Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 14 maggio 2023
Disgusto
Orbene
Servitù volontaria
di Marco Travaglio
Va letta e riletta, la lettera di Ricardo Franco Levi, “Commissario Fiera del Libro di Francoforte del 2024”, che comunica al “professore carissimo” Carlo Rovelli di aver annullato la sua lezione alla Buchmesse dell’anno prossimo per i delitti di pacifismo e leso Crosetto. “Con grande pena, ma senza infingimenti”. Per non trasformare “un’occasione di festa e giusto orgoglio nazionale in motivo di imbarazzo per chi rappresenterà l’Italia… al massimo livello istituzionale”. Il dolente scrivente avverte tutto “il peso di questa lettera, che mai avrei voluto scrivere” (sic) e spera “che possa contribuire a non farmi perdere la sua amicizia”. Gran finale: “Con l’augurio di poter presto leggere un suo nuovo libro… le invio il migliore dei saluti”. Manca solo l’epigrafe che Longanesi voleva stampare sul Tricolore: “Tengo famiglia”.
La lettera è un reperto d’epoca, anzi d’epoche, perché avrebbe potuto scriverla qualunque prototipo d’intellettuale italiano in uno qualsiasi degli ultimi sei o sette secoli. È un capolavoro di servitù volontaria, dunque non richiesta, che spiega perché qui l’unica cultura degna di nota è quella autoritaria, qualunque sia l’autorità: l’intellighenzia non si concepisce come contropotere, ma come protesi e lingua del potere. Ha sempre bisogno di un padrone da servire. Se il padrone ordina, obbedisce. Se l’ordine non arriva, lo previene. Se il padrone cade, se ne cerca un altro. E non cambia mai idea, non avendone di proprie: cambia soltanto padrone. Il tapino Ricardo (con una c sola) – già giornalista per insufficienza di prove di Sole 24 ore, Corriere, Giorno, Messaggero e Stampa, fondatore-affondatore dell’Indipendente “liberal” (senza e), sottosegretario di Prodi, portavoce di Veltroni e ora presidente degli editori – è persino sincero, nella sua viscida cortigianeria censoria. Per lui, come per ogni maggiordomo, un intellettuale che critica il potere non è normalità democratica: è un’anomalia da stroncare prima che faccia precedente. Più del censore, che ora si rende due volte ridicolo con la retromarcia per ordine del governo, fanno pena i censori del censore (tipo Crosetto, che aveva invitato Rovelli a occuparsi di buchi bianchi e non del buco nero dei suoi conflitti d’interessi armati). Sono come Levi: per 15 mesi hanno stilato liste di fantomatici putiniani, silenziato e insultato i pacifisti, tentato di chiudere i programmi che li ospitano, ostracizzato artisti e autori russi (memorabile, ieri, il teatrino di Vespa e altri camerieri ai piedi di Zelensky). Ora la censura “liberal” e “progressista” si salda con quella della destra, che ne raccoglie i frutti senza neppure muovere un dito. Come disse Mussolini negli ultimi giorni di Salò: “Come si fa a non diventare padrone in un Paese di servi?”.
L'Amaca
L’amaca
Ci vorrebbe Lévi-Strauss
DI MICHELE SERRA
Nelle cronache (e nelle satire) sulle manovre di assestamento del nuovo potere, specialmente a proposito della presa della Rai, abbonda e anzi tracima il romanesco. Che è sempre stato, per ovvie ragioni geografiche, la lingua di palazzi e terrazze: a Roma hanno sede governo, sottogoverno, Parlamento, ministeri, la Rai e il gigantesco indotto che pascola nei pressi, mite e famelico.
Ma in questo caso la novità è anche etnica — proprio nel senso di Lollobrigida. Meloni e la sua cerchia sono una tribù locale, i cui confini geografici, nei giorni di sereno, sono interamente visibili dal Monte Soratte. Forse solo la Lega delle origini ebbe radici così ben fisse nella cultura e nel folklore di un territorio così ridotto, un paio di valli Prealpine, con la differenza sostanziale che quello meloniano comprende la capitale, quello bossiano poteva (e può) vedere Milano solo con il binocolo.
Questa spiccata, stretta lazialità risulta piuttosto remota agli italiani di altrove, che sono pur sempre una notevole quantità.
Servirebbe un traduttore, come fu per il gotico gutturale dei bossiani. In aggiunta, servirebbe un etnologo, una specie di Lévi-Strauss delle selve ciociare, o delle rovine romane, che affianchi il lettore per aiutarlo a interpretare, per esempio, la rete di amicizie e di legami del favorito per la direzione del Tg1, Gianmarco Chiocci, che in altri tempi avrei definito serenamente un fascistone, oggi apprendo essere un apprezzato punto di riferimento per le moltitudini: da Conte a Meloni.
Per uno non di Roma orientarsi è proibitivo, come perdersi a Bisanzio nei secoli della decadenza e chiedere ai passanti “la prego, mi indichi una stazione del metrò”.
Nelle cronache (e nelle satire) sulle manovre di assestamento del nuovo potere, specialmente a proposito della presa della Rai, abbonda e anzi tracima il romanesco. Che è sempre stato, per ovvie ragioni geografiche, la lingua di palazzi e terrazze: a Roma hanno sede governo, sottogoverno, Parlamento, ministeri, la Rai e il gigantesco indotto che pascola nei pressi, mite e famelico.
Ma in questo caso la novità è anche etnica — proprio nel senso di Lollobrigida. Meloni e la sua cerchia sono una tribù locale, i cui confini geografici, nei giorni di sereno, sono interamente visibili dal Monte Soratte. Forse solo la Lega delle origini ebbe radici così ben fisse nella cultura e nel folklore di un territorio così ridotto, un paio di valli Prealpine, con la differenza sostanziale che quello meloniano comprende la capitale, quello bossiano poteva (e può) vedere Milano solo con il binocolo.
Questa spiccata, stretta lazialità risulta piuttosto remota agli italiani di altrove, che sono pur sempre una notevole quantità.
Servirebbe un traduttore, come fu per il gotico gutturale dei bossiani. In aggiunta, servirebbe un etnologo, una specie di Lévi-Strauss delle selve ciociare, o delle rovine romane, che affianchi il lettore per aiutarlo a interpretare, per esempio, la rete di amicizie e di legami del favorito per la direzione del Tg1, Gianmarco Chiocci, che in altri tempi avrei definito serenamente un fascistone, oggi apprendo essere un apprezzato punto di riferimento per le moltitudini: da Conte a Meloni.
Per uno non di Roma orientarsi è proibitivo, come perdersi a Bisanzio nei secoli della decadenza e chiedere ai passanti “la prego, mi indichi una stazione del metrò”.
sabato 13 maggio 2023
Batosta e vittoria
Son contento per lo Spezia e spero che si salvi, ha giocato una splendida partita, sofferta, combattuta. Il secondo gol è un capolavoro.
Ma… mi sento in vena di pagellare… l’altra squadra…
Maignan 6
incolpevole sui gol, soprattutto sul secondo. Non possiamo sempre pretendere miracoli.
Theo 6
Normale partita senza alcun lampo dei suoi. Sarà il colore dei capelli?
Tomori 6
Finché è stato in campo ha gestito il Panterone
Kjaer 5
Non è lui e lo si capisce dall’area che sembra la Rinascente durante i saldi
Pobega 4
Una scora durante un tornado
Tonali 7
Forte ed indomito. Il vero capitano.
Salamella 5
Era lì quasi per caso. Ininfluente come una mozione di Gasparri
Diaz 5
Il primo tempo non c’era. Nel secondo ha prodotto qualcosa, lontano dal suo standard.
Origi 3
In un torneo scapoli ammogliati sarebbe relegato a preparare il tè a fine partita. Merdifero
Rebic 2
Prego costantemente perché si dissolva. Nel nulla.
Adli 3
Non lo vedrei nemmeno a vendere le birre allo stadio.
De Ketelaere 2
Mi avvicina tantissimo al golf. Spero diventi calvo.
Bakayoko 2
Un palo in area sul primo gol. Un palo che ricorda tanto il luogo di lavoro di famiglia.
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