per tenere sott’occhio la nostra droga preferita: il petrolio. (…)
Bibi, mercoledì hai diffamato chi, come me, ti critica accusandoci tutti di essere antisemiti. Lo ripeto: l’antisemita sei tu, l’assassino dei popoli semiti sei tu. Sì, l’antisemitismo esiste, negli Stati Uniti come dovunque. Ma le tue sono calunnie strumentali per coprire i tuoi crimini ignobili. Datti una calmata. Questo è il Paese gli americani della Georgia hanno eletto nei due seggi al Senato attributi allo Stato un ebreo e un nero. Per buona parte degli ultimi quarant’anni, circa il 10% del Senato degli Stati Uniti è stato composto da rappresentanti ebrei, quando solo il 2% della popolazione americana è ebrea. Come è potuto accadere? (Questo è il Paese in cui quando i sondaggi chiedono agli americani quale sia la loro religione preferita, la maggioranza risponde quella ebraica, e spesso gli intervistati sono cristiani). (…)
È stato davvero un giorno triste quello in cui un vero criminale di guerra si è rivolto al nostro Congresso a sessioni congiunte. (…)
Goditi l’incontro a porte chiuse con il nostro prossimo Presidente (sono sicuro che avrà belle parole per te) e saluta The Donald a Mar-a-Lago. Sappi però che attendiamo con ansia di vederti alla sbarra della Corte penale internazionale, prima o poi. Non occorre sottolineare l’ironia del fatto che questo tribunale sia stato originariamente istituito per celebrare il processo di Norimberga.

Carceri ed affini

 

Frottole sovraffollate
di Marco Travaglio
Come a ogni estate, ecco l’immancabile dibattito sulle carceri sovraffollate e su come sfollarle, col contorno dei soliti sciacalli pronti a legiferare per non farci più entrare chi di solito non le vede neppure col binocolo: i colletti bianchi. L’ultima ideona, firmata dal renziano Giachetti e sposata da FI e Pd, è quella di allargare la già indecente “liberazione anticipata” dagli attuali 3 a 4 mesi per ogni anno di pena. Nella sentenza c’è scritto che devi scontare 9 anni? Tranquillo, è tutto finto: 9 vuol dire 6, ma poi 6 vuol dire 2, perché – grazie alle svuotacarceri dell’ultimo decennio – i 4 finali li sconti ai domiciliari e ai servizi sociali. E’ la certezza della pena all’italiana, che aumenta il senso di impunità e dunque il numero dei reati anziché ridurlo. Così il problema rimane intatto, pronto all’uso strumentale per l’anno successivo. Quello che chiamiamo ‘sovraffollamento’, con tanto di numeri di detenuti in eccesso (14 mila) rispetto ai posti-cella previsti (47 mila), è frutto di un equivoco autolesionista tutto italiano. L’Italia calcola i posti-cella in base alla legge del 1975 che fissa 9 metri quadrati per il primo detenuto e 5 per ciascuno degli altri. Invece il Consiglio d’Europa ne raccomanda almeno 4 per ogni recluso. E la Corte di Strasburgo considera inumano uno spazio pro capite inferiore ai 3. Così un carcere sovraffollato in Italia non lo è nel resto d’Europa.
Ciò non significa che nelle carceri italiane si viva bene, anzi: molte sono un inferno (58 suicidi in 7 mesi). Ma perché sono vecchie, malsane, fatiscenti, poco differenziate per tipo di detenuti, incapaci di farli lavorare, permeabili alla droga, a corto di personale. L’unica soluzione è costruirne di nuove, ma i “garantisti” non ci sentono. Pensano che i detenuti siano “troppi” non si sa in base a cosa, a prescindere, cioè che in carcere ci siano migliaia di persone che non dovrebbero starci. In realtà, rispetto all’unico parametro serio – il numero di reati e di delinquenti – i detenuti sono troppo pochi: se si recuperasse un po’ di efficienza repressiva per risolvere un 5% delle centinaia di migliaia di delitti impunitie un po’ di certezza della pena, le carceri scoppierebbero ben di più. Del resto l’Italia, unico Paese con tre mafie ha un rapporto detenuti-abitanti simile o persino inferiore a nazioni con minori tassi di criminalità. C’è chi parla di un boom causato dalle “politiche securitarie” (ma quali?) del governo Meloni, ma anche questa è una frottola: la destra ha inventato ben 15 nuovi reati, tipo il rave party, ma sono tutte baggianate rimaste lettera morta, senza processi o arresti (a parte l’assurdo dl Caivano, che però ha aumentato di qualche centinaio le presenze nei carceri minorili, non negli ordinari). Forse, per risolvere il problema, bisognerebbe prima capire qual è.