giovedì 10 settembre 2020

Checcèdinuovo

 

E dai, abbiate un pizzico di dignità voi Benaltristidistopaiodiciufoli ossessionati dal fatto che quei miserrimi indegni dei Cinquestelle potrebbero mettere in cantina un'altra vittoria sociale qual è il SI al Referendum! Basta arzigogolarsi su specchi unti per trovare un paravento che convinca allocchi a credere che tutto quello che state facendo è in nome della Costituzione, tra l'altro calpestata anni addietro senza ritegno da molti establishment gongolanti sconcezze!
Sento in giro corbellerie d'ogni tipo nascondenti come detto il reale obbiettivo, non vedere lunedì sera la faccia gongolante di Luigino annunciante che finalmente da ora in poi ci saranno molte meno occasioni lobbistiche, generate da quel sottobosco insulso popolato da furenti e probabili esclusi al prossimo taglio della gigantesca torta europea, capitanati dal simbolo della vecchia nenia pluridecennale, Carlo Bonomi e le sue Bonomiadi, che vorrebbe industriali foraggiati e lavoratori accucciati sotto il desco in attesa delle briciole, alla Lazzaro per intenderci.

E vogliamo accennare alla riapertura della scuola? Cioè di una situazione inconcepibile solo pochi mesi fa, inaudita per gravità e mancanza di storia, di raffronti col passato. Mai prima d'ora ad un ministro della Pubblica Istruzione è capitato di dover gestire un'emergenza di tali proporzioni. Questo va detto chiaro e tondo. Ed invece di agevolare, di compartecipare allo sforzo che dovrebbe essere comune, ecco partire le solite nenie sbrodolanti, gli attacchi vergognosi di rancorosi oltre ogni immaginazione, alla Cazzaro Verde per esempio, sfanfaronante nei suoi tristi e pigolanti comizi, cifre ad minchiam, zuccherini per aficionados credenti probabilmente ancora al piatto terrestre. Una vergogna di dimensioni stratosferiche questo auto-pietismo, questo blaterare per dare apparenza energica, ribaltante situazioni a detta di loro al limite. 

Megere e babbani miagolanti alla luna, speranzosi di salir china e chissà pure governare dall'alto del loro voltaggio luminoso, paragonabile ai lumini cimiteriali. 

Non passeranno. Latreranno ma non passeranno!

L'Amaca di Serra

 L’amaca

Due nuovi radical chic

di Michele Serra

Dire che “il problema non sono le palestre, è la cultura fascista”, espone Fedez e Chiara Ferragni a una raffica di insulti fascisti. E più insulti fascisti i due riceveranno, più evidente sarà che hanno ragione: la mentalità fascista (cultura è un termine esagerato, poi tocca leggere qualcosa, almeno Evola, Gentile, D’Annunzio, Drieu La Rochelle, Céline) gode di ampia diffusione.
Di più, al rapper e alla influencer, mestieri decisamente pop, toccherà prima o poi, per mano di qualche quotidiano di destra specializzato in bastonature ad personam, l’epiteto di radical chic, che da qualche anno liquida quasi ogni questione di stile, di modi, di linguaggio, di sensibilità, e pure di democrazia, come il vezzo di una minoranza spocchiosa e ricca. Essendo invece lui un proletario di Buccinasco (periferia di Milano Sud) più tatuato di un calciatore, e lei una ragazza del ceto medio lombardo di provincia che ha sì fatto il classico, ma ha poi speso ogni sua energia per fare quattrini piacendo al popolo, come un Briatore qualunque.
Ho viva simpatia per i due. Potrebbero fregarsene, delle tonnellate di fascismo circolante, e tenere buona la potenziale clientela al completo, evitando di irritare un segmento secondo me cospicuo del pubblico pagante. Non lo fanno, corrono dei rischi, sono più esposti loro due di tanti giornalisti democratici o semi-democratici che di fascismo preferiscono non occuparsi, o perché lo considerano una questione minore, o per non andare a cercarsi grane. Sui social non metto piede ma esprimo il mio “mi piace” ai due temerari, che hanno il torto, sul fascismo, di avere ragione.

Oh no!


Tutto ciò che non andrebbe mai scritto, visto com’è sviante e sminuente il tenebroso passato, tipo quello mafioso.


Il gigantismo di Berlusconi che anche sul Covid punta ad essere il numero uno
09 SETTEMBRE 2020
Oggi come ieri l'ex premier ha fatto una chiamata dal San Raffaele. Esagerato anche sulla carica virale. E il potere, con lui, diventa un teatro dell'immortalità

DI FILIPPO CECCARELLI - REPUBBLICA 

E ancora telefona, ritelefona dal San Raffaele, dove ai tempi, insieme con don Verzè, si era impegnato a finanziare un progetto di medicina predittiva - "Quo vadis?" l'avevano chiamato - con l'obiettivo di prolungare la vita fino a 120 anni. Poi in realtà don Verzè se n'è andato, lasciando a Panzironi il traguardo "Life 120".

Ma Berlusconi continua a lottare dal suo letto d'ospedale, pure distinguendosi in un tenero e avventato sillogismo a sfondo Covid: se il suo tampone positivo era "il numero uno" quanto a carica virale, lui resta "il numero uno" in generale, e tutto questo senza nemmeno aspettare la guarigione, o meglio la sua vittoria sul virus.

Esagerato, come sempre. Però ancora una volta pure con qualche ragione obiettiva che conferma la norma nella sua risonanza pubblicitaria: più lo mandi giù e più lui si tira su, di solito dando il meglio proprio nei momenti difficili. Tanto che diversi anni fa, era il 2010, l'azienda Extreme Design mise in commercio un pupazzone punching ball del Cavaliere boxeur che come il remoto Ercolino restava "sempre in piedi".

Così, pur con tutte le riserve del caso, e senza indulgere all'entusiasmo teologico che ha portato il Giornale a titolare "Silvio risorge", occorre riconoscere che la storia in qualche modo gli consente ancora oggi di giganteggiare; per cui non sarà Gesù, ma il solito Berlusconi e quindi "il numero uno", come dice lui e come già ripetutamente si autodefiniva, anche per iscritto, mostrando ai fotografi l'agenda privata densa di impegni (per la storia: c'erano in programma pure diversi appuntamenti con graziose ragazze).

Quando non se lo diceva o scriveva da solo, d'altra parte, glielo conclamavano gli altri, anzi le altre, vedi l'enorme torta con il numero uno di glassa che le deputate di Forza Italia predisposero in una festa al castello di Tor Crescenza, poi tutte insieme con le braccia alzate in posa per "Chi". E a questo punto, non senza aver accennato agli inni, ai bagni di folla, al bacio della mano, all'estasi fusionale, alle salmodie, all'invocatio nominis, all'apologetica e alla poesia encomiastica, pure estesa alla stirpe, bisogna mettere punto.

Perché il potere non è una roba da educande e la smania di primeggiare, anche nei virus, è un demone che sfida a viso aperto tanto la dignità dell'uguaglianza fra gli uomini che il senso del ridicolo; e in Berlusconi, più che in ogni altro capo politico del dopoguerra, questo demone del comando si è accompagnato alla più smagliante inclinazione alla dismisura, ciò che Giuliano Ferrara, e non certo un fanatico dell'antiberlusconismo, ha designato come "immensa immodestia", "vanità gigantesca", "ego da manicomio".

Per cui primo nel far soldi, primo nel costruire città, primo con le donne, primo nelle coppe dei campioni, primo nelle televisioni, primo nel fasto delle ville, primo a battere i ragazzi della scorta in gara di corsa piana; e poi in politica, sempre per autodefinizione, "il miglior presidente di tutti i tempi", l'unico riconosciuto tale dai Grandi della Terra. Primo perfino e infine nelle barzellette che raccontava ponendo se stesso come protagonista, magari avendo come sospettoso o invidioso interlocutore nientemeno che Nostro Signore.

Sennonché, scava scava e gratta gratta sotto ogni mirata megalomania e totalitarismo neuro-spirituale, ecco che anche i miti - e seriamente si potrebbe dimostrare come il personaggio di Berlusconi rientri nei parametri di un'evoluta mitologia - hanno il loro lato in ombra; ed ecco che dietro ogni titanismo anche veritiero e addirittura giusticabile si finisce per cogliere un'idea del potere come di un teatro dell'immortalità, che sarebbe un modo un po' astratto per dire che questa sete di gloria, questo perenne sentirsi "numero uno" al dunque, nascondono una comprensibile paura di morire; per cui il potere altro non è che un modo per ingannare la morte.

E pur con tutto il rispetto e l'ammirazione che si deve a un vero combattente, si ritorna al letto dell'ospedale San Raffaele e alle telefonate sul virus che più forte era, più risulterà forte Berlusconi quando l'avrà vinto. Numero uno per sempre, numero unico ieri e oggi.

mercoledì 9 settembre 2020

Verità




Vamos!



Sono certo oltremodo che esista e approfitto dell’occasione per ringraziarLo!

Mi faccia il piacere!

 


Caro Di Stefano, lasciando stare le dietrologie su casta e quant'altro, oserei dire che questa non è propriamente una faccia da festival. Questa volta uno non vale uno!


Travaglio!


mercoledì 09/09/2020
È tornato Il Male

di Marco Travaglio

Scorrendo la mazzetta dei quotidiani, cresce il dubbio che sia tornato Il Male con i suoi falsi d’autore, tipo “Arrestato Ugo Tognazzi: è il capo delle Br”. Avete presente la direzione del Pd sul referendum? Era descritta come una conta drammatica dall’esito incertissimo, una tonnara all’ultimo sangue tra Sì e No in un partito diviso a metà, spaccato, dilaniato, sull’orlo della scissione e della cacciata del segretario. La Stampa: “Referendum, l’imbarazzo del Pd: il partito quasi costretto al Sì. Tantissime voci critiche”. Sapete com’è finita? 188 Sì e 13 No (i superstiti delle tantissime voci critiche, soffocate nottetempo nel sangue). Del resto sarebbe stato ben curioso se il Pd, favorevole al taglio da quando si chiamava Pci, promotore nel 2008 di un ddl identico a quello del M5S (200 senatori e 400 deputati) se non per le firme in calce (Zanda e Finocchiaro), che un anno fa aveva votato la riforma alla Camera con tutti gli altri, se la fosse rimangiata. Ma l’inconsolabile Riportino Folli non ci vuole stare e riattacca su Repubblica la tiritera del “gran numero di esponenti di primo piano per il No” (13 a 188) e si consola con “i miliardi del Mes sanitario al più presto”, che non c’entrano una mazza e in Europa non vuole nessuno (tranne forse Cipro).

Libero: “Il Pd è così malmesso che basta Zingaretti a fargli ingoiare il Sì”, ma fra indicibili “sofferenze, mal di pancia e difficoltà” (188 a 13). Il manifesto: “Il sofferto Sì di Zingaretti” (188 a 13). La Stampa: “La sofferenza dei referendum” (188 a 13). Una sofferenza quasi pari a quella di Mattarella, “seccato” (l’ha saputo il Messaggero) perché Conte, rispondendo a una domanda alla festa del Fatto, ha osato dire che è un ottimo presidente e, se volesse, lo sarebbe anche in un secondo mandato: bella “seccatura”. Sul Riformista Emma Bonino vuole “salvare la democrazia da questo scempio populista”: vedi mai che tagliando i parlamentari lei resti fuori dopo appena 9 legislature (più 4 europee). Sul Messaggero Carlo Nordio spiega che il referendum sarà “senza vincitori né vinti” (quindi non vince il Sì o il No) e “comunque il Parlamento subirà conseguenze impreviste, forse il suo stesso scioglimento” (certo, come no). Il Corriere intervista un fake di Zanda, che dichiara restando serio: “Se oggi il referendum riguardasse la mia proposta del 2008 voterei ugualmente No”, cioè l’altro Zanda gli fa proprio ribrezzo. Dev’essere un fake pure il Galli della Loggia intervistato dalla Verità: “Mattarella non doveva dare l’incarico a uno sconosciuto senza identità”, cioè a Conte, indicato due volte in due anni dalla maggioranza parlamentare; la prossima volta incarichi Galli della Loggia, noto frequentatore di se stesso.

Poi c’è il piano per il Recovery Fund: da mesi leggiamo che “il governo è in ritardo” (rispetto a cosa non si sa: la consegna è a ottobre) e non ha progetti, ma solo vecchi “fondi di magazzino per svuotare i cassetti”. Ora scopriamo sul Messaggero che “Parte l’assalto ai fondi Ue. Già ‘sforati’ i 209 miliardi”: cioè i progetti sono troppi. Il “ritardo” fa il paio con quello delle scuole, che riaprono il 14 settembre (a parte il Trentino che anticipa e la Campania che ritarda, come peraltro ogni anno), ma tutti ne scrivono come se fossero già spalancate da settimane. E ovviamente non funziona nulla (Repubblica: “Scuola, partenza a metà”): studenti seduti su casse dell’ortofrutta e soffocati da mascherine di plexiglass, cattedre di cartapesta occupate da passanti presi a caso per insegnare, genitori a rotelle che inseguono la Azzolina e Arcuri, cose così. Intanto la Raggi s’è lasciata sfuggire nientemeno che il Tribunale dei Brevetti (ha solo tutti i ministeri e tutte le ambasciate) e la finale di Coppa Italia (senza pubblico: slurp): “Roma, capitale delle occasioni perse”, “Ennesimo schiaffo per una città senza più appeal” (Repubblica), “Il disinteresse della Raggi per la città che governa” (Messaggero).
Il Corriere si arrapa ogni giorno per “il piano segreto” di metà febbraio sul Covid “ignorato” e “negato” dal governo: peccato che non sia segreto (se ne parla da fine marzo) e non sia un piano sul Covid, ma uno studio-oroscopo con vari scenari fino a 66mila morti (per fortuna evitati proprio perché il governo non lo ignorò). Salvini scrive al Corriere per chiedere spiegazioni dal governo, ma non si capisce bene su cosa: difficilmente uno che attacca Conte per aver disposto il lockdown del 10 marzo (con 631 morti, 10mila infetti e 5mila ricoverati) può rinfacciargli di non averlo fatto a metà febbraio (con due contagiati in tutt’Italia e zero morti); e poi si scopre che il “piano nascosto alle Regioni” fu consegnato a Speranza dal delegato nel Cts della Lombardia (Matteo, ritenta: sarai più fortunato). L’unico che non ha ancora capito niente è Fontana, che sul Giornale deduce dai verbali del Cts che “avevamo ragione noi” e “la Lombardia ha sempre detto la verità” (in quei verbali c’è di tutto, tranne quello che dice lui, ma poi con calma sua moglie e suo cognato glielo spiegano). Seguono, sul Giornale, i consueti pronostici sulla caduta di Conte, che da due anni ha i minuti contati: sfumate per ora le opzioni Draghi, Franceschini, Giorgetti, Di Maio, Sassoli, Bertolaso, Guerini e forse Scalfarotto, ora si scalda “Gualtieri per il dopo Conte”. Se tornasse Il Male con un falso giornalone dal titolo “Arrestato Gigi Proietti: è il capo dell’Isis”, tutti commenterebbero: “Embè?”.