martedì 13 febbraio 2024

Fiuuuu!



Questo idiota avrebbe potuto vincere il festival di Sanremo! (Foto di qualche anno fa)

La censura dei censori

 


Una lettera, un mondo!

 


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Il pensiero libero

 

Ghali e Dargen, la pace è censurata dai vertici Rai
DI DANIELA RANIERI
Volete una fotografia ad alta definizione dell’Italia mentale del 2024, nella finta contesa tra l’egemonia culturale di una misera destra e di un’inesistente sinistra? Il ballo del qua qua sì, ben venga, preferibilmente con star di Hollywood scopertesi in Riviera esimie marchettare; la guerra, i bombardamenti di ospedali e le condizioni degli immigrati assolutamente no, perché sono temi che “ci mettono in difficoltà”, come disperatamente confessato da un’agitatissima Mara Venier nella Domenica In post-Sanremo.
Il bambino che nella fiaba di Andersen vede il re sfilare nudo e dice “il re è nudo!” non viene arrestato, imbavagliato, né gli viene tagliata la testa. A Sanremo sono bastate due nitide frasi pronunciate da due giovani artisti, Ghali e Dargen D’Amico, per far crollare il carrarmato di cartapesta di un’informazione servile, faziosa e tremebonda; ma loro, a differenza del candido ragazzino, sono stati subito redarguiti con zelo maldestro, insieme censorio e patetico.
Nel comunicato che l’ad della Rai Roberto Sergio ha fatto leggere in diretta a Mara Venier “in merito a un’affermazione su Israele e Palestina fatta da un artista durante il Festival di Sanremo”, dove l’artista era quel Ghali che la sera prima aveva con educazione artistica pronunciato le parole “Stop al genocidio”, si intuisce come il potere debba sempre obbedire a un potere più grande, e come quindi ogni intento censorio sia un’ammissione di impotenza. È come rimettere il dentifricio nel tubetto o recuperare il cellulare dal water di un autogrill stigmatizzando vibratamente l’entropia. Povero Sergio! “Ogni giorno i nostri telegiornali e i nostri programmi raccontano, e continueranno a farlo, la tragedia degli ostaggi nelle mani di Hamas, oltre a ricordare la strage dei bambini, donne e uomini del 7 ottobre. La mia solidarietà al popolo di Israele e alla Comunità Ebraica è sentita e convinta”, ha scritto, praticamente confessando di raccontare sulla Tv pubblica solo una parte della verità, cioè il massacro di 1300 ebrei da parte di Hamas, omettendo per quanto possibile la rappresaglia indiscriminata decisa dal governo israeliano contro 2 milioni e mezzo di civili palestinesi che ha provocato 28.430 morti di cui più del 70% donne e bambini. Per questi ultimi, e per quelli che moriranno nell’imminente strage di Rafah appena annunciata da Netanyhau, non una parola gli è uscita dal cuore, ma nemmeno dai neuroni, almeno per salvare la forma e fingere di essere all’altezza del ruolo. La parola “genocidio” ha fatto scattare il Mose conformista dei censori di corte, che nel pomeriggio si erano già agitati perché avevano sentito Dargen parlare di immigrazione, subito zittito manco avesse bestemmiato in diretta come Leopoldo Mastelloni.
Eppure tanto zelo della Rai non è stato ripagato: l’ambasciatore di Israele in Italia Alon Bar, guardando Sanremo e trovandolo degno finché a nessun artista è venuto in mente di esprimere il proprio pensiero, ha scritto su X: “Ritengo vergognoso che il palco del Festival di Sanremo venga sfruttato per diffondere odio e provocazioni in modo superficiale e irresponsabile”, come se gli italiani pagassero il canone per guardare ciò che piace all’ambasciatore di Israele, molto simile, in quanto a rispetto della Costituzione italiana, a quell’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede che voleva dare lezioni al Papa su come si fa la Via Crucis, trovando sconveniente che fossero una donna russa e una ucraina a portare insieme la croce.
E chissà dove l’ambasciatore, col seguito dei filo-Netanyhau Gasparri, Fassino, etc., ha visto “odio e provocazioni” nella frase di Ghali, già attenzionato perché in un verso della sua canzone parla di ospedali bombardati: forse avrebbe dovuto dire “fate i genocidi” e “bombardate più ospedali” per non essere accusato di diffondere linguaggio d’odio; forse, come ai tempi dell’obbligatorio lasciapassare anti-putinista “c’è un aggressore e un aggredito”, doveva premettere la condanna per la strage del 7 ottobre, tutto in due secondi.
Conosciamo l’obiezione: non si sa tecnicamente se a Gaza sia in atto un genocidio; posto che questo lo stabilirà la Corte di Giustizia Internazionale, che comunque ha già ravvisato “prove sufficienti” per valutare la causa intentata dal Sudafrica sulla base della Convenzione sul Genocidio del 1948, l’obiezione riguarda i cavillosi burocrati della contabilità mortuaria, non gli artisti. La viltà conformista, la libidine bellicista e la correità con la violenza hanno già sostituito il coraggio intellettuale sui media; ora si pretende che anche gli artisti, da sempre voci critiche, si allineino agli ordini. Invece è nobile usare la propria popolarità per mandare messaggi di pace. Chi ha un pubblico ha il dovere morale di farlo. Invece di rivoltarsi contro le parole, i censori dovrebbero rivoltarsi contro la giustificazione dell’illimitato orrore e smetterla di fare i servi stipendiati da noi.

Attorno alla politica

 

Il regalo di Trump
di Marco Travaglio
Il segretario generale Nato Jens Stoltenberg e l’ex e forse futuro presidente Usa Donald Trump hanno parlato del futuro dell’Europa. Il primo l’ha condannata a “decenni di confronto con la Russia” perché “se Putin vince in Ucraina non c’è garanzia che non aggredisca altri Paesi” e “dobbiamo espandere la nostra industria militare più velocemente, aumentare le forniture all’Ucraina e rifornire le scorte” per “passare da una produzione lenta da tempi di pace a una veloce da tempi di guerra”. Il secondo ha riferito la sua risposta al capo di un grande Stato europeo che gli chiedeva se lo difenderebbe da un attacco russo nel caso in cui non mantenesse l’impegno Nato di alzare la spesa militare al 2% di Pil: “Non ti proteggerei e incoraggerei i russi a fare quel diavolo che vogliono. Paga i tuoi conti, se no sei un delinquente”. La frase di Stoltenberg è passata liscia come acqua fresca, mentre quella di Trump ha indignato le cancellerie europee e la stampa al seguito. Eppure lo scenario Trump conviene all’Europa molto più dello scenario Stoltenberg. Sempreché qualcuno si ricordi perché esiste l’Europa.
Il sogno europeo di De Gasperi, Adenauer e Schumann nasce dall’impegno a evitare la terza guerra mondiale con il progetto, purtroppo rimasto sulla carta, di un’integrazione non solo economica, ma anche politica e militare finalizzato alla convivenza pacifica e alla sicurezza reciproca. In questo spirito, per rimuovere tutte le possibili cause di conflitto, nel 1975 l’Ue firmò con Usa, Urss e Canada gli accordi di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, da cui nacque l’Osce. Nel 1990, caduto il Muro e finita la Guerra fredda, Gorbaciov accettò l’unificazione tedesca con l’ingresso della Germania Est nella Nato in cambio dell’impegno di Usa, Ue e Nato a non estendere l’Alleanza un solo palmo oltre il nuovo confine tedesco. Cioè a non minacciare la Russia. Da allora la Nato, anziché sciogliersi per mancanza del nemico, tradì per ben 16 volte quella promessa, allargandosi a Est da 16 a 32 Stati membri. Non contenta, bombardò e destabilizzò la Serbia alleata di Mosca e la mutilò del Kosovo. Infine annunciò l’ingresso di Georgia e Ucraina, gettando le basi per la criminale invasione russa del 2022. Se ora Trump vuole sciogliere la Nato, l’Europa dovrebbe approfittarne per creare una propria difesa (un esercito al posto di 27, risparmiando con le economie di scala) e una propria politica estera autonome dagli Usa. E promuovere una nuova conferenza di Helsinki che garantisca la sicurezza di tutti, incluse Russia e Cina. Che non sta scritto da nessuna parte che siano nostre nemiche. Se gli Usa vogliono continuare a combatterle, affari loro. Noi europei potremo finalmente iniziare a farci gli affari nostri.

L'Amaca

 

Il nazionalismo provinciale
DI MICHELE SERRA
“Amadeus (parlando delle vittime delle foibe, ndr) doveva ricordare che Tito era comunista”, ha detto il presidente del Senato alla radio. È proprio vero che ognuno vede e sente solo quello che vuole vedere e sentire. A me, per esempio, sarebbe piaciuto, da cittadino italiano ed europeo, che nelle tante rievocazioni che i tigì Rai hanno coperto con solerzia (non credo ce ne sia sfuggita neanche mezza), qualcuno avesse avuto la dignità e la serietà di ricordare, tra le cause evidenti di quell’orrore, l’invasione fascista della Jugoslavia e le angherie, documentate, ai danni delle popolazioni slave al di là e al di qua del confine: erano in casa loro tanto quanto gli italiani in Istria e Dalmazia.
Non è accaduto. E dunque, come prevedibile, il nostro governo nazionalista (oggi sinonimo di provinciale) si è ben guardato dal rischio di uno sguardo europeo, dunque inter-nazionale, sulle foibe e sul doloroso esodo degli italiani.
Peccato, è stata la classica occasione persa.
Hanno prevalso la retorica patriottarda, il vittimismo politico, la strumentalizzazione faziosa.
Avendo lavorato per molti anni, da ragazzo, all’Unità, ricordo bene, anche da specifici episodi, la cappa di censura e di imbarazzo che avvolgeva la storia delle foibe.
Quarant’anni dopo, a me che fui comunista, quel remoto imbarazzo appare una gravissima omissione. Per La Russa e per il nostro governo, evidentemente, settant’anni dopo i fatti, è ancora impensabile parlare di quella atroce guerra, e di quel sanguinoso dopoguerra, come di una conseguenza diretta del nazifascismo. La storia è complicata e dolorosa per tutti, caro senatore La Russa.
Alla sua età, sarebbe onorevole prenderne atto.