domenica 1 agosto 2021

Daje Marco!

 

La ministra del Nulla
di Marco Travaglio
Dodici anni fa a Repubblica bastava un giornalista (D’Avanzo) per fare 10 domande a B.. Ieri a Repubblica si son messi in undici, direttore compreso, per non farne neanche una alla Cartabia. E riempire due pagine con le sue risposte sottovuoto spinto. Fior da fiore.
1. “La riforma attua il principio costituzionale di ragionevole durata del processo”. La poverina pensa che, per abbreviare i processi, basti scrivere che devono durare meno e stecchirli alla scadenza. Come dire che, perché i treni arrivino in orario, basta bloccarli dopo un tot anche in aperta campagna, facendo scendere e proseguire a piedi i passeggeri.
2. “La politica si occupava delle proprie bandierine ignorando i contenuti della legge”. L’unica a ignorare la sua legge è lei, che non l’ha scritta e forse neppure letta. Dice alla Camera che la mafia non c’entra perché l’improcedibilità è esclusa per i reati da ergastolo (omicidi e stragi). Poi le spiegano che i processi di mafia non sono quasi mai di omicidio e strage, ma replica che la riforma non cambia perché l’han votata tutti. Infine Conte deve minacciare l’astensione dei ministri M5S per costringerla a escludere associazione mafiosa e voto di scambio, a triplicare da 2 a 6 la scadenza degli appelli per i reati aggravati dalla mafia e a raddoppiarla da 2 a 4 per gli altri. A proposito di “bandierine”.
3. “I processi di mafia sono trattati con priorità anche per la presenza di imputati detenuti… Il pericolo di mandare in fumo i processi di mafia non c’è mai stato”. E allora come mai il procuratore nazionale antimafia, il Csm e l’Anm han detto l’opposto? Basta leggere la relazione Lattanzi cui dice di essersi ispirata: l’arretrato medio delle Corti d’appello è di 2 anni; quindi i nuovi processi, secondo il suo progetto-base, sarebbero nati in media tutti improcedibili. Raramente i processi di mafia hanno imputati detenuti (vedi Cuffaro e Dell’Utri, mai arrestati prima del giudizio): il che conferma che la ministra della Giustizia non sa di cosa parla.
4. “Abbiamo sempre ascoltato i magistrati… tant’è che il presidente dell’Anm dice che parte delle loro preoccupazioni si sono un po’ allentate… I termini che abbiamo messo sono raggiungibilissimi”. Se ha ascoltato i magistrati, vuol dire che non ha capito cosa dicevano. E se sono un po’ meno allarmati dai nuovi termini “raggiungibilissimi”, è perché Conte l’ha obbligata ad annullarli per i reati di mafia e a triplicarli o raddoppiarli per gli altri. Risparmiandole un surplus di figuraccia.
5. “Si è giunti qui per via del contesto politico che conosciamo”. Sì, un contesto politico chiamato “elezioni” che lei non conosce, non avendo mai preso un voto in vita sua, e che tributò il 33% al M5S perché facesse l’opposto di quel che vuole lei. O chi per lei.

L'Amaca

 

Le strade che portano al Duce
di Michele Serra
"Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia sia viva la coscienza della razza.
Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei.
Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue".
Quando scrisse queste parole sulla Difesa della razza , nel 1942, Giorgio Almirante aveva quasi trent’anni. Non era un ragazzino inconsapevole travolto dal fanatismo, ma un funzionario del fascismo. Tale rimase aderendo alla Repubblica Sociale, poi fondando il Msi e guidandolo per tutta la vita. Bene ospitato, lui e tanti altri camerati, nel Parlamento di una democrazia che, se avessero vinto loro, non sarebbe mai nata.
Il Comune di Alessandria, giunta di centrodestra (compresi i "liberali" di Forza Italia), ha deciso di dedicargli una strada. Il promotore dell’idea, il consigliere Locci, spiega che «con questa intitolazione si riconosce il diritto alla memoria di una comunità politica che dal 1948 è stata il riferimento di milioni e milioni di italiani».
È una spiegazione corretta di che cosa significhi intitolare una strada ad Almirante: significa intitolarla al fascismo e alle sue lunghe propaggini neofasciste, che per diverse generazioni, anche sotto democrazia, hanno dato voce agli italiani (non pochi) che inneggiano al Duce.
Alle tante giunte comunali di destra che, in tutta Italia, pretendono che la toponomastica onori Almirante, manca dunque un piccolo salto: di qualità, di coerenza, di coraggio. Chiedano di intitolare piazze e strade direttamente a Benito Mussolini, tanto per chiarire non a noi, che non ne abbiamo bisogno, ma a loro stessi, quale intenzione li anima.

sabato 31 luglio 2021

Travaglio!

 

La mafia è maggioranza
di Marco Travaglio
Siccome l’“informazione” ha visto un altro film, riepiloghiamo quello vero. Il Governo dei Migliori partorisce una “riforma della giustizia” che ammazza tutti i processi d’appello (stragi e omicidi esclusi) che non arrivino a sentenza entro 2 anni da quella di primo grado: “improcedibili”. Tutti i partiti tranne uno e tutti i giornali tranne uno dicono che è una meraviglia, proprio quel che ci chiede l’Europa, e chi obietta qualcosa è un giustizialista incompetente che vuole sabotare i Migliori. Tutti i magistrati che la commentano dicono che è una salva-ladri&mafiosi. La Cartabia alla Camera nega: “Nessun processo di mafia improcedibile”. I ministri M5S ottengono qualche ritocchino e la votano con gli altri, perché Draghi minaccia di dimettersi (e loro ci credono). Poi Conte diventa capo del M5S. La “riforma”, bocciata pure da Anm e Csm, approda alla Camera e Draghi mette la fiducia. Conte dice che così è invotabile. La Cartabia replica che il testo non cambia perché l’han già votato tutti. Lega, FI e Iv confermano. Il Pd pigola qualcosa. I media dicono che Conte finge: ingoierà tutto, anche perché “Draghi ha perso la pazienza” (povera stella).
Giovedì il Cdm deve votare il testo definitivo per la fiducia. Conte dice ai suoi ministri di astenersi senza il minimo sindacale della decenza: niente improcedibilità per i reati di mafia (416 bis e ter), tempi tripli per i reati ad aggravante mafiosa (416 bis.1) e doppi per tutti gli altri, decorrenza da 90 giorni dopo la prima sentenza e termini sospesi se si rinnova il dibattimento. Per 9 ore la Cartabia e i suoi parolieri Ghedini&Bongiorno sfornano finte controfferte, con dietro tutti gli altri partiti che lottano come leoni per mandare al macero i processi di mafia. Conte riceve chiamate da tutti i palazzi e dai poltronisti grillini perché cali le brache. Ma tiene duro finché ottiene ciò che chiede. La “riforma” Cartabia non esiste più, mentre resuscita la Bonafede: la prescrizione resta bloccata dal primo grado e l’improcedibilità scatterà solo nei processi-lumaca che dureranno più di 4 anni per i reati ordinari e più di 6 in quelli con aggravante mafiosa. I 2 anni della Cartabia raddoppiano per i primi e triplicano per i secondi fino al 2025 (quando si sarà votato e chi avrà vinto potrà cancellare o peggiorare la schiforma). I due Matteo e FI, che non hanno toccato palla, fingono di esultare. I giornali scrivono che hanno vinto Draghi, Cartabia, Di Maio, Giorgetti, financo la Serracchiani. La Cartabia, anziché andare a nascondersi, esulta: “Abbiamo salvato i processi di mafia” (minacciati da sé medesima, che peraltro negava alla Camera fossero a rischio). Poi chiarisce tutto il fuorionda di Draghi: “Se uno ascolta troppo gli esperti, non fa niente”. Ah ecco.

Tutto vero ad Alloccalia!

 




venerdì 30 luglio 2021

Daje Daniè!


“La Stampa” illuminata che invoca i colonnelli

di Daniela Ranieri

Noi lo dicevamo per scherzare, che questi volevano i colonnelli, dove questi sono gli sposini di Draghi (visto che chi non ama Draghi e non prega nella sua direzione tre volte al giorno loro lo chiamano “vedovo di Conte”). Invece ieri su La Stampa Marcello Sorgi l’ha scritto chiaro e tondo: “Se Draghi fosse costretto a dimettersi (ma va ripetuto: è un’ipotesi del terzo tipo, il periodo ipotetico dell’impossibilità)”, il Signore non voglia, Dio ce ne scampi e liberi, mi caschi la lingua se lo ripeto, “Mattarella lo rinvierebbe immediatamente alle Camere, mettendo i partiti di fronte alle loro responsabilità”. Quindi tutto a posto, sono inconvenienti della democrazia che il sistema, responsabilizzato dai tanti miracoli draghiani in fatto di Ripresa, Resilienza, Finanza, Lavoro, Salute e Amore, ammortizza con letizia.

“Ma metti anche che”, dice Sorgi sbiancando e mordendosi la lingua, “in un intento suicida, gli stessi responsabili delle dimissioni insistessero per mandare a casa il banchiere, giocandosi la fiducia dell’Europa e i miliardi di aiuti… al Presidente della Repubblica non resterebbe che mettere su un governo elettorale, forse perfino militare, com’è accaduto con il generale Figliuolo per le vaccinazioni. A mali estremi, estremi rimedi”. Avete letto bene. Sul giornale più azzimato del gruppo Gedi, il fiore della borghesia industriale italiana, su cui scrivono progressisti e gente attenta alle desinenze non discriminatorie, l’editorialista di punta chiede i carrarmati. A parte che se c’è di mezzo il Gen. Figliuolo il golpe sarebbe molto probabilmente una pagliacciata confusionaria (“Usate il cannone, no: il lanciarazzi, anzi no: la scimitarra! Occuperemo 500 uffici ministeriali entro settembre, no: 1 milione entro ottobre, anzi 600 mila entro novembre! Arruolatevi tutti, no: solo sotto i 50 anni, anzi solo sopra i 60”, e così via), fa una certa impressione la naturalezza con cui sul giornale più cool dell’establishment si invoca il rimedio estremo contro i partiti che questionano sulla Giustizia invece di amare Draghi e le sue sante riforme incondizionatamente. Ci hanno preso gusto, segno; del resto, le vaccinazioni sono andate così bene (a proposito: prima di attuare il piano eversivo, Sorgi potrebbe consigliare al Gen. Figliuolo di riaprire gli Open Day con AstraZeneca, giusto per accoppare i più giovani, notoriamente poco empatici coi militari).

È che, ci spiegano i liberali sui social apprezzando molto l’invocazione di Sorgi, i militari sarebbero comunque meglio di Conte (ormai lo dicono proprio apertamente, fino a qualche anno fa si vergognavano quando gli dicevi che sono da sempre i migliori fiancheggiatori dei fascisti) e bisogna perpetrare il governo Draghi a ogni costo, finanche quello di revocare d’imperio la democrazia. Anche se sospettiamo che questo per Sorgi e quelli come lui non sia un costo, ma un piacere: nel suo articolo la democrazia è, icasticamente, “la grande e crescente confusione che si registra alla Camera”, una escrescenza inutile, una cistarella che si può incidere e far scoppiare. Come? Con le baionette.

Questa gente che sembra pulitina e non dice “cazzo”, e giammai nella stessa frase con la parola “Draghi”, non si fa nessun problema, dopo il caffè, a proferire in un editoriale dolente, in cui prevede la fine del Governo dei Giusti benedetto dall’Europa, l’inaudita proposta. “Anche se non è affatto detto che ci si arriverà”, concede l’autore nella chiosa con una certa malinconia, mentre l’aroma mentolato della schiuma da barba svanisce nell’aria insieme al bel sogno di un attimo. Gli stivali dentro Montecitorio, l’odore di polvere da sparo, le palestre trasformate in carceri per i dissidenti, Conte che scappa in aereo in lacrime e si collega via FaceTime con la base come Erdogan, un capo del Governo col petto guarnito di mostrine, l’ad di Goldman Sachs ministro delle Finanze, Figliuolo che si fa paracadutare per sbaglio dentro un pollaio di Maccarese… Peccato, sarà per un’altra volta (naturalmente stiamo esagerando, loro hanno solo prospettato uno scenario, i terroristi siamo noi che diciamo che la lotta di classe esiste, mentre loro la vincono).

Da studiare


Dovessero studiare le metamorfosi filosofiche insinuantesi dentro ad un ribelle venuto a contatto col bisso e gli agii della casta di lor ribaldi, non potrebbero che analizzare lui, l’oramai impomiciato Bibitaro, che si muove nei meandri del losco con tatticismo e borotalco migliore che Al Tappone dentro ad un bordello. Blaterante negli anni passati di stravolgimenti essenziali per resuscitare una pseudo democrazia come la nostra, si è via via trasformato in un esemplare Boiardo simil politico, con quella sfacciataggine forlaniana che gli permette di adeguarsi ai tempi e alle necessità di sopravvivenza simbolo del regno degli approfittatori, che allocchi scafati perseverano a definire politica. Luigino smussa, affievola, finge d’ascoltare, si auto modifica, muta il dna, batuffola, chiagne, miagola solo ed esclusivamente per non dover alzarsi dalla dorata poltrona. Al suo confronto il Dibba delle Ande è un “Che de noantri” L’affetto incondizionato per il Dragone delle Banche, è quanto di più smielato si possa concepire su questa sfera ricordante gli anni dell’era del Puttanesimo, allorché cardinali, gnomi, schiavi e pusillanimi adorarono il "tangentista della mafia" e le sue "sagge, filosofiche, rispettose, e mai misogine, cene eleganti".

Un'altra meditazione travagliata...

 

Scartabia
di Marco Travaglio
Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Già il fatto di porsi questa domanda su un governo che ha tentato fino all’ultimo di mandare al macero centinaia di migliaia di processi per reati gravissimi segnala il livello criminale delle classi dirigenti che lo esprimono. Comunque la risposta è: più pieno che vuoto. Il compromesso al ribasso che salvava solo i processi per associazione mafiosa e voto di scambio, condannando all’improcedibilità tutti i delitti “strumento” dei clan – corruzione, estorsione, usura, riciclaggio, turbativa d’asta, truffa, frode, traffico di droga, armi, rifiuti tossici, prostituzione ecc. – è stato evitato dall’intransigenza di Conte, in una trattativa che partiva disperata: i processi d’appello per tutti i reati con l’aggravante mafiosa potranno durare 6 anni fino al 2024 e poi 5. E quelli per associazione mafiosa, voto di scambio, terrorismo, droga e reati sessuali avranno proroghe senza limiti. In più la sabbia nella clessidra inizierà a scendere non alla sentenza di primo grado, ma 90 giorni dopo. Per gli altri processi d’appello, gli anni non sono più i 2 voluti dalla Cartabia, ma 3+1, poi scenderanno di 1 solo se l’apposito Comitato tecnico dirà che il sistema è pronto. Non solo: se si riapre l’istruttoria dibattimentale per nuovi atti d’indagine o interrogatori, la clessidra si ferma: così i 3+1 o i 2+1 valgono solo per i processi che ridiscutono carte e sentenze di tribunale; per gli altri il termine sale. Resta lo scempio (sia pure annacquato) del Parlamento che indica alle Procure i reati prioritari, ma lì si spera che intervenga la Consulta; e l’obbligatorietà dell’azione penale tutela ogni pm che osi indagare sui delitti “fuori menu”.
I pericoli peggiori (anche se non tutti) della schiforma Cartabia sembrano sventati: basta confrontare il testo originario con quello stravolto dall’accordo di ieri. I 5Stelle, dopo mille cedimenti e sbandate, ridanno agli elettori un motivo per votarli. Lega, FI e i renziani del Pd e di Iv si confermano i santi patroni dell’impunità. Ma questo già si sapeva, anche se il M5S, la parte sana del Pd e Leu dovrebbero prenderne atto. A uscirne con le ossa rotte sono la cosiddetta ministra della Giustizia e Draghi che, o per malafede o per incompetenza (non si scappa: delle due l’una), hanno fino all’ultimo negato l’evidenza e tentato di imporre un testo che tutti gli addetti ai lavori (oltre al Fatto) giudicavano un Salvamafia&ladri. Una Guardasigilli che nega in Parlamento qualsiasi effetto sui processi di mafia e poi ingoia quel po’ po’ di eccezioni imposte da Conte sui reati di mafia (416bis, 416bis.1 e 416ter), dovrebbe scusarsi e dimettersi. Da ieri è ufficiale che o non sa quel che dice, o ci ha provato e le è andata male. Altro che aspirare al Quirinale: dovrebbe andarsene a casa.