Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
lunedì 19 febbraio 2024
Testimonianza
Putin temeva Aleksej più di ogni altro e si è sbarazzato di lui come di mia madre
Ora i Paesi occidentali protesteranno e chiederanno un’inchiesta seria Poi si placheranno E resteranno in pochi a cercare la verità
DI VERA POLITKOVSKAJA
In Russia si è verificato l’ennesimo omicidio di matrice politica. Aleksej Navalny, il 47enne prigioniero politico più famoso di Russia, è stato ucciso. Lo scorso 16 febbraio, dopo una passeggiata, si è sentito male e, dopo aver perso coscienza, nel giro di poche ore è morto. Questa almeno è la versione ufficiale dell’accaduto. Quello che è realmente successo là, negli spazi sterminati del nord artico della Russia, molto probabilmente non lo sapremo mai.
Aleksej Navalny rimane a oggi, fuori dalla Russia, il più famoso oppositore politico ad aver pubblicamente e duramente preso posizione contro Putin. Quando ancora era libero si era occupato di inchieste di corruzione, che lo avevano reso a dir poco inviso a molti funzionari e politici di cui aveva svelato molti aspetti della loro attività criminale.
Sulla sua vita, ne sono sicura, scriveranno molti libri, gireranno film e a lui saranno dedicate vie e strade.
Guardando tuttavia l’accaduto in maniera sobria, dobbiamo ammettere che il suo nome non farà altro che rimpolpare la lista di chi ha tentato di lottare contro il regime putiniano… ma ha perso.
Gli ultimi suoi tre anni di vita Aleksej li aveva trascorsi in un istituto penitenziario, dove il sistema russo di esecuzione della pena si è lentamente sbarazzato di lui. In maniera sottile, ma “nel rispetto delle leggi”. Ventisette sono le volte in cui Navalny era stato trasferito in una cella di isolamento, nel cosiddetto carcere nel carcere. Una delle punizioni più severe per i detenuti in Russia. Chi c’è stato, così così come lo stesso corpo di polizia penitenziaria, riconosce che la cella d’isolamento costituisce una modalità di tortura. Come finire in un sacco di cemento armato, due metri per due, dove fa freddo e umido, cresce la muffa e la ventilazione è carente. Una realtà in cui il detenuto è completamente tagliato fuori dal mondo esterno. È vietato portare con sé effetti personali, incontrare persone e farsi mandare qualcosa da fuori. Il malcapitato trascorre la maggior parte del tempo seduto sul pavimento gelido.
Questa tortura, che figura come una delle modalità penitenziarie previste per i carcerati particolari, anche in un sistema cannibalistico come quello russo, ha dei limiti. Il medico del carcere, ad esempio, deve confermare che il detenuto è idoneo a essere soggetto alla cella di isolamento; esistono inoltre limiti di tempo massimo da trascorrere in quelle terribili condizioni, ossiaquindici giorni. Ma le guardie carcerarie sono sempre autorizzate a considerare la condotta dei detenuti come violazione del codice di condotta e a mandarli nuovamente in isolamento. Esattamente come è successo con Navalny.
Dall’inizio di agosto 2022 l’oppositore russo ha trascorso in totale trecento giorni in queste condizioni. Navalny era, fra le altre cose, reo di: aver dimenticato di allacciare tutti i bottoni dei suoi vestiti, aver citato le decisioni della Corte europea per i diritti dell’uomo, essersi rifiutato di lavare lo steccato del carcere, aver tentennato troppo a lungo nel mettere le mani dietro la schiena per essere ammanettato. La lista sarebbe ancora lunga.
Il mondo e - come amano definirlo in Russia l’“Occidente collettivo”, come al solito, fagociteranno questo cannibalismo. È già lunga la lista di personaggi pubblici e politici che hanno preso posizione, dicendosi “preoccupati”, alcuni addirittura “inorriditi” per l’accaduto. Chiedono a gran voce alle autorità russe di svolgere un’inchiesta affidabile circa le circostanze della morte di Navalny. Molto presto, come di solito avviene in queste fattispecie, qualcuno dei funzionari di alto rango o di chi sta nei ministeri del potere “si assumerà la responsabilità dell’inchiesta” e prometterà che la verità verrà a galla.
Non è la prima volta che sento parole simili. Dopo la morte di mia madre, Anna Politkovksaja, dopo la morte di Boris Nemtsov, lo scenariofu analogo. Anche adesso posso affermare con certezza che le dichiarazioni di queste ore non significano e soprattutto non garantiscono nulla. Per i politici europei e americani, l’omicidio di Navalny è solo l’ennesimo pretesto per prendere la parola e ancora una volta “dare uno schiaffo” alla Russia di Putin. Ma la cosa non sorprende più nessuno. La realtà dei fatti è che il dialogo e le dichiarazioni non potranno in alcun modo dare un contributo ad acclarare cosa sia realmente accaduto. È tutto nelle mani della famiglia e dei compagni di lotta di Navalny, la maggioranza dei quali, per loro fortuna, non si trova in Russia. Solo loro saranno eventualmente in grado di stabilire almeno la verità.
L’oppositore russo è stato in qualche modo il prigioniero personale di Vladimir Putin che lo temeva talmente da non osare pronunciare il suo nome ad alta voce, offrendo così il fianco ai giornalisti che glielo hanno fatto notare a più riprese. Navalny, dal canto suo, trovandosi già dietro le sbarre, non ha mai avuto paura a definire il capo di stato russo un omicida, un farabutto e un ladro. Con il sorriso sarcastico sul suo volto, in più di un’occasione ha schernito il presidente russo e tutto il sistema da lui costruito. Le numerose cause penali intentate ai suoi danni non facevano altro che dargli il pretesto per farsi una risata. La sua uccisione nelle camere di tortura, a prescindere dalla reale causa del suo decesso, però differisce dalla modalità con cui erano stati liquidati altri oppositori nella storia recente della Russia: le persone che si sono occupate di eliminare Navalny sono ufficialmente “a servizio dello stato” nei tribunali, nelle procure, nelle carceri e nelle case circondariali. Si tratta di persone che non per forza occupano posizioni di rilievo. Ma tutte loro, in un modo o nell’altro, sono complici e, qualora il caso relativo all’omicidio di Navalny dovesse arrivare in tribunale, sul banco degli imputati ci sarebbero decine di persone.
Al netto di tutto ciò, il corpo dell’oppositore russo si trova ancora nelle mani di chi l’ha ucciso, dal momento che i parenti non ne sanno nulla. Allo stato delle cose, oggi è impossibile stabilire con chiarezza cosa sia accaduto. Il Comitato investigativo della Russia, che si sta occupando delle opportune verifiche circa la morte, può decidere di non consegnare la salma alla famiglia fino a trenta giorni dalla data del decesso.
Ma comunque, anche quando i familiari di Aleksej potranno avere il corpo del loro caro, sarà molto complicato trovare la verità, così come sarà un’impresa poter trasportare la salma al di fuori della Federazione russa e poter contare su una perizia medica affidabile e indipendente.
Ad ogni modo, la morte di Navalny ha fatto molta impressione alla popolazione russa. Ha impressionato anche chi non lo aveva mai sostenuto: iniziative spontanee per commemorarlo ci sono state in tutto il Paese. La gente porta fiori, fa fotografie e accende candele per onorare la sua memoria. Ma anche in questi luoghi di commemorazione sta intervenendo la polizia che, al momento in cui scrivo, ha già arrestato più di trecento persone (e sono sicura che il numero aumenterà).
Da questo punto di vista non ci sono dubbi: le cose si svolgeranno come si erano svolte fino all’esecuzione di Navalny. Con l’aiuto delle forze dell’ordine, degli arresti e dei processi, metteranno il bavaglio a tutti quelli che oseranno pronunciare la verità sulla fine dell’oppositore. I politici occidentali si indigneranno ancora un po’, esprimeranno il loro orrore rispetto a quanto accade in Russia, salvo poi tornare subito a occuparsi delle loro vicende quotidiane. Succederà così perché non possono fare nulla, non hanno mai avuto e non hanno neanche ora delle reali possibilità per fare leva sulla situazione in modo da cambiarla.
Qualcuno pensa che possano essere adottate ulteriori sanzioni? È ridicolo. Ai vertici del potere russo non farebbero né caldo né freddo.
domenica 18 febbraio 2024
Confusione
Gira la ruota
Tragedia su luogo di lavoro
Costernazione
Indignazione
Lutto cittadino
Sciopero sindacati
Macchiette politiche psittaciste
Mai più morti del genere
Storie delle vittime sui media
Tristezza
Dopo una settimana
Subappalti a cascata
Paghe orarie da schiavi
Lavoro in nero
Controlli zero
Nuova tragedia sul lavoro
Costernazione…
Cosi nel 2024
Le vittime del crollo del cantiere Esselunga, Mohamed e gli altri trasfertisti del cemento: “Su e giù per l’Italia per un pugno di euro”
di Azzurra Giorgi Andrea Vivaldi
Il più giovane aveva 24 anni. «Era solo un ragazzo — sussurra il padre in lacrime davanti al cantiere — il mio ragazzo. E gli è crollato tutto addosso». Si chiamava Mohamed El Ferhane, era originario del Marocco, e come i suoi colleghi operai morti nella strage del cantiere Esselunga a Firenze, abitava nel bresciano. Da due anni e mezzo stava a Palazzolo sull’Oglio. Quelle vittime straniere, provenienti tutte dal nord Africa, dopo un giorno di scavi senza sosta tra le macerie hanno ritrovato finalmente un nome. Un’età. E una storia. Erano trasfertisti, si spostavano su e giù per l’Italia spediti in nuovi cantieri da costruire. Se riuscivano, mettevano da parte qualche soldo che poi spedivano in patria per mantenere le famiglie. Lo faceva Taoufik Haidar, 43 anni, anche lui a lungo a Palazzolo sull’Oglio prima di spostarsi a Chiuduno in provincia di Bergamo.
«Un gran lavoratore» raccontano dalla sua cittadina. Da un paio di mesi aveva cambiato ditta. Viaggiava settimana dopo settimana. E poi inviava parte dello stipendio alla moglie e i due figli, di 12 e 9 anni, in Marocco. «Mi ha mandato un messaggio vocale venerdì alle 6.40 — dice suo cugino — . Stava per entrare in cantiere. Mi ha detto “Stasera torno. E poi sabato ci vediamo”. Invece è morto». La sera del crollo, la sorella e il nipote di Taoufik, entrambi residenti a Perugia, sono stati avvisati. E ieri mattina sono corsi a Firenze. Sono arrivati anche altri amici e colleghi dal nord Italia. «Lui era una brava persona — racconta suo nipote — . Non so come possa stare mia mamma, il dolore che prova non si può spiegare».
Haidar conosceva bene El Ferhane: erano nati nello stesso paese in Marocco e qui si erano ritrovati occupati per la stessa ditta. Dal loro paesino c’è chi li ricorda anche per la passione per il calcio, con le serate a festeggiare la loro nazionale durante i Mondiali di calcio. Mohamed Toukabri aveva invece 54 anni, radici tunisine, ed era partito da Genova prima di trovare la morte nel cantiere di Firenze. L’ultimo operaio disperso è stato identificata solo ieri: Bouzekri Rachimi, 56 anni e originario del Marocco. Ma il suo corpo, finito sotto il peso di tonnellate di macerie, ieri sera non era stato ancora recuperato. Venerdì mattina, poco prima delle 9, il gruppo degli operai stava facendo una colata di cemento. Poi quella trave, posta a 10-15 metri di altezza, ha ceduto ed è venuto giù tutto. Ogni cosa è stata travolta. Tre i feriti soccorsi. Poi una prima vittima, riconosciuta ed estratta dalle macerie: Luigi Coclite, 60 anni e già con gli occhi rivolti alla pensione. Gli mancavano una manciata di anni. Aveva una moglie, due figli, era originario dell’Abruzzo ma aveva casa da anni in provincia di Livorno. La magistratura ora svolgerà le indagini. Dovrà capire se gli operai nel cantiere, e in particolare vittime e feriti, avessero contratti a norma, anche come inquadramento e formazione. E nel caso dei tanti stranieri se possedessero la documentazione per stare in Italia. Sembra, dalle prime informazioni, che due di loro non avessero il regolare permesso di soggiorno. Un sospetto importante, che potrebbe indirizzare le indagini anche verso nuovi scenari. El Ferhane dicono suoi parenti, aveva fatto richiesta ma era ancora in attesa di ricevere il permesso. Alcuni sindacati raccontano anche di un fenomeno in Lombardia di permessi di soggiorno modificati, e intestati ad altri, per permettere anche ad alcuni irregolari di lavorare. Non è detto che questo il caso, ma verranno esaminate le posizioni di tutti. Come molti immigrati in Italia, anche le vittime di Firenze avevano trovato in questi anni un impiego nell’edilizia. A volte suggerendosi le ditte con i passaparola. Ultimamente erano occupati in due ditte tra Brescia e Bergamo, che avevano ricevuto in subappalto parte della costruzione del nuovo supermercato Esselunga. Accanto a loro, venerdì mattina alcuni dipendenti si sono salvati per caso. C’è chi è arrivato più tardi del solito nel cantiere. Un ragazzo poco più che ventenne è sfuggito alla morte perché quel giorno aveva scambiato la sua postazione con un altro che si era allontanato poco prima. «Io ho lavorato come carpentiere in Svezia, Austria, Francia — racconta il giovane fuori dalla medicina legale di Careggi, dove sono state portate le salme — . La sicurezza là c’era. In questo cantiere secondo me no». Il giorno dopo la tragedia davanti al cantiere sono arrivati amici e famigliari. Stretti uno accanto a l’altro. Le lacrime. Una frase ripetuta per tutta la mattina: «È troppo il dolore». Poi il viaggio all’obitorio. E la rabbia per la sicurezza. «Sono 20 anni che vedo cantieri. Qui c’era qualcosa che non andava — dice il cugino di Taoufik — . Mancavano i parapetti. Ho pensato a cosa sarebbe successo se il supermercato fosse stato aperto. Sarebbero morte centinaia di persone».
Intervista
“Su Gaza la Rai dice bugie, i miei coetanei non la guardano più”
FLAVIA CARLINI - Scrittrice e attivista
DI TOMMASO RODANO
Tra i mille studenti sotto la sede Rai di Viale Mazzini c’è anche Flavia Carlini, 28enne scrittrice e attivista digitale. Martedì i suoi video da Napoli hanno fatto conoscere ai 247mila followers su Instagram le cariche della polizia contro i manifestanti pro Palestina (e sono stati condivisi ben oltre il perimetro del suo pubblico). “Non è tanto la violenza della celere che mi ha sconvolta – spiega oggi – ma il fatto che gli agenti si siano schierati in tenuta anti sommossa contro un centinaio di persone disarmate: mi è parso fosse tutto predisposto perché andasse così. E mi hanno scioccato ancora di più le persone della Rai che ridevano e ci facevano video mentre venivamo picchiati”.
C’è un problema di repressione del dissenso?
Mi fa davvero ridere che quattro parole pronunciate a Sanremo da due artisti abbiano scatenato una reazione del genere. Credo che “stop al genocidio” sia una delle cose più banali che potessero essere dette, non è stato nemmeno nominato il popolo palestinese. Eppure ha innescato un meccanismo di censura politica, informativa, istituzionale. È lo specchio limpidissimo dei valori e degli interessi della politica italiana.
Manifestate nonostante il silenzio dei media, il disinteresse di quasi tutti i partiti, l’ostilità delle forze dell’ordine. Cosa vi porta in piazza?
La medaglia ha due lati. Uno umano: non è una questione geopolitica, culturale, religiosa. Trentamila persone sono state sterminate: stare in piazza è una questione di decenza e umanità. Ma è anche una protesta fortemente politica, perché la Rai dovrebbe essere di tutti e sta raccontando il falso. Riconduce tutto al 7 ottobre, ignorando quello che è successo prima e quello che è successo dopo.
Perché?
Mi pare chiaro: l’Italia ha enormi interessi economici in Israele, è un partner commerciale e geopolitico, dalle licenze del gas fino alla vendita di armi.
I tuoi coetanei guardano poco la televisione e pochissimo i telegiornali.
Meglio per loro, è una forma di autotutela per conservare una coscienza critica.
E invece magari si informano con i tuoi video, questo come ti fa sentire?
Ne sento la responsabilità, anche se non ho la pretesa di sostituirmi a un media. Ovviamente non sono un giornale e non sono nemmeno una giornalista: al di là del seguito sono una cittadina comune.
Chi ha meno di 30 anni difficilmente si avvicina a un partito politico o frequenta i media tradizionali. Perché?
Non posso fare discorsi generazionali, ma rispondo per me. Non mi rispecchio in nessun partito e non ho fiducia in nessuno dei sistemi informativi attuali. L’informazione dovrebbe vigilare sul potere e invece ne è totalmente asservita per ragioni politiche o economiche. Non trasmette alcuna analisi critica della società. Un’informazione corretta dovrebbe aiutare a porci delle domande, quella italiana punta invece ad anestetizzare, a fornire delle risposte semplici, a dividere in modo manicheo quello che è bene da quello che è male.
Oggi in piazza ci sono forse mille persone, era lecito sperare fossero di più? E crede si possa mobilitare una massa critica più grande?
Molti hanno paura. Dopo i fatti di Napoli in tanti mi hanno scritto che non se la sentivano di scendere in piazza. Non si fidano del governo e delle forze dell’ordine, e come biasimarli? Io però credo moltissimo nelle potenzialità di questa mobilitazione. Ho visto una crescita esponenziale della consapevolezza e della presa di coscienza delle generazioni più giovani. Certo, se il telegiornale mostrasse ogni sera il numero di morti della guerra, oppure i femminicidi… senza tutti i buchi del sistema informativo sarebbe più semplice, ci sarebbero più persone in piazza.
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