lunedì 15 agosto 2022

Effettivamente

 

Ve lo immaginate? Pensate se in Italia si parlasse di mafia quanto di Calenda
di Nando Della Chiesa
Ma che cosa ha fatto Carlo Calenda in vita sua? Senz’altro cose pregevoli, che io non so per mia sola colpa, mia massima colpa. Come nulla o poco so di altri politici che campeggiano sui titoli dei giornali da settimane intere. D’altronde ogni tanto scopro di non conoscere scienziati insigni, scrittori che vincono premi, gente di spettacolo con milioni di follower. Dunque ci sta. E faccio ammenda, anche perché – a essere sincero – il video di Calenda dopo la caduta del governo Draghi mi era piaciuto per l’insolita chiarezza del linguaggio. Resta però una sensazione di smarrimento nel vedere un paese, o meglio la sua opinione pubblica, magneticamente e ossessivamente attratto da istrioniche baruffe tra personaggi di cui fai fatica a trovare tracce nella storia (anche minore) dell’impegno pubblico. Come se ancora una volta saltassero le proporzioni. E scoprissimo di abitare un paese senza geometrie mentali.
In questi giorni di Ferragosto (ohibò, capita…) mi sono trovato a ragionarne con amici di collaudata militanza civile. Uno dei quali una sera ha lanciato l’ironica provocazione: “Ma vi immaginate se in Italia si parlasse di mafia quanto si parla di Calenda?”. La battuta (inattesa) ha lasciato il segno. Nessuna risata crassa. Ma un guardarsi tra il sornione e l’immalinconito. Già, gli assetti di potere sono importanti, dunque anche i risultati elettorali. Ma proprio per questo è purtroppo importante, maledettamente importante, il rapporto tra mafia e politica, tra mafia e Stato. Eppure, ci siamo detti quella sera, su questo versante c’è il silenzio assoluto. Grande spazio ai trentennali delle stragi del ’92, nulla su quel che minaccia di accadere da qui in avanti. Forse è da fissati parlare di queste cose in agosto? Qualcuno può anche pensarlo. Ma, come celiò senza troppo barare Pif, “la mafia uccide solo d’estate”. Già. D’estate stragi e delitti che hanno fatto la storia, da Boris Giuliano a Rocco Chinnici, dal prefetto dalla Chiesa ai commissari Beppe Montana e Ninni Cassarà, senza tralasciare nulla, anche l’ultimo giorno va bene, come con Rosario Livatino. D’estate si disegnano trame che fanno esplodere i kalashnikov alla ripresa. O che fanno cadere i governi sgraditi. Loro, i boss e i complici, mica si ritengono dei fissati.
E noi perché dovremmo dedicarci anima e corpo a parlare di sondaggi che, salve le frattaglie, non annunciano sorprese? Qualcuno, invece, può andarsi a studiare regione per regione come si stanno muovendo i partiti con i candidati notoriamente compiacenti o “a loro insaputa” vicini agli ambienti di mafia? È possibile produrre dei monitoraggi precisi, disegnare quei network di interessi che talvolta ai giornali riescono tanto bene? Che cosa si sta muovendo sotto la campagna elettorale per la Regione Sicilia? Chi si candiderà tra un mese in Calabria? E quali sono le implicazioni, in termini di doveri istituzionali, dei recenti pronunciamenti giudiziari sulla “trattativa”?
La coordinatrice della Direzione distrettuale antimafia di Milano Alessandra Dolci, uno dei più attenti e capaci magistrati di cui disponiamo su questo fronte, ha lanciato l’allarme sulla necessità di arginare l’offensiva dei clan sulle prossime Olimpiadi invernali Milano-Cortina. Non l’ha fatto un anno fa, ma esattamente in questi giorni, in estate, vicino a Ferragosto, pensa te. E ha sollecitato con garbo ma fermezza proprio il soggetto pubblico, cioè la politica. Si parla d’altronde ogni giorno del Pnrr, e degli investimenti che verranno. Ma a chi e come andranno, che è poi la prova suprema da superare davanti all’Europa? Non è questo un tema centrale? E la maxitruffa dei crediti di imposta legati al celebre bonus? Insomma: ve l’immaginate se in Italia si parlasse di mafia quanto di Calenda (che ovviamente non porta colpe)? Sarebbe un’altra Italia. Semplicemente questo.

Differenze

 

Come sempre ci sono molti modi per descrivere un'azione.
Per esempio di può dire: "Faccio una tisana alla zia!"
Lo stesso desiderio descritto da Ello:
"oppure, se la zia si sentiva agitata, chiedeva invece una tisana, e spettava a me il compito di far cadere dal sacchetto della farmacia in un piatto la quantità di tiglio da versare poi nell’acqua bollente. Seccandosi, gli steli si erano curvati in un intreccio capriccioso dalle cui volute spuntavano i pallidi fiori come se un pittore li avesse sistemati mettendoli in posa nel modo più ornamentale. Le foglie avevano perduto o mutato il loro aspetto assumendo quello delle cose più disparate, un’ala trasparente di mosca, il rovescio bianco di un’etichetta, un petalo di rosa, ma impilate, ridotte in frantumi o intrecciate come per la confezione di un nido. Mille piccoli dettagli inutili – fascinosa prodigalità del farmacista – che sarebbero stati soppressi in una preparazione artificiale, mi offrivano, come un libro dove ci si imbatta con stupore nel nome di una persona conosciuta, il piacere di capire che si trattava davvero degli steli di autentici tigli, come quelli che vedevo in avenue de la Gare, trasformati proprio perché non erano delle copie ma loro stessi, invecchiati. E poiché ogni nuovo carattere non era in essi che la metamorfosi di un carattere antico, ecco che in certe palline grigie riconoscevo delle gemme verdi non fiorite; ma soprattutto la luminosità lunare, rosea e mite che faceva spiccare i fiori nella fragile foresta dei gambi dove stavano sospesi come piccole rose d’oro – segno, come il chiarore che ancora rivela su un muro la sede di un affresco cancellato, della differenza tra le parti dell’albero che erano state “in colore” e quelle che non lo erano state – mi dimostrava che quei petali erano proprio gli stessi che prima di ornare il sacchetto della farmacia avevano profumato le sere di primavera. Quel bagliore di rosa di cera, pur essendo ancora la loro tinta, appariva semispento e assopito in quella vita ridotta che era adesso la loro, sorta di crepuscolo dei fiori. Ben presto la zia poteva inzuppare nell’infuso bollente, di cui assaporava il gusto di foglia morta o di fiore appassito, una petite madeleine, e porgermene un pezzetto quando fosse ammorbidito a sufficienza."
Marcel Proust - Dalla parte di Swann (Alla ricerca del tempo perduto Vol. 1)

domenica 14 agosto 2022

Anniversario di vergogna


Perché leggo il Fatto è spiegato in questo articolo, scritto da Marco Grasso, a quattro anni dal disastro del ponte Morandi, un pezzo giornalistico redatto in piena libertà, senza che la Famigliola non abbia potuto intervenire con cospicue mancette per occultare fatti vergognosi ed irrispettosi nei confronti delle 43 vittime, cosa che invece lautamente pratica in altri Giornaloni. 
C’è da vergognarsi: tra il consueto monito del Capo dello Stato, inascoltato come fosse aria fritta, e la ciurma di zecche intente ad insabbiare, ne usciamo sconfitti tutti. E questo non è che l’inizio. Quello che avverrà tra non molto con l’avvento del “nero perdi sempre” ci farà ripiombare ad livello di bassezza mai raggiunto, corroborato da quell’ebetismo alla “non ricordo” tipico degli allora ministri Del Rio e Lupi-lupetto. Alla faccia di tutti noi. Alla faccia di chi ha perso la vita assassinato dalla dabbenaggine della Famigliola e dello stato.

Morandi: storia di incuria, affari e politica

di Marco Grasso

Genova. Intrecci di potere, conflitti di interesse, porte girevoli. È il contesto limaccioso che per anni ha caratterizzato i rapporti tra lo Stato e Autostrade. Fatti rimasti fuori dalle inchieste, ma che le accompagnano come un’ombra. A quattro anni dal crollo del viadotto di Genova si è aperto il processo per dare un po’ di giustizia alle famiglie dei 43 morti. È un’inchiesta che coinvolge 59 imputati e ruota tutta attorno al tema dei mancati controlli. Soprattutto, quella del Ponte Morandi è una storia italiana. Una vicenda in cui ci si accorge che nessuno sorvegliava l’opera più a rischio del Paese solo dopo una strage, in cui la verità viene nascosta, i documenti falsificati, le indagini depistate. In cui le vittime piangono i morti di un sistema che ha consentito ai proprietari delle autostrade, le società della famiglia Benetton, di fare soldi a palate, e dopo il disastro, di rivendere a un ottimo prezzo (8,3 miliardi) una società piena di debiti, gravata da cause e impegni miliardari. Tutto questo è avvenuto mentre lo Stato guardava dall’altra parte, i governi smantellavano le strutture di controllo e i partiti intessevano stretti rapporti di lobbying con la concessionaria, il cui gruppo nel tempo ha arruolato politici e grand commis. Non manca anche un finale in cui il pool di finanzieri che ha condotto le indagini viene smantellato e le figure che dovevano rivoluzionare il Ministero delle Infrastrutture vengono messe da parte.
Nei giorni scorsi il Fatto ha provato a rimettere insieme alcuni pezzi di verità che hanno cominciato a emergere dalla nebbia in cui erano rimasti per molti anni. Nel procedimento giudiziario c’è molto. Fuori, anche se non è ancora tutto nitido, c’è anche di più. Si scopre, ad esempio, che nel pieno delle indagini, alcuni tra i più potenti ex manager di Autostrade per l’Italia cominciano a pensare che sia una buona idea disfarsi dei patrimoni: all’orizzonte si profila un processo che potrebbe diventare un bagno di sangue e prima o poi qualcuno dovrà pagare. Bankitalia rileva movimenti per 7 milioni di euro fra Italia e Lussemburgo sui conti dell’ex amministratore delegato Giovanni Castellucci, tra i principali indagati. Se n’era andato da Atlantia con una buonuscita da 13 milioni di euro, e in quel periodo la Guardia di Finanza è convinta che parte di quei fondi possano essere trasferiti ai familiari. È quello che fanno altri fedelissimi: sull’ex capo delle manutenzioni Michele Donferri Mitelli incombe il sospetto di un finto divorzio, il suo supervisore Paolo Berti dice di voler intestare tutto ai figli.
Un primo risultato i pm lo hanno già ottenuto: Aspi (paga naturalmente la public company) ha patteggiato un risarcimento da 30 milioni di euro per responsabilità amministrativa (la cosiddetta legge 231) insieme a Spea Engineering. Esce così dal processo, evitando i pericoli di commissariamento o revoca della concessione. Ma al tempo stesso è un’ammissione importante: di quel modello organizzativo non funzionava niente. Ed è interessante notare come per anni, quello stesso modello organizzativo, fosse stato approvato da collegi di vigilanza di Aspi e Atlantia composti da membri lautamente pagati che non hanno mai battuto ciglio. Ne hanno fatto parte, ad esempio, l’ex capo dell’Agenzia delle Entrate Attilio Befera o l’ex procuratore di Roma ed ex sottosegretario all’Interno del governo Monti Giovanni Ferrara. Spea Engineering, era la società che, in un tripudio di conflitto di interessi, dipendeva da Aspi ma doveva al tempo stesso controllarla, aveva l’ingrato compito di monitorare le opere a rischio (come il Morandi) ma al tempo stesso il budget per i lavori lo decideva Autostrade. Il procuratore Francesco Cozzi, intervistato ieri dal Fatto, ha definito questa situazione: “Una delle tante anomalie”. Mai rilevata evidentemente dai vertici di Spea, la cui presidenza, dal 2010 e per oltre dieci anni, è stata affidata a Paolo Costa, il ministro dei Lavori pubblici del primo governo Prodi che trattò (dopo le dimissioni di Antonio Di Pietro) la privatizzazione delle autostrade.
Le porti girevoli fra Stato e società dei Benetton sono così numerose da essere difficili da contare. I buoni rapporti con la politica, la predilezione per boiardi di Stato ed ex politici, portatori di ottime entrature romane e ricompensati con ruoli nel gruppo, è stata una policy consolidata. Non è un caso se Di Pietro, che ai pm del Ponte Morandi ha consegnato un copioso memoriale, ha suggerito un po’ maliziosamente ai magistrati di andare a frugare nei finanziamenti elettorali erogati dal gruppo Autostrade ai partiti nel 2008, anno del famigerato “decreto salva-autostrade”, definito dall’ex toga di Mani Pulite la legge del “pedaggio-selvaggio”. Una manina “ben informata” (il virgolettato è sempre dipietrese) fece scivolare in un decreto che trattava tutt’altro la convenzione con Aspi, e con essa, la clausola capestro che blindava qualsiasi possibilità futura di revoca della concessione: anche in caso di colpa grave di Autostrade, lo Stato avrebbe dovuto ripagarle tutti i profitti mancati. Una norma che Cozzi, nella stessa intervista, liquida come “una mostruosità, contraria alle norme generali”.
Potrebbe non stupire, allora, rilevare che quella convenzione, come altre condizioni che regolavano i rapporti contrattuali tra Stato e concessionaria, sia stata secretata. E che i parlamentari l’abbiano votata senza poterla leggere. C’è da dire anche che, sebbene nessuno rivendichi più la paternità di quelle decisioni, le competenze allo Stato non mancavano. Due ministri che hanno trattato quella convenzione, per dire, hanno condiviso uno stesso capo di gabinetto: l’espertissimo ex magistrato Vincenzo Fortunato, che ha seguito l’iter della convenzione prima con Di Pietro al Mit, e poi con Tremonti all’Economia, dicastero da cui è partito l’emendamento salva-autostrade. Nel 2021 Fortunato ha avuto qualche guaio giudiziario nella sua nuova veste di avvocato e consulente delle concessionarie: secondo la Finanza aveva messo in piedi una società di consulenza intestata a prestanome, che fatturava prestazioni inesistenti per clienti in rapporti con i ministeri dell’Economia (Lottomatica) e delle Infrastrutture (Strada dei parchi). Ma questa è un’altra storia.
Ritornando al Morandi, stupisce, insieme a tante altre cose, l’assenza totale dello Stato. I pm di Genova, sbigottiti di fronte al fatto che gli enti di sorveglianza del Mit non avevano mai visto (né richiesto) un solo rapporto sulla sicurezza del ponte più a rischio d’Italia, hanno provato a chiedere conto di questo fallimento totale a Graziano Delrio e a Maurizio Lupi. I loro verbali di testimonianza, pieni di “non sapevo” e “non ricordo”, li fanno sembrare quasi dei passanti, più che ex ministri delle Infrastrutture. Ancora una volta, anche in questo siamo pienamente del genere delle storie italiane, c’è stato bisogno della magistratura per scoprire l’acqua calda: “Lo Stato in teoria doveva sorvegliare, ma nei fatti le sue funzioni sono state svuotate – dice ancora Cozzi – organici scarsi, funzionari mal pagati e senza strumenti. Il gestore ha fatto il bello e il cattivo tempo”. Quanto alla gestione delle società dei Benetton, sentenzia il magistrato, “più che fallimentare è stata disastrosa, se non tragica”. Eppure, sono ancora riusciti a guadagnarci.

Inchiesta di Repubblica su Giorgia

 

Se avete tempo e voglia, questa è l'inchiesta di oggi di Repubblica su Giorgia. 

Prima parte. 

Buona lettura! 




Le origini, gli anni di Colle Oppio, la “calimera” diventata ministra Gli uomini della fiamma, gli stessi da 30 anni, le anime nere, gli impresentabili Chi è e cosa porta con sé in dote Giorgia Meloni, la leader che sogna da premier


Inchiesta su M.


COSÌ HA INIZIO LA STORIA


Il suo nome è M. È donna. È madre, ma soprattutto è madrina della vecchia destra, truccata di nuovo. È veterocattolica, più che cristiana. Se vincerà lei, se Giorgia Meloni sarà davvero la prima donna a varcare la soglia di Palazzo Chigi, forse non avremo i fascisti al governo. Forse. Ma qualcosa che somiglierà molto alla Le Pen all’Eliseo, una voce che accenderà ancor più le piazze di Vox, un’ideologia che darà del tu al dispotismo antidemocratico di Viktor Orban.

Patriota anziché camerata. Il suo pensiero forte contro il pensiero aperto. La difesa dei confini prima della difesa dei diritti civili, della tutela degli ultimi, dei migranti, delle minoranze, degli omosessuali. Vivremmo il paradosso della svolta più innovativa - una donna premier, appunto - combinata con la più precipitosa retromarcia del Paese al cospetto della modernità.

All’anagrafe Giorgia Meloni non ha nulla a che fare col fascismo del Ventennio. Ma il dato anagrafico non risolve il problema politico. Nata oltre trent’anni dopo. Non è nemmeno neofascista, nel senso storico del termine. Ma il suo partito, i suoi uomini al comando, la sua cerchia più stretta sono intrisi di quell’ideologia. La fiamma non arde solo sul simbolo, irreversibilmente a quanto pare, ma anche nelle storie personali di ciascuno di loro. La ragazzina tosta della Garbatella è diventata espressione di un’estrema destra occidentale. Il comizio di Marbella dal palco di Vox è stato il manifesto politico di quell’accrocchio di valori dal sapore secolare che infiamma le piazze e spaventa le cancellerie di mezza Europa. Con buona pace della presidenza del partito dei Conservatori europei.

Ha abiurato il fascismo, l’altro giorno ha attinto a Gianfranco Fini senza mai citarlo. Lo ha fatto perché non poteva non farlo, raccontano in queste ore i suoi uomini. E lo ha fatto nell’ultimo momento utile disponibile. Ma nelle stesse ore di quel 10 agosto in cui pronunciava parole di condanna in spagnolo, francese e inglese (ma non italiano), bocciava la candidatura alla Regione Siciliana di Stefania Prestigiacomo, Forza Italia, “rea” di essere salita sulla Sea Watch che aveva salvato centinaia di migranti dalle acque del Mediterraneo e tenute al largo dall’allora ministro dell’Interno Salvini. Perché salvare vite umane sì, ma se di colore forse valgono meno.

Del resto, se la destra di Giorgia Meloni scalerà i gradini più alti del governo del Paese, a farle da ombrello sarà un simbolo che porta ancora impressa la fiamma. La stessa che arde sulla tomba di Benito Mussolini. Perché come certi valori, Dio, patria, famiglia, anche la fiamma delle origini resta inestinguibile per quel mondo.

“Inchiesta su M.” È un viaggio in tre puntate che il nostro quotidiano inizia oggi. Frutto di un lavoro d’inchiesta senza precedenti sulla fondatrice di Fratelli d’Italia. Abbiamo scandagliato le sue origini, la sua costellazione, le sue amicizie, le sue frequentazioni, la sua classe dirigente, i suoi contatti internazionali, i suoi progetti, le sue strategie. Vi hanno lavorato per giorni dieci tra le più qualificate firme di “Repubblica”. Perché a pochi giorni dal voto i nostri lettori e gli italiani abbiano tutti gli strumenti utili per conoscere, capire e ponderare una scelta - quella del 25 settembre - che segnerà uno spartiacque per il futuro di questo Paese.

Quando Giorgia Meloni aveva due anni suo padre, Franco, salpò per le Canarie a bordo di una barca battezzata Cavallo pazzo e non tornò più. All’epoca vivevano alla Camilluccia. E’ una zona residenziale a nord di Roma: villette inaccessibili, residence nascosti dietro le siepi, giardini lussureggianti. Ci vivono nascosti attori, politici, imprenditori. Franco Meloni mollò la professione di commercialista e si lasciò alle spalle anche la famiglia. Giorgia, sua sorella Arianna, e la madre, Anna, si ritrovarono in un mondo diventato improvvisamente ostile. La mamma si vide costretta a fare molti lavori per sbarcare il lunario. L’anno dopo, un giorno del 1981, l’abitazione nella quale vivevano andò a fuoco per una candela che Giorgia e Arianna avevano lasciata accesa nella loro stanzetta. Senza casa e senza padre, la tempesta perfetta. La madre acquistò un piccolo appartamento alla Garbatella, dove vivevano i nonni materni e provò a ripartire daccapo. Giorgia Meloni si ritrovò così dall’altra parte della città, a Roma Sud, in un rione popolare, molto diverso dalla Camilluccia. La Garbatella, insieme a Testaccio, è uno dei grandi cuori della romanità, case rosse e gialle appena fuori le mure aureliane, vi hanno girato I Cesaroni e Nanni Moretti vi scorrazzava in Vespa durante Caro diario. È questo un inizio alla Dickens che la leader di Fratelli d’Italia ha raccontato molte volte. Insieme al fatto che da piccola fosse obesa, pesava 65 chili a nove anni, e perciò bullizzata. “A cicciona! Te nun poi giocà!” le dicevano. Figlia di gente separata, un padre lontano, la famiglia in rovina, figlia di un Dio minore che trova nella politica il riscatto e la terra promessa. Giorgia Meloni probabilmente scelse la destra per spirito di rivalsa, per voglia di contraddizione: il padre era comunista, la madre guardava a destra, Giorgia scelse la madre. Dopo le stragi di Capaci e di via Amelio bussò alle porte blindate del Fronte della Gioventù, l’associazione giovanile del Movimento sociale italiano. Era il 1992. Meloni aveva 15 anni e frequentava il linguistico Amerigo Vespucci.


Il branco e i suoi nomignoli


«Molti di quelli – ha raccontato in Io sono Giorgia (Rizzoli) – che abbracciavano la militanza politica arrivavano da situazioni familiari particolari: tanti avevano genitori separati o magri vivevano in contesti con qualche problema. I ragazzi che più si dedicavano all’impegno politico cercavano dei riferimenti, una loro dimensione, volevano appartenere a qualcosa».

Giorgia Meloni adesso ha 45 anni. È entrata in Parlamento a 29 anni, subito designata vicepresidente della Camera dal suo mentore Gianfranco Fini, poi ripudiato. La più giovane a ricoprire quel ruolo. Due anni dopo era già ministra, ai giovani. Ebbe perciò un’enorme attenzione mediatica. E molta stima, anche a sinistra. Sembrava l’alfiera di un nuovo corso a destra, finalmente privato di ogni venatura fascista. Un moderno partito conservatore. Anni dopo, fondando Fratelli d’Italia, ha gettato a mare quella prospettiva, tornado al Movimento sociale. Il 25 settembre 2022 rischia concretamente di vincere le elezioni politiche e di accreditarsi perciò come la prima donna premier d’Italia. Ma da dove viene esattamente?

Quando nasce, il 15 gennaio 1977, Roma è percorsa dalla violenza politica. È un anno terribile che farà esplodere di lì a poco il terrorismo in tutta la sua forza distruttiva. Scontri di piazza, università occupate, Luciana Lama contestato alla Sapienza. Il 12 marzo, al termine di una gigantesca manifestazione, gli autonomi assaltano le armerie e Il Popolo, il giornale della Dc. Due mesi dopo muore, uccisa da mano ignota, una studentessa, Giorgiana Masi: quel giorno il ministro dell’Interno Francesco Cossiga aveva sguinzagliato molti agenti armati travestiti da manifestanti. A settembre, alla Balduina, i fascisti ammazzano un militante di Lotta Continua Walter Rossi, vent’anni.

La mamma di Giorgia, Anna, ha ventitré anni e una figlia, Arianna, quando rimane incinta di Giorgia. La relazione con Franco è già in crisi. Vengono da ambiti diversi, borghese quello di Franco, classe impiegatizia per Anna, che ha avuto un’educazione rigida; quell’uomo gli era apparso una via di fuga. E’ incerta se tenere la figlia. Decide di abortire, si sottopone a tutti gli esami, ma all’ultimo momento ci ripensa, la terrà. Nasce Giorgia. Il padre non le andrà a prendere all’ospedale.

La madre fa molti lavori, anche scrivere romanzi rosa: ne ha scritti centocinquanta. Giorgia trascorre molto tempo coi nonni, Gianni, siciliano di Messina, e Maria, romana della Garbatella. Vivono in un bilocale di 45 metri quadri in un palazzo a ridosso alla Regione Lazio. E’ un appartamento spartano, privo di un divano. E con un unico tavolo, dove far i compiti, mangiare, appoggiare i gomiti per guardare la tv. Giorgia ed Arianna spesso si fermano a dormire, quando la madre esce la sera con le amiche. Giorgia e Arianna dormono su un mobile-letto, «una da capo e una da piedi», situato nel corridoio.

Anche questo episodio l’ha raccontato spesso, nella rivendicazione di essere una figlia del popolo.

L’altra narrazione è quella di essere stata una bambina introversa, dal carattere diffi cile. «Sono sempre stata sulla difensiva», dirà.

La famiglia naturale fondata sul matrimonio è uno dei cavalli di battaglia di Giorgia Meloni, cresciuta in una di separati. Ripete che la sua è stata un’infanzia felice, che l’amore non le è mancato. «Sono testimone di come, anche in una famiglia nella quale una delle due figure genitoriali viene meno, si possa crescere perfettamente felici, grazie al sacrificio di chi si sobbarca questa responsabilità. In famiglia avevo quello che mi serviva. Era al di fuori della cerchia familiare che non trovavo la stessa comprensione

A 11 anni Giorgia Meloni decide di non voler vedere più suo padre, che nel frattempo ha girato il mondo in barca a vela, per poi aprire un ristorante a San Sebastian, la più piccola delle isole della Canarie. L’ultima volta che lei andò in vacanza da lui non si fece trovare; le sorelle Meloni trascorsero le ferie con la compagna del padre. «Il bisogno costante di essere all’altezza, di essere accettata soprattutto in un ambiente maschile, oltre al terrore di deludere chi crede in me, vengono probabilmente dalla mancanza di amore che ci ha riservato nostra padre», scrive nella sua biografia.

Quando divenne ministro, nel 2008, la prima telefonata fu per la mamma. Molti le chiesero se era diventata di destra per reazione al padre. Giorgia Meloni negò Il Fronte della Gioventù, racconta, era «un mondo minoritario, costretto a difendersi». È un partito maschilista, di rigida gerarchia, pieno di reduci della Rsi, la Repubblica di Salò. In quel momento il segretario è un deputato bolognese, Gianfranco Fini, divenuto missino dopo che alcuni manifestanti di sinistra volevano impedirgli la visione di “Berretti verdi” al cinema. «Sarà la mia seconda famiglia», dirà Giorgia Meloni.

Meloni ascolta Guccini, corre in sala a vedere Braveheart, fa la babysitter a casa della compagna di Fiorello, la guardarobiera, l’ambulante a Porta Portese, la barman al Piper, i suoi amici il sabato passeggiano in via del Corso e lei va in sezione, alla manifestazione, «una dimensione totalizzante, perché quando hai l’ambizione di cambiare il mondo non c’è spazio per altro, quando c’è una nazione da salvare, lasciarti andare ai tuoi personali desideri diventa una capriccio imperdonabile».

Suo padre è morto qualche anno fa. «La cosa mi ha lasciato indifferente. Ho capito allora quanto fosse profondo il buco nero in cui avevo sepolto il dolore di non essere stata amata abbastanza».

Il concetto di famiglia, pure segnato da un’infanzia senza padre, torna però prepotentemente nella formazione politica di Giorgia Meloni. La cui traiettoria ha un aspetto facilmente riconoscibile: oggi come ai tempi dell’inizio della sua militanza nella Destra romana, la leader ha al fianco lo stesso gruppo di uomini e donne. Troppo semplice derubricare il tutto alla voce “cerchio magico”. E’ una galleria di personaggi uniti dalla fede politica e da uno spirito di comunità che porta ancora oggi Meloni a chiamare ciascuno dei protagonisti con un nickname, un nomignolo. Un nome di battaglia. A partire dal “Lungo”, al secolo Marco Marsilio, il primo oratore in cui si imbatte quando arriva alla sezione della Garbatella, ad appena 15 anni, per iscriversi al Fronte della Gioventù. Oggi Marsilio è il governatore dell’Abruzzo ed è uno dei tanti dirigenti di Fdi che vengono da quella storia di militanza. A curare i dettagli burocratici dell’iscrizione, quel giorno, è Andrea De Priamo, detto “Peo”, poi diventato consigliere comunale e capogruppo di Fratelli d’Italia in Campidoglio. Da quell’incontro, di cui De Priamo racconterà il dettaglio di una giovanissima avventrice in tuta rosa (ma il particolare è sempre stato smentito dall’interessata), inizia un camminopolitico che Meloni racconta con i toni della missione, lunghi dibattiti e volantinaggio, fino all’approdo alla sezione di Colle Oppio e l’impatto con il responsabile di quella storica enclave della Destra romana, ovvero Fabio Rampelli, il vero primo mentore dell’attuale candidata alla presidenza del Consiglio. È Rampelli, carismatico capo dei “gabbiani”, a sostenere l’ascesa di Giorgia Meloni, prima candidandola a soli 21 anni al consiglio provinciale, e poi appoggiandola nelle successive fulminee tappe della scalata. La più importante, certamente, la nomination al congresso di Azione Giovani, a Viterbo nel 2004.

È lo scalino che porterà la pasionaria della Garbatella su una ribalta nazionale: Meloni sconfigge Carlo Fidanza e diventa responsabile del movimento giovanile, ma soprattutto amplia e consolida una squadra che comprenderà amici e nemici di quell’avventura. Fidanza, per esempio, oggi è un eurodeputato di Fdi, immortalato l’anno scorso mentre faceva il saluto romano e inneggiava a Hitler durante un appuntamento elettorale e finito nell’inchiesta sulla lobby nera che lo vede indagato con altri per finanziamento illecito al partito e riciclaggio. “Carlo? Uno dei pochi capaci di studiare quanto me”, disse Meloni di Fidanza prima dell’inchiesta che si abbatté su Fdi alla vigilia delle Comunali del 2021. Legami politici e affettivi si consolidano in quel periodo: Francesco Lollobrigida, detto “Lollo”, oggi capogruppo alla Camera di Fdi, si sposerà con Arianna Meloni, la sorella di Giorgia che fra i suoi diversi incarichi ne avrà anche uno nella segreteria di Rampelli. Mentre la leader, in quel periodo, avrà già fatto conoscenza con Marco Scurria, detto “il noto”, uno dei capi del movimento Fare fronte, cognato dello stesso Rampelli e futuro eurodeputato cui il par tito affiderà la guida della Foundation pour l’Europe des Nations, uno dei ponti europei di Fdi, costruito (anche) con lo scopo di accedere ai finanziamenti di Bruxelles.

La banda Meloni attraversa il mare dei fortunati anni ’90. Sempre con lo stesso spirito, che è poi quello di Atreju, presenze a largo raggio, goliardate che mettono in imbarazzo i big (a D’Alema fu fatta firmare una petizione per intitolare un parco all’unica, inesistente, vittima del Muro di Berlino) ma anche inviti, diciamo così, più impegnativi: da Steve Bannon, l’ideologo trumpiano ospitato nel 2018 e poi arrestato per frode e per reticenze nei confronti dell’assalto a Capitol Hill, a Viktor Orban, uno dei riferimenti della Destra sovranista che nel 2019 fu osannato dalla platea che gli dedicò le strofe di “Avanti ragazzi di Buda”. È in quel clima che Giorgia e i suoi accoliti si fanno avanti. All’ombra della crescita di An e delle lotte di potere che già infuriavano attorno a Gianfranco Fini. Emblematica la conversazione in un bar di Roma, datata 15 luglio 2005, in cui tre colonnelli finiani, Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri e Altero Matteoli, si lasciano andare in giudizi poco lusinghieri nei confronti dell’allora presidente del partito: «È malato, non vedete come è dimagrito, gli tremano le mani, non possiamo fargli fare la trattativa sul partito unico». Fini minaccerà provvedimenti durissimi, i tre dirigenti scriveranno una lettera di scuse. In quella Alleanza Nazionale c’è una triade di parlamentari che fa il bello e il cattivo tempo a Roma: Gianni Alemanno, Fabio Rampelli, Andrea Augello. Fra pressioni e veti incrociati, Fini nel 2006 decide di premiare Meloni, proprio per spegnere la contesa dei maggiorenti del partito. Le propone la vicepresidenza della Camera. E due anni dopo, quando il centrodestra tornerà al governo con Berlusconi, ecco la nuova chiamata del leader e il primo incarico ministeriale. Delega alle politiche giovanili, denominazione cambiata in “Gioventù”, che a detta di alcuni osservatori maliziosi, rimandava direttamente al linguaggio del Ventennio.

Da Calimera a ministra

Negli anni del ministero, in realtà, Giorgia Meloni si distingue per vivacità e capacità di spendere fondi pubblici, e da “Calimera” (eccolo, il suo nickname), si trasforma in donna delle istituzioni molto determinata. Fin troppo. Con Fini, ad esempio, l’idillio finisce presto. Il tempo che il presidente di An decida prima di appoggiare la nascita del Pdl. «Non esiste alcuna possibilità che An si sciolga e confluisca nel partito di Berlusconi», aveva detto Fini nel racconto che fa Meloni nel suo libro. «Due mesi dopo eravamo nel Pdl», annota l’attuale capa della Destra. Che poi romperà del tutto dopo la scelta di Fini di salutare Berlusconi e fondare Futuro e libertà: «Ancora oggi non so spiegarmi le scelte di Gianfranco Fini. Non mi capacito di come l’uomo che aveva dedicato una vita a far crescere la destra in Italia, che l’aveva tirata fuori dai margini dell’arco costituzionale per farne una forza di governo, abbia fatto tutto ciò che poteva per distruggere quel patrimonio». Chi ha vissuto l’esperienza di Futuro e libertà, in realtà, ne dà oggi una lettura diversa: «È facile adesso prendersela sempre con Fini – dice l’ex parlamentare Fabio Granata - additarlo in ogni occasione come traditore. Io ricordo quando andammo nel Pdl e vi assicuro che la stragrande maggioranza dei dirigenti di An era favorevole, con l’eccezione di Roberto Menia e Mirko Tremaglia. Detto ciò, io credo che oggi Meloni abbia l’occasione di fermare la diaspora dei finiani e di altri pezzi della tradizione di Destra, di riprendere il dialogo anche con l’ex presidente della Camera che si tiene fuori da tutto, con molto

rispetto, finché non si definirà la sua vicenda giudiziaria».

Nasce “Fratelli” di Giorgia

L’ultimo governo Berlusconi è anche quello del terremoto a destra, degli ex An rimasti senza casa, del tentativo di ripartire da zero. Meloni è l’unica, per energia e capacità di costruire consenso (e di mettere la faccia anche sopra le contraddizioni del passato), a poterlo guidare, con al fianco due parlamentari più esperti, seppur di estrazione diversa, come Ignazio La Russa e Guido Crosetto. Le foto della presentazione di Fratelli d’Italia alla Galleria Sordi – con Meloni nelle braccia del gigante Crosetto - sembrano incorniciare solo l’ennesima frammentazione di una Destra inquieta. Il resto, invece, è la storia di una scalata lenta ma costante: dall’1,96 per cento al debutto nelle Politiche 2013 al 4,35 di cinque anni dopo, con la brusca accelerazione recente figlia dell’opposizione solitaria al governo Draghi. Oggi Fdi, secondo i sondaggi, viaggia attorno al 24 per cento. Gli anni del consolidamento elettorale in nome di alcune keyword care alla Destra riassunte in uno slogan diventato jingle – «sono una donna, sono una madre, sono cristiana» – e di una struttura decisionale imperniata sempre più sull’asse fra Meloni e Lollobrigida, a scapito anche del vecchio maestro Rampelli, cui l’anno scorso è stata negata la candidatura a sindaco di Roma.


La Draghetta e la Tartaruga


I malumori, in un partito con una forte disciplina interna (e con la prospettiva di arrivare presto al potere), sono rimasti sopiti.

Quindi una ricollocazione internazionale in nome di un atlantismo che nel vocabolario meloniano ha preso sempre più il posto dell’idea di un’Europa dei popoli. E una tenace lotta contro le accuse di nostalgie neofasciste, figlie anche di contestate alleanze continentali come quella con i neofranchisti di Vox. Fino all’ultima svolta, l’abiura di una tradizione opaca affidata a un video per la stampa estera: «La destra italiana ha consegnato il fascismo alla storia da decenni, ormai, condannando senza ambiguità l’aggressione alla democrazia e le infami leggi contro gli ebrei». Ora l’ultima scommessa è sulla qualità di questa classe dirigente immutata che proviene direttamente dalla vita di sezione: «Da un lato – spiega Umberto Croppi, ex assessore alla Cultura della giunta Alemanno ed esponente storico della Destra capitolina – Meloni ha costruito una squadra compatta che ha rappresentato un valore aggiunto per il suo partito. Fdi è l’unico partito che, invece di dimezzare i suoi parlamentari, li triplicherà nella prossima legislatura. Se riuscirà ad aprire le liste all’esterno, anche ad energie nuove, non potrà che ricavarne beneficio».

Nella sua graduale operazione di restyling e maquillage Giorgia Meloni ha dunque recentemente segnalato che «la destra ha consegnato il fascismo alla storia». Se ne prende atto. Dopodiché la storia, la sua, e, soprattutto, la formazione politica della leader di FdI, raccontano un percorso dove la militanza ha seguito anche strade contigue a quelle dell’ultradestra e ai mondi del neofascismo. Soprattutto romano. Sono dei binari paralleli la cui distanza si è accorciata e si è allungata a seconda delle stagioni, dei temi, delle battaglie. Del ruolo e degli incarichi assunti da Meloni, ovviamente. E anche dei rapporti personali coi i camerati. Alcuni dei quali, risalenti agli anni della gioventù, sono stati poi congelati o addirittura dissimulati da “lady Giorgia”. Per motivi di opportunità. Ma di quei rapporti restano tracce, dichiarazioni, video, fotografie.

Una vicenda, nel filo di questo racconto sugli “esordi”, è interessante. Se è noto che agli albori di Internet la candidata del centrodestra a palazzo Chigi era attivissima, oltre che nelle piazze con Azione giovani, anche in rete dove, con il nickname “Khy-ri” - la “dragetta di Undernet Italia” - passava ore a chattare anche di notte, parlando di draghi, letteratura fantasy e musica irlandese, meno conosciuta è stata la collaborazione – da lei mai raccontata, anzi – con un politico diventato leader di un movimento (prima era un partito) neofascista: CasaPound. Lui è Simone Di Stefano, che dei “fascisti del terzo millennio” è stato guida fino a febbraio 2022. La “militanza insieme” Meloni-Di Stefano a un certo punto si interrompe. Nel 2003 Di Stefano fonda CasaPound con Gianlcuca Jannone e ne diventerà presto il front-man. La “dimenticanza” sul fascista Di Stefano non è stata né la prima né l’ultima volta che Meloni ha provato a sorvolare o addirittura a prendere le distanze da personaggi del neofascismo italiano. Che ha conosciuto e politicamente frequentato. Dal ras pluripregiudicato di Forza Nuova Giuliano Castellino all’impresentabile “barone nero” dell’estrema destra milanese (“Fare Fronte”) Roberto Jonghi Lavarini.

Fantasmi e cartoline di un passato che fatica a passare. «Ho un rapporto sereno con il fascismo. È un passaggio della nostra storia nazionale», disse Meloni nel 2006, sua prima intervista da vicepresidente della Camera, aggiungendo: «Mussolini è un personaggio che va contestualizzato ». La “serenità” di Meloni rispetto al fascismo è da anni oggetto di dibattito. Sono invece agli atti – perché documentati (Repubblica ne ha dato conto recentemente, ndr) – i profili, le storie, i percorsi politici di alcuni volti del gruppo dirigente di FdI. Percorsi tinti di nero. Tra i sedicenti “patrioti” spiccano figure – alcune vicinissime alla leader Meloni – i cui curricula parlano.

Dai “gabbiani” agli ospiti di CasaPound

“Beautiful”, “Lollo”, “il Capo”, “Delma”, “Checco”, “Au”. Sono i soprannomi – ancora in vita o dismessi – di alcuni dei dirigenti di FdI più vicini a Giorgia Meloni. Politici che hanno condiviso pezzi di strada del “nostro pezzo di storia” – per dirla con Giorgia Meloni nella sua uscita in difesa del simbolo della fiamma nel logo del partito. Politici i cui nomi sono stati accostati – con nomi, luoghi, date, circostanze precise – a fatti e eventi dove sullo sfondo c’è il richiamo al fascismo o l’adesione a forme e modalità neofasciste. “Lollo” (da giovane “Beautiful”), Francesco Lollobrigida, capogruppo alla Camera di FdI e cognato di Giorgia Meloni. La prossimità con la capa del partito non è solo parentale. Lollobrigida l’11 agosto 2012 – da assessore alla Mobilità della Regione Lazio - inaugura ad Affile, nella valle dell’Aniene, un mausoleo dedicato al gerarca fascista Rodolfo Graziani, detto “il macellaio di Etiopia”, collaborazionista dei nazisti (condannato a 19 anni di carcere) e inserito dall’Onu nella lista dei criminali di guerra. Lo ha voluto “Lollo” quel monumento: lui ha ottenuto dalla Regione i 127mila euro necessari per costruirlo (quando nel 2009 era consigliere regionale). Un altro “patriota” che ha mire alte è Fabio Rampelli, padrino politico di Meloni. L’uomo che ha schiuso le porte della politica istituzionale a quella «ragazzetta tanto decisa e determinata quanto dolce nei modi di fare». Per il “Capo”, in caso di vittoria del centrodestra a guida FdI, potrebbe uscire dalla roulette un incarico da ministro.

Altro big in ascesa è Francesco “Checco” Acquaroli, governatore delle Marche, anche lui vicino a “Giorgia”. Nel 2019 partecipa a Acquasanta Terme (Ascoli) a una cena commemorativa della marcia su Roma, ovvero l’inizio del fascismo. La serata è organizzata dai vertici locali di FdI. Imbarazzo? Dura poco: viene eletto ed è presidente di Regione. Del mazzo dei fedelissimi fanno parte altri nomi, noti e meno noti. Carlo Fidanza, l’eurodeputato (indagato in due procedimenti) del saluto fascista e dell’“Heil Hitler” nell’inchiesta sulla “lobby nera”, vicino ad ambienti di estrema destra. Il responsabile Giustizia del partito, Andrea Delmastro, biellese. Il 7 settembre 2019 è sul palco della festa di CasaPound a Verona. Nel ’92, da militante del Fdg, invita a Biella lo storico negazionista David Irving, che difende Hitler e sostiene che i campi di sterminio sono un’invenzione. Sono i ragazzi della “generazione M”: stessa età, stessa formazione di Meloni.

Gli impresentabili

«Se vi trovano con le mani nella marmellata, ve le taglio!». Un fedele collaboratore di Giorgia Meloni racconta che c’è un fantasma che agita più degli altri le giornate della leader di Fratelli d’Italia in questa campagna elettorale: la possibilità che qualcuno dei suo inner circle inciampi in infortuni giudiziari tali da compromettere il partito re dei sondaggi. I precedenti “di area”, per così dire, non sono di conforto. Salito al Campidoglio, Gianni Alemanno si è fatto travolgere da quel sistema della “terra di mezzo” che, se mafia non era, certo era un sistema criminale corruttivo. L’allora sindaco di Roma è stato poi condannato a un anno e dieci mesi per traffico di influenze illecite e finanziamento illecito. Ci sono soprattutto i segnali che arrivano dal territorio, a impensierire la leader. Dirigenti di Fdi sono coinvolti in inchieste, alcune assai delicate, che ipotizzano reati dal riciclaggio al finanziamento illecito fino alla bancarotta e alla corruzione. A Milano l’indagine del pm Paolo Storari sulla Fiera sta creando non pochi imbarazzi all’ala milanese di Fdi. Il centro dell’inchiesta è un vecchio uomo di destra, Massimo Hallecker. Fino al 2021 era stato responsabile degli appalti per Fiera Milano. L’indagine nasce proprio da una denuncia nei confronti di Hallecker da parte dei suoi datori di lavoro, che lo hanno licenziato perché sospettavano che incassasse tangenti sugli appalti che bandiva. L’allarme aveva una certa consistenza: secondo la procura di Milano, infatti, Hallecker ha preso soldi per almeno due appalti. Affidati, seppur non direttamente, a due amici, Franco Riceputi e Mimmo Seidita. Chi sono? Il primo è un dirigente di Fratelli d’Italia, il secondo è un importante sostenitore del partito. Hallecker, Seidita e Riceputi non sono tre amici al bar. Sono imprenditori molto introdotti. Seidita, si diceva, è stato capogruppo di Fratelli d’Italia a Cologno Monzese, nelle cui liste era stato candidato anche Hallecker senza fortuna. Socio in affari di Seidita e Riceputi è l’onorevole Marco Osnato, deputato meloniano che ha sposato la figlia del fratello di Ignazio Larussa. Osnato condivide con i due imprenditori delle quote in quattro società, dal profilo più disparato: dall’amministrazione di condominio alle mense, passando per le consulenze informatiche. A stare alle indagini della Guardia di Finanza, come socio occulto figura anche Hallecker. Due di quelle ditte vengono chiuse di corsa qualche giorno prima delle perquisizioni disposte dalla procura. Osnato giura di non conoscere Hallecker. La sua ricandidatura alla Camera è data per certa.

Terracina e il “modello” di governo

Se Milano, però, è lontana dall’universo di Giorgia Meloni, vicinissima è Terracina, provincia di Latina, sul tratto di costa storicamente amministrato dalla destra che la leader aveva improvvidamente eletto a «modello di buon governo». E invece, no, l’esempio non potrà essere utilizzatoin questa campagna elettorale. La sindaca di Terracina Roberta Tintari è stata arrestata a fine luglio (dopo le dimissioni dall’ufficio, è stata scarcerata dal Tribunale del Riesame) perché ritenuta il terminale di un “sistema” che nel corso degli anni ha elargito in via illecita concessioni demaniali e appalti pubblici in cambio di sostegno elettorale, per l’amministrazione e per il loro partito portante. La procura parla di “sistema” perché ritiene Tintari parte di un gruppo di cui faceva parte il vicensindaco Pierpaolo Marcuzzi (per il quale la procura si prepara a chiedere il giudizio per falso, tentata truffa, turbativa d’asta), l’ex presidente del consiglio comunale Gianni Percoco e, soprattutto, l’europarlamentare Nicola Procaccini, uomo di strettissima fiducia di Meloni e ora sotto inchiesta per turbativa d’asta e induzione indebita a dare e promettere utilità. A inguaiare Procaccini è un’intercettazione ambientale del 25 ottobre del 2019 nella quale un uomo e la sindaca Tintari parlano di un camping che sta particolarmente a cuore a Procaccini, preoccupato che una cooperativa di bagnini possa perdere il lavoro, dopo l’arrivo nel capitale del camping di imprenditori romani. Si racconta di un pranzo in cui tutto si sarebbe sistemato. Perché Procaccini si interessi tanto al camping non è ancora chiaro. L’europarlamentare respinge le contestazioni. Compresa quella che mette a verbale Gianfranco Sciscione, ex presidente del consiglio comunale e poi candidato alle ultime elezioni contro FdI. «C’erano due bustarelle: una contenente 50mila euro era per il signor Marcuzzi e un’altra con 40mila euro che invece aveva consegnato ad una persona ben vestita che avrebbe dovuto farla recapitare al signor Nicola Procaccini». Un giro di presunte mazzette che Sciscione non è stato in grado di circostanziare meglio, e che, al momento,non è stato riscontrato dagli investigatori.

Le altre pecore nere

Procaccini non è l’unico parlamentare indagato di Fratelli d’Italia. Tommaso Foti, onorevole di Piacenza, è sotto indagine per corruzione e traffico di influenze illecite. Indagato per autoriciclaggio è anche il deputato lucano Salvatore Caiata, vulcanico imprenditore eletto con i grillini e poi passato a Fdi, di cui ha ricoperto l’incarico di segretario regionale (si è dimesso dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia). È stato cacciato immediatamente dal partito, appena si è avuta notizia del suo arresto, il geometra Francesco Lombardo, candidato al consiglio comunale di Palermo. L’ultimo dei politici a scendere a patto con i padrini. A incastrarlo, un’intercettazione che non lascia spazio a dubbi, registrata dalla squadra mobile il 28 maggio scorso quando Lombardo si presenta davanti al chiosco di frutta e verdura di Vincenzo Vella, mafioso condannato tre volte e libero soltanto grazie a un cavillo.

Il consigliere regionale di Fdi Domenico Creazzo non ha fatto in tempo a partecipare al primo Consiglio della legislatura calabrese dopo le elezioni del gennaio 2020 che l’hanno arrestato. La Dda di Reggio Calabria lo accusa di voto di scambio. Non è una prima volta, per il partito di Meloni. Sei mesi prima era finito agli arresti anche Alessandro Nicolò, già berlusconiano, diventato l’uomo forte di Fdi a Reggio tanto da essere indicato come capogruppo alla Regione. Le accuse che lo hanno travolto vanno dall’associazione mafiosa alla tentata corruzione. Una situazione imbarazzante che aveva costretto Meloni a inviare in Calabria, inutilmente, il “commissario Fdi” Edmondo Cirielli. Nicolò lo hanno scarcerato nel dicembre 2021, dopo 28 mesi di detenzione. In Piemonte a finire condannato è stato l’ex assessore Fdi (ed ex sottosegretario) Roberto Rosso, anch’egli come Nicolò con un passato in Forza Italia: 5 anni per voto di scambio politico-mafioso. I giudici hanno stabilito che durante la campagna elettorale per le Regionali 2019 Rosso ha dato soldi a due ndranghetisti nell’area di Carmagnola, tra Torino, Asti e Cuneo, per avere sostegno elettorale. Come nulla fosse, Giorgia è andata avanti. Il progetto non contempla fallimenti.


Daniela e il nero meloniano

 

Meloni, fascio-nostalgia e ipocrisia dei giornaloni
DI DANIELA RANIERI
Dopo aver quasi sconfitto Putin appoggiando senza se e senza ma la “Resistenza” ucraina, dedicando panegirici innamorati ai soldati del battaglione Azov (i pallidi eroi kantiani intervistati dal filosofo Bernard-Henri Lévy su Repubblica), a cui il governo Draghi ha spedito armi a volontà, il nostro establishment politico, finanziario e diciamo intellettuale è attualmente impegnato in un nuovo cimento: sventare il pericolo fascismo rappresentato dalla prevedibile vittoria di Giorgia Meloni. Vediamo se l’allarme è fondato. 
Studiando le cosiddette “Tesi di Trieste”, il manifesto ideologico e fondativo di Fratelli d’Italia, tanto tranquilli non si sta. È tutto un richiamo ai “patrioti” ad affermare i valori della “tradizione” e dell’“identità” contro “l’islamizzazione dell’Europa”; un tessuto di destra purissima è impunturato con citazioni dal Vangelo (“Ama il prossimo tuo come te stesso”, per giustificare il principio “Prima gli italiani”: mah), Napoleone, De Gaulle, Dostoevskij, la inevitabile Fallaci (aleggia il sospetto di un’insalata di cultura, stile festa di Atreju, per far vedere che non sono più i picchiatori di un tempo). Per FdiI “l’immigrazione non è un diritto, e la cittadinanza lo è ancora di meno”. Il profugo “è un clandestino fino a prova contraria” che deve essere detenuto nei Cie e di preferenza rimpatriato. Seguono: un elogio dell’anti-Illuminismo (il riferimento non è la Dialettica dell’illuminismo: sono pre-illuministi), il rifiuto della globalizzazione, la promessa di mantenere i contratti renziani a tutele crescenti e la cancellazione dell’art. 18, l’esaltazione del “Made in Italy” (sono liberisti e anglofoni, quando gli conviene) e l’insistenza sul “considerare lo sport un diritto-dovere di tutti i bambini e i giovani”, come ai tempi della buonanima. 

Nel suo video multilingue Meloni dice che “la destra italiana ha consegnato il fascismo alla Storia”, il che è ben diverso dal rinnegarlo o abiurarlo; pochi giorni prima ha esaltato il motto “Dio, Patria e Famiglia”, venduto come un elogio delle care cose di una volta, quando è un chiaro cenno ai proclami mussoliniani (il che non significa che lei sia mussoliniana, bensì che vuole tenersi stretta quella nicchia di nostalgici del ventennio che naturalmente votano per lei). Fermo restando l’orrore per ogni fascistume, specie quello lallatorio e analfabeta dei paraculi che fanno leva su nostalgie kitsch e paccottiglia di regime, gli allarmi lanciati dal Sistema mediatico – autonominatosi a difesa della democrazia – sono il trionfo dell’ipocrisia. E sì che in teoria ai nostri giornali lib-dem Meloni dovrebbe piacere, se non altro perché gli piace la stessa gente. Quegli stessi che adesso invitano a votare Pd (si può fermare il fascismo a mani nude votando Cottarelli!) o la coppia comica Calenda-Renzi (spacciati per “Terzo polo”, ma sono quarti) sono gli stessi che minimizzavano le svastiche sul petto dei membri di una milizia dell’esercito ucraino che stiamo allegramente foraggiando. Del resto chiamano col nome sbarazzino di “volontari” i mercenari arruolati in Ucraina, come fosse un Erasmus della guerra: non a caso un “volontario” vicino a CasaPound è entrato nella Brigata Internazionale, esaltata come riedizione della Resistenza italiana dai nostri commentatori atlantisti.
Ma cosa differenzia davvero i due (o tre) blocchi, tanto da giustificare il voto utile per i “riformisti” contro la destra? Sono tutti contro il Reddito di cittadinanza: per Renzi è “una vergogna”, per Meloni un “metadone” (nelle tesi arruola pure Cicerone contro “chi vive di pubblica assistenza”), il Pd votò contro; sono tutti sviluppisti, nuclearisti, pro-grandi opere; tutti se ne infischiano del dramma sociale rappresentato dai contratti precari e dai salari da fame (sussurrano di salario minimo, per non lasciare la battaglia a Conte dopo che hanno visto i sondaggi); sono per la deregulation, il Jobs Act e le privatizzazioni in tutti gli ambiti sociali, compresa la Sanità; sono per l’aumento delle spese militari e l’appoggio incondizionato alle guerre Nato-Usa. Sull’immigrazione, dobbiamo ricordare i metodi “sporchi” di Salvini e quelli “puliti” di Minniti volti a ottenere lo stesso scopo? Non sono quei rimpatri e quelle detenzioni nei lager libici uguali a quelli che metterebbe in atto Meloni sulla scorta delle sue tesi patriottiche? È un pericolo che la destra voglia cambiare la Costituzione, come ha fatto il centrosinistra nel 2001, come voleva fare Letta nel 2013 e come ha cercato di fare Renzi insieme a Verdini? Se questa guerra tra l’Agenda Draghi e la fiamma di FdI è solo una questione di simboli, e non di visione della società, i giornali dell’establishment possono giubilare: se Meloni si tatuasse una svastica sul petto, avrebbe molte più chance di piacere alle nostre élite, che dopo aver preso una sbandata per gli Azov spiegano al popolo come votare per il suo bene.

Travagliamente

 

La pagliuzza e le travi
di Marco Travaglio
Da due giorni i media non parlano d’altro che dell’ennesimo non-problema: B. annuncia il presidenzialismo (come fa dal 1994 e come facevano prima di lui il maestro Gelli, il compare Craxi e la pochette di quest’ultimo, Amato) e aggiunge che, se cambiano i poteri del capo dello Stato, Mattarella deve dimettersi. Ovvietà lapalissiana: perché mai, altrimenti, Umberto II di Savoia si dimise dopo la vittoria della Repubblica sulla Monarchia al referendum del 1946, anziché restare re a vita? Si può essere pro o contro il presidenzialismo (noi siamo ferocemente contro); ma nessuno può sostenere che, se sventuratamente fosse approvato, l’ultimo presidente della Repubblica parlamentare non dovrebbe cedere il passo al primo presidente della Repubblica presidenziale. Mattarella, da buon costituzionalista, lo sa: infatti tace e lascia straparlare i difensori d’ufficio, che lo trattano come un santino, una reliquia e scambiano un normale discorso politico per un golpe. “Errore drammatico”, tuona Letta: ma non perché B. vuole il presidenzialismo (che piace ad ampi settori del Pd, da Amato in giù, e non scandalizzò nessuno quando Giorgetti candidò Draghi al Colle per “guidare il convoglio”, cioè il governo, da lassù); bensì perché evoca le scontate dimissioni dell’inquilino del Quirinale.
Lo stesso giorno B. candida il collega imputato Schifani a presidente della Sicilia. Questo sì è un vero scandalo: infatti il Pd non fa un plissé. E così garantisce i consueti vantaggi indebiti a B. anche nell’ottava campagna elettorale: le tre tv incostituzionali, i conflitti d’interessi, la mancata attuazione della legge 361 del 1957 sull’ineleggibilità dei concessionari pubblici e il silenzio sulla condanna definitiva e le 9 prescrizioni, i 4 processi per corruzione, l’indagine per le stragi mafiose, i finanziamenti ventennali a Cosa Nostra. Letta e i media fingono scandalo per le pagliuzze, non potendo denunciare le travi che rimuovono da almeno 11 anni: da quando nel 2011 Pd e giornaloni benedissero il governo Monti con B., nel 2013 il governo Letta con B. e nel 2021 il governo Draghi con B. e Salvini. Nel 2012 Letta dichiarò che la sua bussola era l’Agenda Monti, ergo “preferisco che i voti vadano al Pdl (cioè a B. e Fini, ndr) piuttosto che disperdersi verso Grillo” e sognava un “campo largo da Casini a Vendola”, senza Di Pietro né tantomeno il M5S. Ora insegue l’Agenda Draghi: “Con FI abbiamo lavorato bene”. E a gennaio disse che B. non poteva andare al Colle non per la questione morale e penale, ma “perché è un leader di partito, dunque divisivo”. Poi capì di avere esagerato e si scusò: voleva dirgli bricconcello. Quando B. candiderà Messina Denaro, questi diranno che veste cheap.