lunedì 25 aprile 2022

Per la dignità

 


Ieri La Nazione, quindi non propriamente un giornale di estrema sinistra, pubblicava un articolo in cui Rino Tortorelli, del "Manifesto per la Sanità" preannunciava ciò che diverrà il nostro servizio sanitario a seguito dell'entrata del privato nella costruzione del nuovo ospedale, scelta questa improvvida e cogitata da Yoghi, l'attuale presidente della regione Liguria.
L'ospedale costerà al pubblico 167 milioni più i 97 milioni del privato. L'Asl 5 per venticinque anni verserà al pribato 16,2 milioni di euro. Nel contempo, a mio parere, procederà speditamente il depauperamento della sanità pubblica, con poche assunzioni che causeranno sempre più difficoltà al personale medico e paramedico, incentivandoci così ad usufruire delle strutture private, "belle come il sole", "che ti sembra di entrare in un hotel a cinque stelle."

La manovra a tenaglia è evidenziata dall'allungamento dei tempi di attesa per una visita negli ambulatori pubblici.
Due anni fa in media, si aspettavano 128 giorni per una visita endocrinologica, 114 giorni per una diabetologica, 65 giorni per una oncologica, 58 giorni per una neurologica, 57 giorni per una gastroenterologica, 56 giorni per una visita oculistica. Tra gli accertamenti diagnostici, in media 97 giorni 'sfumano' prima di effettuare una mammografia, 75 giorni per una colonscopia, 71 giorni per una densitometria ossea, 49 giorni per una gastroscopia.
E' chiaro quindi che l'occulto accerchiamento del nostro fiore all'occhiello, il Sistema Sanitario Nazionale, procede spedito grazie ai soliti Toti che sono tra noi, vedasi ad esempio la Lombardia retta sanitariamente parlando dalla Brichetto ed avviata dal Celeste attualmente ai domiciliari.

Ma torniamo al nostro futuro nosocomio che probabilmente vedranno operante i nati nel nuovo millennio allorché saranno in pensione:
Il "Manifesto della Sanità" ci informa che la mega rata annuale da elarigre al privato,

«depaupereranno le casse di Asl 5, che non potrà garantire assunzioni e nuovi o migliori servizi, e andranno di fatto ad indebitare le future generazioni di spezzini».
«È ora che la politica tutta si opponga a queste scelte. È ora di proporre un’alternativa – ha commentato Rino Tortorelli del Manifesto -. Se consideriamo che attualmente non abbiamo il personale sufficiente a mantenere gli attuali 427 posti letto (tra Spezia e Sarzana), il futuro Felettino – per cui è prevista la realizzazione di 506 posti letto - avrà reparti vuoti e, il San Bartolomeo, rischierà di «chiudere».
La proposta del Manifesto è quella di costruire un ospedale con meno posti letto e finanziato interamente dal pubblico, agghiacciante idea per Yoghi e lo scaltro Giampedrone, i quali sembrano ansiosi di incravattarci ai privati per i prossimi 25 anni.

Anche il consigliere regionale PD Davide Natale è intervenuto sull'argomento, non si sa se per fare quello che un'opposizione dovrebbe sempre fare, anche in questi tremebondi tempi di consociativismo, o perché chiamato dalla propria coscienza a tentar di frenare il futuro scacco immondo ai danni della collettività:

"Asl 5 è chiamata a fare ciò che il suo direttore dice che non potrà fare – ha spiegato Natale -. Perché non si tiene conto di quanto affermato dal dg Cavagnaro sulla non sostenibilità del canone annuale per Asl 5? E, al contrario, si continua ad ignorare che nella legge finanziaria ci sono le risorse pubbliche per realizzare con finanziamenti interamente pubblici il nuovo Felettino?"

Resta infine un senso d'impotenza generale, un menefreghismo collettivo dinnanzi a questa scellerata pensata di Yoghi. Viviamo come se il futuro cittadino non c'interessasse, specie quello sanitario; d'accordo che ci hanno ammorbato l'aria e la storia con quell'immobilismo politico apparentemente riformista oramai ventennale, infarcito da giacche di velluto, foulard al collo, sigari e verticali sinistrorse di Krug, con quell'aria di superiorità e saccenteria in grado d'irritare chicchessia e sfociata poi nella spartizione di potere unica nel suo genere; ma almeno qualche volta il rinunciare alla canonica vasca in centro, posando lo sgabeo, andando in ciassa a dar dei cialtroni a chi se lo meriterebbe, forse ci farebbe evitare di perdere, me compreso, oltre alle conquiste sociali, pure la dignità. O no?

Inchiesta per pecorelle

 

Da leggere per capire perché oramai ci possiamo equiparare benissimo a delle belanti e sonnacchiose pecorelle.
Solo qualche decina di nomi: ecco i padroni del cibo globale
MONOPOLI - Materie prime, fitofarmaci, trattori e semi sono in mano a 13 società: a 1,6 miliardi di produttori toccano il 15% dei ricavi
DI MARCO PALOMBI
Poche decine di nomi: Archer Daniels Midland, Cargill, Jbs, Bayer, Chem China, Anhauser. Poche decine di nomi sono tutto il mercato mondiale del cibo: mettono assieme cifre a nove zeri, mentre 1,6 miliardi di produttori fanno la fame nel sud del mondo o faticano a tenersi in piedi nel ricco Occidente, racimolando in media 15 centesimi ogni euro di prodotto venduto. Ormai, per trovare uno che dica questa ovvietà – che pure sta alla base di molte, delle più drammatiche, diseguaglianze globali – bisogna ricorrere a Papa Francesco. Questo è il suo appello del 16 ottobre 2021, quando il caro energia stava già svuotando le tavole dei più poveri tra i poveri: “Voglio chiedere, in nome di Dio, alle grandi compagnie alimentari di smettere d’imporre strutture monopolistiche di produzione e distribuzione che gonfiano i prezzi e finiscono col tenersi il pane dell’affamato”.
Pure il pane dell’affamato infatti, e non solo quello delle panetterie-boutique delle Ztl delle nostre città, si fa col grano e il grano è in tutto quattro nomi: circa il 90% del mercato globale dei cereali è intermediato da quattro multinazionali che si chiamano Archer Daniels Midland (Usa), Bunge (Usa, Bermuda), Cargill (Usa) e Louis Dreyfus Commodities (Paesi Bassi). Gli stessi quattro nomi controllano il 70% di tutte le materie prime agricole (oltre ai cereali, riso, olio di palma, zucchero, ecc.). Per capirci, Cargill nell’anno fiscale giugno 2020/giugno 2021 ha dichiarato 135 miliardi di dollari di ricavi, Adm 86 miliardi, Bunge 60 miliardi nel 2021 e Louis Dreyfus 50 miliardi: i profitti netti cumulati si aggirano sui 15 miliardi.
Qualunque sia il marchio sul pane, sulla bistecca di soia, sul riso che acquistate al supermercato sappiate che quasi sempre dietro ci sono quei quattro nomi. Una faccenda che ha ricadute enormi. Se un pugno di aziende sono il mercato sono loro a decidere il prezzo, a decidere chi vive e chi muore, cosa, dove e come viene coltivato: per questo, ci dice la Fao, in pochi decenni le grandi monocolture care alle multinazionali hanno ridotto del 75% la biodiversità sul pianeta, a non dire della deforestazione, che nel decennio 2010-2020 s’è mangiata una superficie grande come l’intera Spagna.
Ma mica è finita qua. Per fare un albero, ma pure il grano e tutto il resto, ci vuole un seme, si sa, e i semi sono quattro nomi: dopo una serie di fusioni negli anni scorsi ChemChina (che in Italia ha quasi mezza Pirelli), Bayer, Corteva (ex Dow-Dupont) e il consorzio francese Limagrain controllano quasi il 60% delle sementi a livello globale, un mercato da 42 miliardi di dollari nel 2020. E pure i fitofarmaci per l’agricoltura sono quattro nomi: tre sono gli stessi delle sementi, la quarta è la tedesca Basf al posto dei francesi di Limagrain, e in quatto valgono il 66% di un settore che fattura quasi 60 miliardi. Un mostro a cinque teste da centinaia di miliardi di di dollari di ricavi annui che fa il bello e il cattivo tempo sui contadini dell’intero pianeta. E se a quei poverini serve un trattore, una mietitrebbia o altri macchinari agricoli? Questo mercato da 126 miliardi di dollari annui è per metà appannaggio di quattro imprese: Cnh Industrial (controllata dalla Exor degli Agnelli e basata in Olanda), le statunitensi Agco e Deere, la giapponese Kubota. Pochi proprietari, molti produttori, miliardi di consumatori: lo schema funziona in tutti i recessi del mercato del cibo. La carne ad esempio – su cui l’associazione Friend of the Earth realizza un annuale Meat Atlas – è una sorta di epitome dell’irrazionalità del modello di produzione del cibo e della sua tendenza a creare enormi oligopoli (tanto più che un bel pezzo della produzione agricola serve a produrre cibo per gli animali). Negli Usa, ad esempio, quattro compagnie controllano l’85% del mercato: le brasiliane Jbs e Marfrig, le statunitensi Tyson Food e (ancora) Cargill. Il colosso Jbs, per capirci sulle proporzioni, produce in 15 Paesi e fa impallidire i concorrenti: macella 75mila bovini, 115mila suini, 14 milioni di polli, tacchini e galline e 16mila agnelli tutti i santi giorni. La seconda in classifica, Tyson Food, si difende comunque con 22mila bovini, 70mila maiali e 7,8 milioni di polli ogni 24 ore.
La situazione non cambia se si osserva la cosa dall’interno di un negozio invece che dai campi. Secondo un report 2017 di Coldiretti nella grande distribuzione i primi dieci grandi rivenditori di generi alimentari coprono il 30% delle vendite mondiali (dal colosso Walmart ai tedeschi di Schwarz Group, quelli di Lidl, fino ai francesi di Carrefour, in attesa della crescita scontata di Amazon). Dati coerenti con quelli di un’inchiesta realizzata a fine 2021 dal Guardian con l’associazione Food&Water Watch: negli Stati Uniti quattro compagnie – Walmart, Costco, Kroger e Ahold Delhaize – controllano il 65% del mercato retail del cibo. E anche i marchi produttori non sono da meno: quattro o cinque società pesano per metà o due terzi delle vendite dell’80% dei prodotti alimentari. Un paio di esempi: il gigante Kraft Heinz (in Italia possiede diversi marchi, ad esempio Plasmon) compare dodici volte tra le società leader nella vendita di singoli prodotti che spaziano dagli insaccati al caffè fino ai succhi di frutta; il colosso belga Anheuser-Busch InBev domina il mercato della birra con più di 600 marchi e non solo Budweiser o Beck’s, ma pure birre di nicchia che gli appassionati vanno a cercarsi in negozi specializzati pensando di avere a che fare con un piccolo produttore. L’intero sistema è pensato per pompare utili verso azionisti e manager illudendo i consumatori (dei Paesi ricchi, ma non solo) di poter scegliere sulla base della propria irripetibile individualità, mentre si estrae valore sfruttando agricoltori, lavoratori e risorse naturali.
Il cibo è una commodities come le altre, e si potrebbe dire che lo è sempre stata, ma oggi l’intera filiera dal campo allo scaffale è un prodotto finanziario ben più che fisico. Come per tutto il resto, anche questa slavina inizia negli anni Ottanta (il classico natalizio Una poltrona per due del 1983 racconta una speculazione sui futures del succo d’arancia): il mercato finanziario del cibo, che ovviamente esisteva già, è stato deregolamentato insieme a tutto il resto, diventando via via sempre più astratto e attirando sempre più soldi. Di fatto oggi il prezzo di materie prime come il grano ha più a che fare con la finanza che coi costi di produzione o con la domanda, tanto più che a metà del decennio scorso, per reagire a una fase di prezzi bassi delle materie prime agricole, tutto il settore è stato interessato da fusioni e operazioni societarie che hanno creato gli assurdi oligopoli che abbiamo descritto qui sopra.
Una filiera così estesa e ricca (in Italia nel 2021 valeva 575 miliardi, il 32% del Pil) spartita tra poche società è un fatto che finisce per modellare il mondo: il loro potere rende obbligatori l’agricoltura e l’allevamento industriali standardizzati, che producono per la grande distribuzione e le mega catene di ristoranti, meglio se su enormi appezzamenti di terreno delle stesse multinazionali (il cosiddetto “land grabbing”, che interessa la stessa Europa, Romania in testa). Lo spreco di cibo non è un accidente, ma un perno di questo sistema.
Resta da chiedersi: chi sono, dietro le società, i padroni del cibo che “finiscono col tenersi il pane dell’affamato”? Sono i soliti noti e, al solito, puntano su tutti i giocatori: fondi come BlackRock, Capital Group, Vanguard Group, Sun Life Financial, State Street e il Fondo pensioni norvegese (che non è il piccolo e bonario investitore che il nome farebbe presumere) hanno partecipazioni in molte multinazionali del cibo – teoricamente concorrenti tra loro – ma al gioco partecipano anche grandi investitori privati (Warren Buffet controlla Kraft Heinz col fondo 3g Capital) e qualche banca (Crédit Agricole, Deutsche Bank, ecc.). Sono speculatori? Forse se lo si intende in termini morali, ma un sistema in cui i lupi decidono per gli agnelli ha ben poco di morale.

Buon 25 Aprile!

 

Bandiera della pace alla finestra: resistiamo così all’anti-antifascismo
L’ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE - La reazione alla guerra di aggressione di Putin contro l’Ucraina ha tolto ogni inibizione
DI TOMASO MONTANARI
A casa nostra si mette il tricolore alla finestra due volte l’anno: il 25 aprile per la Liberazione dai nazifascisti, e il 2 giugno per la Repubblica, il voto alle donne, l’Assemblea costituente. Ma oggi alla finestra c’è la bandiera iridata della pace: perché un coro assordante cerca di trasformare il 25 aprile in una festa del nazionalismo armato.
È da un pezzo che, tra revisionismo di Stato, anti-antifascismo e rovesciamento della Costituzione, i valori della Resistenza non hanno nulla a che fare con quelli del pensiero unico dominante. Ma la reazione alla guerra di aggressione di Putin contro l’Ucraina ha tolto ogni inibizione: tutti coloro che fino ad oggi hanno sabotato il 25 aprile, ora provano ad appropriarsene. Dicono che la Resistenza fu un popolo in armi che resisteva all’invasore: non è vero, è stata una terribile guerra civile tra italiani che volevano (inseparabilmente) libertà e giustizia sociale, e italiani fascisti alleati della Germania nazista.
La Resistenza è stata tutto il contrario del nazionalismo. Carlo Rosselli, che andò a combattere contro i franchisti in Spagna, non lo avrebbe fatto in una guerra nazionale: scrisse che “siamo antifascisti perché in questa epoca di feroce oppressione di classe e di oscuramento dei valori umani, ci ostiniamo a volere una società libera e giusta, una società umana che distrugga le divisioni di classe e di razza e metta la ricchezza, accentrata nelle mani di pochi, al servizio di tutti. … Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi”. Tutto il contrario del mondo che prepariamo stando (non in condizioni di parità, come impone l’articolo 11) dentro una Nato che non costruisce pace, ma guerra. E viene linciato chi ripete che “si può e si deve discutere sull’opportunità e sulla moralità per l’Occidente – l’impero americano – di combattere contro i russi fino all’ultimo ucraino” (Lucio Caracciolo).
La Resistenza fu una libera scelta, non una coscrizione obbligatoria col fucile puntato alle spalle. Era una lotta dentro una guerra mondiale, non il suo innesco. “Ben pochi giovani sarebbero stati disposti a prendere le armi e a cacciare i fascisti solo per tornare allo Statuto albertino” (Carlo Smuraglia). Se lo fecero, fu per una rivoluzione democratica e sociale: quella contenuta nella Costituzione.
L’Anpi oggi viene crocifissa perché si ostina a difendere quel progetto politico: che nasce dall’orrore per le armi di chi pure dovette prenderle. Il ripudio della guerra è il cuore dell’eredità della Resistenza. Oggi si accusa di pavidità chi non cede all’alternativa diabolica tra perdere la vita o perdere la libertà: ma il nostro dovere è salvare gli ucraini da un vicolo cieco da cui si esce o morti, o schiavi. E invece di costringere i nostri governi “democratici” a portare con ogni mezzo Putin al tavolo delle trattative, armiamo gli aggrediti e contemporaneamente finanziamo (col gas) l’esercito dell’aggressore. Alimentando (dai due lati) il conflitto, neghiamo il ripudio della guerra e tradiamo Costituzione e 25 aprile.
Nel 1940 Piero Calamandrei scriveva che i suoi compatrioti erano i francesi che lottavano contro l’Italia fascista. In questo 25 aprile i miei compatrioti sono i costruttori di pace, i miei stranieri coloro che affidano il futuro alle armi.

domenica 24 aprile 2022

Il ritorno spezzino

 

Correva l'anno 2012 e, a parti invertite, la finta lotta per le elezioni comunali imperversava. Il Consociativismo spezzino dovrebbe essere materia di studio nazionale. La cosa pubblica viene gestita amorevolmente, una volta tu vai in comune io in fondazione e viceversa. Adesso tocca a loro e gli altri, per non infastidire troppo la riconferma, propongono una persona seria, ma poco conosciuta, in grado probabilmente di riconfermare il sindaco uscente al primo turno.
Ma tutto deve andare così, alla faccia di chi ancora crede alle favole ora concentrate in corso Cavour.
Ripropongo i dieci episodi di allora. Perché in fondo non è cambiato nulla.



IL Punto Travagliato

 

A che punto è la guerra
Cos’è successo in 2 mesi e cosa può accadere
DI MARCO TRAVAGLIO
Ci avevano detto che l’armata russa arretrava e quella ucraina avanzava, che Mosca aveva fallito la guerra lampo per prendere Kiev e l’intera Ucraina in tre giorni, insomma che Vladimir Putin col suo esercito sgangherato stava perdendo la guerra e Volodymyr Zelensky con le nostre armi e i suoi morti la stava vincendo: ora si scopre che Putin non s’era mai illuso su una guerra-lampo (in un Paese grande due volte l’Italia), non voleva né Kiev né l’intera Ucraina (né l’aveva mai detto), ma il Donbass e la striscia sul Mar Nero che lo collega alla Crimea; e l’intelligence britannica e Boris Johnson affermano pessimisti che, espugnata Mariupol, Putin può prendersi ciò che vuole e vincere.
Ci avevano detto che più armi inviavamo a Kiev e più gli ucraini si rafforzavano e i russi si indebolivano: invece i russi macinano terreno sempre più incattiviti e gli ucraini lo perdono sempre più indeboliti. Però noi continuiamo a inviare armi, armi, armi senza sapere (o almeno dire) a quale scopo.
Ci avevano detto che più sanzioni imponevamo a Mosca, più la Russia si avvicinava al default: invece il default russo è rinviato a data da destinarsi, mentre si avvicina quello ucraino (dato per certo dal Fondo Monetario Internazionale se Kiev non avrà subito 15 miliardi, in aggiunta ai 13,5 che già deve restituire); e Putin è sempre più popolare tra i russi, anche grazie all’effetto “uno contro tutti”.
Ci avevano detto che l’Unione Europea doveva bloccare subito l’import di gas e petrolio dalla Russia per impedirle di finanziare la sua sporca guerra; ora la segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen avverte Joe Biden che l’embargo farebbe schizzare i prezzi di metano e greggio a tutto vantaggio di Mosca e la Bundesbank calcola che spedirebbe in recessione l’Ue (-180 miliardi, il 5% del Pil, per la sola Germania), con danni risibili per Mosca.
Ci avevano detto che mai e poi mai l’Ue avrebbe ceduto al diktat di Putin di pagare il gas in rubli, col sistema del doppio conto a conversione immediata di valuta: invece l’Ue lo sta accettando, per evitare che dal 1° maggio Mosca ci chiuda il rubinetto.
Ci avevano detto che la Nato con l’Ucraina non c’entrava: invece ha colto la palla al balzo dell’attacco criminale sferrato da Putin il 24 febbraio (secondo tempo della Guerra degli Otto Anni), per trasformare un conflitto regionale sul Donbass in una guerra mondiale da combattere per procura sulla pelle degli ucraini e sulle tasche degli europei.
Dopo due mesi di guerra, tutte le bugie delle opposte propagande si infrangono sull’evidenza dei fatti dappertutto, fuorché in Italia. Qui, in un eterno giorno della marmotta, siamo ancora fermi al falso dibattito su chi è l’aggressore e chi è l’aggredito, come se qualcuno avesse mai negato che l’aggressore è Putin e l’aggredita l’Ucraina. E come se ripetere ossessivamente quel mantra servisse a qualcosa: che so, a salvare la vita di un solo ucraino.
Se in Russia è vietato parlare di guerra, in Italia è proibito parlare di pace. Intanto, mentre i nostri politici e i nostri media combattono la loro guerra-farsa, la guerra vera ha cambiato natura: con la presa di Mariupol che spalanca la strada ai russi per completare il Risiko nell’Ucraina dell’Est e del Sud; e con l’entrata in campo della Nato, che per bocca del suo rintronato commander in chief teorizza il suo vero scopo di far durare il conflitto il più a lungo possibile in attesa della caduta di Putin. Però più passano i giorni, più aumentano i massacri (russi, ma non solo), il territorio ucraino intatto si assottiglia e cresce il rischio di un casus belli da guerra nucleare. Macron e Scholz si ribellano a questo scenario. Draghi invece tace e acconsente, da ossequiente cameriere di Biden: ma quando mai il Parlamento ne ha discusso e l’ha autorizzato a trascinarci in questa follia?
Come nota la rivista Foreign Affairs, cosa voglia Putin ormai si sa, mentre “curiosamente gli obiettivi occidentali sono molto meno chiari”. Così come quelli di Zelensky: “Quali condizioni il governo democratico dell’Ucraina è pronto ad accettare? Recupero di tutto il territorio perso negli ultimi due mesi e ritiro totale della Russia dal Donbass e dalla Crimea”, magari con la sua “adesione all’Ue e alla Nato”? Per azzerare questi due mesi di guerra occorrerebbe l’intervento diretto delle truppe e dell’aviazione Nato: cioè la terza guerra mondiale, che includerebbe l’uso di atomiche almeno “tattiche”. L’alternativa è un compromesso sui territori già persi e sulla neutralità dell’Ucraina, col ritiro delle sanzioni in cambio del ritiro dei russi. Ora che ci prova l’Onu con la missione di António Guterres martedì a Mosca, è solo di questo che dovremmo discutere: cosa vuole l’Ucraina e cosa vogliamo noi? La guerra mondiale, o qualcosa che somigli – con rispetto parlando – alla pace?