venerdì 26 maggio 2023

L'Amaca

 

Lo Stato non alza le mani
DI MICHELE SERRA
Su poliziotti e carabinieri la penso come Pasolini: sono figli del popolo e fanno un lavoro che molte persone più protette e privilegiate preferirebbero non fare.
Proprio perché sono dalla loro parte mi preoccupa la cadenza quotidiana di video (gli ultimi due a Milano e Livorno) dai quali traspare, diciamo così, un’esuberanza repressiva che spaventa, anche perché è ai danni di persone che, nella scala sociale, non sono certo classificabili tra i più forti.
Pasolini descrisse il conflitto di piazza tra proletari (i poliziotti) e figli di papà (gli studenti). Qui invece le botte arrivano addosso a derelitti e gente comune. Non che picchiare un commendatore o una contessa sia meno grave; lo Stato dovrebbe avere con tutti la stessa severità, ma per tutti lo stesso rispetto. È solo per dire che l’uso strumentale del Pasolini “pro-poliziotti”, tanto caro alla destra, va storicizzato; e non è certo spendibile nel caso si vedano persone in divisa che menano e scalciano transessuali, o ambulanti, o gente della strada.
Al contrario, il timore è che la destra al governo (compresi, sia detto per amor di cronaca, un po’ di fascisti) sdogani oggettivamente i modi bruschi. Che giovanotti di cultura semplice, solo perché indossano una divisa, credano che “adesso” è finalmente lecito alzare le mani. Compito primario della destra di governo sarebbe chiarire a tutti che il confine tra lecito e illecito, in uno Stato di diritto, non varia a seconda che al Viminale ci sia la destra o la sinistra o quant’altri. Sono i criminali, in genere, a ritenere che il corpo delle persone sia violabile. E a disporne con violenza. Gli uomini dello Stato non devono e non possono farlo, chiunque abbia vinto le elezioni.

giovedì 25 maggio 2023

Sghignazzi

 


Ricostruzioni

 

Avevamo frainteso
di Marco Travaglio
Quando, esattamente 15 mesi fa, la Russia attaccò l’Ucraina, qualche certezza l’avevamo tutti.
Pensavamo che Kiev non c’entrasse nulla con la Nato, fuorché nella propaganda di Putin; poi la Nato intervenne cobelligerando e armando Kiev fino ai denti.
Pensavamo che il governo ucraino non c’entrasse nulla coi nazisti, fuorché nella propaganda di Putin. Poi Zelensky si portò un nazi del battaglione Azov (inquadrato nelle forze armate di Kiev) nel collegamento col Parlamento greco. E altre centinaia ne vedemmo uscire dall’acciaieria di Mariupol con i loro simpatici simboli nazisti e le loro svastiche tatuate.
Pensavamo che le nostre armi servissero per la resistenza dell’Ucraina contro gli attacchi della Russia; ora scopriamo che l’Ucraina le usa per attaccare la Russia con milizie di estrema destra che i giornaloni chiamano “partigiani russi”, ma senza spiegare perché partono dall’Ucraina e quando mai i nostri governi han dichiarato guerra alla Russia.
Pensavamo che, fra Ucraina e Russia, lo Stato terrorista fosse la Russia, come da black list della Nato e dunque dell’Ue. Poi gli ucraini hanno assassinato a Mosca Darya Dugina, figlia del filosofo Aleksandr. Poi il capo dei Servizi militari ucraini Budanov s’è vantato di “uccidere” i propagandisti russi “ovunque sulla faccia della terra fino alla vittoria”. Confermando che l’Ucraina è uno Stato terrorista che fa attentati con le nostre armi. Cosa peraltro già nota dal 2014, quando le sue forze armate assassinarono il giornalista italiano Andrea Rocchelli e il collega russo Andrej Mironov in Donbass, coperte dai depistaggi dei regimi Poroshenko-Zelensky.
Pensavamo che l’obiettivo fosse un cessate il fuoco e un negoziato per risparmiare altri morti e distruzioni; oggi basta dire “cessate il fuoco” per essere putiniani.
Pensavamo che Bakhmut fosse la Maginot degli ucraini, tant’è che in sei mesi ci han bruciato decine di migliaia di uomini e un’infinità di proiettili e armi; ora che l’esercito più potente d’Europa, armato dai 40 Stati della temibile “Nato allargata”, l’ha persa, nessuno ne parla più, come se fosse un paesucolo qualunque.
Avevamo capito che la controffensiva ucraina di primavera per riconquistare gli oblast di Lugansk, Donetsk, Kherson, Zhaporizhzhia e ovviamente la Crimea e poi trattare la resa di Putin sarebbe scattata in primavera; e ci auguriamo che arrivi in fretta, perché fra 26 giorni ci toccherà attendere la controffensiva d’estate.
Avevamo capito che la Russia sarebbe andata in default nella primavera 2022; ora leggiamo che il default lo rischiano gli Stati Uniti nella primavera 2023.
Avevamo capito che la prima vittima delle guerre è la verità. Ma forse stavolta si esagera.

Disanima finiana

 

Le assurde condizioni di “pace” pretese dal protervo Zelensky
DI MASSIMO FINI
La protervia di Zelensky, accolto come una star di Hollywood, quasi fosse Brad Pitt, al G7 di Hiroshima a cui non si capisce a che titolo abbia partecipato perché del G7 non fa parte, aumenta in parallelo con l’invio di armi, sempre più sofisticate ma “difensive” per carità, e di dollari, con cui viene rimpinzata l’Ucraina.
Sono emerse in questi giorni, sia pur in un modo un po’ nebuloso, le precondizioni che Zelensky pone per avviare un trattato di pace.
1) Ritiro senza condizioni dei russi dalle zone occupate dal 2014. Non si capisce allora su cosa mai si dovrebbe trattare, forse sulla garanzia alla Russia che l’Ucraina, diventata la più armata e inquietante delle Nazioni europee, non aggredirà in futuro la Russia.
2) Processo per “crimini di guerra” ai più importanti leader russi e, attraverso di essi, alla Russia stessa. Non è ancora chiaro davanti a quale Tribunale si dovrebbe svolgere questo processo, non davanti alla Corte penale internazionale dell’Aja per “crimini di guerra” perché nessuna delle tre Potenze interessate, Ucraina, Russia, Stati Uniti, aderisce a questo organismo (gli Stati Uniti non ci sono perché, ça va sans dire, loro “crimini di guerra” non ne commettono). Insomma a un “Tribunale speciale” come la Corte se ne aggiungerebbe un altro ancora più speciale.
Se fossi nei panni di Zelensky io sarei più cauto nell’invocare un “Tribunale speciale” che, con tutta evidenza, coinvolge la Russia intera. Perché questi “Tribunali speciali” sono storicamente, da Norimberga in poi, i Tribunali dei vincitori e se, Dio non voglia, fosse l’Ucraina a perdere la guerra – pronostico molto azzardato, ma quante volte abbiamo visto squadre scalcinate battere le “grandi” del calcio europeo – sul banco degli imputati si troverebbero Zelensky e i suoi, inseguiti da mandati di cattura per tutto il mondo, come avviene ora per Putin e un’infinità di cosiddetti “oligarchi”. E se il processo dovesse ricordare anche la storia relativamente recente di questi Paesi durante la Seconda guerra mondiale contro il nazismo, i russi hanno lasciato sul campo oltre venti milioni di morti mentre l’Ucraina non solo si è lasciata invadere senza colpo ferire ma, con la Gestapo in casa, cioè con gente seria e non degli straccioni, si è resa responsabile di uno dei più gravi pogrom antiebraici (di qui l’iniziale freddezza di Israele a soccorrere l’Ucraina, anche se poi pure gli israeliani si sono dovuti piegare agli interessi del loro protettore americano di cui peraltro sono la longa manus in Medio Oriente).
3) Addebitare alla Russia le distruzioni perpetrate in Ucraina. È questa la condizione più ragionevole posta da Zelensky, anche se in Serbia, 1999, in Iraq, 2003, in Libia, 2011, nessuno si è mai sognato di addebitare distruzioni agli americani e, per quanto riguarda l’Iraq e la Libia, nemmeno ai francesi e agli italiani sciaguratamente proni come sempre, questi ultimi, al volere del Signore yankee.
In quanto agli afghani nessun risarcimento è mai stato previsto per l’aggressione Nato durata vent’anni, ma si è provveduto, al contrario, a rapinarli dei loro pochi beni.
È questa una politica tradizionale, diciamo così, degli americani e degli inglesi in tutti gli scacchieri del mondo, a cominciare, solo a titolo di esempio, da Haiti dove queste pratiche sono state ben documentate nel bel libro di Ti-Noune Moïse Terra! Ma nessuna patria.

L'Amaca


Il direttore di Roncobilaccio

DI MICHELE SERRA

Leggendo i nomi proposti dai partiti di governo per i nuovi organigrammi Rai, ho avuto un momento di schietto buonumore scoprendo che anche Isoradio, notizie sul traffico, fa parte della spartizione, e per la cronaca sarebbe “in quota Lega”. È sempre il dettaglio grottesco quello che distoglie lo sguardo dalla prosopopea del quadro e lo disvela in tutta la sua clamorosa comicità.
Non domandatevi se l’ingorgo all’altezza di Roncobilaccio, o l’uscita obbligatoria a Caianello, possano essere diversamente raccontati nel caso che il direttore di Isoradio sia di destra o di sinistra: sarebbe la classica domanda assurda.
Eppure è di questo assurdo traffico di nomine che, ad ogni cambio di governo, si scrive e si legge, con la trafelata serietà dei racconti politici romani.
Ed è talmente ovvio che l’assurdo pastrocchio di ostracismi e infeudamenti non ha nulla (ripeto, maiuscolo e in neretto: NULLA) a che vedere con la logica aziendale, men che meno con gli interessi degli utenti del servizio pubblico, che viene da domandarsi come sia possibile, dopo tanti anni (e questo è probabilmente l’anno peggiore, in fatto di sistemazione di amici e di serventi), che ancora questa oscena pratica sia in vigore. Come se vigessero lo ius primae noctis e il delitto d’onore: tanto vale, in termini di decrepitezza reazionaria, il padronaggio dei partiti politici sulla televisione pubblica.

Quando finirà il Medio Evo, nessuno saprà di che partito è il direttore di Isoradio, e i posteri sbalordiranno alla notizia che perfino ai caselli di Roncobilaccio e Caianello si doveva pagare pedaggio ai partiti politici.