venerdì 19 maggio 2023

Ancora Serra

 

L’emergenza Emilia-Romagna
Servono droni e vanghe
DI MICHELE SERRA
Questo articolo è la fotocopia di dieci, cento, mille articoli di giornale già scritti e già letti.
È il remake impotente, inascoltabile, di una solfa che ci esce dalle orecchie.
La solfa: la cura quotidiana dei nostri luoghi, con un territorio come quello italiano, e di fronte a mutamenti climatici drammatici, ma stra-noti e stra-annunciati, dovrebbe essere di gran lunga la prima, anzi la primissima attività del Paese, nonché la sua prima preoccupazione politica. La Grande Opera per eccellenza. La sola, vera Grande Opera. Ma non lo è, e aggiungo che non lo sarà mai.
Si straparla di futuro, ci si inebetisce di tecnologia e realtà virtuali, ma la tecnologia della ruspa e della zappa non siamo più capaci di usarla – a meno che produca qualche quattrino nell’immediato: si lavora oggi per domattina, già “dopodomani” è un concetto fumoso, l’idea del tempo è corrosa, nelle nostre teste, quanto gli argini dei fiumi.
Dicono i ragazzi di Ultima Generazione che il loro tempo ce lo siamo già mangiato noi adulti, lo abbiamo consumato tutto. Ultima Generazione, dunque, è il nome che meritiamo noi, non loro.
Che, se ci sopravviveranno, saranno invece la Prima, e sicuramente non costruiranno Ponti sullo Stretto fino a che l’ultimo ponte di provincia, sopra il più sperduto dei fiumi, non sarà stato messo in sicurezza. Perché così dice l’intelligenza: prima il pane, prima la casa, prima il letto dove dormire, poi, se ne saremo capaci, verrà tutto il resto. Il Ponte sullo Stretto – ditelo in giro – è da radical-chic. È la brioche di chi non ha il pane. La vetrina scintillante di chi ha il negozio invaso dal fango.
Risalite qualunque vallata italiana, troverete torrenti e rii ingombri di detriti, argini precari, boschi abbandonati. Non risulta che droni li perlustrino per segnalare i tappi, le falle, gli inneschi delle future alluvioni. Le frane sono monitorate, ma non è monitorata l’erosione di risorse, e di volontà politica, che lascia valli e crinali al loro destino di abbandono e di trascuratezza. Non risultano pattugliamenti lungo gli impluvi e gli alvei, non risultano investimenti lontanamente simili a quelli bellici pur essendo, questa, precisamente una guerra. È una guerra civile tra quello che rimane della nostra parte buona – la previdenza, la pazienza, il senso del limite, la premura per le nostrecomunità, l’amore per le nostre cose – e la nostra parte cattiva, l’avidità, la superficialità, la stupidità travestita, non meritandolo, da “modernità”.
Ruspa più drone, mani più computer, le armi le avremmo. Antiche e contemporanee, passate e future. La tecnologia dovrebbe sostenerci e darci più forza. Il regime delle acque non è Marte da colonizzare, è Terra da riparare, qualcosa di prossimo e di familiare che per paradosso ci sfugge. È davanti ai nostri occhi, davanti ai nostri portoni: eppure ci sfugge. La manutenzione dell’Italia non è attività quotidiana, non è argomento di dibattito, ce ne accorgiamo solo ogni volta che il nostro Paese ci bastona, ci prende alle spalle, ci sommerge, ci uccide.
La tecnologia, senza volontà politica, conta zero: è solo un vantaggio in più per i ricchi e i potenti.
Avremmo i soldi e le armi per dichiarare guerra alla parte idiota e distruttiva di noi stessi. Ma non lo facciamo. Siamo troppo comodi e troppo illusi per capire la direzione giusta. Per giunta ci siamo dati un governo che, di crisi climatica e di ambientalismo, sa quanto io ne so di baseball. Si riempiono la bocca di Nazione, di Italia, ma della cura del Paese, delle emergenze vere, non hanno contezza alcuna: lo citano a vanvera, come se fosse un’Idea, non un corpo sofferente e manomesso dalla speculazione. Non è per buttarla in politica, è solo per dare un ulteriore segno di quello che siamo: non loro. Noi. Noi italiani.

L'Amaca

 

Giovinezza sullo Stretto
DI MICHELE SERRA
Forse con lo stesso criterio che ispirò Sanremo Giovani, avremo Ponte sullo Stretto Giovani. È l’indicazione dei patrioti meloniani, e del più stagionato ministro della Cultura Sangiuliano che assicura di avere personalmente parlato con le legioni dei giovani progettisti: “Hanno il fuoco negli occhi”, ha detto, a riprova che il senso del ridicolo è presente, in questa classe di governo, in percentuali infinitesimali.
Questa annunciata autarchia del progetto è in evidente polemica con il monopolio mondialista delle archistar. Che effettivamente, a giudicare da alcune opere, diciamo così, non leggiadre, come la Nuvola di Fuksas all’Eur, non meritano tutte quante, in blocco, uguale plauso e riconoscenza della comunità (la Nuvola di Fuksas è il solo luogo al mondo nel quale io abbia avuto una crisi di agorafobia pur trovandomi al chiuso). Ma neanche meritano, in blocco, lo stigma del nazionalismo, che ha questo irrimediabile difetto: suona provinciale e cafone anche quando abbia le migliori intenzioni.
Ma poi, come mai dovrebbe essere, un Ponte sullo Stretto “tricolore”, come suggerisce, sopraffatto da un empito di amor patrio, il deputato Saverio Romano? Con i pilastri a rigatone e i cavi portanti a fusillo?
Michelangiolesco, dunque a campata muscolosa, un dito d’acciaio che da Reggio va a toccare il dito siculo? Con l’asfalto di Dolce&Gabbana, borchiato? Popolano e pittoresco (piace ai turisti) con hostess in costume regionale che riscuotono il pedaggio, e i carretti siciliani che lo inaugurano, come nelle copertine della Domenica del Corriere di mezzo secolo fa?
Noi ne capiamo poco, ma il governo chieda consiglio a Renzo Piano, che per quanto archistar mondialista è pur sempre di Genova. Suggerirà di fare un ponte a forma di ponte.

Travaglio!

 

All’ultimo sbadiglio
di Marco Travaglio
Chi si fosse perso l’“ambiziosa agenda” dei “riformisti del Pd” Ceccanti, Morando e Tonini su Rep di ieri in versione ridotta, può delibare quella integrale (per intenditori e collezionisti) sul sito. Ne vale la pena. I tre statisti non le mandano a dire, com’è abitudine della casa. No al “regresso verso un antagonismo identitario incoerente con la natura stessa del Pd come partito a vocazione maggioritaria” (mai vinto un’elezione da quand’è nato, ma fa niente). Altro che Schlein: qui ci vuole “il partito asse di una credibile alternativa di governo al destra-centro” e, ça va sans dire, “la contendibilità di linea politica e leadership è l’indispensabile corollario del fondativo pluralismo interno”. Per marcare l’alternativa alla Meloni, anzi al destra-centro (col trattino), bisogna inseguirla sul presidenzialismo, sennò si “contraddice una delle architravi della piattaforma” e si “trasferisce gratuitamente alla destra un patrimonio di riformismo istituzionale costitutivo dell’identità stessa del Partito”. Siccome poi le diseguaglianze esplodono e il rapporto fra gli stipendi dei dipendenti e quelli dei manager è passato in 25 anni da 1/10 a 1/100, guai a “insistere sulla priorità della redistribuzione rispetto alla crescita” (semmai l’opposto, come del resto fa già la Meloni col destra-centro). Ove mai non bastasse alle masse per tornare all’ovile, esse andranno ingolosite col “cuneo fiscale”, la “produttività del lavoro e dei fattori” (qualunque cosa significhi), “un penetrante sistema di valutazione che favorisca l’introduzione di forti discriminazioni positive a favore di chi si impegna di più e ottiene migliori risultati” (così si capisce anche penetrante dove) e altre “effettive priorità del Paese”. Leccornie succulente tipo il popolarissimo “Mes” (per non “irritare i partner europei”), il “rigoroso posizionamento euroatlantico” che tanto appassiona il popolo, “il nuovo Patto di Stabilità magistralmente impostato da Draghi” (chi non muore si rivede).
Si attende la reazione della Schlein, anche lei nota per dire pane al pane e vino al vino a beneficio della casalinga di Voghera, a base di “nuovi ponti intergenerazionali”, “essere più terragni”, ma nella “inclusività” e nella “prospettiva intersezionale” che poi, detta più terra terra, è la “visione intersezionale che combatte qualsiasi forma di discriminazione, quelle razziste, sessiste, abiliste, omobilesbotransfobiche”, perché in soldoni “io provo a rimanere sempre in contatto con me stessa, ad ascoltarmi, a capire quando sto tirando troppo, a difendere alcuni spazi”. La Meloni cominci pure a tremare. Il Pd schleiniano e quello riformista saranno pure divisi sull’agenda, ma marciano compatti come falange macedone sull’obiettivo finale: ammazzarla di noia.

giovedì 18 maggio 2023

Un aiuto



Aiutiamo l’Emilia Romagna attraverso l’iniziativa del Corriere e de La7. Con Mentana siamo sicuri che i soldi arriveranno a destinazione.

Un po’ così…




Non serve

 


Travagliatamente

 

Proni di spade
di Marco Travaglio
Tre notizie vere, dunque fuori moda. 1) Il capo dei Servizi ucraini Budanov rivendica l’uccisione di “molti giornalisti propagandisti russi”: cioè la famosa “democrazia ucraina” che qualcuno vorrebbe nell’Ue e nella Nato è per sua stessa ammissione uno Stato terrorista, anche se Onu e Ue si sono scordati di inserirla nella lista. 2) Negli Usa il procuratore speciale Durham ha chiuso l’indagine sul Russiagate di Trump: l’Fbi non aveva prove per indagare su inesistenti rapporti Trump-Putin, inventati dal giro della Clinton, che andava indagata dall’Fbi ma non lo fu. È la stessa Fbi che pressò Facebook perché censurasse le inchieste su Hunter Biden, figlio di Joe (il quale aveva premuto su Poroshenko per silurare il procuratore generale ucraino che indagava sulle imprese in loco dell’esuberante rampollo). 3) Un detective del fisco Usa denuncia che, su ordine del Dipartimento di Giustizia di Biden, “l’intera squadra investigativa” è stata rimossa dall’indagine tributaria sul figlio.
E ora una notizia falsa, dunque rilanciata dai giornaloni. Corriere: “Intercettati i missili ipersonici lanciati da Mosca”. Stampa: “Massiccio raid su Kiev: ‘Abbattuti 6 Kinzhal’”. Messaggero: “I Patriot Usa funzionano: ‘Intercettati i missili russi. I ripetuti lanci su Kiev con testate ipersoniche non superano lo scudo aereo”. Foglio: “I Patriot hanno salvato Kyiv, ecco a cosa servono le armi”. Poi purtroppo arriva la smentita. Di Mosca? No, Washington: sono i Kinzhal ad aver abbattuto i Patriot, la cui postazione “è stata danneggiata: i tecnici cercano di capire se può essere riparata sul posto o il sistema contraereo va ritirato”. Ecco a cosa servono le armi.
Purtroppo, su queste e altre notizie vere, nessuno ha potuto fare domande a Zelensky nel Lecca a Lecca vespiano di sabato: gli intervistatori li aveva scelti l’ambasciata ucraina. Daniela Ranieri ha smontato bugie, contraddizioni e omissioni delle domande e delle risposte. Perciò da tre giorni viene linciata su Twitter dai trombettieri atlantoidi che detestano lei e il Fatto perché disturbiamo le loro balle: tipo la Russia in default, i russi che si bombardano da soli a Zaporizhzhia, cavano i denti d’oro agli ucraini, spendono 21 miliardi per due gasdotti e poi li distruggono per non darci il gas (anziché chiudere il rubinetto), Putin morente e la sua “armata rotta”, decimata e sconfitta ovunque che sta per invadere l’intera Europa. Non potendo confutare una sillaba di quanto ha scritto Daniela, le rimproverano l’unica cosa che non dipende da lei: la condivisione dell’articolo su canali Telegram di propaganda russa. Poi un commentatore li termina con un micidiale missile ipersonico di Massimo Troisi: “Io sono responsabile di quello che dico, non di quello che capisci”.