giovedì 26 novembre 2020

Gianni Minà


È stato il suo amico giornalista. Giusto che parli lui

“A DIEGO"

di Gianni Minà

Con Maradona il mio rapporto è stato sempre molto franco. 
Io rispettavo il campione, il genio del pallone, ma anche l’uomo, sul quale sapevo di non avere alcun diritto, solo perché lui era
un personaggio pubblico e io un giornalista. 
Per questo credo lui abbia sempre rispettato anche i miei diritti e la mia esigenza, a volte, di proporgli domande scabrose.

So che la comunicazione moderna spesso crede di poter disporre di un campione, di un artista soltanto perché la sua fama lo obbligherebbe a dire sempre di sì alle presunte esigenze
giornalistiche e commerciali dell’industria dei media. 
Maradona, che ha spesso rifiutato questa logica ambigua, è stato tante volte criminalizzato. 

Una sorte che non è toccata invece, per esempio, a Platini, che come Diego ha detto sempre no a questa arroganza del giornalismo moderno, ma ha avuto l’accortezza di non farlo brutalmente, muro contro muro, bensì annunciando, magari con un sorriso sarcastico, al cronista prepotente o pettegolo “dopo quello che hai scritto oggi, sei squalificato per sei mesi. Torna da me al compimento di questo tempo.”
Era sicuro, l’ironico francese, che non solo il suo interlocutore assalito dall’imbarazzo non avrebbe replicato, ma che la Juventus lo avrebbe protetto da qualunque successiva polemica. 

A Maradona questa tutela a Napoli non è stata concessa, anzi, per tentare di non pagargli gli ultimi due anni di contratto, malgrado le tante vittorie che aveva regalato in pochi anni agli azzurri, nel
1991 gli fu preparata una bella trappola nelle operazioni antidoping successive a una partita con il Bari, in modo che fosse costretto ad andarsene dall’ Italia rapidamente. 
Eppure nessuno, né il presidente Ferlaino, né i suoi compagni (che per questo ancora adesso lo adorano) né i giornalisti,
né il pubblico di Napoli, hanno mai avuto motivo di dubitare della lealtà di Diego.

Io, in questo breve ricordo, a conferma di questa affermazione, voglio segnalare un semplice episodio riguardante il nostro rapporto di reciproco rispetto.
Per i Mondiali del ’90, con l’aiuto del direttore di Rai Uno Carlo Fuscagni, mi ero ritagliato uno spazio la notte, dopo l’ultimo telegiornale, dove proponevo ritratti o testimonianze dell’evento
in corso, al di fuori delle solite banalità tecniche o tattiche. Questa piccola trasmissione intitolata “Zona Cesarini”, aveva suscitato però il fastidio dei giovani cronisti d’assalto (diciamo così...) che
occupavano, in quella stagione, senza smalto, tutto lo spazio possibile ad ogni ora del giorno e della notte. La circostanza non era sfuggita a Maradona ed era stata sufficiente per avere tutta la sua simpatia e collaborazione.
Così, nel pomeriggio prima della semifinale Argentina-Italia, allo stadio di Fuorigrotta di Napoli, davanti a un pubblico diviso fra l’amore per la nostra nazionale e la passione per lui, Diego,
mi promise per telefono: “Comunque vada verrò al tuo microfono a darti il mio commento. E tengo a precisare, solo al tuo microfono.”

La partita andò come tutti sanno. Gol di Schillaci e pareggio di Caniggia per un’uscita un po’ avventata di Zenga. 
Poi supplementari e calci di rigore con l’ultimo, quello fondamentale, messo a segno proprio da quello che i napoletani chiamavano ormai “Isso”, cioè Lui, il Dio del pallone. 
L’atmosfera rifletteva un grande disagio. Maradona, per la seconda volta in quattro anni, aveva riportato un’Argentina peggiore di quella del Messico, alla finale di un Mondiale che la Germania, qualche giorno dopo, gli avrebbe sottratto per un rigore regalato dall’arbitro messicano Codesal, genero del vicepresidente della Fifa Guillermo Cañedo, sodale di Havelange, il presidente brasiliano del massimo ente calcistico, che non avrebbe sopportato due vittorie di seguito dell’Argentina, durante l’ultima parte della sua gestione.

C’erano tutte le possibilità, quindi, che Maradona disertasse l’appuntamento. E invece non avevo fatto a tempo a scendere negli spogliatoi, che dall’enorme porta che divideva gli stanzoni
delle docce dalle salette delle tv, comparve, in tenuta da gioco, sporco di fango e erba, Diego, che chiedeva di me, dribblando perfino i colleghi argentini. C’era, è vero, nel suo sguardo,
un’espressione un po’ ironica di sfida e di rivalsa verso un ambiente che in quel Mondiale, non gli aveva perdonato nulla, ma c’era anche il suo culto per la lealtà che, per esempio, lo aveva fatto
espellere dal campo solo un paio di volte in quasi vent’anni di calcio.

Cominciammo l’intervista, la più ambita al mondo in quel momento, da qualunque network.
Era un programma registrato che doveva andare in onda mezz’ora dopo, perché più di trent’anni di Rai non mi avevano fatto “meritare” l’onore della diretta, concessa invece al cicaleggio più inutile.
Ma a metà del lavoro eravamo stati interrotti brutalmente non tanto da Galeazzi (al quale per l’incombente tg Diego concesse un paio di battute) ma da alcuni di quei cronisti d’assalto che già
giudicavano la Rai cosa propria e che pur avendo una postazione vicina ai pullman delle squadre, volevano accaparrarsi anche quella dove io stavo intervistando Maradona. El Pibe de Oro fu
tranciante: “Sono qui per parlare con Minà. Sono d’accordo con lui da ieri. Se avete bisogno di me prendete contatto con l’ufficio stampa della Nazionale argentina. Se ci sarà tempo vi accorderemo qualche minuto.” Aspettò in piedi, vicino a me, che terminasse l’intervista con un impavido dirigente del calcio italiano, disposto a parlare in quella serata di desolazione, poi si risedette, battemmo un nuovo ciak e terminammo il nostro dialogo interrotto. Quella testimonianza speciale, di circa venti minuti, fu richiesta anche dai colleghi argentini, e andò in onda (riannodate le due parti) dopo il telegiornale della notte. 
Fu un’intervista unica e giornalisticamente irripetibile, solo per l’abitudine di Diego Maradona a mantenere le parole date.

Lo stesso aveva fatto per i Mondiali americani del ’94 quando aveva accettato per due volte di ritornare all’attività agonistica in nazionale prima per assicurare la partecipazione alla querida
Argentina nel match di spareggio contro l’Australia e poi giocando tre partite all’inizio dei Mondiali stessi, prima che lo fermassero. Eppure, val la pena ricordarlo, nel momento in cui, con un'accusa
ridicola era stato sospeso per doping dopo le prime due partite. 

La Federazione del suo amato paese non aveva mandato nemmeno un avvocato a respingere legalmente l’imputazione che non stava in piedi: “Hanno preferito trafiggere con un coltello il cuore di un bambino” aveva commentato Fernando Signorini, il suo allenatore e consigliere, quando la mattina dopo ci eravamo incontrati.
L’intervista da un motel dove aveva soggiornato con i parenti l’avevo ottenuta io. I giapponesi l’avevano mandata in diretta e i francesi in differita, un po’ di ore dopo, non credendola
possibile.
Così, insomma, questo modo di comportarsi da grande e da piccino lo ha portato a superare ogni avversità e pericoli - anche quelli che sembravano impossibili - della sua esistenza. 
Dalla polvere di Villa Fiorito, nella provincia di Buenos Aires, dove è cominciata la sua avventura di più grande calciatore mai nato alla militanza politica nei partiti progressisti latinoamericani per i quali
ha dato molte volte la propria faccia. 

Nessun calciatore è mai arrivato a tanto.

Diego, per una ironia del destino, se n’è andato da questo mondo lo stesso giorno di un altro gigante, Fidel Castro. 

Alla fine li rimpiangeremo, come succede a chi ha lasciato una traccia indelebile nel gioco del calcio e della vita. 

E ora silenzio. 

Il suo prezzo al mondo del pallone lo ha pagato da tempo”.

Gianni Minà

Continuano

 


L'Amaca

 Se fossi napoletano

di Michele Serra
Incredibile quanta gente piange, in televisione, sul web, al telefono, in giro per il mondo intero. Piangono i conduttori e i giornalisti, piange chi per lavoro spesso specula sul pianto degli altri, e ora alla telecamera offre, finalmente, il suo. Perfino il vizio retorico tipico dell’informazione annega e scompare, nel mare di lacrime che accompagna Maradona nell’oltretomba. Le lacrime non hanno la grevità o la banalità delle parole, le lacrime sono il corpo umano che parla per conto suo, senza bisogno di articolare parole. Per un giocatore di pallone? Beh certo, per un giocatore di pallone, lo sport è stato inventato apposta per dare vita materiale ai nostri sogni, al bisogno di eroi, di dei (nel senso greco), di gesti perfetti, di imprese ammirevoli, di vittoria che ci redime dalla mediocrità, dall’affanno, dalle miserie, e costruisce la nostra epica di massa. Diego come Ettore, Achille, Enea? Beh certo, Diego come Ettore, Achille, Enea. Tanto più perché era nato disgraziato, “in un posto dove non c’è nulla, ci sono stato e non c’è nulla”, dice un giornalista (bravo) con gli occhi rossi. Un povero che diventa un dio, non è abbastanza per farne un’icona planetaria, non è abbastanza per dire, come dice un bravo telecronista, piangendo, “lui ci sarà per sempre”?
Non fatevi troppe domande, voi che non amate il calcio o non lo capite, ed è vostro diritto. Perdonate a cinque o sei miliardi di persone questo dolore così semplice, così unanime, così grande. Se fossi argentino avrei pianto tutta la notte, se fossi napoletano piangerei ancora adesso.

mercoledì 25 novembre 2020

Addio Genio!





Se ne è andato il più grande!
Ogni sport ha avuto il suo numero uno indiscusso. Chi non concepiva la boxe, nel vedere Muhammad Alì esternava stupore, meraviglia per la farfalla danzante sul ring con arte strabiliante, unica irripetibile. E così Coppi nel ciclismo, Schumacher in F1, Lewis e via andare. Nel calcio furoreggiò Pelé, anch’egli inimitabile, irripetibile. Ma da quando scese in campo “Isso”, come lo chiamavano i partenopei, tutti i paragoni s’affievolirono, i dubbi pure, perché ciò che quel Sinistro tramutato in lampada del Genio compì nei campi verdi del globo, nessuno mai fece e probabilmente farà in futuro. E forse la Bellezza nel vederlo oramai tramutarsi in macchietta ha deciso di portarlo con sé, nei prati smeraldati dove la storia lascia il passo alla Leggenda. Ciao Diego!

Paolo l'anticipatore

 


Se ne è andato prematuramente, sconfitto da un brutto male, a 54 anni Paolo Gabriele, ex maggiordomo di Papa Benedetto XVI, l'Anticipatore, il Confermatore di quanto uomini e donne di buona volontà sospettavano da tempo immemore, che cioè "là dentro" vi fosse tutto, ma propio tutto, meno quello che sepolcri imbiancati ma pur sempre paonazzi, professavano a copione.
Paolo fu quindi colui che materializzò il pensiero comune, di pochi, quel "ma allora era tutto vero!" per cui un domani, probabilmente e in un'ottica squisitamente di fede, comprenderemo appieno, soprattutto il perché del mancato arrivo di un potente meteorite spazzante ricchi epuloni, lavatrici di soldi mafiosi, tresche adescanti inermi, affaracci della malora e demoniaci, frullati di paraventi ad uso e consumo del popolino, che siamo anche noi.
Se è pur vero che Paoletto, lo chiamavano così, tradì la fiducia del Papa, lo fece solo ed esclusivamente perché, a suo modo, disse tra l'altro un giorno di essere "un infiltrato dello Spirito Santo", credeva fortemente in quello che professava e il veder attorno a sé quella cianfrusaglia di omuncoli interessati al bisso e alla carriera, lo indusse a lasciar tutti i privilegi che il suo incarico gli elargiva, per piombare nel nulla assoluto, pur avendo moglie e tre figli.
Papa Benedetto in seguito lo perdonò e Francesco gli fece riavere un lavoro, svolto sempre in silenzio e lontano dalla ribalta (se per esempio avesse deciso di scrivere un libro, quanto avrebbe incassato?)
Lo trattarono da Corvo, spostando l'attenzione sul solito dito, per sviare ai molti quella luna puttanaio di infinite malefatte per cui, spero, sarà per molti pianto e stridore di denti.
Col senno di poi se Paoletto non avesse fatto quel che fece, probabilmente saremmo tutt'ora nel regno di papa Scola, col Formiga e i fabbricanti ciellini ad imporre moralità ed affarismi a tutto il globo terraqueo, con paraventi sempre più giganti dietro cui le eminenze goderecce su terrazze infinite, perseguirebbero ancora le loro laide tresche corroborate da pateregloria ed incenso a piene mani, stordente stolti dormienti.
Per fortuna dall'agire di Paoletto è arrivato l'Argentino saldo e caparbio, in grado di scacciare i tanti, troppi, mercanti dal tempio.
Riposa in pace Paoletto e soprattutto, chissenefrega di quello che diranno molti, il sì sia sì e il no, no, come raccomanda il Principale: grazie!

Splendido Marco!

 

Il nipote di Al Sisi
di Marco Travaglio
Siccome domenica aveva annunciato “ci difenderemo nel processo e non dal processo perché noi facciamo come quelli seri, cresciuti alla scuola democristiana”, ieri l’Innominabile non si è presentato all’interrogatorio fissato dalla Procura di Firenze che lo accusa di finanziamenti illeciti alla fondazione Open, accampando un improrogabile “legittimo impedimento”. Doveva presidiare il Senato (dove ha appena il 41,69% di presenze) per difendere l’amico Al Sisi su Regeni: “La non collaborazione egiziana è un falso. Al Sisi ha permesso una collaborazione giudiziaria che non è quella che sognavamo, ma è decisamente superiore a quella standard”. L’intervento, decisivo per le sorti del caso Regeni e soprattutto per i consensi di Italia Viva, richiama quelli di Previti che, appena iniziarono i suoi processi, si trasformò da assenteista a stakanovista dell’aula, dissertando su tutti i temi dello scibile umano: dall’“adeguamento ambientale della centrale termoelettrica di Polesine Camerini” all’“impiego delle giacenze del bioetanolo nelle distillerie” all’“esecuzione dell’inno nazionale prima delle partite del campionato di calcio”.Il processo di emulazione-identificazione con la banda B., sempre per difendersi nei e non dai processi, prosegue con un altro cavallo di battaglia del Caimano e dei suoi cari: le eccezioni di incompetenza territoriale a raffica. B.&C. per vent’anni tentarono di trasferire i loro processi da Milano a Brescia, o a Perugia, o a Roma.
Il nostro, siccome Open aveva sede a Firenze, ritiene che la Procura di Firenze sia incompetente a giudicarlo e pretende che l’indagine plani morbidamente a Roma (dove ha sede il Pd, che non c’entra nulla), o a Pistoia (dove nacque la fondazione prima di spostarsi a Firenze), o a Velletri (tribunale competente a giudicare i reati di Pomezia, dove ha sede uno dei primi finanziatori di Open, la Promidis, che però non è indagata diversamente da lui e dagli altri amministratori di Open). Inoltre, non disponendo più della Rai e dei giornaloni come ai bei tempi per sparare sui pm, ha aperto il sito guerraarenzi.it per seguire “processi, indagini e accuse” ai politici perseguitati come lui. Scopriremo presto che i magistrati che osano dargli noia indossano calzini turchesi. Che Carrai è uno stimato igienista dentale. Che Lotti, con Palamara e Ferri, faceva solo cene eleganti. Che l’avvocato Bianchi merita la Consulta o, almeno, il ministero della Giustizia. Che urge un lodo Bianchi per congelare i processi agli ex premier e depenalizzare il finanziamento illecito. Che lui non può farsi interrogare perché ha l’uveite. Che la Boschi è la nipote di Al Sisi e, processandola, si rischia un incidente diplomatico con l’Egitto.

L'Amaca in montagna

 


La montagna che si salva
di Michele Serra
Dire «la montagna» e dire «lo sci» non è la stessa cosa, avverte Reinhold Messner.
Non per caso, dice il contrario esatto di Alberto Tomba. Si può salire nelle valli per fare anche tante altre cose, camminare, riposare, respirare, fare attività fisica con la neve sotto i piedi e il vento in faccia. Andare a piedi, a cavallo, in bicicletta. Godersi lo spazio e il silenzio. In nessun luogo come in montagna è possibile scoprire che il distanziamento non è solo una misura sanitaria, può anche essere la riscoperta di una libertà dimenticata.
Messner ha ragione, e chi ama la montagna lo sa. Dunque il messaggio che arriva in queste ore sulla "distruzione dell’economia alpina" se le piste da sci rimangono chiuse è un messaggio autolesionista. Cattiva pubblicità. Riduce la montagna a una monocoltura invadente e fragile, quella degli impianti di risalita, ignora tutto il resto, che è tantissimo.
L’indimenticabile prete di religione dei miei anni di liceo, don Giovanni Barbareschi, era un valtellinese scolpito nella roccia.
All’Alpe di Motta, nello spartano dormitorio dove organizzava settimane bianche decisamente non vanziniane, tuonava contro «i signorini di città con la giacca a vento firmata» che andavano in montagna senza capirla: ed eravamo ancora negli anni Settanta del secolo scorso. Oggi i signorini di città sono migliorati, se chiudono le piste sanno cosa cercare oltre i milleduecento metri. La montagna ne approfitti, si rivolga a loro come se fossero amici e non clienti, come se fossero Messner e non Tomba, e la stagione invernale sarà quasi salva.