venerdì 16 febbraio 2024

L'Amaca

 

Quando la patria è in coda
DI MICHELE SERRA
Piuttosto divertente (e insolitamente civile nei toni) la polemica social nella quale è incappata la ministra Santanchè. Si è lamentata (giustamente) dell’assurda attesa, di circa un’ora, per trovare un taxi alla stazione Termini; in parecchi le hanno fatto notare che è il governo di destra, del quale fa parte, a considerare con molta comprensione l’indole corporativa dei tassisti italiani. Ne consegue l’esitazione a concedere nuove licenze: che sarebbero indispensabili per abbreviare le code.
Si conosce, per sommi capi, la replica: non bisogna cedere alle multinazionali (vedi Uber e dintorni) che usano le liberalizzazioni per imporre la loro egemonia! La Patria impone di proteggere le nostre eccellenze! Io sarei anche d’accordo: ma se la Patria costringe a un’ora di coda, significa che le nostre eccellenze non sono abbastanza eccellenti. Vale per i taxi, vale per i trattori. Non si vince per protervia, tanto meno si vince per retorica o per protezionismo: si vince per merito e per abilità.
La corporazione dei tassisti romani (e negli ultimi tempi, anche milanesi) si faccia questa dura, e però inevitabile domanda: se il servizio è di merda, come possiamo pretendere che rimangano inalterate le sue condizioni? L’ho già scritto più volte: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che si riformi il servizio delle auto pubbliche a favore del cittadino-cliente. La sola speranza è che non solo Santanchè, ma tutti i ministri, tutti i sottosegretari, tutti i deputati e di senatori, facendo un’ora di coda a Termini, vadano da Meloni e le dicano: ma a parte i voti dei tassisti, siamo sicuri di non voler puntare anche ai voti dei clienti dei tassisti, che sono molti di più?

giovedì 15 febbraio 2024

Ci siamo!

 


Dialoghi

 


Fiat Fiat

 

IllustratoFiat
di Marco Travaglio
Quand’ero bambino, siccome mio padre lavorava alla Fiat, ogni due mesi ci arrivava a casa IllustratoFiat, l’house organ aziendale che raccontava i nuovi modelli del gruppo, ma anche le storie di dirigenti, progettisti e operai. Due anni fa ha chiuso alle soglie dei 70 anni. Nessuno, leggendolo, si aspettava una visione imparziale dell’industria dell’auto. Era la voce della Fiat, molto più onesta degli altri giornali di casa Agnelli (ora Elkann): prima La Stampa (per i torinesi “La Busiarda”), ora anche il Secolo XIX e Repubblica, che se la tirano da testate indipendenti, anche se tutti sanno chi e a cosa servono. A volte, grazie agli attributi di alcuni direttori e alla furbizia di Gianni Agnelli, riuscivano, se non a essere indipendenti, almeno a sembrarlo (nel 2005 Giulio Anselmi mise in prima pagina sulla Stampa il ricovero di Lapo Elkann in coma dopo il festino con droga e trans). Ma sono lontani ricordi. Oggi i lettori di Repubblica e Stampa, per sapere che John Elkann è indagato per frode fiscale, devono munirsi di microscopio elettronico e fare la caccia al tesoro nelle pagine interne: non una sillaba in prima e, dal secondo giorno, neppure nelle altre. Il tutto mentre Stampa e Repubblica gridano un giorno sì e l’altro pure al bavaglio di destra (come se non ne avessero uno incorporato), ai conflitti d’interessi di destra (come se non ne avessero uno grosso come una casa) e alle censure di TeleMeloni, cioè della Rai che nasconde le notizie negative sul suo editore (il governo) esattamente come Stampubblica col suo. Siccome poi il gruppo Elkann è molto filo-Usa&Israele, la catena degli affetti si allunga alla politica estera. Infatti un mostro sacro come Bernardo Valli se n’è andato inorridito da Repubblica.
Martedì Rep apriva col leggendario titolo “La destra marcia sulla Rai. La maggioranza censura le parole di Ghali”. Purtroppo lo stesso giorno il Fatto rivelava che da venerdì Rep aveva un’intervista a Ghali ma, siccome le sue risposte su Gaza e Israele non garbavano al direttore Sambuca Molinari, l’aveva fatta sparire. È riapparsa solo sul sito di Rep e solo quando il Fatto ha rivelato la censura, accanto a un tragicomico comunicato che smentiva categoricamente la censura confessata lì a fianco e poi denunciata anche dal Cdr. In compenso, sempre martedì e sempre su Rep, Francesco Merlo dava dell’“antisemita” e del “cretino pieno di idee” a Ghali per aver denunciato la mattanza di Gaza dal palco di Sanremo: insulti che nessun censore di TeleMeloni si è mai sognato di lanciare, mentre sono il lessico familiare del mazziere di Sambuca, già noto per aver paragonato Zerocalcare agli stragisti di Hamas. Se Stampubblica si decidesse finalmente a chiamarsi IllustratoFiat, sarebbe tutto più chiaro. E più onesto.

L'Amaca

 

Troppi puntini su troppe “i”
DI MICHELE SERRA
Di fronte alla carneficina di Gaza e al pogrom del 7 ottobre, le polemiche nazionali su questa o quella frase pronunciata in televisione sono veramente imbarazzanti. Nessuno ha inneggiato alla strage o esaltato la violenza (ingredienti che abbondano nei social), dove sta dunque lo scandalo, perché la stizzosa trafila di comunicati, repliche, correzioni, con quale centimetro questo Paese si è ridotto a misurare la sua piccola indignazione, i suoi cavilli retorici, le sue beghe, di fronte ai chilometri di sangue che scorrono laggiù?
Nella fase (insperata) in cui il Parlamento trova per miracolo un suo momento di decenza, e sospende il gioco delle parti per chiedere il cessate il fuoco, non potrebbero cessare il fuoco anche le fazioni mediatiche, che si accapigliano da quattro mesi a costo zero, giusto per il piacere di mettere i puntini sulle “i” dell’altro? E se ognuno si limitasse a occuparsi delle “i” proprie? Se anche un trapper o un giornalista o chiunque abbia parola pubblica (dunque: molte migliaia di persone) dice la sua, in base a quale strambo principio gli si chiede di correggere, emendare, aggiungere, come se si dovesse sempre arrivare a una specie di “pensiero comune” proprio su un argomento sul quale un pensiero comune non esiste?
La buona vecchia frase, anche cortese, “non sono d’accordo”, non basta? Ogni volta che uno dice “Gaza” bisogna sgridarlo perché non ha detto “sette ottobre”, e ogni volta che uno dice “sette ottobre” bisogna sgridarlo perché non ha detto “Gaza”? E accettare che no, non esiste una opinione condivisa, su quel macello, non sarebbe una novità interessante?