Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 9 aprile 2024
lunedì 8 aprile 2024
E noi mangiamo|
“ Food for profit” il film che dà fastidio ai signori della carne
File di spettatori incassi inaspettati il doc sugli allevamenti diventa un fenomeno
DI ROBERTO NEPOTI
Una cosa è riempire il carrello di carne a basso prezzo per il barbecue, un’altra vedere l’agonia degli animali che finiranno sulle nostre tavole. Dietro gli ottanta milioni di chili di carne consumati ogni anno da un italiano, ci sono infinite sofferenze e torture, tutte in nome del profitto. Come mostra il documentario di Giulia Innocenzi (già collaboratrice di Report) e Pablo d’Ambrosi Food for profit, che rivela il lato oscuro della carne mostrando, grazie a un lavoro investigativo durato cinque anni, l’atroce realtà degli allevamenti intensivi.
All’inizio sembrava impossibile realizzarlo: e invece è diventato un vero e proprio “caso”, con file di spettatori alle casse, proiezioni sold out e, a volte, incassi superiori ai blockbuster. E numerosi esercenti in tutta Italia lo stanno richiedendo. Ciò è stato possibile grazie a una distribuzione capillare in sale di circuito (occhio alla locandina che annuncia la proiezione), circoli Arci, cineclub, associazioni culturali, licei occupati, passaparola: una mobilitazione senza precedenti dell’universo ambientalista e vegan che suona come un monito per tutti.
Ciò che ha dato più fastidio ai signori della carne sono le indagini compiute sotto copertura, intervistando eurodeputati e lobbisti, che a Bruxelles sono circa 2500 (Pekka Pesonen, numero uno dei lobbisti della carne, nega l’esistenza di allevamenti intensivi); mentre si discuteva di un presunto Green Deal che, in realtà, ha destinato quasi 400 miliardi alla Politica Agricola Comune lasciando le cose pressoché immutate fino al 2027. Così, inconsapevole, ogni contribuente paga le sofferenze degli animali e l’arricchimento degli allevatori.
Il documentario inizia in Polesine, dove gli allevamenti intensivi sono spuntati come funghi (si contano due milioni di polli, 15-16 mila malati), stipati in immense gabbie sporche e maltrattati. I più piccoli, che non possono generare profitto, vengono soppressi per non sprecare mangime. Si passa poi in Germania, dove l’industria del latte usa antibiotici sulle mucche, per farle crescere di più. Negli allevamenti di massa (che ormai sono la norma: il 90 per cento in Italia, il 99 per cento in Usa. Addio vecchia fattoria…), i sussidi pubbliciispirano progetti di editing genetico degni del nazismo applicato al mondo animale: razze Frankenstein prodotte con mutazioni del DNA per ottenere più carne, polli senza piume, fino all’idea di suini a sei zampe per ottenere più prosciutti (come se le scene del film riservate ai maiali non fossero già abbastanza orripilanti).
Food for profit non addita solo la vergogna degli allevamenti intensivi e le connivenze politiche di cui godono, ma richiama (col conforto di esperti e scrittori come David Quammen e Jonathan Safran Foer) la nostra attenzione su altre conseguenze di questo tipo di produzione industriale: inquinamento delle acque, perdita della biodiversità, sfruttamento dei migranti, antibiotico resistenza. E l’influenza aviaria (nel 2022 sono stati abbattuti 50 milioni di polli), che contagia altre specie animali compreso l’uomo, potrebbe diventare la prossima pandemia, più pericolosa di quella che abbiamo appena attraversato.
A proposito di...
Chi parla di “antisemitismo” non sa cosa sia l’Università
LE INDUSTRIE DELLA ARMI IN AULA - Stop al bando degli Esteri. Non c’è nessun boicottaggio di atenei israeliani: non si tratta di accordi tra liberi atenei, ma tra due governi: quello Meloni e quello Netanyahu
DI TOMASO MONTANARI
La rassegna stampa della scorsa settimana pone una questione non marginale: anche al netto della propaganda e della malafede di non pochi giornalisti, ciò che colpisce è la pressoché universale ignoranza circa la natura stessa dell’università. Intendiamoci, la colpa di questa eclissi è in gran parte dei professori stessi, che si sono piegati ad accettare la condizione tanto lucidamente descritta da Filippomaria Pontani su questo giornale venerdì scorso: l’università ha così spesso e così tanto rinunciato a difendere la propria libertà, che quando oggi timidamente la rivendica quasi nessuno capisce di cosa si stia parlando.
Prendiamo il caso della Scuola Normale di Pisa, che è stata per giorni crocifissa da editoriali dei più grandi giornali italiani, e dal coro pressoché unanime della politica e addirittura dall’associazione dei suoi (begli) amici, perché avrebbe “chiuso i rapporti con Israele” (così un titolo di Repubblica). Ebbene, nessuno di coloro che hanno commentato in questo senso sembra aver letto ciò che stava commentando: la mozione del Senato accademico della Scuola, che non chiudeva nessun rapporto ma chiedeva al Maeci di “rivalutare”, alla luce dell’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra, il bando “per la raccolta di progetti congiunti di ricerca per l’anno 2024, sulla base dell’Accordo di Cooperazione Industriale, Scientifica e Tecnologica tra Italia e Israele”.
Dov’è dunque la chiusura di rapporti con le università israeliane? Non c’è la chiusura, perché si chiede al nostro Ministero degli Esteri di rivalutare un certo protocollo: e non ci sono nemmeno le università. Perché, e questo è il punto cruciale, qua non si tratta di convenzioni e accordi tra liberi atenei, ma tra due governi: quello Meloni e quello Netanyahu. E in un momento in cui il Consiglio per i diritti umani dell’Onu chiede che Israele sia condannato per crimini di guerra a Gaza, come sarebbe possibile collaborare acriticamente non con le libere università di quel Paese, ma proprio con il governo responsabile di quei crimini? Come condannare l’Università di Torino che a quel bando ha deciso di non aderire?
Per questo trovo profondamente sbagliato l’appello a Tajani dell’Associazione degli Accademici e Scienziati di origine italiana in Israele, che chiede la realizzazione di una fondazione partecipata dagli stati italiano e israeliano che finanzi progetti scientifici, “in tutte le discipline, non solo scientifiche ma anche umanistiche, perché è noto che la maggior parte dei boicottatori contro l’Accademia Israeliana provengono da Facoltà Umanistiche, pertanto, mai come in questo momento, sarebbe vitale la creazione di tale Fondazione”. Immaginiamo quale sarebbe stata la reazione se gli studiosi italiani in Russia avessero chiesto al nostro governo di creare, con quello di Putin, una simile fondazione per aggirare il boicottaggio delle università russe.
Ora, personalmente sono profondamente in disaccordo con qualunque boicottaggio di una università contro un’altra: ma lo sono proprio perché le università non dipendono dai governi dei loro paesi, e non li rappresentano. Le università sono, fin dal Medioevo, il luogo in cui si coltiva un internazionalismo, un pensiero critico e un dissenso sistematico che sono il miglior antidoto ai nazionalismi e alle guerre: per questo ogni tentativo di far passare la ricerca attraverso accordi tra governi smentisce e nega quella libertà accademica che è la vera ragione per non boicottare le università. La richiesta degli studiosi italiani in Israele ha poi una motivazione che non è degna di chi dovrebbe coltivare il pensiero critico: “Il boicottaggio come l’anti-israelismo sono figli di un antisemitismo che si sta risvegliando anche in Italia”. Questo è un giudizio non solo sommario e fattualmente sbagliato, ma anche disonesto sul piano intellettuale. Ripeto: sono contrario ad ogni boicottaggio accademico, ma se una università italiana liberamente decidesse di annullare ogni suo accordo con università israeliane (o russe, o cinesi, o turche, o… americane) farebbe una scelta legittima, che nessuno potrebbe accusare di razzismo. E questo vale, deve valere, anche per Israele.
Questo uso estensivo, improprio e strumentale della categoria dell’antisemitismo (un uso che le stesse università hanno purtroppo implicitamente condiviso, quando la Conferenza dei rettori fece propria l’inaccettabile definizione di antisemitismo dell’IHRA, che considera antisemita perfino chi dica che in Israele si pratica una forma di apartheid: il che è un dato di fatto) mira ad impedire un dibattito libero, ed è irresponsabile perché rischia di banalizzare il vero antisemitismo, che esiste ed è assai pericoloso.
L’università fa il suo mestiere quando alimenta dubbi, distingue, discute, argomenta: non quando maledice, o interdice. E soprattutto non quando obbedisce ai governi, o peggio quando ne diventa un docile strumento. Diciamo di voler difendere ad ogni costo i valori occidentali: una università davvero libera è uno di essi.
domenica 7 aprile 2024
Profilo boschivo
La Madonnina vestale del giglio tragico fa la “killer” del pensiero
MARIA ELENA BOSCHI - Il pregiudizio della “giaguara”. Al suo debutto (“Siamo qui per inseguire un sogno”) distrasse i cronisti con le sue mise. È passata dai trionfi renziani conditi con forti dosi di cronache rosa a ispiratrice di un’idea di par condicio tutta sua
DI PINO CORRIAS
Maria Elena Boschi – la signorina onorevole che si incarica di decifrare la rotazione dei giornalisti intorno al sole della politica per calcolarne l’ombra, eventualmente con la pena dell’esilio – non l’ha portata la cicogna, come nelle fiabe a lieto fine, ma la Leopolda, depositata direttamente accanto al nido del suo mentore, il Saudita, anno 2012, dove lei declamò le sue primissime parole in pubblico, “siamo qui per inseguire un sogno”, purtroppo pronunciate a vuoto, visto che i cronisti e i fotografi, in gran parte maschi non raccomandabili, si lasciarono distrarre dalle sue notevoli scarpe leopardate, tacco 12, dal suo incedere, che per pregiudizio sessista fu definito “della giaguara”. Al punto che a noi posteri solo quell’iperbole tramandarono. Malauguratamente per l’Italia, ma anche per lei. Che se ne adontò al punto da precisare, ogni volta che ne aveva occasione, il suo quoziente di preponderante lignaggio politico: “Sono bionda, ma non per questo sono cretina”, disse. E la volta dopo: “Vorrei essere giudicata non dalle forme, ma dalle riforme”. Che all’apparenza sembrava una bella trovata lessicale, essendo lei medesima, Ministra della Riforme, salvo trasformarsi in una crudele sentenza quando si trattò di misurarsi sulla riforma più importante di tutte, quella costituzionale, seppellita a furor di popolo dal referendum, anno 2016, sulla quale si giocò le scarpe e il sorriso: “Se non vinciamo mi ritiro dalla politica” giurò sull’altare della tv, imitando a pappagallo il temerario Saudita: “Metto in palio la testa e se perdo, addio”. Per poi infischiarsene entrambi, e dimostrare che le scarpe, il sorriso e persino la testa erano niente, solo chiacchiere senza durevole distintivo.
Maria Elena nacque Overdog – direbbe l’antica Giorgia della Garbatella – nella ridente Laterina, anno 1981, accanto al paesello di Pupo, a dirne la peculiarità maggiore, provincia di Arezzo. Babbo cattolico fervente, collezionista di presidenze, vicepresidenze, consigli di amministrazione, banche, consorzi, eccetera, un democristiano in purezza. Mamma preside, nonché vicesindaco del borgo, anche lei scudocrociata militante e timorata. Villino su campagna ben pettinata, la dimora. Con quieta adolescenza a seguire: catechismo, oratorio, gite con i ceci fritti e la chitarra, messa la domenica, il parroco che vigila sui suoi occhi blu velvet orientati già da allora verso il nume più controverso di quei paraggi, Amintore Fanfani.
Poi il liceo Petrarca a Arezzo, le passeggiate sul corso. La laurea in Giurisprudenza, con lode, la festa con le amiche e la comunione di ringraziamento. Un primo impiego da avvocato che sarà anche l’ultimo, visto che tra quelle carte bollate si fa avanti l’atletico Francesco Bonifazi, futuro tesoriere del Pd, un dalemiano che al primo giro utile rottama D’Alema e si accoda all’astro nascente, neoeletto sindaco di Firenze, Renzi Matteo, a quell’epoca detto il Bomba. È lui che gliela presenta. Matteo la ingaggia al primo sguardo come consulente legale di Palazzo Vecchio, con l’incentivo di una poltroncina nel cda di Publiacqua, giusto per l’ideale. Il quale ideale punta ben presto al bersaglio grosso, la conquista del partito democratico – “Basta con lo strapotere rosso!”, “Rottamazione senza incentivi!” – e inizia, nei ricordi di Maria Elena, con il colpo di scena di una telefonata, come nelle fiction: “Pronto Mari, sono Matteo, sei pronta per le primarie?”.
Eccoli tutti e due sul pullman della vita, come ne Il Laureato, in fuga, per reciproco amore politico, verso la massima fioritura del celebrato “Giglio magico”, con l’entrata in scena di Luca Lotti, detto il Lampadina, appena scappato dall’Azione cattolica di Montelupo Fiorentino, e l’ex berlusconiano Marco Carrai, manager di multiple imprese, che transitano dai cantieri edili a quelli della cybersicurezza, con angeli custodi nel cielo di Israele.
Sono loro lo staff della lunga marcia, con un denominatore comune che li associa, condividere quel fazzoletto di Toscana e le belle banche di riferimento: Carrai è dentro Monte dei Paschi di Siena e la Cassa di Risparmio di Firenze. Maria Elena ha il babbo sistemato in Banca Etruria. Mentre quello di Luca Lotti fa il funzionario nel Credito Cooperativo di Potassieve. Circostanza che porterà un sacco di nube nere processuali per dissesti finanziari, liquidazioni coatte, migliaia di risparmiatori nei guai. E il solicello finale delle multiple assoluzioni.
La scalata intanto riesce. Arrivano i seggi romani e i giorni radiosi dell’Era Renzi che prometteva una rivoluzione al giorno: “La buona scuola”, “Cambiare verso”, “Passo dopo passo”, “I mille giorni”, “La volta buona”. Maria Elena entra alla Camera nel 2013. Le cronache la incoronano “Miss Parlamento”. Lei si schermisce: “Sono una cattolica da parrocchia”.
L’anno dopo – quando Renzi soffia Palazzo Chigi all’amico Enrico Letta – è già ministro delle riforme. Altri due anni, eccola addirittura Sottosegretario di Stato, prima donna a ricoprire quel ruolo. E pazienza per i social furibondi: ma non dovevi dimetterti?
A rileggere quel che annunciava in quei giorni felici, fa tenerezza: “Taglieremo di 50 miliardi le tasse”, “Dureremo fino al 2018”, “Se dovessimo andare a elezioni il Pd prenderebbe di nuovo il 40%”. E persino: “La politica serve per cambiare il Paese, non per cambiare casacca”. Dichiarazione audace, avendo nel suo guardaroba accumulato quelle della Dc, del Partito popolare, della Margherita, del Pd. Fino all’ultimissima di Italia viva, con stola da capogruppo.
I cronisti la incensano: “occhi da nobildonna”, “sorriso rinascimentale”, “incedere sontuoso”, eccetera. Mai nulla che riguardi un pensamento politico. I fotografi la inseguono, specie quando va a cena al Twiga di Daniela Santanchè. I rotocalchi ci aggiornano sulle sue faccende di cuore, e il suo sogno non del tutto eccentrico di “un matrimonio e tanti figli”.
Il botto nella commedia degli adulti lo fa adesso, salendo sullo sgabello di vicepresidente della Commissione di vigilanza Rai, per esibirsi con la spensierata proposta di pesare le opinioni dei giornalisti sulla stessa bilancia dei politici per rendere il malanno del libero pensiero passibile di sentenza. E magari farne un albo per i futuri plotoni dell’articolo 21. È finalmente un successo di fischi e di risate. All’unanimità.
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