venerdì 14 luglio 2023

Compendio

 

Il Santo
di Marco Travaglio
Oggi esce con PaperFirst il mio libro “Il Santo. Beatificano B. per continuare a delinquere. Il libro definitivo per non dimenticare nulla”. Lo trovate da oggi nelle edicole, nelle librerie e negli store online. Vi propongo un’ampia sintesi della mia introduzione.
Avevo deciso di non scrivere più libri su Silvio Berlusconi. L’ultimo doveva essere B. come Basta! (2018), come diceva il titolo stesso… Ogni volta che le mani prudevano ed erano tentate di tornare a dedicargli qualcosa di più di un articolo, a dissuadermi provvedeva la dedica che la simpatica canaglia aveva scritto una decina di anni fa su un libro fotografico pesante mezzo quintale, L’Università della Libertà, portatomi in dono in un incontro privato dalla sua fidanzata di allora Francesca Pascale: “A Marco Travaglio, con stima. Da un combattente per la libertà a un altro combattente per la libertà… ma su un fronte diverso. Per sempre? Chi lo sa?! Silvio Berlusconi”. Già, perché lo spietato epuratore che per vent’anni aveva tentato di rovinarmi la vita e di stroncarmi la carriera più volte, direttamente con denunce miliardarie e indirettamente creandomi il vuoto intorno attraverso editori, direttori e conduttori al suo servizio, era pure simpatico. Ci provava sempre. E il miglior modo per non cascarci era ignorarlo, dopo che avevo scritto ormai tutto di lui, o così almeno credevo.
Poi è morto. E tutto è cambiato. Non con l’indecenza del lutto nazionale e delle beatificazioni alla Camera e al Senato… Ma quando un giornalista “indipendente” e pure “storico”, Paolo Mieli, è andato in tv a scusarsi per aver fatto il suo mestiere dando una notizia vera, l’unico scoop che gli si ricordi: quello del suo Corriere della Sera, che il 21 novembre 1994 rivelò in anteprima (insieme ad Avvenire) l’invito a comparire inviato dalla Procura di Milano all’allora presidente del Consiglio per tre tangenti alla Guardia di finanza. Poi, non contento, si è molto doluto del fatto che i magistrati non l’avessero torchiato a dovere per fargli sputare il nome della sua fonte, che lui – in spregio alle più elementari regole della professione – avrebbe volentieri spiattellato, investigando sui turpi moventi della fuga di notizie. Quel tragicomico atto di pentimento, seguito dall’analogo mea culpa di uno dei due giornalisti che avevano firmato lo scoop, Goffredo Buccini (l’altro era Gianluca Di Feo), mi ha provocato uno sbocco di vergogna a nome della categoria a cui purtroppo appartengo…
In quel preciso istante ho raccolto tutto il materiale archiviato in quasi trent’anni e ho deciso di metterlo a disposizione dei lettori per un libro davvero definitivo.
Altro che progetto di ibernazione, come qualcuno sospettava alla vista del poderoso gruppo elettrogeno montato nel mausoleo di Arcore: qui il vero pericolo è la clonazione. Se è vero, come diceva Karl Marx, che le tragedie della storia si ripetono sempre in forma di farsa, abbiamo come il sospetto che valga anche l’opposto: e cioè che la farsa berlusconiana possa ripetersi in forma di tragedia, anche se non riusciamo ancora a immaginarla. L’antipasto ce l’ha servito il governo di Giorgia Meloni, che avrebbe potuto seppellire il berlusconismo insieme al suo creatore, da cui giurava di non essere “ricattabile”. E invece ha deciso di perpetuarlo fin da subito, come se non bastassero i 12 condoni fiscali appena varati nella legge di Bilancio… Il cosiddetto ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dedicato al caro estinto la sua prima schiforma: quella che impone di avvertire gli arrestandi con cinque giorni d’anticipo e depenalizza il più odioso e subdolo dei reati del potere contro i cittadini, l’abuso in atti d’ufficio, legalizzando i favoritismi, le raccomandazioni e le scorciatoie giusto in tempo per arraffare la cascata di miliardi del Pnrr e dirottarla nelle solite mani (mani trasversali, visto che pure i sindaci del Pd, anch’esso ormai irrimediabilmente berlusconizzato, se le spellano per applaudire il Guardagingilli). Dal conflitto d’interessi personale all’impunità di gregge. Dalle leggi ad personam alle leggi ad personas. Non più per un Berlusconi solo, ma per tanti berluscloni.
A ben guardare, gli autodafé dei pochi giornalisti che in passato facevano il loro mestiere, così come le riabilitazioni trasversali dalla cosiddetta destra legalitaria alla presunta sinistra, è tutt’altro che casuale. È funzionale al sogno dell’establishment, che per noi cittadini è un incubo, di perpetuare il berlusconismo senza Berlusconi. E anche di evitare che, saltato il tappo, qualche boss di Cosa Nostra sepolto al 41-bis, persa ogni residua speranza di uscire con una legge ad mafiam, decida finalmente di dire la verità sui mandanti esterni delle stragi del 1992-’94 e sulla retrostante trattativa con lo Stato. Lo scoop del Corriere sull’indagine per le mazzette alla Guardia di finanza riguarda la quintessenza del berlusconismo con Berlusconi: il peccato originale da cui il cosiddetto Cavaliere è fuggito per quasi mezzo secolo, nel terrore di esserne raggiunto.
Nel 1974, insieme a Marcello Dell’Utri, aveva stretto un patto di ferro con Cosa Nostra quand’era solo un palazzinaro parvenu. E pochi mesi dopo aveva lanciato la scalata al sistema televisivo, grazie alle protezioni della loggia deviata P2 e della politica marcia dei vari Craxi e Andreotti. Due imprese che richiedevano molti soldi, non solo per costruire città-satellite e per acquistare antenne ed emittenti, ma anche per pagare i protettori, mafiosi e politici. E poi per comprarsi i poteri di controllo che avrebbero potuto scoprirlo e fermarlo – la Guardia di finanza e la magistratura – e il silenzio dei testimoni e dei complici che avevano visto, saputo o collaborato con lui a violare le leggi. Soldi in nero, ovviamente. Meglio se all’estero, parcheggiati in società occulte ai bilanci del suo gruppo e nascoste in paradisi fiscali. Ecco la minaccia che gli si materializzò dinanzi agli occhi quel 21 novembre 1994, quando i carabinieri inviati dal procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli gli notificarono l’invito a comparire per quelle tre tangentine (che ben presto sarebbero diventate quattro) allungate dai suoi manager con i suoi soldi a un pugno di finanzieri per addomesticare gli accertamenti fiscali nelle sue società. La quarta mazzetta era stata pagata per addomesticare un’ispezione a Telepiù, la pay tv che lui controllava al 100% tramite prestanome pagati da lui perché la legge gli vietava di superare il 10. La sanzione, in caso di violazione, era la revoca di tutte le concessioni televisive, quelle di Canale 5, di Rete4 e di Italia 1. Con tutto quello che gli erano costate, tra i due decreti Craxi del 1984 (lautamente “contraccambiati”, come lui stesso promise in una lettera all’allora premier socialista che… pubblichiamo a pag. 7) e la legge Mammì del 1990. Sarebbe stata la fine del suo impero televisivo, proprio quando quel formidabile propulsore di consensi l’aveva catapultato ai vertici delle istituzioni. Proprio quando non doveva più servire e pagare i politici perché le leggi su misura se le faceva da solo, gratis. Quelle quattro mazzettine, che insieme non arrivavano al mezzo miliardo di lire, potevano diventare la classica pietruzza che innesca la slavina e fa crollare tutto il castello di carte. Bastava un’ispezione seria sui conti del suo gruppo e sarebbero saltate fuori le centinaia di miliardi di fondi neri all’estero, usati per pagare premier, ministri, parlamentari, giudici, finanzieri, testimoni, correi, pali, prestanome per scalate illegali in Italia e oltre confine, e pure Cosa Nostra. Sarebbe stato il game over, proprio quando il gioco sembrava appena cominciato. E tutti i fatti sono stati confermati da sentenze definitive (quelle che hanno condannato i finanzieri corrotti e i manager Fininvest corruttori, salvo Berlusconi, assolto per insufficienza di prove). Altro che pentirsi per averli raccontati in anteprima.
Quel che accade il 21 novembre 1994 concentra in un sol giorno e anticipa la storia dei 29 anni successivi, trascorsi dal Santo a scappare sempre più velocemente e spudoratamente da un passato che gli ghermisce le caviglie. Ecco allora le 60 leggi ad personam e ad aziendam, le nuove corruzioni di senatori e di testimoni (e poi di escort, anche minorenni, visto l’uso smodato e intensivo che ne faceva al tramonto della sua carriera di maschio latino), i soldi ai complici perché vadano in galera al posto suo e si cuciano la bocca (la famosa “giustizia eterologa”), gli impedimenti parlamentari suoi e dei suoi onorevoli avvocati per allontanare l’amaro calice delle sentenze. Il tutto con la complicità delle cosiddette opposizioni e di vasti settori della magistratura giudicante, che non solo non hanno mai pensato di perseguitarlo, ma anzi hanno sempre cercato ogni trucco e cavillo per salvarlo. Intanto le promesse elettorali si susseguivano sempre più mirabolanti, regolarmente tradite da un premier troppo impegnato a farsi gli affari suoi per occuparsi dei nostri. Tant’è che oggi nessuno, neppure fra i tifosi più sfegatati, è in grado di citare una sola sua riforma che abbia migliorato la vita di qualcun altro all’infuori di lui.
Chi cercasse una metafora di questa “storia italiana”, per farla capire ai propri figli e metterli in guardia dal rischio del contagio, potrebbe trarla dal mondo del calcio. Immaginate il presidente di una squadra che vince sempre perché scende in campo con 13 giocatori che segnano i gol con le mani. Si compra l’arbitro per convalidare il tutto. Trucca i filmati del Var per non lasciare tracce. Acquista le reti televisive perché non li trasmettano e i giornali sportivi perché tacciano e dicano che ha vinto con merito. Fa cacciare i cronisti che minacciano di dire la verità. Corrompe i giudici sportivi perché non lo squalifichino e, nel caso qualcuno non sia corruttibile, cambia le regole sportive per legalizzare ex post i gol con le mani e le partite giocate in 13 contro 11, ma solo per la sua squadra. Quelle avversarie, ricoperte d’oro e invitate nelle sue tv per farsi fregare in silenzio, lo invidiano e vorrebbero fare come lui, infatti invitano i tifosi a “dialogare” con lui ed evitare la tentazione di “demonizzarlo”. Il pubblico pagante vede tutto e sulle prime si indigna, ma poi si rassegna e alla fine comincia a tifare in massa per la squadra che vince sempre col trucco. Alla fine, quando il presidente muore, viene osannato dai tifosi della sua squadra e anche da quelli avversari perché, nonostante tutto, era un vincente: il più bravo di tutti. E chi obietta che era un mascalzone e che a vincere così sono buoni tutti viene sbeffeggiato: zitto tu, che sei “ossessionato” e hai fatto i soldi parlandone male…
Mentre scrivevo, mi rendevo conto che in un qualunque altro Paese sarebbe bastata una sola fra le migliaia di vergogne che il Santo ha inanellato fino al 12 giugno 2023 per stroncare la carriera di un politico. In Italia, per lui, non sono bastate neppure tutte le sue. È questa devastazione culturale e istituzionale che oggi, dopo la sua dipartita, dovrebbe preoccuparci: non ciò che ha fatto, ma che abbia potuto farlo perché tutti glielo lasciavano fare. E quei tutti, diversamente da lui, sono vivi. Pronti a lasciar fare chi vuol fare come lui. Come disse Ettore Petrolini al loggionista disturbatore: “Io non ce l’ho con te, ma con quelli che ti stanno vicino e non ti hanno ancora buttato di sotto”.

giovedì 13 luglio 2023

Effettivamente




L'Angolo del Buonumore

 

Le armi di distrazione di massa
di Matteo Renzi
Un anno fa, di questi tempi, il caldo faceva una vittima illustre: il Governo Draghi. Avevamo un esecutivo apprezzato nel mondo e capace di trainare la ripresa economica.
Fu mandato a casa per far posto a una coalizione sovranista che avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi del Paese.
E invece da allora si è parlato del niente: quante armi di distrazione di massa in questi mesi.
In principio fu il rave party. Poi il POS, il blocco navale, la sostituzione etnica, Peppa Pig, gli imbrattatori, il MES, l’armocromista, i termini stranieri, il blocco alla chat GPT. E l’elenco potrebbe continuare fino a domani. La verità è semplice.
Il Governo Meloni si chiacchiera addosso, ma la sostanza dei problemi rimane sullo sfondo. E il rimpianto per il luglio dello scorso anno cresce. Anche perché la situazione è seria. Si disquisisce di salario minimo ma il dramma di questo Paese è soprattutto il ceto medio, ceto medio che scivola verso la povertà. Il costo della vita vola e le famiglie faticano ad arrivare alla fine del mese. Su questo Giorgia Meloni si gioca il futuro. Non sul Twiga, non sulle frasi di La Russa, non sui programmi RAI, non sugli scandali. La destra sta perdendo proprio sui suoi temi: immigrazione e tasse. Sull’immigrazione Fratelli d’Italia registra una disfatta. Dovevano fare il blocco navale e hanno raddoppiato gli sbarchi. E questo Governo fa il decreto flussi più generoso con mezzo milione di lavoratori stranieri in arrivo in tre anni: il realismo sconfigge l’ideologia. Sulle tasse la situazione il Parlamento sta votando la legge delega fiscale ma al momento siamo ancora al caro amico e per il momento l’unico sforzo realmente apprezzabile è quello lessicale. Definire infatti la Flat tax progressiva è ridicolo.
Se è Flat, non è progressiva. Se è progressiva, non è Flat.
Sullo sfondo i problemi del PNRR ma anche della spesa pubblica. Noi abbiamo fatto revisione della spesa per 33 miliardi, la Meloni zero. La premier sembra non vedere un piccolo particolare: il 2022 è stato un anno eccezionale per la finanza pubblica italiana, con decine di miliardi di euro pagati in più rispetto alle previsioni, anche per gli slittamenti post pandemia. In queste ore alla Ragioneria c’è enorme tensione perché le entrate dei primi mesi dell’anno sono nettamente sotto le previsioni, evidentemente sovrastimate per non aver considerato il 2022 come anno una tantum. Ci aspetta un autunno complicato. Alla Meloni non basteranno i discorsi in Parlamento: occorreranno riforme e tagli delle tasse. Sarà in grado? Questa è la domanda che a mezza bocca iniziano a farsi tutti gli addetti ai lavori.
Basta Rave, Pos e battutine in Parlamento: mettiti al lavoro, Giorgia. Ne va della tua credibilità e di quella del Paese.

B&B

 

Il B. sbagliato
di Marco Travaglio
Le parole della premier Meloni contro l’entrata a gamba tesa di La Russa nell’indagine sul figlio, pur tardive, le fanno onore. Quelle su giudici e giornalisti invece sono indecenti. E quelle su Nordio imbarazzanti: “Non mettete insieme quello che il governo ha nel programma sulla giustizia e le scelte dei magistrati su casi specifici”. Se il gip respinge la richiesta del pm di archiviare Delmastro, ordinando l’imputazione coatta, e un minuto dopo Nordio annuncia che vieterà ai gip di respingere le richieste di archiviazione e ordinare l’imputazione coatta, chi è che mette insieme la “riforma” (mai vista nel programma di governo) e le scelte dei magistrati? Peggio ancora le parole sulla Santanchè: “La questione è extrapolitica, non riguarda l’attività di ministro… È molto complessa, va vista nel merito quando sarà tutto noto e compete ai tribunali, non ai programmi tv. L’anomalia è che l’indagine non viene notificata al ministro, ma a un quotidiano il giorno della sua informativa in aula”. Tutto falso: la notizia che la Santanchè è indagata uscì sui giornali il 3 novembre e la sua Visibilia Srl ricevette l’avviso di garanzia il 2 marzo. È lei che ha mentito al Senato e alla premier, che dovrebbe prendersela con lei, non con i media. E, in attesa che i giudici accertino gli eventuali reati, la questione è tutta politica: una ministra che insulta chi riceve il Rdc mentre prende milioni di fondi statali che non vuole restituire; non paga i dipendenti e li mette in cassa Covid mentre lavorano per lei e per La Russa; dichiara di non avere più conflitti d’interessi col Twiga, poi si scopre che lo usa per tappare i buchi delle società decotte anche dopo averlo girato al fidanzato e pure per finanziare FdI; e giura di ignorare ciò che sa da otto mesi. Non occorrono rinvii a giudizio o sentenze per sapere che una così non può fare la ministra.
Il perché lo spiegò Paolo Borsellino, a cui la Meloni e FdI dicono di ispirarsi, agli studenti di Bassano del Grappa il 26 gennaio 1989: “Oltre ai giudizi del giudice, esistono i giudizi politici. Cioè le conseguenze che da certi fatti accertati trae, o dovrebbe trarre, il mondo politico… Questi giudizi non sono stati tratti. Perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza. Si è detto: ‘Ah, questo tizio non è stato mai condannato, quindi è un uomo onesto’. Ma dimmi un poco: ma tu non conosci gente che è disonesta ma non ci sono mai state le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe quantomeno indurre soprattutto i partiti a fare grossa pulizia? Non soltanto a essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia di tutti coloro che sono raggiunti comunque da fatti inquietanti, anche se non costituiscono reato”. Ora sta alla Meloni decidere se la sua destra è quella di Borsellino o quella di Berlusconi.

L'Amaca

 

L’insostenibile leggerezza
DI MICHELE SERRA
Le osservazioni che la segretaria del Pd, Elly Schlein, fa sulla “social card” governativa, sono politica allo stato puro. Dice che il governo penalizza le persone sole e gli anziani in favore di chi ha figli, e insomma premia il concetto di “famiglia” a scapito del concetto di “cittadino”. Non mi sembra una questione da poco, eppure sono sicuro che scivolerà al trentesimo posto, nella classifica delle notizie.
Perché questo accada, è difficile dire. La mia impressione è che ci sia una specie di “difetto di sistema” che favorisce il “leggero” a scapito delle questioni di sostanza – tale è decidere come e dove destinare le risorse, poche o tante, a disposizione del Welfare.
La “frase sbagliata” di Schlein sulla sua armocromista è valsa, sui media, un rimbalzo enorme: impensabile immaginare che le sue parole contro la social card possano lontanamente sfiorare quel risultato. Questo è certamente un problema per Schlein e per chi lavora al suo fianco. Ma è un problema, anche, per una macchina mediatica che si sta ristrutturando, o si è già ristrutturata, attorno ai clic spesso spensierati della clientela, molto più reattiva a temi facili, e di facile innesco polemico (come si veste Schlein?), piuttosto che ai temi che sono la sostanza della politica: come si spendono i soldi pubblici?
Se poi l’astensione galoppa, e il disinteresse per la politica pure, è anche perché ai seggi si va per votare sul Welfare – che noia – e non sul look dei leader politici. Forse chiamare gli italiani alle urne per votare pro o contro gli armocromisti, potrebbe far lievitare l’interesse popolare per le elezioni. Io stesso, scrivendo queste righe, sono rassegnato alla loro inutilità, e mi domando se non avrei fatto meglio, a tempo dovuto, a esprimermi su come si veste Schlein.

Rispetto ed attenzione

 

Meloni&C. lodano Borsellino, ma scelgono B.
IL GIUDICE INVITAVA I PARTITI A “FARE PULIZIA” - Pubblichiamo stralci della lezione tenuta da Paolo Borsellino agli studenti dell’Istituto professionale “Remondini” di Bassano del Grappa il 26 gennaio 1989
DI PAOLO BORSELLINO
Vorrei cominciare [parlando] di cultura della legalità, una cosa che probabilmente a scuola si insegna molto poco. Che cosa intendo per cultura della legalità? Sapere e recepire appieno che cosa sono le leggi e perché le leggi debbono essere osservate. Verrebbe da pensare che le leggi vengono osservate soprattutto perché, se non si osservano, ci sono sanzioni penali o civili. Ma non è vero (…). Le leggi, la maggior parte della popolazione le osserva o dovrebbe osservarle, perché acconsente a esse, cioè ritiene che si tratti di comandi o divieti giusti. (…) Ma è chiaro che, tanto più queste leggi vengono osservate, quanto più si ritiene che le leggi siano giuste, quanto più il cittadino tende a identificarsi con le istituzioni (…). Ci sono dei bisogni del cittadino che sono il bisogno di giustizia, il bisogno di sicurezza, che il cittadino chiede naturalmente che gli vengano assicurati da un’istituzione sovrapersonale quale è lo Stato. Quando ritiene che non gli vengano assicurati, quando non si identifica, quando non ha la fiducia nelle pubbliche istituzioni, cerca naturalmente di trovare dei surrogati a queste esigenze (…). Se il mio vicino, il mio contraente, non mi paga, io devo essere in condizione di rivolgermi a un giudice che lo condanni a pagare e che mi assicuri la possibilità di riprendermi quello che gli ho dato (…).
Senza fiducia Come e perché la mafia entra nello stato
Quando tutte queste cose non funzionano, cioè quando questo clima di reciproca fiducia non viene assicurato dallo Stato (…) allora, se esiste, se storicamente si è formata un’organizzazione criminale in grado di assicurare qualcosa del genere, un surrogato di questa fiducia che lo Stato deve poter assicurare fra tutti i cittadini, ecco che questa organizzazione trae forza, (…). E quando lo Stato non si presenta con la faccia pulita, tale da assicurare l’imparziale distribuzione delle risorse, allora ecco che lo Stato spesso diventa il veicolo in cui si inserisce l’organizzazione criminale rivolgendosi alla quale si ha quantomeno la speranza di riuscire ad accaparrare quella commessa, quell’appalto pubblico, quella possibilità di lucrare sulla distribuzione di risorse pubbliche. (…).
A un certo punto, la mafia scoprì che interessandosi [al traffico di stupefacenti] i suoi profitti potevano essere enormemente moltiplicati (…). E mentre prima era solo un’organizzazione parassitaria che si inseriva nella distribuzione delle risorse, cominciò addirittura a produrre queste risorse (…). E dovendo gestire questi enormi capitali, che cosa ha fatto? I capitali come si gestiscono? Si vanno a cercare dei mercati dove poterli poi impiegare, nelle attività che noi chiamiamo “paralecite”: cioè, le attività nascono dall’illecito e poi bisogna impiegare i capitali da qualche parte, e la mafia va a cercare naturalmente i mercati più ricchi. (…)
Non illudiamoci che le azioni giudiziarie, per quanto penetranti, possano fare piazza pulita della mafia. Si potrà accertare l’esistenza di quello o di quell’altro mafioso, raggiungere le prove, condannarlo, ma se non si incide a fondo sulle cause che generano la mafia è chiaro che la sua pericolosità… è chiaro che ce la ritroveremo davanti così come era prima.
Contiguità Quando mafia e stato vanno a braccetto
Sono emersi dalle nostre indagini tutta una serie di rapporti fra esponenti politici e organizzazioni mafiose che nella requisitoria del maxiprocesso vennero chiamati contiguità. Cioè delle situazioni di vicinanza o di comunanza di interessi che però non rendevano automaticamente il politico responsabile del delitto di associazione mafiosa. Perché non basta fare la stessa strada per essere una staffetta.
La stessa strada si può fare perché in quel momento, almeno dal punto di vista strettamente giuridico, si trova conveniente fare convergere la propria attenzione sullo stesso interesse. Questo non ci ha consentito, dal punto di vista giudiziario, di formulare imputazioni su politici, però stiamo attenti. Vi è un accertamento rigoroso di carattere giudiziario che si esterna nella sentenza, nel provvedimento del giudice, e poi, successivamente, nella condanna, che non risolve tutta la realtà, la complessa realtà sociale. Oltre ai giudizi del giudice esistono anche i giudizi politici, cioè le conseguenze che da certi fatti accertati trae o dovrebbe trarre il mondo politico. Esistono anche i giudizi disciplinari. Un burocrate, un alto burocrate dell’amministrazione che ad esempio abbia commesso dei favoritismi potrebbe non aver commesso automaticamente – perché manca qualche elemento del reato – il reato di interesse privato in atto d’ufficio, ma potrebbe essere sottoposto a procedimento disciplinare perché non ha agito nell’interesse della buona amministrazione.
Il grande equivoco Delegare la morale pubblica ai giudici
Ora, l’equivoco su cui spesso si gioca è questo; si dice: quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. Eh no! Questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire be’ ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria, che mi consente di dire che quest’uomo è mafioso. Però siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato, ma erano o rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.
Disonestà La misura non è la fedina penale
Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo “schermo” della sentenza, si è detto: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia e non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reato.

Era ieri

 


Esattamente 61 anni fa, al The London Jazz Centre, debuttava un complessino di giovani, capitanati da tale Mick Jagger, su cui pochi riposero fiducia. Invece divennero e sono tutt’oggi una delle essenze più fragranti della storia del Rock!