mercoledì 21 febbraio 2024

Differenze

 

Assalny
di Marco Travaglio
Mentre in Russia i media di regime (tutti) dedicano poche righe a Navalny e grande spazio al ritorno in tavola delle banane e dei gamberetti, che finora scarseggiavano per le sanzioni, in Italia i media di regime (tutti tranne due o tre) riservano pagine e pagine a Navalny e neppure una riga all’udienza dell’Alta Corte di Londra sull’estradizione di Assange negli Usa. Repubblica, come sempre, batte tutti: 7 pagine su Navalny e non una sillaba su Assange, recluso da 12 anni a Londra, prima nell’ambasciata d’Ecuador poi in carcere, che ora rischia di marcire in una galera americana per il resto dei suoi giorni per aver documentato i crimini di guerra della Nato. Anziché vergognarsi, Stefano Cappellini rivendica la censura: “Chi si impunta a cambiare discorso per parlare di Assange lo fa con un obiettivo chiarissimo e ripugnante: sminuire la morte di Navalny e suggerire che l’Occidente fa come o peggio di Putin”. E va capito: chi fa pseudogiornalismo embedded non riesce a concepire il vero giornalismo contro il potere. Il poveretto finge di non sapere che l’udienza su Assange è una notizia e va data a prescindere dal giudizio (poteva parlarne e poi chiedere la garrota). O forse pensa che il Fatto si sia messo d’accordo mesi fa con l’Alta Corte per fissare l’udienza il 20 febbraio dopo aver saputo da Putin (e da chi se no?) che Navalny sarebbe morto il 16.
Ribaltare il suo sragionamento a pene canino sarebbe facile: chi cambia discorso per parlare di Navalny lo fa allo scopo ripugnante di sminuire la persecuzione di Assange. Ma significherebbe ridursi al suo livello, cioè sottozero. Noi, per strano che possa sembrargli, proviamo lo stesso sdegno per i perseguitati da tutti i regimi: Navalny (malgrado le sue idee razziste), Assange, Khashoggi (segato a pezzi dai servizi di Bin Salman), Gonzalo Lira (il blogger cileno e cittadino Usa arrestato perché criticava Zelensky e morto in un carcere ucraino), Andrea Rocchelli (il reporter italiano assassinato dalle truppe ucraine nel 2014 mentre documentava la guerra civile in Donbass e ancora in attesa di giustizia). Versiamo le stesse lacrime per i civili caduti in tutte le guerre: ucraini uccisi dai russi, ucraini del Donbass ammazzati dagli ucraini di Kiev, israeliani trucidati da Hamas, palestinesi sterminati da Israele. E siamo antifascisti contro tutti i fascisti: quelli italiani ed europei (inclusi i fascio-atlantisti finlandesi e baltici), quelli russi della Wagner e del nazionalismo navalnyano, quelli ucraini dell’Azov e di alcuni partiti filo-Zelensky. E non vediamo l’ora che qualcuno stili la hit parade dei crimini di guerra per scoprire se “l’Occidente fa come o peggio di Putin”. Nell’attesa, l’Occidente ha già stravinto a mani basse un campionato: quello dell’ipocrisia.

Un gran Rumiz!

 

Navalny, è anche colpa nostra
DI PAOLO RUMIZ
Ora tutti piangono Navalny. Fanno fiaccolate per lui e sgomitano per mostrare in tv la loro condanna di Putin. Temo non abbiano la più pallida idea di essere indirettamente corresponsabili di quella morte, sottovalutando per conformismo le poche, coraggiose voci libere che durante la guerra in Ucraina si levavano nell’impero moscovita. Temo si siano dimenticati di aver creduto che l’intero popolo russo fosse complice di un dittatore. Una semplificazione di comodo.
Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, la polizia delle Repubbliche baltiche rende impossibile la vita ai giornalisti espatriati per sfuggire alla censura moscovita e straccia unilateralmente i visti d’ingresso nella Ue concessi dalle università occidentali agli intellettuali dell’opposizione russa. I conti bancari di coloro che sono fuggiti dall’inferno sono bloccati. Gli intellettuali russi alternativi sono spesso banditi dalle nostre tv. Oppure, per accedervi, hanno dovuto scusarsi di essere russi.
Siamo di fronte alla tragedia di un popolo intero schiacciato tra due violazioni del diritto. La nostra e quella moscovita. Perché i Russi sono cattivi, che diamine: il megafono mediatico dell’Alleanza atlantica ci ha imbottito le menti con questa infantile stupidaggine e noi l’abbiamo ripetuta a pappagallo, accusando di complicità con Putin chiunque in Italia non fosse d’accordo con il teorema di cui sopra.
Per servilismo, abbiamo bandito Dostoevskij e abbiamo lasciato abbattere la statua di Puskin a Kiev e togliere gli autori russi dalle antologie scolastiche ucraine. Guai far sapere che esistono russi buoni. Meglio che la loro voce non compaia.
Navalny lo abbiamo ammazzato anche noi europei, inseguendo una visione manichea che non appartiene al nostro mondo.
L’America stessa, di fronte alla notizia, si è mossa con goffaggine e incoerenza. Trump barcolla: prima invita la Russia a invadere l’Europa, poi evita di accusare Putin e infine si dichiara vittima come Navalny. Lo smemorato Biden protesta senza far nulla, e intanto costringe Julian Assange — anima gemella di Navalny — all’esilio sorvegliato inInghilterra.
E la storia, dopo la prima ondata di emozione, sta già per essere catturata dal pantano dell’indifferenza e dell’oblio. Notizie enormi come questa sono destinate ad affogare nel frastuono dei notiziari e dei social per essere rapidamente dimenticate.
Il mondo va avanti. I ricchi si arricchiscono, discettano a Davos sui destini del mondo, e degli Altri chi se ne importa. Cadono bombe sulle navi nel Mar Rosso, i noli delle navi aumentano del 30 per cento e gli armatori brindano a champagne.
L’altezza dei bimbi inglesi continua a calare per malnutrizione. Un iceberg grande come l’Islanda si stacca dal Polo e punta sulle Svalbard. A Boston la General Electric ottiene un contratto da cinque miliardi per forniture di armi all’Ucraina.
In questo frastuono che disorienta, l’appello di Yulia Navalnaya mi ha fatto vergognare come europeo. L’ho ascoltato in silenzio, come ottant’anni fa si ascoltava Radio Londra. Le parole di lei cadevano come pietre su lle nostre coscienze. Yulia non parlava solo ai russi ma a tutto il mondo libero.
«E voi, non condividete con me la pena, ma la rabbia e l’odio per quelli che distruggono il nostro futuro». Quando ho sentito questa frase, pronunciata con la forza e la grazia della lingua di Puskin, ho capito di essere davanti alla Russia eterna, quella che non abbiamo saputo vedere.
La Russia resistente delle donne, il Paese di Anna Politkovskaja, uccisa per aver svelato i crimini di Putin in Cecenia.
Ho riconosciuto in lei la forza di un popolo oppresso capace di benedire lo straniero consegnandogli pane, sale e pesce secco nel segno della Croce. In quella donna parlava la terra di Anna Achmatova, Marina Cvetaeva, Svetlana Aleksjevi?. O di Nadežda Mandel’štam, che conservò, imparandole a memoria, le poesie proibite del marito, mandato a morire in Siberia.
Triste concludere che in questo nostro Occidente non esistono figure capaci, come lei, di trasformare in luce anche l’ora più buia.

L'Amaca

 

Umorismo macabro
DI MICHELE SERRA
Che a fare chiarezza sulla morte di Navalny possano essere i giudici russi è una battuta quasi spiritosa — anche se del genere macabro. Ne è autore il Salvini, il quale sicuramente si sarà domandato come mai, nella Russia putinista, la condizione di oppositore e quella di morto siano così spesso coincidenti.
Ma si sarà risposto, sempre spiritosamente, che la cagionevole salute degli oppositori va considerata un problema sanitario, non politico. Resta il fatto che il Salvini è vicepremier, il numero due del governo italiano. E per quanto prodigiosa sia la capacità del centrodestra di sorvolare su qualunque differenza di ordine ideale (le idee, in fondo, sono solo una gran perdita di tempo: liberalismo, fascismo, democrazia, populismo, ma perché incaponirsi sulle parole?), forse questa volta non sarà così semplice fare finta che non sia successo niente.
Il Salvini è colui che dichiarò che avrebbe volentieri sostituito Mattarella con Putin. Un paio d’anni fa mandò saluti dalla Piazza Rossa con l’entusiasmo di un comunista degli anni Cinquanta, e non dei più svegli. Durante una recente gita in Polonia un sindaco locale gli rinfacciò la sua t-shirt con l’effigie di Putin.
Nessun margine di ambiguità, nel suo putinismo: è schietto, di lungo corso e coerente, una presa di posizione militante contro l’Europa ladrona e la democrazia debosciata.
E dunque, se la politica fosse ancora il luogo dove si crede almeno un poco in quello che si dice, come accidenti possono convivere nello stesso governo il Tajani ultimo modello, che sembra il nuovo portaborse di Emma Bonino, e un signore che aspetta il parere della magistratura russa piuttosto che spendere mezza parola su un oppositore perseguitato, avvelenato, incarcerato, infine eliminato?