lunedì 4 aprile 2022

Tutti inorriditi tranne...

 


Nessuna disdetta: l’accordo Salvini-Putin è ancora valido
L’ANTICIPAZIONE - Il patto del 2017 col partito dello zar si è rinnovato in automatico il 6 marzo: il segretario della Lega non risponde sullo stop
DI GIACOMO SALVINI
Non c’è solo l’accordo di partenariato “paritario e confidenziale” tra la Lega e Russia Unita, il partito di Vladimir Putin, siglato il 6 marzo 2017. Tre mesi prima, era il dicembre 2016, il Cremlino aveva firmato lo stesso identico patto con un altro partito di estrema destra europea: il Partito delle Libertà austriaco noto per le sue posizioni xenofobe e illiberali. Questa è la prova che non solo Putin negli ultimi anni ha cercato di creare una rete di alleanze politiche con i principali partiti di estrema destra europei (tra cui la Lega) ma anche che, nel marzo 2017, il Carroccio non ha potuto discutere i termini dell’accordo già preparato da Mosca. A rivelarlo è Report, programma d’inchiesta di Sigfrido Ranucci, nella prima puntata della nuova stagione che andrà in onda stasera su Rai 3.
Il patto con la Lega Nord fu firmato a Mosca il 6 marzo 2017 da Matteo Salvini e dal responsabile Esteri di “Russia Unita”, Sergej Zheleniak. Il segretario del Carroccio era volato a Mosca per un bilaterale con il ministro degli Esteri Sergej Lavrov e parlò di “accordo storico”. Il testo integrale, come recita l’articolo 1, prevede un partenariato tra la Federazione russa e la Repubblica italiana che si basi sullo scambio di “informazioni su temi di attualità, sulle relazioni bilaterali e internazionali, sullo scambio di esperienze nella sfera della struttura del partito, del lavoro organizzato, delle politiche per i giovani, dello sviluppo economico, così come in altri campi di interesse reciproco”. Una strategia, quella di stipulare accordi con i partiti di destra europei, che secondo il direttore del “Center for democratic integrity” Anton Shekhovtsov serviva per “influenzare l’opinione pubblica in Occidente”. “Persone come Salvini – ha detto l’esperto a Report – ricevono input da operatori del Cremlino, dagli stakeholder russi, dagli agenti russi, non necessariamente dai servizi segreti, ma da altre persone che stanno cercando di fare qualcosa di utile per il Cremlino”.
L’accordo quinquennale scadeva il 6 marzo scorso e, come spiega il radicale Igor Boni a Report e come risulta al Fatto, si è rinnovato automaticamente: via Bellerio ha provato a minimizzare (“Non è mai stato operativo”), ma nel patto c’è una clausola secondo cui una delle due parti deve comunicare la disdetta “entro e non oltre sei mesi dalla scadenza”. E questo non è avvenuto. L’accordo quindi è tutt’oggi in vigore, mentre Putin invade l’Ucraina. Salvini, incalzato dal cronista di Report Danilo Procaccianti, non ha risposto alla domanda se l’accordo sia ancora valido. Un anno dopo la firma del patto, la Lega fa il boom alle elezioni e forma il governo con il M5S. Il 17 ottobre 2018 poi Salvini vola a Mosca per partecipare a un panel di Confindustria Russia e il giorno dopo, il 18, avviene l’incontro dell’hotel Metropol tra l’esponente leghista Gianluca Savoini, Gianluca Meranda, Francesco Vannucci e tre russi: su quell’incontro la procura di Milano nel luglio 2019 ha aperto un’inchiesta, ancora in corso, per corruzione internazionale in cui si ipotizza una compravendita di petrolio con lo scopo di alimentare le casse della Lega. Un mese dopo, agosto 2019, Salvini fa cadere il governo Conte-1.
Nel novembre 2018, inoltre, il movimento giovanile della Lega Nord rappresentato da Andrea Crippa (oggi vicesegretario) e la Giovane Guardia di Russia Unita firmano un memorandum di cui Report rivela il contenuto: nel testo si parla di “riconoscimento della Russia come partner imprescindibile del sistema di sicurezza internazionale”.
Che i rapporti tra la Lega e l’est Europa siano stretti da tempo lo dimostrano anche le mail del 2015-2016 dell’ex responsabile economico della Lega Armando Siri che chiedeva consigli al governo bielorusso di Lukashenko sulla flat tax da importare in Italia: “Se potessimo concordare prima una proposta positiva alla flat tax potremmo essere anche più diretti” scriveva in una mail scovata da Report nel database del consorzio OCCRP. Siri poi si mosse per invitare Putin in video collegamento alla scuola di politica giovanile della Lega. Chissà se lo farebbe anche oggi.

domenica 3 aprile 2022

L'Amaca

 

Quando finirà la guerra
di Michele Serra
A leggere le lenzuolate di numeri (miliardi e miliardi di euro) sotto la voce “spese militari nel mondo”, ci si domanda come sia possibile che l’umanità, con tutti i problemi che ha, possa spendere una così smisurata montagna di denaro in armamenti.
A sciogliere l’enigma può aiutarci questa considerazione. Laddove qualcuno spende, c’è qualcuno che incassa. E dunque la dicitura “spese militari” è parecchio fuorviante.
Se li chiamassimo “guadagni militari”, oppure, facendo una media del dare e dell’avere, “economia militare”, cominceremmo a capire meglio perché, ogni anno, circa duemila miliardi di euro vengono stanziati dai governi per comperare armamenti. Mica finiscono nel nulla. Fanno la fortuna di molte aziende (con il vasto indotto dei commercianti e dei mediatori), incrementano bilanci, ingrassano azionisti e investitori (anche investitori inconsapevoli, che non conoscono nel dettaglio la destinazione dei loro risparmi), e addirittura tornano in parte, sotto forma di tasse, agli Stati che acquistano gli armamenti. Per non dire del ritorno economico degli Stati nel caso che le aziende che producono armi siano statali o parastatali.
Nulla si crea, nulla si distrugge (a parte le città bombardate e i campi bruciati). La sbalorditiva circolazione di quattrini attorno alla guerra — o alla difesa, se amate gli eufemismi — ha una sua ricaduta molto vitale sull’economia mondiale.
In termini economici non è uno spreco, e anzi può essere un ottimo investimento. Non lo dico per fare la morale (a chi, poi?) ma per dare una forma più leggibile a quanto accade, è accaduto, accadrà. La guerra è (anche) un grande business. Il giorno che non lo fosse più, la guerra finirebbe.

Orsini il Grande

 

Cinque mosse per dimostrare che l’Italia vuole solo la pace
DI ALESSANDRO ORSINI
Molti si domandano che cosa l’Italia debba fare in Ucraina. Per rispondere, bisogna ricorrere all’analogia organica di Herbert Spencer e immaginare l’Unione europea come un corpo vivente. Braccia, mani e gambe svolgono funzioni diverse, ma ogni singolo arto è essenziale al funzionamento di tutto l’organismo. Lo stesso discorso vale per l’Unione europea. La struttura delle relazioni internazionali, emersa dopo la Seconda guerra mondiale, ha assegnato all’Italia il ruolo di potenza di pace. Questo ruolo è stato sancito prima dall’articolo 11 della Costituzione Italiana, che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, e poi ribadito da una legge del 1990, che impedisce all’Italia di vendere armi ai Paesi in Stato di conflitto armato. Tutto questo significa che l’Italia e la Francia, per citare un solo esempio, sono tenute a svolgere funzioni diverse, per quanto siano entrambe fondamentali al funzionamento complessivo dell’Unione europea nei momenti di crisi.
Senza la Francia, nessun Paese dell’Unione europea saprebbe come combattere efficacemente il terrorismo in Africa. Questo compito ingrato e violentissimo spetta a Parigi e non a Roma. In base all’ordine europeo emerso dopo la Seconda guerra mondiale, spetta ai soldati francesi di andare a morire contro i jihadisti dell’Isis, non all’Italia. La Francia, ma non l’Italia, può avere un seggio permanente con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, e pure la bomba atomica.
Se gli arti smettessero di svolgere la propria funzione specifica, il corpo si bloccherebbe. È proprio questo il motivo superiore della paralisi dell’Unione europea in Ucraina, resa evidente dal fatto che tutti i mediatori sono Paesi non europei. Una delle ragioni principali per cui nessuno intravede una soluzione alla guerra è perché, sotto il governo Draghi, l’Italia è diventata un arto politico amputato, che ha smesso di svolgere la propria funzione di pace nel corpo dell’Unione europea. L’Italia è una potenza di pace, non di guerra. Nel momento in cui Mario Draghi parla, pensa e agisce come Boris Johnson, che non fa più parte dell’Unione europea, ma che paradossalmente la guida con il suo oltranzismo bellicista, l’esito non può che essere la mancanza assoluta di una prospettiva di pace per l’Europa.
Che cosa dovrebbe fare il governo Draghi concretamente per la pace? Dovrebbe procedere secondo cinque mosse. Primo: ribadita la condanna dell’invasione russa, dovrebbe creare una rottura momentanea in seno all’Unione europea (rompere non è fuoriuscire) e riconoscere che il blocco occidentale ha commesso alcuni errori. Secondo: dovrebbe dirsi disponibile al riconoscimento del Donbass e della Crimea (rendersi disponibile non significa riconoscere). Terzo: dovrebbe risparmiare milioni di euro per le armi all’Ucraina e utilizzare quei soldi per costruire, con la compartecipazione del Vaticano, due grandi ospedali per i civili ucraini mutilati dalla guerra. Il primo per i bambini e il secondo per gli adulti. Tali ospedali dovrebbero essere costruiti al confine settentrionale dell’Italia in modo da rendere più rapido il trasferimento delle vittime ucraine in Italia, e dovrebbero essere denominati rispettivamente “Madre Ucraina” e “Gesù di Mariupol” in modo da saldare il movimento pacifista laico con quello cattolico. Quarto: il governo Draghi dovrebbe annunciare che, una volta terminata la guerra in Ucraina, si impegnerà a fare ciò che Kennedy e Krusciov fecero dopo la crisi dei missili del 1962, ovvero aumentare il livello di fiducia tra l’Unione europea e la Russia attraverso la creazione di una nuova istituzione denominata “Consiglio Russo-Europeo per la difesa della pace”. Quinto: il governo Draghi dovrebbe annunciare di voler costruire un’Unione europea sempre meno armata e amica della Russia, e assicurare che si opporrà a qualunque ulteriore tentativo di espansione della Nato ai confini russi, a partire dalla Georgia.

sabato 2 aprile 2022

Serie

 


bla bla bla

 


Daniela su Mario

 

Mario Draghi, l’ex santo subito ora scaricato (pure) dal papa
DI DANIELA RANIERI
Vi ricordate l’allievo dell’Istituto Massimo, il “miracolo” umano che incontra il Pontefice in udienza privata con la moglie Serenella, che “seduce come un salesiano” ma “conquista come un gesuita” (Foglio)? Ma sì, dai, “il gesuita del potere, incantatore, atermico” (Foglio), nominato da Papa Francesco membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, il premier che “comanda tacendo” come Ignazio di Loyola (Domani), anzi, a dirla tutta, che “offre il corpo” vaccinandosi (Repubblica), come Nostro Signore? Non vorremmo sembrare blasfemi, ma azzardiamo l’ipotesi che il crisma di Santa Romana Chiesa in fronte a Draghi stia venendo meno, che l’acqua santa si stia asciugando sul capino del santo subito della Bce, e che la cosa non stia avendo il giusto rilievo.
È successo che il Papa ha detto parole piuttosto inequivocabili: “Io mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si sono compromessi a spendere il 2 per cento del Pil per l’acquisto di armi come risposta a questo che sta accadendo, pazzi!”. Draghi ha ringraziato Papa Francesco, fischiettando e facendo finta che non ce l’avesse con lui (ma su 30 Paesi Nato, noi siamo tra i 10 che “si sono compromessi”, quindi il cerchio si stringe).
E gli organi di stampa dell’establishment, siccome non possono scrivere che il Papa dà del pazzo a Draghi e ai padroni del mondo cui egli obbedisce, censurano il Papa. Mentre continuano l’opera alacre di pompare la propaganda di guerra, dando a intendere ai lettori che trovare 13 miliardi sull’unghia per le spese militari c’entri qualcosa con l’invio di armi all’Ucraina aggredita (a cui comunque il 55% degli italiani è contrario, secondo Emg), relegano il grido del Papa alla colonnina delle curiosità. Siccome non possono dargli del filo-Putin e nénéista come fanno con chiunque, pur condannando Putin, non sia d’accordo con l’escalation militare (e siccome è meglio non inimicarsi gli ambienti vaticani con una guerra esplicita), mettono la dura accusa del Papa in fondo a pagina 38, come fosse la boutade di un anziano moralista un po’ scioccherello e idealista che non sa come va il mondo. E invece di chiedersi come mai Letta e gente cattolicissima del Pd e del non-partito di Iv, per non parlare dei berlusconiani e dei centristi baciapile, sono a favore delle armi, cioè della morte, fanno passare Conte, che è contro, per un furbacchione che vuole capitalizzare il consenso (allora lo sanno, che la stragrande maggioranza degli italiani è contraria al riarmo).
Draghi, come detto, fischietta. Lontani i tempi in cui il presidente della Cei, cardinale Bassetti, diceva che era stato messo lì dalla Provvidenza per assegnare “una prioritaria attenzione alle persone e alle famiglie maggiormente segnate da sofferenza, precarietà e crisi economica”, con “una particolare sottolineatura dell’orizzonte politico europeo, alla solidarietà tra le nazioni, alla pace, allo sviluppo sostenibile e alla giustizia sociale”. Come no: armandoci fino ai denti, tagliando la spesa sociale per comprare carrarmati, facendo altro debito in piena crisi post-pandemica, depauperando la Sanità già devastata, ignorando la via diplomatica (o piuttosto è la via diplomatica che ignora lui) per privilegiare quella delle armi.
“Ma la risposta alla guerra non è un’altra guerra, la risposta alle armi non sono altre armi”, ha ribadito il Papa. Ma, obiettano i furbi liberali militaristi, il catechismo dice che la difesa è sempre legittima (omettono di dire che l’Italia non è stata attaccata), e dobbiamo colpire la Russia con altre sanzioni durissime, casomai scaldandoci coi fuochi di campo. Niente da fare: per il Papa la risposta non sono nemmeno “altre sanzioni”.
Emblematico l’agguato tv di Federico Rampini (Corriere) a Marco Tarquinio, direttore de L’Avvenire, colpevole di pensare che le sanzioni “sono come bombardamenti: non piegano i regimi, ma piagano i popoli; si blocca il grano in Russia e si muore di fame in Nord Africa”. Per Rampini semplicemente Tarquinio è “uno dei tanti che lavorano per Putin” (ignora che le sanzioni americane all’Iraq causarono la morte di mezzo milione di bambini), compreso quindi il Papa. Ma il Papa ha detto un’altra cosa micidiale, per questa classe dirigente che vuole portarci alla catastrofe e per i giornali interventisti dannunziani che gli reggono il moccolo, facendosi piacere pure i fichissimi nazisti ucraini del battaglione Azov pur di fomentare gli animi. Ha detto che serve “un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo, non facendo vedere i denti, un modo ormai globalizzato di impostare le relazioni internazionali”. In altre parole, i capi dei Paesi occidentali sono dei post-nazionalisti violenti che fanno pagare ai loro popoli l’illusione di difenderli, del tutto inadatti a governare in questa terribile fase storica. E dunque “l’uomo della Provvidenza” non era per niente tale (e anzi dovrebbe vergognarsi).

Alex ci rinfranca

 

Questa corsa alle armi è un progetto da pazzi
DI ALEX ZANOTELLI
Ormai la febbre da guerra sta invadendo questo nostro pazzo mondo, una febbre che spinge le nazioni ad armarsi fino ai denti. Papa Francesco scandisce con parole dure questa folle corsa mondiale al riarmo: “Mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il 2% del Pil nell’acquisto di armi – come risposta a quanto sta succedendo adesso. La pazzia!”.
Il primo Paese a prendere una tale decisione è stata la Germania che ha deciso il raddoppio del bilancio militare portandolo a oltre il 2% del Pil. Infatti il cancelliere Scholz (in barba alla costituzione pacifista) ha stanziato subito 100 miliardi di euro a disposizione per riarmare la Germania. (Non è un bel segno per l’Europa) Subito dopo sono arrivate dichiarazioni simili da parte di Danimarca e Svezia. E il 16 marzo è stato il turno dell’Italia. Quel giorno il Parlamento italiano, con 391 voti a favore e 19 contrari, ha votato un ordine del giorno, proposto dalla Lega, che impegna il governo a destinare al settore militare almeno il 2% del Pil entro il 2024 (adesso si sta mediando per il 2028). Una mossa che farebbe lievitare il bilancio della difesa da 25 miliardi a 38 miliardi di euro all’anno. L’Italia spenderebbe così 104 milioni di euro al giorno in armi! Anche la Francia di Macron ha subito deciso di aumentare gli investimenti in armi. Questa febbre da guerra ha investito anche l’Unione europea. Difatti al vertice di Versailles, i capi di Stato della Ue hanno deciso di aumentare le spese per la difesa che potrebbero raggiungere 264 miliardi di euro all’anno, contro i 198 di oggi. La Ue spende in armi quattro volte più della Russia. E la Commissione Ue ha destinato 8 miliardi di euro per la ricerca e lo sviluppo di nuove armi nel periodo 2021-2022. Come se non bastasse, la Ue è ormai decisa a creare una propria Difesa comune.
È mai possibile che oggi dobbiamo pagare per la Nato e per un altro esercito europeo? Purtroppo siamo prigionieri della Nato/Usa che impone all’Europa la sua politica estera. E gli Usa sono prigionieri del loro “complesso militar-industriale” come lo aveva definito nel 1960 l’allora presidente Dwight Eisenhower. Per questo Biden non incentiva le trattative per la pace in Ucraina: perché vuole creare il Nemico, la Russia di Putin. E così continuare a fare guerre! Biden destina al Pentagono 800 miliardi di dollari, un aumento del 10% rispetto al 2021 e 7 miliardi di dollari per contrastare l’aggressione russa in Ucraina. Senza parlare della quantità incredibile di armi che gli Usa hanno dato all’Ucraina già prima che fosse aggredita da Putin. (Sia chiaro a tutti che Putin è l’aggressore e l’Ucraina l’aggredita). Ma la follia non è sola quella di Putin, ma anche quella degli Usa/Nato con la politica espansiva nell’Europa dell’Est, dopo la caduta del muro di Berlino. Ora siamo davanti a due potenze nucleari che si fronteggiano. Il pericolo di una guerra nucleare è sotto gli occhi di tutti: se scoppiasse avremmo “l’inverno nucleare” su questo pianeta. Ecco perché Papa Francesco nell’enciclica Fratelli Tutti afferma: “Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile ‘guerra giusta’. Mai più la guerra!”.
L’unica scelta che oggi abbiamo, se vogliamo continuare a vivere su questo pianeta, è quella di “sconfiggere la guerra” per sempre. È quanto affermava l’amico Gino Strada: “Come l’uomo è stato capace di rendere l’incesto un tabù, così oggi deve essere capace di rendere la guerra un tabù!”. Altrimenti è la fine per Homo Sapiens che purtroppo è diventato Homo Demens.