Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 7 maggio 2022
L'Amaca
Prendetevi un minuto
La mafia vive finché Serve
LA RESTAURAZIONE - Dopo le stragi e la morte di Falcone e Borsellino, lo Stato, la politica e i cittadini vissero una stagione di rinascita che fu sopita da coloro che avevano ancora bisogno di Cosa Nostra
DI GIAN CARLO CASELLI
C’era una volta che della mafia si parlava solo per negarne l’esistenza. Due esempi illustri fra i tanti possibili: un cardinale e un magistrato. Il cardinale Ruffini, in un’omelia del 1964, additò come fattori che maggiormente disonoravano la Sicilia: Danilo Dolci, Il Gattopardo e… il gran parlare di mafia. Nel 1965, in un processo per l’assassinio del sindacalista siciliano Salvatore Carnevale, Tito Parlatore, procuratore generale presso la Cassazione, se ne uscì sostenendo che “gli imputati non sono mafiosi, bensì portatori di una mentalità mafiosa. La mafia è materia per conferenze e come tutti i problemi sociali esula dalle funzioni della Corte di cassazione”.
Se non esisteva la mafia, figuriamoci i rapporti mafia-politica! Anche se ovviamente tutti sapevano che la mafia esisteva e si nutriva del suo “contubernio” con pezzi del mondo “legale” (politica, amministrazione, imprenditoria). Lo sapeva bene Carlo Alberto dalla Chiesa, che in Sicilia aveva arrestato gli assassini dei sindacalisti come Carnevale e che, quando venne nominato superprefetto antimafia di Palermo, in un colloquio con Spadolini spiegò che voleva colpire il “polipartito della mafia”, per indicare appunto la compenetrazione fra Cosa Nostra e certa politica.
Dalla Chiesa venne ucciso dalla mafia 5 mesi dopo, il 3 settembre 1982. Da allora più nessuno osa negare l’esistenza della mafia (“codificata” nell’art. 416 bis). Si diffonde però un virus surreale, la tendenza a presentare in chiave di “riduzionismo/negazionismo” i rapporti mafia-politica: invenzione di indagini “creative”; fenomeno localistico, articolatosi quasi soltanto sul terreno degli appalti pubblici; “mala-politica” locale che non avrebbe mai contaminato quella nazionale. Per contro, la lettura degli atti e delle sentenze dei processi “politici” (Andreotti e Dell’Utri in particolare) non sancisce affatto la cronaca di una modesta e arretrata realtà periferica, ma i tempi – appunto – della storia nazionale: talora nel quadro di una tragedia incombente con orrende cadenze di morte.
E attenzione. Se qualcuno sta sbuffando (rieccoci con questi casi giudiziari: non se ne può più), va detto che non è solo un problema di processi. Si percepisce in filigrana un problema di qualità della democrazia. Negare o distorcere la verità, cancellare o ignorare i gravissimi fatti concreti posti a fondamento dei processi “politici” (quelli sopra citati e altri ancora), era ed è come svuotare di significato l’intreccio mafia-politica che dai processi chiaramente emerge. Di fatto legittimando tale intreccio non solo per il passato, ma anche per il presente e il futuro. Una legittimazione estremamente pericolosa per la buona salute della nostra democrazia.
Non solo: chi tocca i fili deve mettere in conto che sarà colpito da fulmini e saette (attacchi e calunnie). Il pool di Falcone e Borsellino era ben visto finché si occupava dei “malacarne” (mafiosi di strada); ma quando comincia a occuparsi di Ciancimino padre, dei cugini Salvo, dei Cavalieri del lavoro di Catania, del Golpe Borghese, ecco le aggressioni: professionisti dell’antimafia, uso spregiudicato dei pentiti, politicizzazione, pool trasformato in centro di potere e via inventando… con l’esito suicida (per gli onesti) dello smantellamento del pool e del suo metodo vincente.
Qualcosa di simile – ma non identico – accade al pool di Palermo del dopo stragi (ne ero il coordinatore in quanto procuratore capo). Finché si è trattato di mafiosi doc come Riina, Brusca, Bagarella, Aglieri, Graviano e altri pezzi da 90, bene. Ma quando le inchieste si sono rivolte a Mannino, Musotto, Andreotti, Dell’Utri, Contrada, Carnevale… apriti cielo! Scattano le stesse accuse mosse a Falcone e Borsellino. Dopo le stragi, superato l’iniziale disorientamento, vi fu una reazione energica e compatta delle forze dell’ordine, della magistratura, della società civile (le lenzuola bianche di Palermo) e della politica, per un biennio magicamente unita. Cosa Nostra era alle corde. Sembrava fatta. Ma qualcuno, sfruttando le polemiche calunniose scatenate ad arte, perché erano stati violati i santuari del connubio mafia-politica, ha preferito “zavorrare” il contrasto antimafia: e i “nemici” sono diventati non più i mafiosi e i loro complici, ma i magistrati e i pentiti… Come ciò sia potuto accadere lo spiega lo storico Salvatore Lupo in uno scritto del 2002, parlando di una “richiesta di mafia” in settori della società civile, dell’imprenditoria, della politica, del sistema finanziario ed economico. Già nella campagna elettorale del 1994, ricorda Lupo, partì “un attacco, che allora nell’opinione pubblica nessuno accettava, alla legge sui pentiti” e vi fu un “assalto della magistratura quando la magistratura era sulla cresta dell’onda”. Se fosse stato soltanto un problema di consenso – sostiene ancora Lupo – nessun uomo politico avrebbe azzardato queste operazioni. Furono dunque operazioni “per il futuro, perché c’è bisogno di mafia o di altre cose analoghe alla mafia”. Perché occorre “che i magistrati non ci siano più… Perché domani si arrivasse di nuovo a dire ‘ non sappiamo se c’è l’organizzazione mafiosa, comunque sono quattro fessi, non ci interessa’”.
Semi che germogliano. Tant’è che Berlusconi (settembre 2003) argomentando sulle accuse ad Andreotti per i suoi legami con Cosa Nostra, arriverà a tuonare che i giudici “sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana”. Ed ecco – in progress – che lo stalliere Mangano diventa un “eroe”, mentre Dell’Utri, oggi, si propone come arbitro della politica siciliana. C.V.D.: quasi un teorema.
Un “fil rouge che si dipana fino a oggi, anche con nuovi protagonisti e progetti assortiti, in particolare quelli sulla separazione delle carriere o sulla responsabilità civile dei giudici o sul fascicolo/schedatura dei magistrati. Pseudo riforme fatte apposta – si direbbe – per “normalizzare” la magistratura spingendola verso una interpretazione burocratica del proprio ruolo che eviti i guai. Come quelli che segnano le inchieste su politici accusati di collusione con la mafia (o di corruzione). Senza inchieste questi rapporti non esistono più. Et voilà, il gioco è fatto.
Antonio
Ci siamo!
venerdì 6 maggio 2022
Forza uomo per bene!
L'Amaca
Lo scandalo della mediocrità
DI MICHELE SERRA
Per giocare con la morte bisogna conoscerne il peso. La sola cosa interessante da sapere, a proposito del trio “P38-La Gang” che si è esibito a Reggio Emilia cantando le gesta delle Brigate Rosse, è se il loro gioco sia spensierato (nel quale caso si tratta di tre stupidi, e il caso è chiuso) oppure cosciente.
In questo secondo caso l’arte, vera o presunta, non può essere un alibi, e i tre pitrentottini per primi non possono non saperlo o non capirlo.
Se scrivo un inno allo stupro, in qualunque contesto, le stuprate e gli stuprati me ne chiederanno conto. Se scrivo un inno al sequestro e all’assassinio, i sequestrati e gli assassinati me ne chiederanno conto.
Non ci sono sconti possibili, di fronte alla sopraffazione, e se è vero che il mondo spesso appare come una somma di sole sopraffazioni, non è un buon motivo per iscriversi all’albo dei sopraffattori: questo, non altro, fu il crimine orrendo del terrorismo rosso.
Anche nel caso che il trio voglia richiamarsi all’ambiguità dell’arte, alla sua non corrispondenza ai canoni triti del buon senso, sappia, il trio, che per ambire all’ambiguità (o al sarcasmo, o alla seconda lettura) bisogna essere artisti per davvero. L’arte non è, in sé e per sé, un lasciapassare. Ci sono fior di coglioni che, avendo studiato da “provocatore”, credono che le loro coglionate siano provocazioni. Ma bisogna anche avere studiato da artista, averne il talento e lo spirito di sacrificio, per potersi permettere di parlare di rapimenti, omicidi, sangue. Lo scandalo dell’arte ha bisogno, per pretendere attenzione, di enorme lavoro, fatica, studio.
Altrimenti è solo uno scandalo — uno dei tanti — della mediocrità.
Rumiz
Un continente schiacciato fra due mondi
Requiem per l’Europa
DI PAOLO RUMIZ
Per una sera, smetto di ascoltare l’onnipresente Zelensky e mi concentro sulle tv russe e statunitensi. E lì arriva la sorpresa. Lo spettacolo di una dittatura e di una democrazia egualmente chiuse in una bolla fuori dalla realtà. Eccoti Dmitry Kiseliov, mezzobusto di regime, che ringhia di «colpire l’Inghilterra con ordigni nucleari», cui fa eco un popolo rancoroso, ignaro della realtà sul campo, che vede nell’Occidente la fonte dei suoi mali e urla di «bombardare Polonia e Germania ». Poi ecco Rachel Maddow, conduttrice Msnbc , così assatanata da far sembrare Biden un pusillanime. Una che esige che la Russia sia colpita più duramente, e subito. Intorno, un paese imbandierato di giallo-azzurro, bombardato dagli opinion makers, ma che non sa neanche dove sia Kiev, pensa chel’Ucraina sia un paese super-democratico e si sorprende se gli spieghi che fino a ieri gli Usa lo giudicavano corrotto e inaffidabile.
Pur nelle abissali differenze, sorprendono le somiglianze. Entrambi gli antagonisti guardano alla guerra come a un videogioco e alla terza guerra mondiale come a una cosa lontana. Ma soprattutto né l’uno né l’altro sembrano ricordare che fra le due potenze esiste una cosa chiamata Europa, intesa al massimo come una protuberanza dell’America. Forse non se ne sono mai accorti: e li capisco. Come accorgersi di una terra che non ha una sua politica estera né un suo esercito, e resta inchiodata al palo, in bilico tra le strategie di Washington e i rifornimenti di gas dal Cremlino? Un’alleanza incapace di agire in modo autonomo, forte e unitario?
E lì, per la prima volta, ho sentito il rischio che l’Europa unita sparisse davvero, o fosse già scomparsa,schiacciata fra due mondi che giocano alla guerra ignorando la sua presenza, in preda a un ebete sonnambulismo come nel 1914, quando si gettò nel baratro. Una percezione fisica. Come se dovessi prendere improvvisamente atto della fine di un’idea. Come se, dopo aver scritto un “Canto” per lei, la dea-madre che sta all’origine della nostra stirpe, oggi dovessi dedicarle un “Requiem”. Un epitaffio, dove non resta che consolarsi con la nostalgia dei padri fondatori, che nel ’45 concepirono il Sogno sulle sue rovine.
Ripenso a come, prima della Grande Guerra, i vecchi imperi hanno saputo trasformare in spazi- cuscinetto l’antica linea di faglia fra Baltico e Mar Nero, per impedire lo scontro tra le due Europe. E a come noi, al contrario, ce li siamo fatti smantellare, a partire dalla Jugoslavia, una terra plurale dove il disastro ha avuto il suo innesco – guarda un po’ – dalla rivolta di unaKrajina, parola che come “Ucraina” vuol dire “frontiera”. Ma la storia non insegna niente. L’America ha due oceani per tutelare la sua sicurezza. Noi no. Abbiamo a disposizione solo un’intercapedine di spazi neutrali, e proprio di quegli spazi ci priviamo, con la Nato che ora va a “proteggere” anche Svezia e Finlandia.
Quanto ti ho cercata, Europa, nelle nostalgie dei profughi dalmati, nelle ninne-nanne in tedesco della nonna, nel confine alle porte di casa e nella quotidiana intimità col mondo slavo! Da adulto, ti ho inseguita dal Libano all’Egeo in cerca del tuo mito; ti ho percorsa dall’Artico a Odessa, da Trieste a Kiev e Mosca, e da Berlino a Istanbul su treni d’inverno.
Mi sono affacciato dai Carpazi sulla pianura dove il sole arriva dagli Urali, ti ho seguita sul Danubio, il Niemen e il Guadalquivir. Dall’Irlanda al Monte Athos, ho bussato ai monasteri che ti hanno salvatadalla devastazione barbarica. Ho esposto la tua bandiera, ti ho dedicato libri. Ti ho narrata in un’orchestra sinfonica di giovani stupendi. Tutti figli tuoi, dalla Spagna alla Russia.
Esisti ancora, Europa? Non ti trovo più, tu che sei la mia essenza, la mia fede ma anche il mio infinito sconforto; sedimento di millenni, lingue, religioni, incubi, speranze e convulsioni, dai quali è nata, come per miracolo, l’Idea. Il tuo silenzio è assordante. Ti leggo come un corpo inerte, spezzato e subalterno. Un’alleanza incapace di pensare in grande, ossessionata dalla sicurezza, crocefissa da reticolati, dimentica delle guerre che hanno lacerato la tua carne. Quasi nessuno scatta in piedi al suono del tuo inno. Generi sbadigli. Sei una rovina nel vento, come un anfiteatro romano o una sinagoga vuota. Comunque vada a finire, l’Unione stellata uscirà a pezzi, stretta da una durissima recessione, ridotta a pura essenza strategica, con gli ultimi entrati nella Ue – gli ex comunisti del Patto di Varsavia – autorizzati a imporci una linea bellicista, non “per” l’Ucraina, ma “contro” la Russia. La fine di un mondo, quello in cui abbiamo creduto.
Le frontiere e le periferie sono formidabili sensori dei grandi eventi mondiali. Gli abitanti del mio villaggio tra Italia e Slovenia hanno già capito tutto. Piantano patate e carote più del solito, arano rabbiosamente spazi di campagna dimenticati da anni e tra i meli in fiore erigono legnaie enormi per il prossimo inverno. Cercano di riguadagnare l’autosufficienza perduta. Uno di loro, vedendomi passare, ha gridato: «Italiano, preparati! Non vedi come il cielo è diventato buio?». I contadini si attrezzano, mentre in città la gente parla. Passa dal menefreghismo all’insonnia, dall’aperitivo della sera alla visione spaventosa di un fungo nucleare.
Ma il vero pericolo non arriva dall’esterno. Viene da noi, da una balcanizzazione in cui ciascun paese europeo sta già consumando la sua Brexit, il suo personale divorzio da Te. L’Ue spende già ora il quadruplo della Russia in armamenti, ma è un nano strategico. Non ha un suo esercito e una sua politica estera. Avere un’armata con bandiera blu stellata non sarebbe una spesa, ma un risparmio. Noi, invece, abbiamo scelto di spendere ancora, e in ordine sparso. Risultato? Mendichiamo senza vergogna l’aiuto di paesi antidemocratici per trovare spiragli di via d’uscita. Invece di fare un salto in avanti, ci lasciamo dettare la linea da chi un anno fa ha scelto di smobilitaredall’Afghanistan senza nemmeno la cortesia di preavvertirci.
Chiediamocelo una buona volta: la nostra alleanza è fondata su valori o interessi? Su un progetto di vita o un antagonismo armato? Abbiamo favorito la secessione del Kosovo in nome della libertà o per piazzare una base militare nel cuore di uno stato russofilo come la Serbia? Eravamo consci del potenziale epidemico di quella scelta, che oggi autorizza Mosca a pretendere il Donbass? E ancora: siamo sicuri di mandare armi all’Ucraina per amore della sua indipendenza, se fino a ieri le abbiamo vendute alla Russia? Su quale principio universale si gioca l’accoglienza dei profughi ucraini, se milioni di altri rifugiati sono violentemente respinti o lasciati marcire nei gulag greci e turchi?
Mentre scrivo, la “Ocean Viking” con 295 naufraghi a bordo, aspetta da undici giorni l’autorizzazione allo sbarco, in piena emergenza sanitaria, col ponte intasato di corpi e di vomito. Intanto, sul mio confine, i profughi ucraini passano liberamente, senza obbligo della quarantena da Covid, che invece è richiesta agli africani anche se negativi al test. Non ci vergogniamo di una così lampante disparità di trattamento? E non ci viene da immaginare quali tensioni sociali potrà innescare la presenza dei migranti ucraini che noi facciamo sentire di Serie A e che domani potrebbero anche passare di moda?
Non ti riconosco più, Europa. La tua femminilità si è rattrappita, il tuo ventre è sterile. La tua gente è annoiata dalla pace e da vent’anni si lascia governare da paure. Prima l’Islam, poi il terrorismo, poi l’invasione dei migranti, poi la pestilenza virale. Ora, l’Ucraina. Una successione di emergenze monotematiche che ci travolgono sul piano emozionale, ma ci lasciano inerti, esposti a bruschi risvegli come chi ha dormito troppo. Una nevrosi da informazione che diventa amnesia totale, e pare fatta apposta per impedirci di leggere la realtà di una guerra globale per l’accaparramento delle risorse. Che prosegue imperterrita, mascherata da eufemismi.
Ho incontrato profughe ucraine. Madri disperate, ma fiere. Alcune hanno stentato a dirmi grazie per l’aiuto ricevuto e mi hanno fatto capire che, semmai, dovrei essere io a ringraziarle perché i loro uomini rischiavano la vita per me, “in difesa dell’Europa”. All’inizio mi sono offeso. Ma poi qualcosa mi ha avvertito che in quelle donne c’era una parte di ragione. Quel qualcosa diceva: ammettilo, sei figlio di una terra menefreghista, che non è più quella diBella ciao e non si batte più per la libertà di nessuno. Il disastro ucraino mi pungeva sul vivo. Mi rammentava la mancanza di un “noi”, di un simbolo che mi facesse sentire forte. Di una bella bandiera nella tempesta. Il segno di un’appartenenza comune di popoli, figli della stessa terra madre.f
Il vero pericolo viene da noi. Da una balcanizzazione in cui ciascun Paese sta già consumando la sua Brexit.