martedì 13 dicembre 2022

Bene, brava!




La presa per il culo

 

Basta digitare il nome e appare ancora, forse perché il fuggi fuggi generale non ha consentito alle menti malate un pizzico di dignità, tutta la fantasmagorica presa per il culo che il presunto brigante Antonio Panzeri ha inscenato per coprire le proprie malefatte. 

Il paravento si chiama 


 e nel sito si legge: 

Lo scopo di FIGHT IMPUNITY si basa sulla necessità di promuovere la lotta contro l'impunità per gravi violazioni dei diritti umani e crimini contro l'umanità avendo il principio di responsabilità come pilastro centrale dell'architettura della giustizia internazionale. Sebbene esistano già una serie di meccanismi a livello internazionale e regionale per vigilare sulla responsabilità degli Stati e degli individui interessati e garantire la responsabilità delle violazioni commesse, è fondamentale rafforzare le azioni e le misure esistenti al fine di aumentarne l'efficacia.


Al fine di colmare il divario dell'impunità, l'associazione servirebbe allo scopo di affrontare le questioni più delicate nel contesto del diritto internazionale dei diritti umani (ad esempio esecuzioni extragiudiziali e sparizioni forzate) nonché i bisogni dei gruppi più vulnerabili (ad esempio bambini, giovani, donne, minoranze e sfollati interni). Ciò include la definizione di soluzioni per eliminare i possibili ostacoli per le vittime all'accesso alla giustizia e per promuovere i sistemi giudiziari internazionali, compresa la giustizia di transizione dove la responsabilità è maggiormente a rischio.


Ma la vetta merdosa si raggiunge leggendo lo scritto di Panzeri che troviamo nel sito nella sezione "la nostra visione" 

Preparatevi anti vomito e se avete coraggio leggete qui sotto. Ho evidenziato i punti salienti: 


Una nuova visione del monitoraggio,

per rilanciare la lotta

contro l'impunità

Uno dei maggiori progressi nella lotta contro l'impunità per gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario nei tempi moderni è stato senza dubbio l'affermazione del principio di responsabilità come pilastro centrale dell'architettura della giustizia internazionale. In nessun momento della storia umana il principio della responsabilità per gravi violazioni dei diritti umani ha svolto un ruolo così fondamentale nel plasmare gli atteggiamenti nazionali sui diritti umani fino al momento attuale.


Tutti possiamo ricordare storie di violenze e abusi che sono sfuggiti alla giustizia e alla responsabilità e di conseguenza non sono riusciti a fornire una giusta soluzione per le vittime. Per le vittime e le loro famiglie, l'impunità non crea altro che ulteriore dolore e sofferenza. Di recente, in una conferenza in Lussemburgo (26 e 27 marzo 2019), vittime di violenza sessuale provenienti da 18 paesi si sono incontrate per parlare dei sentimenti che le accomunano, facendo emergere alcuni temi comuni: il senso di vergogna, l'immensa frustrazione al mancanza di giustizia e la necessità di riconoscimento e riparazione.


Dopotutto, siamo tutti d'accordo sul fatto che il riconoscimento e il riconoscimento all'indomani di gravi violazioni dei diritti umani, ovunque si verifichino, rappresentano valori umani intrinseci che possono aiutare le vittime di violazioni almeno a iniziare a voltare pagina. Allora, cos'è il riconoscimento? Quando la sopravvissuta e attivista dello Stato islamico yazida iracheno Nadia Murad ha ricevuto il Premio Sacharov del Parlamento nel 2016, ha detto: "Questo premio ripristina la mia anima, la mia fede nell'umanità e il mio onore". Il riconoscimento delle violazioni dei diritti umani da parte della comunità internazionale e delle autorità statali è infatti un primo ma significativo passo verso la giustizia. 


Tuttavia, anche sulla scia dei progressi compiuti per garantire che la responsabilità rimanga una forza trainante degli sforzi di giustizia internazionale, ci viene ricordato quotidianamente il vasto numero di violazioni dei diritti umani che rimangono impunite e non riconosciute. La totale mancanza di responsabilità in seguito al brutale assassinio del giornalista saudita Jamal Khashoggi nel consolato del suo Paese a Istanbul, e quello del dottorando italiano Giulio Regeni al Cairo, ci ricordano che la piaga dell'impunità per gravi violazioni dei diritti umani rimane un problema persistente del nostro volta. Allo stesso modo, l'iniziativa del governo egiziano di emendare la sua costituzione 2 ha un chiaro potenziale per destabilizzare ulteriormente il paese. Inoltre, la possibilità di ripristinare diritti equi per gli egiziani e affrontare la responsabilità diventa sempre più improbabile con l'estensione del controllo esecutivo sulla magistratura e la sanzione del concetto di processi militari per i civili nella costituzione. Pur riconoscendo il valore dei meccanismi di giustizia e responsabilità, dobbiamo allo stesso tempo rimanere vigili nei confronti della manipolazione cinica di tali processi da parte degli Stati che cercano di reprimere i diritti fondamentali.


Se vogliamo continuare a combattere l'impunità per gravi violazioni internazionali dei diritti umani, non solo è essenziale continuare a sostenere con forza i meccanismi progettati per garantire la responsabilità, ma anche utilizzare questo momento come un'occasione per fare il punto e promuovere il positivo contributi che la responsabilità può fornire a livello sociale. La responsabilità è il terreno in cui la pace può mettere radici. Faremmo bene a ricordare che la stessa Unione europea è soprattutto un progetto di pace su scala internazionale fondato sui valori fondamentali dello stato di diritto, della democrazia e dei diritti umani. Se non fosse per la capacità di trovare un terreno comune al di là delle divisioni ideologiche, culturali e religiose che hanno portato alla distruzione più devastante della storia,


La responsabilità può seminare i semi della riconciliazione. Nonostante tutti i suoi fallimenti, la Commissione sudafricana per la verità e la riconciliazione ha mostrato alla comunità internazionale che una società polarizzata può muoversi verso la riconciliazione quando il compromesso è inteso come una virtù piuttosto che come una debolezza. L'esperienza della Commissione sudafricana per la verità e la riconciliazione ci ha anche insegnato lezioni fondamentali su come le particolarità sociali, culturali e religiose di ogni singola società avranno un impatto importante sui modi in cui viene raggiunta la responsabilità. Nello stesso spirito di compromesso, dobbiamo evitare un modello "taglia unica" pur riconoscendo i vantaggi dell'apprendimento da esempi in cui la responsabilità ha, anche se solo parzialmente, contribuito alla riconciliazione.


La responsabilità incoraggia i rami delle istituzioni riformate e rafforzate a crescere e rafforzarsi in modo che tali gravi violazioni dei diritti umani non si ripetano mai più. Dopotutto, è nelle società in cui tali istituzioni sono più deboli che generalmente esistono i maggiori deficit di responsabilità. Anche nelle nostre società europee non siamo perfetti e negli ultimi tempi sono sorte grandi sfide per lo Stato di diritto e le istituzioni indipendenti. Riflettendo anni dopo sulla punizione dell'autore di un attentato con un'autobomba che lo ha portato a perdere un braccio, l'ex giudice sudafricano Albie Sachs ha osservato come fosse "più importante vivere in un paese che ha lo stato di diritto che mandare un mascalzone in prigione." Se vogliamo costruire e rafforzare le nostre istituzioni in patria e all'estero.


Oggi disponiamo di numerosi meccanismi nazionali, regionali e internazionali per combattere l'impunità e garantire la responsabilità per gravi violazioni dei diritti umani in tutto il mondo. L'impatto dei tribunali internazionali ad hoc e della Corte penale internazionale nel perseguire la responsabilità per gravi violazioni dei diritti umani ha dimostrato come i tribunali nazionali possano essere galvanizzati e rafforzati durante il processo. È quindi essenziale continuare non solo a sostenere, ma anche a sviluppare un'ulteriore integrazione dei meccanismi di responsabilità nazionali, regionali e internazionali. Tuttavia, poiché le ruote della giustizia tendono a muoversi lentamente quando si tratta di crimini così gravi, forse il più grande contributo della giustizia internazionale nella promozione dello stato di diritto è stato quello di creare consapevolezza dei crimini internazionali che sono una macchia sulla coscienza dell'umanità e da ciò portano sempre più alla loro prevenzione. È quindi urgente la necessità di disporre di strumenti di monitoraggio e osservazione ancora più efficaci e permanenti che possano consentire una sorveglianza più completa delle dinamiche in atto. In conclusione, mentre molte pietre miliari sono state finora raggiunte in nome della responsabilità per gravi violazioni dei diritti umani internazionali, questo non è il momento di riposare sugli allori e sedersi ad ammirare i nostri risultati. Abbiamo bisogno di un rinnovato senso di vigore e unità per guidare la nostra lotta contro l'impunità in questi tempi preoccupanti per l'umanità. Martin Luther King Jr. una volta disse: "rendiamoci conto che l'arco dell'universo morale è lungo, ma si piega verso la giustizia. Se vogliamo continuare a muoverci verso la giustizia, la responsabilità deve essere la nostra luce guida.


PierAntonio Panzeri 


Mi domando che differenza passi tra questo signore e coloro che mandano i bimbi a fare l'elemosina o quei bastardi che intascano soldi da catene per curare malati nel mondo! 

Nessuna differenza. Solo un gran dolore nel vedere dove si spinga la malavitosa vita di coloro che per lucro si mascherano dietro alti ideali. 

Sarebbe bello e giusto che questi signori, una volta accertata la responsabilità, marcissero in galera. Per rispetto ai 6500 morti presunti per aver lottato per pochi spiccioli per costruire gli stadi di questo maleodorante mondiale. 


Come dessert vi posto altri spunti presi dal sito del cosiddetto sig panzeri (minuscolo d'obbligo) 






Trent’anni fa



Trent’anni fa, il 13 dicembre 1992, questa concreta prova che ”loro” sono già tra noi, immedesimatosi giocatore in una squadra stellare, vinceva il terzo pallone d’oro della sua inimitabile carriera, elevando il calcio a bellezza sublime per equipararlo alle altre arti, riuscendo a stordire gli dei dell’Olimpo, per consegnare a noi comuni mortali la consapevolezza che il bello irrompa nel mondo solo ed attraverso unicità geniali equiparabili alla sua grandezza.

Con Francesco oggi




Antonio

 

Il silenzio della sinistra comunica più di mille parole
di Antonio Padellaro
Segnatevi questa frase: “Vedere ex leader della sinistra fare i lobbisti in grandi affari internazionali non è solo triste, dice molto sul perché le persone non si fidano, non ci credono più”. Parole del vicesegretario del Pd, Giuseppe Provenzano, pronunciate nelle stesse ore nelle quali il Qatargate investiva il Parlamento europeo, con l’Italian connection che vede tra gli accusati e i coinvolti a vario titolo esponenti e personaggi della sinistra e del sindacato. Primo fra tutti l’ex europarlamentare Pd, ora Articolo 1, Antonio Panzeri con il sequestro di 500 mila euro nella sua casa di Bruxelles. Perché le parole di Provenzano vanno tenute a mente? Perché a distanza di tre lunghe giornate sono l’unica reazione significativa alla domanda che avrebbe dovuto subito coinvolgere Pd, Articolo Uno e in generale l’area cosiddetta progressista: esiste una questione morale a sinistra? Se pure il bersaglio immediato di Provenzano era Massimo D’Alema, che ha propiziato l’interessamento di un paperone qatariota ad acquisire la raffineria Lukoil di Priolo in Sicilia, resta evidente che per il dirigente del Pd la frase sulle “persone che non si fidano, che non ci credono più” valga a maggior ragione dopo che gli elettori del suo partito hanno appreso dei sacchi colmi di denaro contante. Sì, c’è un elefante nel corridoio (vero Bersani?) dei partiti della sinistra, eppure da quei pensosi sinedri si risponde con una forte e indignata aggettivazione: “Gravissimo” (Paolo Gentiloni, commissario europeo); “ripugnante” (Paola Picierno, vicepresidente a Strasburgo); addirittura una raffica di “sconcerto, dolore, schifo, molta rabbia” (Brando Benifei, capo delegazione del Pd a Bruxelles). Quanto al dibattito congressuale Democrat, be’ tenetevi forte. Stefano Bonaccini (a stento trattenuto dai conduttori di In Onda): “Serve una politica più sobria”. Mentre la rivale Elly Schlein, visibilmente turbata dal “danno procurato all’istituzione europea” ha auspicato che “sia fatta piena luce” (con il soave Fabio Fazio che si guardava bene dall’insistere sul tema: per caso anche la sinistra ruba?). Rispetto a questo vuoto spinto resta forse più comprensibile il silenzio luttuoso di Speranza e C. che, probabilmente, non sanno a che santo votarsi (da non confondere con il rispettoso riserbo di quelli di Sinistra Italiana che cercano disperatamente di sotterrare il caso Soumahoro). Infatti, che la sinistra fosse così combinata le persone “che non si fidano, che non ci credono più” lo avevano già capito prima del 25 settembre.

Consigli

 


I furbi

 

Stadi, Doha da inferno a paradiso degli operai: “6mila morti? Falsità”
DI MARCO PASCIUTI E ILARIA PROIETTI
Sui diritti “il Qatar è in movimento verso la giusta direzione”. Parola di Antonio Panzeri, eurodeputato del Pd finito nei guai con l’accusa di aver preso tangenti dall’emirato che, almeno secondo i sospetti degli inquirenti, avrebbe conquistato a suon di munifiche mazzette anche il cuore di Eva Kaili, la vicepresidente del Parlamento Ue. “Il Paese è all’avanguardia nei diritti con l’introduzione del salario minimo” giurava pochi giorni nell’emiciclo di Bruxelles. Prodigo di riconoscimenti anche l’eurodeputato italo belga Marc Tarabella: il Qatar “è l’unico Paese che ha abolito la kafala”. E pace se un tempo pensava che fossero “un insulto all’etica i Mondiali in Qatar”. Conversioni sulla via di Doha speculari a quelle dell’Ituc il più grande sindacato mondiale dei lavoratori che fino a una manciata di anni fa descriveva il Paese come “patria della schiavitù” salvo poi dipingerlo come un quasi Bengodi.
A rileggere le note ufficiali dell’Ituc (Luca Visentini, neo-segretario generale eletto appena il 21 novembre, è stato rilasciato due giorni fa dopo il fermo ordinato dalla magistratura belga) il Qatar ha avuto una provvidenziale e speditissima redenzione che sa di miracolo. Nel 2013 Sharan Burrow che ne è stata segretaria fino a pochi mesi fa, aveva addirittura affermato che nella costruzione degli stadi del Mondiale 2022 sarebbero morte “almeno 4mila persone”. Due anni dopo, nel 2015, aveva confermato la bocciatura definendo il Qatar “un paese senza coscienza con un modello di sviluppo basato sulla schiavitù”. Poi, nel 2017, la certificazione della “svolta” ché erano in arrivo riforme. Tutte leggi-circolari-disciplinari entrate in vigore tra il 2020 e il 2021 e chissà con quali risultati, ma già di per sé sufficienti a Ituc per cantare le lodi di Doha. Benedette al solo annuncio, come nel caso dell’abolizione della kafala, meccanismo di necessario asservimento per non dire schiavitù a un tutore qatariota per i lavoratori stranieri: “Il Qatar sta cambiando. La nuova riforma pone fine a questa forma di schiavitù moderna”. Ecco nel 2020 salutare con il medesimo entusiasmo l’annuncio di un’altra riforma: “I lavoratori migranti sono ora liberi di lasciare il loro posto di lavoro e cercare un’occupazione alternativa dopo un periodo di preavviso”. E che dire del salario minimo varato nel 2021? “È una nuova alba per i lavoratori migranti”. Meglio: una “nuova era di trasparenza” in vista di “una Coppa del mondo che rispetta i diritti dei lavoratori”. Fino alla consacrazione quest’anno.
Nel report sui diritti globali del 2022, l’Ituc ha inserito il Qatar in alta classifica, ossia nel “gruppo 4” dove compaiono Paesi come Usa e Australia, pochi gradini più sotto dell’eccellenza. Insomma il Qatar paradiso dei lavoratori e pace per le denunce di Amnesty International o le inchieste, come da ultimo quella della Reuters sugli operai stranieri sfrattati e costretti ad arrangiarsi in baracche improvvisate per far posto ai tifosi attesi al Mondiale. Bollate come spazzatura invece le inchieste sui morti nei cantieri: per Burrow che nel 2013 aveva previsto una ecatombe tra gli operai dei Mondiali, i 6 mila morti di cui aveva riferito nel 2021 The Guardian, erano “solo un mito”. Del resto Eva Kaili, poche settimane prima di essere pizzicata con le mani nella marmellata, aveva accusato di ipocrisia i nemici di Doha: “Maltrattano e accusano di corruzione chiunque parli o si impegni con loro, ma consumano il loro gas e lì hanno le loro aziende che guadagnano miliardi”. Di recente era stata pure in Qatar per dare il giusto riconoscimento ai progressi fatti sul campo dei diritti. Un assist impagabile. O quasi.