giovedì 19 novembre 2020

Robecchi


PIOVONO PIETRE
Pandemia e vip. La cura del virus è diventata uno vero status symbol

di Alessandro Robecchi

Ogni tanto fa bene rileggere i classici, ripercorrere testi antichi, ritrovare righe dense e dimenticate, tipo queste: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti” (Autori Vari, Costituzione della Repubblica Italiana, 1947). Magari, rileggendo quella antica letteratura di fantascienza comodi comodi sul divano, si può attendere la pattuglia volante del San Raffaele di Milano, visita, radiografia, esami del sangue e saturazione: appena 450 euro, un affarone. Prima, però, una visita online, al telefono o su Skype per i più aggiornati tecnologicamente: 90 euro. Questo per dirvi se avete il Covid. Per curarlo, poi parliamone (Questa casa è sua? Ha miniere in Messico? Soldi da parte?).

Segue polemica, ovviamente (non ci viene risparmiato nulla), perché è seccante che la pandemia diventi un business, ma soprattutto è seccante (eufemismo) constatare la differenza tra il trattamento che riceve chi sborsa oltre 500 euro e chi invece imbocca il tunnel burocratico-sanitario di telefonate al medico, indicazioni sommarie (tachipirina, non cortisone!), attese snervanti, code per i tamponi, autoreclusioni per attendere l’esito.

Il risultato è che in una situazione delicata e pericolosa per tutti, la forbice delle diseguaglianze si allarga ancora. Come sempre la Lombardia fa scuola, il San Raffaele resta epicentro della cosmogonia formigoniana, il professor Zangrillo, che lì opera, invita a non affollare i pronto soccorso e curarsi a casa. Insomma, è l’oste che consiglia il vino.

Contemporaneamente, chi volesse, nella ridente città di Milano, procurarsi una dose di vaccino antinfluenzale, farà parecchia fatica rimbalzando come una pallina da flipper tra medico di base (Eh? Uh? Cosa?) e Ast, sportelli e code, anche avendone diritto in quanto categoria a rischio. Con una telefonata e 123 euro, invece, ecco la visita privata con vaccino incluso: tempi di attesa per l’appuntamento, cinque giorni. C’è anche la tariffa “smart”, solo 70 euro, ma i giorni di attesa diventano 15. Tempo (vostro), in cambio di soldi (sempre vostri). Finirà con una rivoluzione nell’empireo costoso degli status symbol: non più l’orologio, il telefono, la macchina, la casa al mare, ma il tampone in tempo reale, il vaccino sicuro, la visita domiciliare di un medico, addirittura di un’équipe, meglio di ostriche e champagne.

Ora, scandalizzarsi per tutto questo pare un po’ ingenuo: come durante il proibizionismo, il whisky si trova lo stesso, solo un po’ più caro. E del resto tra la medicina sul territorio e la terapia intensiva c’è questa grande terra di nessuno, un po’ incolta, un po’ incerta, faticosa da attraversare, dove il privato si getta come un cercatore d’oro. E questo è lo stato delle cose.

Ora sappiamo che più o meno in primavera (faccio una media tra le previsioni) ci sarà il problema (speriamo) del vaccino anti-Covid, e viene da chiedersi se le cose funzioneranno allo stesso modo. Cioè se dovremo rincorrere la nostra iniezione di tranquillità, rincorrerla, telefonare a raffica, chiedere agli amici oppure pagare, corsia preferenziale per cittadini solventi.

Insomma, quando (e se) arriverà il famoso vaccino (uno dei), si potrà controllare in modo rapido – tipo tampone di Zaia – se l’articolo 32 della Costituzione ha ancora un senso, oppure se avremo le solite cronache di vip, milionari e calciatori che esibiscono lo status symbol dell’immunità acquisita, pagando s’intende.

mercoledì 18 novembre 2020

Pensierino



Leggo di fantomatici no vax, cax-cax che avrebbero già deciso di non farsi vaccinare contro il Covid. Percentuali alte, alcuni dicono sfioranti il 40%
Bene, siamo in democrazia, e personalmente in questo ambito sarei più propenso ad un regime maoista. Ma se molti dotti non vorranno vaccinarsi occorrerebbe a parer mio una leggina: non ti vuoi vaccinare? Ok, ma se prenderai il virus, ti ricovereremo a spese della collettività e tu, una volta guarito, pagherai tutte le spese ospedaliere sostenute. Semplice no?

Speranza



Dio sia lodato! Si ok, non è calabrese ma è un grand’uomo, che non guarda in faccia a nessuno. Dopo il circo indegno delle scelte precedenti, di cui mi vergogno per loro, ecco un barlume di luce finalmente. Certo troverà una situazione limite, incredibile. Ma avendo lavorato, e bene, in terre di guerra, è l’unico in grado di riportare la legalità. Per capire com’è la situazione in Calabria, leggete questo articolo.

DISASTRO
La poltrona che scotta. Chi si siede lì squarcia il velo della malasanità
PATATA BOLLENTE

di Lucio Musolino Reggio Calabria

Diciotto ospedali chiusi in Calabria negli ultimi dieci anni. Cinque ospedali finanziati e mai realizzati. Due Asp su cinque sciolte per infiltrazioni mafiose. Bilanci non approvati e debiti fuori controllo per centinaia di milioni. Un piano di rientro che dura dal 2010 con la conseguenza di un blocco delle assunzioni e un turnover inesistente: chi va in pensione, in sostanza, non viene sostituito. E poi c’è l’emigrazione sanitaria. Prima della pandemia chi poteva andava a curarsi nel Nord Italia e la Regione Calabria pagava circa 330 milioni di euro all’anno con cui sostanzialmente finanziava il sistema sanitario lombardo, veneto ed emiliano. Da sempre mangiatoia della peggiore politica, la sanità in Calabria sta manifestando tutte le sue fragilità con l’emergenza Covid. Non è solo una questione di posti letto di terapia intensiva. C’è molto di più. A queste latitudini manca tutto: medici, rianimatori, anestesisti e infermieri. Assieme ai cittadini, sono le vittime di un piano di rientro che la Regione e i vari governi non sono mai riusciti a superare perché non hanno affrontato i veri problemi del sistema sanitario in Calabria, terra dove ‘ndrangheta e sanità è da sempre un binomio imprescindibile da prima dell’omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale Franco Fortugno nel 2005. Sullo sfondo di quel delitto politico-mafioso, infatti, c’era appunto il mondo della sanità.

Molti misteri su come funzionano gli ospedali e le Asp calabresi potrebbero essere svelati se il ministero dell’Interno e il governo decidessero di desecretare la relazione della commissione di accesso all’Asp di Reggio Calabria, sciolta per mafia nel febbraio 2019. Lì ci sono i nomi, o almeno una parte, dei responsabili del disastro che, dopo la rinuncia dell’ex rettore Eugenio Gaudio, il nuovo commissario ad acta dovrà affrontare. Si potrebbe capire a chi venivano dati gli appalti prorogati, senza una gara pubblica e quali erano le ditte che, “per motivi d’urgenza”, non presentavano nemmeno il certificato antimafia. Si potrebbero scoprire chi sono gli imprenditori e le case farmaceutiche che per anni hanno fatto il bello e il cattivo tempo, mandando all’incasso sempre le stesse fatture milionarie, confidando sul fatto che l’Asp di Reggio non aveva una contabilità e, quindi, non era in grado di dimostrare che quei soldi erano stati già pagati. denaro pubblico nelle tasche dei privati: il perché succedesse così lo ha scoperto il medico e scrittore Santo Gioffré. Nominato commissario, infatti, cinque anni fa si era accorto che le casse dell’Asp erano un pozzo dove mangiavano tutti. Un giorno si è rivolto ai pm dopo aver bloccato un pagamento di 6 milioni di euro a una clinica che lo aveva già incassato sette anni prima. “Chi viene qua si deve fare il segno della croce”. Per Gioffré “non si può chiedere al governo di appianare i debiti se non si ricostruisce il pregresso”. Secondo l’ex commissario ad acta Massimo Scura adesso “serve una nuova squadra per calcolare il debito delle Asp. Non c’è un’informatizzazione del sistema sanitario che doveva essere gestita dalla Regione”. Stando a una relazione consegnata ai commissari prefettizi dall’ex dg Giacomino Brancati, l’Ufficio economico finanziario dell’Asp è stato retto per anni da dirigenti amministrativi “privi di competenze specifiche”.

Eh no, così no!

 


Abluzioni

 


Il Faro

 Temevo di essere stato sbattuto fuori dal coro, solitario come un guardiano del faro. Pensavo "kazzo anche sta volta si fanno nuovamente abbindolare", la faccia di Zinga, intorbidata e più ridanciana del solito, non faceva presagire nulla di buono. Perché il losco individuo è fenomenale in materia, unico nel suo genere, un maestro che le prossime generazioni non finiranno di studiare, cercando di comprendere, ma non ce la faranno, come sia stato possibile che un pregiudicato abbia potuto inchiappettare generazioni di politici tramutatisi in vassalli, in adepti all'ignobile causa. Il termometro Gelmini mi confermava la virata adescante, le smorfie plastiche della Bernini, pure.

Confesso di essermi sentito abbandonato, ho pensato pure all'anacronismo, all'inadeguatezza di perseverare nell'attacco all'ormai vetusto simbolo di un'Era, quella del Puttanesimo, i cui danni probabilmente li comprenderemo tra qualche lustro.
Ma poi per fortuna è arrivato lui, il migliore, la luce nella tempesta, uno dei pochi Giornalisti che lavorano in piena e fantastica autonomia. E mi sono sentito finalmente sollevato:

Le migliori energie
di Marco Travaglio
Come se non bastassero le figuracce del governo sui commissari alla sanità in Calabria, alcune menti eccelse della maggioranza lavorano alacremente per sputtanarlo vieppiù con l’innesto di Forza Italia. Finora non s’è capito bene a che serva l’operazione, visto che la maggioranza, sia pur risicata al Senato, non è mai andata sotto e visto che c’è solo una coalizione più spaccata dei giallorosa: il centrodestra. A chi serve, invece, è chiarissimo: a B., che nelle urne ormai sfugge ai radar, ma nei palazzi continua a contare come ai (suoi) bei tempi grazie alla potenza di fuoco dei suoi media, dei suoi soldi e delle sue varie affiliazioni. Infatti ha appena incassato una scandalosa norma per salvare l’“italianità di Mediaset”, come se i francesi di Vivendi potessero essere peggio di un tizio che fa contemporaneamente il leader politico e l’editore di tv, giornali e libri. Perciò il grande Franco Cordero lo paragonava al caimano: perché, nei momenti critici, si inabissa sotto il pelo dell’acqua per fingersi morto o apparire mansueto e inoffensivo, pronto al momento giusto a spalancare le fauci e fare un sol boccone di chiunque si avvicini. Il cimitero della politica è lastricato delle lapidi dei presunti leader di centrosinistra che avevano avuto la brillante idea di dialogare con lui e di centrodestra che si erano illusi di succedergli. Vittorio Cecchi Gori, che ebbe la malaugurata idea di fare società con lui e ancora ne paga le conseguenze, ripete spesso che “Berlusconi, se gli dai un dito, ti si prende il culo”.I nuovi pretendenti sono Zingaretti e soprattutto il suo ideologo Bettini, convinto che, imbarcando FI nella maggioranza (o nel governo, non s’è ben capito), arriveranno “le energie migliori”, ovviamente “consapevoli e democratiche”. È un peccato che non faccia nomi. 
Delle “energie migliori” – a parte il noto pregiudicato plurimputato pluriprescritto piduista finanziatore della mafia corruttore frodatore fiscale autore di 60 leggi ad personam e responsabile delle più scandalose epurazioni mai viste – c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ma forse Gasparri, Brunetta, Letta, Casellati, Gelmini, Minetti, Tremonti, Schifani, Ghedini, Longo, Lunardi, Scajola, Alfano, Miccichè, Bertolaso e Giggino ’a Purpetta, per citare solo la prima fila, possono bastare. Senza contare Dell’Utri, Previti, Verdini, Cosentino, Cuffaro, Galan e Romani, purtroppo impediti a partecipare in quanto pregiudicati o addirittura detenuti, e Matacena, tristemente esule a Dubai. E senza profanare il Pantheon dei padri nobili: Mangano, Bontate, Gelli, Carboni, Craxi, Squillante e Metta. Poi naturalmente ci sono anche le “energie peggiori”. Ma quelle preferiamo non immaginarle neppure. Paura.

martedì 17 novembre 2020

Illuminiamoci

 


In Lombardia basta che paghi 450 euro per “curarti a casa”
di Andrea Sparaciari per il Fatto Quotidiano
“Un tampone rapido a domicilio 75 euro; tre tamponi fatti nello stesso domicilio, solo 55”. È una delle offerte che da giorni i privati propongono ai sospetti Covid-positivi lombardi. Un odioso mercato della salute, raccontato già dal Fatto, e alimentato dall’inefficienza pubblica e dalla volontà di fare cassa dei gruppi privati. E così, al lombardo sfibrato da settimane di attesa di una chiamata dell’Ats per un tampone che non arriva mai, non resta che andare in Rete, scorrere i tariffari e fissare un appuntamento. Preparando i soldi. Per un molecolare naso-faringeo si va dai 125 euro di Multimedica, ai 120 del Centro Diagnostico Italiano, passando per i 90 di Auxologico e Gruppo San Donato, fino alla più “economica” Humanitas, 57 euro. 

E, siccome la sanità lombarda (“la ex migliore d’Italia”) oggi non riesce ad assicurare nemmeno uno straccio di visita domiciliare, ecco che ci pensa il privato, come raccontato ieri da Tpi.it. Il Gruppo San Donato propone un pacchetto su misura: con 90 euro assicura al paziente Covid un primo consulto medico da remoto – video o telefonico –, 15 minuti di visita. Con l’aggiunta di ulteriori 450 euro, fornisce una visita “specialistica” nella propria abitazione con tanto di esame del sangue, radiografia toracica, saturazione e referto finale. Eventualmente c’è la presa in carico, ma quella non rientra nel pacchetto, il cui pagamento comunque deve essere effettuato in anticipo.Il San Raffaele offre cioè a pagamento ciò che ogni Usca assicura gratis a ciascun cittadino nelle regioni dove sono state attivate. Ma, siccome le Usca l’assessore Giulio Gallera non le ha attivate, in Lombardia ci si arrangia. Cioè si paga. Chi può. Chi non può pagare, attende. 

Una degenerazione estrema che ha fatto insorgere associazioni –Medicina Democratica che è tornata a chiedere il commissariamento della sanità lombarda – e le opposizioni. Il capogruppo M5S Massimo De Rosa presenterà oggi una mozione per chiedere un calmiere ai prezzi delle prestazioni dei privati, a partire dai tamponi. Pietro Bussolati del Pd aveva chiesto dieci giorni fa che test e tamponi fatti privatamente fossero rimborsati dalla Regione. Inascoltato.E, intanto, il privato incassa. Non solo, il Pirellone ha anche deciso di riversare sulle loro strutture una serie di prestazioni non legate al Covid, sottraendole alle quelle pubbliche. Un esempio, la cardiochirurgia: con la delibera del 21 ottobre scorso (confermata il 2 novembre) è stata dirottata quasi in toto su San Raffaele, Policlinico San Donato e Monzino. Solo la cardiochirurgia dell’ospedale pubblico di Legnano resta aperta. Idem per l’oncologia, indirizzata in massima parte allo Ieo.

Ma perché questa operazione che lascia al pubblico i pazienti Covid e ai privati il resto (e una quota minoritaria di positivi)? Perché i conti dei privati non vanno bene: in parte perché il “turismo sanitario” da altre regioni si è praticamente azzerato; in parte perché per loro i pazienti Covid rappresentano una diminuzione degli incassi, visto che assicurano rimborsi più bassi. 
Molto meglio fare tamponi e vaccini a pagamento e continuare ad effettuare più operazioni possibile, compatibilmente col livello quattro di emergenza che ha quasi azzerato la chirurgia elettiva.Un fenomeno che gli attuali vertici della sanità lombarda sembra non abbiano alcuna intenzione di arginare. 
Del resto, non è un mistero che per la campagna elettorale del 2018 Gallera ricevette erogazioni liberali proprio dalla galassia della sanità privata, come rivelato dal Fatto. Secondo la “Dichiarazione e rendiconto candidato Gallera Giulio”, tra i suoi sostenitori spicca la “Fondazione sanità futura”, la quale staccò un assegno da 10 mila euro. Il board di quella fondazione raccoglie i big della sanità privata, concorrenti sul mercato, ma uniti nella lobby: il presidente è il prof. Gabriele Pelissero, presidente del San Raffaele e vice presidente dell’Università Vita-Salute San Raffaele, nonché presidente Nazionale di Aiop, l’Associazione italiana di ospedalità privata. Vicepresidente è invece Dario Beretta, dg dell’Istituto Clinico San Siro (Gruppo San Donato) e attuale presidente di Aiop.