giovedì 18 agosto 2022

Travagliamente


Primarie secondarie

di Marco Travaglio 

Quando, nel 2017, il Fatto lanciò la campagna per inserire almeno le preferenze nella quota proporzionale del mostruoso Rosatellum al posto delle liste bloccate dei “nominati”, il Pd rispose che era inutile, perché il suo statuto impone le primarie per ogni candidatura. Se tutti partiti avessero affidato la scelta dei candidati agli iscritti, avrebbero sottratto l’intero Parlamento – i due terzi del proporzionale e il terzo dei collegi uninominali – ai diktat dei segretari. Purtroppo nel 2018 nessun partito, tranne i 5Stelle, fece le primarie. Neppure il Pd, che riuscì a violare le sue stesse regole, portando in Parlamento un falange di fedelissimi renziani scelti dal capo. Si sperava che Letta riscoprisse la norma fondativa del Pd, detto “democratico” perché affida alle primarie ogni scelta importante. Invece, diversamente da Veltroni nel 2008 (“ampia consultazione”) e Bersani nel ’13, se n’è bellamente infischiato, come Renzi. E ora nessuno ha il privilegio di sapere perché mai una decina di raccomandati può saltare il tetto dei 3 mandati, né perché Casini ha il posto blindato a Bologna (undicesima volta) in barba ai dirigenti locali, né perché il ferrarese Franceschini corre in Campania (e la sua signora a Roma), la friulana Serracchiani in Piemonte e il torinese Fassino solca (settima legislatura) i canali di Venezia in gondoleta. Le deroghe sono scelte del leader, ma vanno approvate dalla base.
Delle destre e del centro è inutile parlare perché sono tutti partiti personali. Solo i 5Stelle, con le Parlamentarie online, consentono a chi ritiene di avere qualcosa da dire e dare di candidarsi saltando il “cursus honorum” ormai ridotto a culi da leccare e borse (piene o vuote) da portare, che blocca l’ascensore politico del sistema. Eppure i media non solo sorvolano sulla scelta antidemocratica di 6-7 capipartito di nominarsi i propri camerieri in Parlamento dopo aver sabotato la riforma del Rosatellum. Ma fanno pure ironie sull’unica forza politica – il M5S – che affida agli iscritti la scrematura degli autocandidati, ferma restando la facoltà discrezionale del leader di bocciare quelli ritenuti incompatibili con motivazioni trasparenti; e di sottrarre alla riffa dei clic una minima quota di candidati di cui si assume la responsabilità (fiori all’occhiello come Scarpinato, De Raho, De Santoli). Alle legittime proteste degli esclusi, Letta ha pure avuto la spudoratezza di incolpare il predecessore Zingaretti che in quarta lettura votò il taglio dei parlamentari. Come se quella riforma sacrosanta non l’avesse approvata il 68,7% dei votanti al referendum. E come se gliel’avesse prescritto il medico di mandare a casa Piero Grasso, che fece condannare Cuffaro, e salvare Casini, che fece eleggere Cuffaro.

mercoledì 17 agosto 2022

In francese


Sì, si! E' cambiata!

 


Daje 2!

 

Il neo piddino Cottarelli: Frate Indovino da social
DI DANIELA RANIERI
Non vorremmo che in questa campagna elettorale di raccapriccianti sorprese si omettesse di dire che Carlo Cottarelli, “punta di diamante” delle liste del Pd, ma anche “punto di sintesi”, nonché “migliore interprete dell’intesa” (parole di Enrico Letta), è anche una star di Twitter, dove si è guadagnato un posto di tutto rispetto tra gli opinionisti gaffeur più imbarazzanti dopo Calenda.
Diuturnamente impegnato nella produzione di aforismi, motteggi e consigli tra Chateaubriand e Frate Indovino, Cottarelli si è guadagnato negli anni la fama di competente: austero, economo, eurista, un Draghi meno pregiato, il generico di Draghi, laddove Draghi è il farmaco risolutore, il demiurgo massimo, il risanatore europeo (chiedere alla Grecia). Prezzemolino dei poteri forti, mai veramente decollato, è però da tutti concupito: Direttore dell’Osservatorio per la revisione della spesa pubblica sotto Letta e Renzi, nel 2014 lo stesso Renzi lo ha nominato Direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale, Berlusconi lo voleva candidare, Mattarella nel 2018 lo ha fatto per qualche ora presidente del Consiglio di un “governo neutrale” (lo spread si impennò al solo annuncio), Azione di Calenda e +Europa lo hanno fatto presidente di un certo Comitato scientifico liberale “Programma per l’Italia”.
È una specie di Bertolaso dei conti. Da Oracolo del Def, è stato ospite fisso da Fabio Fazio durante i pericolosi anni populisti e spendaccioni dei governi Conte; lì, da Direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici, vaticinava catastrofi per il deficit al 2,4% (poi portato al 2,04); i governi del Pd hanno fatto il 3% nel 2014, il 2,6 nel 2015, il 2,5 nel 2016, il 2,4 nel 2017, ma l’oracolo tacque.
Come detto, è sui social che dà il meglio di sé: qui vanno scovate le ragioni per le quali Letta lo ha candidato al Senato. Qui Cottarelli porta avanti la sua battaglia per alzare la pensione a 71 anni per gli uomini e a 69 per le donne, come in Giappone: “Ricordiamocelo quando discuteremo l’uscita da Quota 100. Pensiamo ai nostri giovani”.
Ammesso che ciò abbia un senso (ai giovani converrebbe piuttosto che gli anziani andassero in pensione, liberando posti di lavoro), stupisce che a fare questa proposta sia uno che percepisce la pensione (del Fmi) da quando aveva 59 anni. Non si batte perché possiamo tutti andarci alla sua stessa età, figuriamoci, e nemmeno all’età media in Europa (64 anni, da noi è 66); va a prendere il Giappone, imparagonabile a noi per demografia e sistema sociale, dove la disoccupazione è al 2,7%, il salario minimo medio 1108 euro e lo stipendio medio netto 2429 euro al mese.
L’altro giorno, per significarci quanto sia progressista, il Paulo Coelho dell’economia si è vantato di non essere razzista, al punto da non fare differenze tra una ragazza nera e una bianca che gli camminavano davanti. Volevate più sinistra nel Pd?
Famose le sue battaglie liberali per svecchiare il Paese e semplificare la burocrazia, dall’autocertificazione di sana e robusta costituzione per andare in palestra, alla fine del vizio improduttivo dello smartworking per i lavoratori pubblici.
Nel luglio 2020 si è convinto di aver sbloccato una questione di misure anti-Covid con la sola forza dei tweet: “Leggo sul Corriere che da domani sarà di nuovo possibile portare il trolley in aereo. Non so se hanno ascoltato noi o altri, ma ce l’abbiamo fatta! Grazie agli 8100 che hanno messo likes al mio tweet e a tutti quelli che lo hanno ritwittato! Semplificare si può!!!”. In attesa di diventare capo del governo, cambia il Paese a colpi di “likes”. A ottobre 2021 aveva un’idea strabiliante per combattere la denatalità: “Servirebbe un meccanismo premiante: chi fa figli vada in pensione prima”. Giusto: chi non può avere figli va punito e messo al torchio fino alla morte.
Ma si capisce. Cottarelli, quando twitta, non si rivolge agli eletti dal Signore con cui condivide tavoli di board e fondazioni, gente riposata, confortata dall’aria condizionata; ma alla plebe, che travagliando pende dalle sue labbra. Convinto di essere empatico, sa che il popolino ha da scontare di pesare sulla collettività coi salari, il welfare, la Sanità pubblica, la previdenza sociale, etc. Pure se fisicamente invecchia prima, logorandosi in fabbrica o consegnando pizze (che non se presiedesse board in cui si decide dove dirottare fiumi di denari pubblici per evitare che arrivino ai poveracci), scoppia di vita e desidera restituire alla collettività ciò che le ha tolto esistendo.
Cottarelli è un’Agenda Draghi vivente. È fedele a una sola fede: possono cambiare i governi, ma non le politiche economiche dei governi, che devono essere sempre quelle gradite ai mercati, cioè a Cottarelli e al suo giro. Adesso la plebe può eleggerlo, così lui potrà realizzare tutti i suoi sogni di Twitter. È vero che Cottarelli è il mago dei conti: ci aiuta a calcolare come s’è ridotto il Pd.

Daje!

 

Votate Pier Muzio
di Marco Travaglio
Sto seriamente pensando di prendere la residenza a Bologna per riuscire a votare almeno una volta Pierferdinando Casini, uno dei due italiani viventi (l’altra è Emma Bonino) che hanno trascorso più anni in Parlamento che fuori: 39 su 66. E non è l’unico record che gli invidio. Dopo le epiche battaglie nella Dc contro il divorzio e le sfilate nei Family Day, ha divorziato due volte. Ha cambiato più mogli e compagne che partiti, di cui vanta peraltro una discreta collezione (Dc, Ccd, Udc, Scelta civica, Pd). E ogni volta che mette “la mano sul fuoco” sull’innocenza di un amico, quello si becca regolarmente 7 anni definitivi di galera. Lo fece con Cuffaro ad Annozero e Totò fu condannato a 7 anni per favoreggiamento a un boss mafioso. Lo fece con Dell’Utri, scrivendo tutta la sua “stima” per il deputato imputato alla vigilia della sentenza di primo grado su carta intestata di presidente della Camera, e Marcello si beccò 9 anni, poi ridotti ai soliti 7, per concorso esterno in Cosa Nostra. E dire che Casini, ai tempi di Mani Pulite, si sperticava in pompe magne per Di Pietro e lo voleva nel Ccd. La perdita (per fortuna solo simbolica) di entrambe le mani sul fuoco gli valse un nuovo soprannome dopo Pierfurby (Dagospia), carugnin de l’uratori (Bossi), Azzurro Caltagirone (Grillo), Piercasinando (nostro): Muzio Scevola.
Quella belva dorotea del suo talent scout, Tony Bisaglia, che l’aveva scoperto in tandem con Marco Follini, diceva: “Casini è bello, Follini è intelligente”. Ma, come galleggiante, Piercasinando non lo batte nessuno: è in Parlamento ininterrottamente dal 1983, quando al Quirinale c’era Pertini e a Palazzo Chigi arrivò Craxi. Dieci legislature compiute e l’undicesima già pronta, grazie al compagno Letta, che come Renzi lo ri-blinda nella Bologna rossa (di vergogna). Lì l’ultima volta trascinò il Pd al peggiore risultato di sempre. E ora potrebbe superarsi. Ai compagni bolognesi che lo imploravano di allontanare da loro l’amaro calice, Letta ha risposto che Piercasinando è fondamentale “per rendere più efficace la nostra tutela della Costituzione” sotto “assalto da parte della destra”. La stessa destra che nel 2006 tentò l’assalto con la devolution di Calderoli&C., quando ne faceva parte Casini. Il quale poi si buttò a sinistra giusto in tempo per partecipare agli assalti del Pd alla Carta: quello di Letta nel 2013 e quello di Renzi nel ’16. Ma si sa come sono questi assalti: se li fa la destra sono golpe, se li fa la sinistra benedizioni. E comunque, per non saper né leggere né scrivere, Piercasinando è sempre fra gli assaltatori. E sempre senza mani.

martedì 16 agosto 2022

Un grande Dibba!


di Alessandro Di Battista

Giorgia Meloni votò la legge Fornero condannando centinaia di migliaia di italiani alla disperazione. Ma il PD non può attaccarla per questo. Tutto il PD, compreso Letta, votò la stessa legge ed ora candidano un alfiere dell'austerity come Cottarelli.
 
Giorgia Meloni era ministro della Repubblica (e La Russa addirittura ministro della Difesa) quando il governo Berlusconi avallò la guerra in Libia, la più grande sconfitta geopolitica italiana dalla II guerra mondiale in poi. Ma il PD non può attaccarla per questo. Tutto il PD, compreso Letta, sostenne quell'ignobile intervento voluto dagli americani, dai francesi e patrocinato da Giorgio Napolitano, il peggior presidente della storia repubblicana. 
Le conseguenze di quella guerra le stiamo ancora pagando ma nessuno lo ricorda. La Meloni parla di blocco navale con pochissimi giornalisti capaci di ricordarle le conseguenze sul piano migratorio di quell'intervento ed il PD parla sempre meno di Libia e diritti umani per vergogna.
 
Giorgia Meloni, che oggi chiede drastici cambiamenti all'Unione europea, votò il pareggio di bilancio in Costituzione. Quel pareggio di bilancio voluto dalla BCE quando Trichet cedeva lo scettro proprio a Mario Draghi. Ma il PD non può attaccarla per questo. Figuriamoci. Il pareggio di bilancio l'hanno votato tutti quanti. Il bello è che neppure Di Maio può aprire bocca essendo il garzone di Tabacci, anch'egli sostenitore di quella vergognosa riforma. 

Giorgia Meloni sostiene l'invio di armi in Ucraina (a proposito, la guerra c'è ancora anche se pare che delle sofferenze dei civili e di seri tentativi diplomatici per farle finire non interessi più nessuno). Ma il PD non può attaccarla per questo. Capirai, fosse stato per Letta avremmo mandato pure la Folgore a combattere contro i russi. 

Giorgia Meloni sostiene l'aumento di miliardi su miliardi in spese militari. Quell'aumento definito folle da Papa Francesco in un momento in cui clima e povertà uccidono come non mai. Ma il PD non può attaccarla per questo. Il ministro della difesa Guerini è il massimo sostenitore dei 14 miliardi in più all'anno spesi in armi (per informazione l'Italia investe nelle università 7 miliardi all'anno). 

Questa è la cruda realtà. Ed ecco che il PD per differenziarsi dalla Meloni tira fuori il pericolo fascista (loro che sono stati gli alfieri del “fascismo finanziario”), mette nel programma qualche misura di sinistra mai realizzata quando erano al governo, ovvero praticamente sempre negli ultimi 11 anni, o sostiene la crociata contro la fiamma tricolore nel simbolo di FdI senza nemmeno rendersi conto che queste cose non la indeboliscono affatto. Anzi. 

Letta e Meloni sono due facce della stessa medaglia. Hanno sostenuto, entrambi, tutto quello che, negli ultimi anni, ha colpito l'interesse generale. Prima o poi se ne accorgeranno in tanti.

Da quarant'anni