Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 23 agosto 2023
Robecchi
I post fascisti. Hanno un problemino coi fascisti. E adesso pop corn a tutti!
di Alessandro Robecchi
Abituato a decenni, secoli, millenni di scazzi a sinistra, assistere finalmente a un mirabolante scazzo nella destra post-non-post fascista mette di buon umore. E – mi perdonerete un piccolo “io l’avevo detto” – non si fa, non è elegante, pazienza – perché tre anni fa di questi tempi in questa piccola rubrica, mi ero permesso di far notare che le fila di Fratelli d’Italia erano piene di gente usa a salutare romanamente, a vestirsi da nazista, a celebrare pubblicamente criminali genocidi come il generale Graziani e via elencando varie nefandezze in orbace. Saltò su come un tappo l’allora non onorevole, e non ministro, Guido Crosetto che mi additò in un tweet ai seguaci (da cui minacce varie). L’accusa era, più o meno, che io “vedevo fascisti dappertutto”. Che visionario, eh? Arrivò di rinforzo Carlo Calenda, ribadendo il concetto e flirtando con Crosetto su “quel deficiente di Robecchi”. Modestamente. Ora che Guido Crosetto è ministro della Difesa (dopo essere stato presidente dei produttori di armi, un conflitto d’interessi che noterebbe anche un cieco) e ha criticato le parole del generale Vannacci, diverte vederlo attaccato da destra, accusato di moderazione da quegli stessi arditi che glorificano Graziani, gli otto milioni di baionette, spezzeremo le reni alla Grecia, e attaccato pure da quel sottosegretario (Galeazzo Bignami) di cui girano foto “goliardiche” con l’uniforme delle SS. Ho letto anche un “Crosetto comunista”, che ritengo sublime. Chiusa questa piccola madeleine personale, non vorrei che ora qualcuno si alzasse a dire a Crosetto che vede fascisti dappertutto, che visionario, eh?
Resta il problemino per solutori più che abili (quindi escludo Calenda): dentro il partito di governo (e dentro il governo) resta un’ampia corrente di pensiero dichiaratamente e orgogliosamente fascista. E questo è un primo dato. Il secondo dato è che rimangono tutti al loro posto: il portavoce della Regione Lazio che sfida le sentenze definitive sulla strage di Bologna per difendere i camerati, il viceministro vestito da nazi, il ministro-cognato che di Graziani disse “è un punto di riferimento”, il generale vanesio che rivendica l’odio per le minoranze. Si fa un po’ di polvere e poi si perdona, si zittisce, si dimentica, il che suona alle orecchie degli arditi come una silente rivendicazione. Dalla signora premier, infatti, silenzio, nemmeno un fiato. E c’è da capirla. Intanto perché viene da lì, da quella cultura di estrema destra che osanna Almirante – razzista convinto e certificato fucilatore di partigiani – e poi perché per anni, nella sua resistibile ascesa, si è sempre rivolta a quegli ambienti con i toni volitivi che conosciamo, un piede nelle istituzioni (fu ministra a trent’anni, altro che underdog!) e uno nel furore della militanza post(?)fascista, basti pensare al comizio davanti ai camerati di Vox, in Spagna o alle frasette – sì, anche lei, non solo il cognato – sulla “sostituzione etnica”.
Ce ne sarebbe abbastanza per pregare la destra “liberale”, come ama definirsi chi al governo non pratica il passo dell’oca, di battere un colpo, di dire qualcosa su questi suoi camerati di strada, un po’ scomodi in società ma anche molto funzionali. Insomma, l’album di famiglia non è per niente archiviato, anzi è in grande spolvero, alza la voce, minaccia e mugugna. Forse è troppo dire che i post-fascisti hanno un problemino coi fascisti, ma certo risulta che l’operazione di nasconderli sotto il tappeto fa acqua da tutte le parti, o servirà un tappeto molto grande.
Sputanescion
Prosciutto o dollari?
di Marco Travaglio
Proviamo per un attimo a dimenticare l’aspetto tragico della guerra russo-ucraina con i suoi 500mila fra morti e feriti. E a concentrarci sulla farsa che contraddistingue ogni tragedia mondiale appena varca la frontiera italiana. Domanda: ma cosa annebbiava la vista degli “esperti” dei grandi giornali e tv, compresi quelli sul campo, quando vedevano epici trionfi ucraini e umilianti disfatte russe, effetti balsamici delle armi della “Nato allargata” contro i fuciletti a tappo dell’“armata rotta” senza munizioni né uomini, imminenti default di Mosca col contorno di golpe contro Putin (sempreché ci arrivasse vivo, affetto com’era da tutte le patologie note in letteratura medica), maledetto dal suo popolo e isolato dal mondo? Lenti deformanti? Prosciutto? Dollari? Sterline? Ci dicano.
No, perché noi del Fatto, oltre ai reportage dei nostri inviati e collaboratori cacciati dall’Ucraina perché non allineati alle veline del regime “democratico”, avevamo la fortuna di leggere le analisi di Barbara Spinelli, Fabio Mini, Alessandro Orsini, Elena Basile. I quali, da Parigi, dalla Versilia e da Roma, riuscivano a vedere distintamente ciò che i grandi strateghi di Nato, Usa, Ue e grandi media nostrani, muniti di satelliti, droni, intelligence, algoritmi, report, analisti, centri studi, think tank, non riuscivano proprio a rilevare. Escludendo un caso di cecità collettiva anzi planetaria, l’unica risposta plausibile è che i fabbricanti di fake news per la propaganda di guerra (scontata per tenere alto il morale delle truppe al fronte e il consenso delle opinioni pubbliche nelle retrovie) se ne facessero guidare, illudendo gli ucraini e pure se stessi sulla grande vittoria alle porte. Così, mentre Putin diffondeva le sue balle ma si guardava bene dal crederci, tant’è che continuava a correggere il tiro, cambiando generali, tattiche e strategie in base all’andamento delle operazioni, i nostri eroi si bevevano le panzane che raccontavano e scacciavano come grilli parlanti i pochi veri esperti, tipo il generale Milley, che suggerivano di negoziare prima della grande sconfitta. Era già accaduto con l’Afghanistan e l’Iraq: l’intera stampa Usa si era adagiata sulle fake news di Bush jr.. Ma, quando quelle furono smentite, direttori di giornali e tv chiesero scusa al popolo americano e molti si dimisero o furono licenziati. Infatti sull’Ucraina l’informazione Usa ha sempre fatto il controcanto alla Casa Bianca e al sottostante Zelensky. In Italia, oggi come allora, i signorini grandi firme hanno fatto da trombette alle veline di Washington, Londra e Kiev. E oggi che i fatti si incaricano di sbugiardarli, scrivono pezzi che sembrano usciti dalle penne di Spinelli, Mini, Orsini e Basile, ma sempre fischiettando, come se i bugiardi non fossero loro.
martedì 22 agosto 2023
Gioiello
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