giovedì 16 febbraio 2023

L'Amaca

 

Una invidiabile serenità
DI MICHELE SERRA
Da quando andavo alle elementari (molto tempo fa), gli industriali lombardi commentano con favore l’esito delle elezioni. Una solida, antica tradizione che si rinnova, come le caldarroste a Natale, ormai vendute a carato a conferma che l’economia lombarda regge bene le sfide della modernità.
Gli industriali lombardi sono stati democristiani quando vinceva la Dc, berlusconiani quando c’era Berlusconi, molto devoti quando c’era Formigoni, federalisti ai tempi della Lega, nazionalisti sotto la Meloni. Furono bene impressionati da Teodorico dopo l’invasione ostrogota, sebbene si fossero trovati molto bene anche sotto l’Impero romano. Sono pronti, in caso di dominazione cinese, ad apprezzare l’oculatezza del nuovo piano settennale, e anche un governatorato alieno, imposto dalla galassia di Gnork, li vedrebbe disponibili a una proficua collaborazione, beninteso sotto il segno della tutela del tessuto produttivo.
Per altro, non si è mai visto un governo insediarsi minacciando, con un ghigno, la distruzione del tessuto produttivo e il ritorno all’uomo cacciatore e raccoglitore. Dunque costa pochissimo salutare cordialmente il nuovo potere politico e ribadire, sempre con le stesse parole, che bisogna “rimettere al centro l’impresa e lo sviluppo”, perché “questi sono i territori del fare”. Per non dire quanto siano apprezzati, in Lombardia, il pragmatismo e la concretezza, che fuori regione, come è noto, incontrano una incomprensibile ostilità.
In sostanza, gli industriali lombardi vivono in una condizione psicologica di invidiabile serenità. La politica passa, loro la lasciano passare. Panta rei, quello che conta è che nessuno cambi dall’oggi al domani il diametro dei tubi e la filettatura dei raccordi.

Pensierino


Il danno enorme al paese lo si scoprirà probabilmente tra una trentina d'anni, allorché degli storici, dei filosofi, contabilizzeranno, senza alcuna intromissione, i malefici culturali e sociali a questa nazione. Sarà troppo tardi per gli attuali abitanti ma, ed è questa la speranza, un monito, forse un impercettibile vagito, per chi in quel futuro crescerà, studierà per farsi un'opinione politica.
L'assoluzione di ieri è il gran finale, scontatissimo, di una delle più sciagurate e mefitiche commedie all'italiana che ahimè abbiamo vissuto sulla nostra pelle, stordendoci, ammansendoci, intorpidendoci in cervice, grazie alla celeberrima scaltrezza del sempre sorridente boss meneghino e alla sua innata abilità ad abbattere ostacoli e frammezzi grazie al dinè di cui è portatore insano.
Abbiamo ruminato ed introitato totem giganteschi che in quasi tutti gli altri paesi definiti civili, lo avrebbero portato in gabbia, come si fa normalmente con i grandi criminali.
E' riuscito assieme alla sua ciurma a farci soprassedere all'acclarato delitto trasmessoci da una sentenza definitiva, di aver pagato almeno fino al 1994 tangenti alla mafia di Riina, attraverso l'operato mafioso del suo fratello di latte Marcello Dell'Utri, condannato Il 1° luglio 2014, con il deposito delle motivazioni della sentenza n. 28225 in via definitiva alla pena di sette anni di reclusione per il delitto di concorso esterno in associazione mafiosa.
Quale altra nazione avrebbe continuato a tenersi tra i coglioni un delinquente di questo stampo? Nessuna.
Invece in queste lande, grazie ad una sinistra flaccida, mielosa, affascinata, spaesata, timida, invaghita (basti pensare al proposito a Lucianino Violante) in tre decenni non si è riusciti a limitarne l'enorme conflitto d'interessi scatenato dal possedimento diretto ed indiretto di oltre la metà, da presidente del consiglio sfiorò addirittura il novantapercento, dei media nazionali, in special modo nel campo televisivo ottenuto e protetto da una mega tangente finita nelle mani senza fondo del Cinghialone che ancor oggi molti ci invitano a considerare esiliato, nella realtà un fuggiasco. E grazie all'abilità mediatica, al soporifero incunearsi di normalità in cuori e teste prima pensanti, l'appagamento di molti ha contribuito a normalizzare sconcezze altisonanti, come l'addomesticamento di regole e norme mediante leggi antidemocratiche avvallate dagli innumerevoli vassalli di cui fu pregno il parlamento di quelle torbide epoche. E poi uveiti, prostatiti, svenimenti, impegni palesemente ad minchiam, grazie ai quali i processi si sono dilungati sino a dissolversi alla faccia di tutti noi.
Senza contare i tesori messi al riparo in paradisi fiscali, restiamo col cerino in mano nell'apprendere che Ruby e le varie peripatetiche non sono mai esistite, che al solito c'è puzza di persecuzione giudiziaria verso quell'ometto tanto buono, galoppante sulla costituzione grazie alle fregnacce divenute tradizione popolare tipo "ma lui è già ricco, se governasse non ruberebbe nulla, anzi!"
Il cerino si sta quindi spegnendo, come la speranza di vedere il ritorno alla normalità legale di questo stato tanto ammalorato dalle scorribande etiche dell'impomatato testé scagionato, ora simbolo e santo. Santo subito!

mercoledì 15 febbraio 2023

Adieu


Un caro saluto al motore scomparso ieri dopo un lungo servizio, introducente tanti di noi nel magico, a volte no, mondo della navigazione on line, portatore di emozioni nuove con quell’attesa del refresh delle pagine dinamiche che a quel tempo non pareva eterna, ma che con l’andare del tempo ne è diventata l’esecutrice della sua scomparsa, avvenuta proprio ieri, e riproponente il classico giro dei vecchi tempi, già saggiato dalle passate generazioni, con l’avvento della lampadina, dell’automobile, del cellulare. Explorer era la fiammella rischiarente, la carrozza, la cabina telefonica; Microsoft lo ha estinto indirizzandosi verso l’intelligenza artificiale, la probabile morte certa di quello che una volta noi anziani chiamavamo Fantasia. Ma erano altri tempi. Vuoi mettere ora?

Passa e va


Gino Paoli a Sanremo: La vita in una stanza

di Nanni Delbecchi

Una dice non sono nuda, ma mi penso libera, uno canta e intanto sfascia il palco, un altro strappa la foto di un costume di carnevale, un altro ancora si cala le braghe e rivendica le mutande; uno va in platea e bacia sulla bocca quello di prima, un’altra dice l’Italia è un paese razzista (applausi), però sta migliorando (applausi), un’altra ancora davanti a una carrozzina vuota dice che ogni donna senza figli ha il complesso di non averli avuti (non volerli, no?)… Numeri nemmeno da teatro, magari. Numeri da circo, nient’altro che numeri di un circo truccato da astronave, piccole pagliacciate truccate da eventi, il Bianco e l’Augusto con le barbe finte.
Ma adesso, direbbe Mina, arriva lui. Giacca crema da anziano gangster, baffo spiovente da bandolero stanco, passo incerto, occhiale azzurro fumé. Lui: Gino Paoli. “Gino, Gino, evviva, è arrivato il maestro di tutti noi! Ti ricordi quando eravamo dei ragazzini alle prime armi quante cose ci hai insegnato?”. Lui, per sicurezza, si appoggia al pianoforte. “Certo che mi ricordo. Ah ah ah! Mi ricordo soprattutto quella volta che Little Tony al ritorno da una tournée scoprì che la ragazza con cui stava si era fatta tutti i suoi amici. Allora venne da me disperato e mi chiese Gino, cosa bisogna fare quando scopri che la tua donna ti ha fatto fesso? Venne da me a chiedermelo, capito? Ah ah ah!”.
Silenzio. Gelo in sala. Sapore di sale. Occhi sbarrati. Sorrisi emiparetici. Cos’era successo? Era passata la vita. La bastarda, infame, meravigliosa vita vera. In quel lampo della memoria c’era una goccia di vera vita, solo una goccia, ma basta una goccia di vita vera per sciogliere tutta la cartapesta del mondo, figuriamoci di Sanremo. “Gino, Gino, lasciamo perdere i tempi andati!” “Ma non ero il vostro maestro?” “Sì, sì, ma ora cantaci Il cielo in una stanza”. E lui, sempre appoggiato al pianoforte, la canta. La canta di malavoglia, di straforo, mezzo brillo e mezzo stonato; ma la canta davvero. La vita in una stanza. Grandioso.

Wow!


La bella notizia è che dalle regionali si forma la coppia degli Ignazi, due fascistelli storici, il primo presidente del Senato, l’altro, Romano, in regione lombarda. La democrazia gode e ringrazia! Eia Eia!

Aaarggh!

 


Il Destino ha voluto che davanti ai miei occhi passasse il momento atteso dalle genti, l'istante spartiacque tra la gloria e il vaffanculo, tra l'apoteosi e il va a ciapà i ratt, tutto raccolto in pochi momenti, la porta vuota, la scelta del campione e quella del galleggiamento inane, tutto raccolto nella porta della Sud, la rumba pronta ad accendersi, lo sciagurato Egidio che volteggia nuovamente nel tempio, il respiro che si ferma, la sicurezza del punteggio insonorizzante lo spauracchio della trasferta della festa della donna, tutto lì racchiuso nella tua capoccia mai spettinata, il colpo di testa ad minchiam, il vaffanculo smisurato, la sensazione del se fosse. Peccato.

Robecchiando

 

Regionali. Chi non vota ha sempre torto? No, magari ha torto chi vota
di Alessandro Robecchi
Letti e compulsati i commenti del dopo-tsunami lombardo-laziale, forse bisogna ribaltare il concetto. Una cosa simile a quella famosa retorica kennedyana, sapete: non chiederti cosa può fare il tuo Paese per te, ma cosa puoi fare tu per il tuo Paese, eccetera eccetera. Fuffa. Ecco. Forse la domanda non è: perché la gente (sei su dieci) non è andata a votare, ma perché l’hanno fatto quelli che ci sono andati (4 su dieci, anche meno). È la minoranza che dovrebbe spiegare, non la maggioranza. E la maggioranza ha detto chiaro e tondo che questo modello di democrazia rappresentativa non la rappresenta, non è credibile né per proposta politica né come meccanismo. Traduco in italiano: nessuno – nemmeno quelli che sono andati a votare – crede veramente che votando Tizio piuttosto che Caio, una compagine piuttosto che un’altra, cambierà realmente qualcosa. La percezione diffusa è che la scelta sia inesistente, farlocca, questione di sfumature. Che questo sia vero o no (ci sono ovviamente centinaia di varianti, e sfumature molto brutte) non è importante, quel che conta è la percezione e la sua ricaduta sulla realtà.
Nella ridente Lombardia, da dove scrivo, locomotiva italiana e vanto dei dané, se ti serve una gastroscopia paghi sull’unghia, oppure aspetti un anno e più, e questo, nonostante le belle promesse e le belle parole, non cambierà perché lo dice un candidato o perché campeggia nei programmi distribuiti nei mercati. La parola “eccellenza” si spreca in lungo e in largo, ma se non hai soldi, o un’assicurazione che costa soldi, di eccellente non c’è niente, il tuo medico di base sembra disperso in Nepal e vai al pronto soccorso, dove ti rimbalzano, per un mal di testa.
Il Pd di Majorino – giustamente considerato più a sinistra delle fantasiose candidature Pd degli ultimi decenni – spingeva il famoso Pregliasco (non eletto), virologo à la page durante la pandemia e dirigente della sanità privata, il che non è, anche dal punto di vista dei simboli e dei segnali, il modo migliore per “rilanciare la sanità pubblica”, come si diceva a ogni passo. E in caso di vittoria, ipotesi peregrina, d’accordo, si sarebbe installato un comitato incaricato di “immaginare (sic) una buona politica per lo sviluppo della Regione”, affidato a… Carlo Cottarelli.
Poi dice che la gente non va a votare.
Sempre nella ridente Lombardia di Attilio Fontana, nei comuni martiri di Alzano Lombardo, Albino, Nembro, la coalizione della destra ha sfiorato il sessanta percento, e anche quelli scampati a una gestione delirante della pandemia, a votare non ci sono andati. Già, la pandemia, il Covid, l’emergenza, l’afflato emotivo delle “bare di Bergamo”. Non pervenuti. Il signor Gallera di Forza Italia – quello che andava in giro a dire che per prendere il Covid dovevi incontrare due positivi insieme, e che nei momenti più bui vagheggiava di diventare sindaco di Milano – pur non eletto, ha preso le sue belle preferenze, oltre cinquemila. La badante di Fontana che lo sostituì all’assessorato, Letizia Moratti, gioia dei salottini chic finto-progressisti della Milano da bere, salutata come salvatrice della Lombardia solo perché nel frattempo erano arrivati i vaccini, non entra in consiglio, naufragata come i due cabarettisti che si sono inventati la sua candidatura. Ora si dirà, come sempre, che chi non è andato a votare ha torto. Può darsi. Ma, visti i risultati, si può dire anche il contrario: è chi è andato a votare che ha torto. Questione di punti di vista.