Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 6 giugno 2020
Serra
Se si organizza un dibattito come quello che mi è capitato di seguire l’altra sera su Post, presunto spazio di approfondimento del Tg2, significa che questa sorta di convenzione – una forma di educazione come tante altre – è definitivamente alle spalle.
Si può essere faziosi in totale allegria e serenità, faziosi senza scrupoli, forse addirittura senza accorgersene. Tre ospiti su tre (se non sbaglio i calcoli: il cento per cento) dicevano la stessa cosa. Uno era Flavio Briatore, un altro il capogruppo leghista Molinari, il terzo un opinionista che scrive sulla Verità. Dicevano, tutti e tre, che il governo promette soldi che non ha, che l’Europa, ah ah, è roba da matti aspettarsi qualcosa dall’Europa, che “gli italiani” (rappresentati, in toto, da loro tre) si sentono presi per i fondelli. Direbbe l’onorevole Gasparri, che da secoli sorveglia l’intero palinsesto Rai, che non c’era contraddittorio.
Ma non lo dirà, perché la storia della pagliuzza e della trave è, tra gli umani, legge universale.
Aggiungo un’aggravante. La gioviale conduttrice chiamava per nome gli ospiti (romanamente), dimostrando una certa abilità nel non confonderli, visto che dicevano tutti la stessa cosa, ma rinunciando già in partenza a quel poco di formalismo che aiuterebbe il pubblico a illudersi che i quattro non siano i membri di una band, ma persone distinte.
venerdì 5 giugno 2020
Son Somari!
La famigerata sapiens
Risposta perfetta!
venerdì 05/06/2020
Bonomi, a Confindustria l’aiuto statale va benissimo
LIBERISTA ANTI-CRISI, MA SOLO QUANDO SERVE
L’affondo a un “governo e a una politica che sono più dannosi del Covid” è stato perentorio. Per Carlo Bonomi, neo presidente di Confindustria, è tutto da rifare. Basta con i soldi a pioggia, stop alla spesa pubblica; più produttività, contratti nazionali da riscrivere e un piano di investimenti in grandi opere infrastrutturali da “sbloccare”. In fondo una ricetta buona per tutte le stagioni, che dimentica l’urgenza e l’eccezionalità della crisi sanitaria ed economica. Ma mentre l’esponente di spicco dell’imprenditoria italiana, elargisce alla politica la sua lezione, dovrebbe al contempo guardare in casa propria.
Il neo capo di Confindustria è nei fatti un imprenditore sui generis. Più scafato finanziere che industriale. Possiede la sua Synopo attraverso un complicato giro di scatole societarie che gli consentono di governare la società con solo il 4,5% del capitale. Con soli 31 mila euro di investimento personale in Ocean srl, scende a cascata via Marsupium, fino a Synopo, garantendosi la guida con un investimento personale di rischio risibile. È lo schema delle cosiddette scatole cinesi tanto caro in anni lontani ai vari Tronchetti Provera, ai De Benedetti agli Agnelli, a cui evidentemente Bonomi deve essersi ispirato. È un modello comodo, si controlla una società con il minimo delle quote e con un uso astuto della leva finanziaria che abbatte il rischio personale. Il vero business industriale però non è neanche in Synopo. Occorre scendere a valle nella Sidam, azienda controllata al 90% da Synopo che opera nel biomedicale. Di stanza nel cuore del distretto del biomedicale a Mirandola (Emilia), Sidam non spicca certo per dimensioni. Il bilancio 2018 conta ricavi per soli 13,8 milioni di euro con un utile netto di 2 milioni. Profittevole certo, ma piccola piccola con i suoi 70 dipendenti. Sidam nel 2017 si è comprata il 75% di Btc, sempre biomedicale, ma anche qui il fatturato è da piccola impresa. A conti fatti in questo ginepraio di scatole una sull’altra, Bonomi fa l’imprenditore avendo in portafoglio poco meno del 4% di una società, la Sidam che fattura poco più di 10 milioni di euro. Non certo un esempio fulgido di imprenditoria che mette sul piatto il suo capitale di rischio.
Ma Bonomi nel suo ricettario liberista anti-crisi, che vede lo Stato in pista solo quando serve, cioè quando le cose vanno male, salvo poi lasciare strada spianata al laissez faire, omette il disimpegno di quegli imprenditori che da anni staccano fior di dividendi all’estero. Un caso eclatante sono i fratelli Rocca, tra i suoi grandi sponsor nell’elezione a capo di Assolombarda prima e poi degli imprenditori italiani. I Rocca, via Tenaris domiciliata in Lussemburgo, si sono dati oltre 3 miliardi di euro in dividendi tra il 2014 e il 2018. Sono in buona compagnia con gli Agnelli, i Ferrero e altri campioni dell’imprenditoria italiana che hanno munto dividendi tra Olanda e Lussemburgo per oltre 8 miliardi negli ultimi anni. Soldi che escono dal sistema Italia, per non farvi più ritorno.
Nell’afflato polemico contro il governo, Bonomi dimentica anche il vizietto antico di molta classe imprenditoriale di bussare allo Stato, quando si mette male. L’esempio ce l’ha in casa. Il Sole 24 Ore, il quotidiano edito dalla Confindustria, chiederà l’ennesimo stato di crisi a carico dello Stato. Il costo del lavoro dei giornalisti va tagliato del 25% per far fronte alla crisi. Quindi l’ennesimo giro di cassa integrazione, e/o solidarietà e ammortizzatori pubblici. Non solo, il giornale di Confindustria chiederà di usufruire del decreto Liquidità per avere la garanzia pubblica Sace sui prestiti bancari, che evidentemente non rientrano tra i tanto esecrati aiuti “a pioggia”. Peccato che Bonomi non dica che in pancia a Confindustria ci sono ben 14 milioni di liquidità investiti in polizze e ben 50 milioni di riserve. Anziché chiedere l’aiuto pubblico, Confindustria potrebbe usare la sua liquidità per supportare il suo giornale in crisi. Quanto ai debiti non pagati della Pubblica amministrazione verso le imprese, altro cavallo di battaglia degli imprenditori, anche qui un po’ di compiti a casa non guasterebbero. Il Sole ha debiti commerciali scaduti per 5,9 milioni. Pagare i fornitori potrebbe essere un buon esempio. Non solo, Confindustria non spicca per coerenza quando c’è da far di conto. Il Sole 24 Ore è iscritto nel bilancio dell’associazione a 89 milioni di euro, come se fosse normale per un giornale che va in rosso già a livello di margine lordo, che ha patrimonio per soli 31 milioni e che capitalizza in Borsa solo 25 milioni di euro.
Quando c’è da far di conto sui propri asset, Confindustria è di manica larga. Salvo poi alzare il ditino e impartire lezioni a tutto campo.
Recensione
venerdì 05/06/2020
Quanto è usurante l’ultima prova del cavallo morente
MATTEO RENZI - IL NUOVO LIBRO DEL SIGNOR DUE PER CENTO
di Daniela Ranieri
“Ero l’uomo più potente d’Italia, non lo sono più”. Sarebbe bastato lanciare questo epitaffio politico – o tweet, come lo chiamerebbe il suo autore – nel grande mare delle Lettere, e si sarebbe dato a esse lo stesso contributo; invece no: intorno a questa scabra ed esaustiva verità si sviluppano 214 pagine di “interventi concreti”, un vero “patto tra le generazioni”, anzi “un appello a non disperdere energie”. Le abbiamo lette tutte. Non saremo certo noi a negargli un seggio in Parnaso, ma siamo un po’ delusi da questo La Mossa del cavallo (Marsilio), titolo-calco del best-seller di Camilleri (hai visto mai i commessi delle librerie, opportunamente riaperte dopo il lockdown come l’autore chiedeva da tempo, rifilino questo ai clienti, invece dell’omonimo), nonché di un racconto di Viktor Šklovskij (che narra di quando, siccome a San Pietroburgo i gabinetti gelavano, nei giorni feriali le focacce si cuocevano su feci umane, la domenica, invece, su quelle di cavallo).
“Eppure ho fatto il presidente del Consiglio dei ministri a 39 anni, il più giovane nella storia d’Italia”. Sì, lo sappiamo, più giovane anche di Mussolini, che aveva 39 anni e 3 mesi, mentre il narratore li aveva compiuti da un mese soltanto (perciò #enricostaisereno, sennò gli scattava la quota Benito).
Stiamo temporeggiando. In realtà non si sa da dove cominciare. Il menù è quello turistico: un secondo Jobs Act, “perché il primo ha funzionato”; il “Piano Shock”, nome croccante per il vecchio Sblocca Italia; un nuovo “Rinascimento” affidato a Italia Viva (lui, Rosato e Marattin al posto di Lorenzo il Magnifico, Poliziano e Pico della Mirandola), ma stavolta c’è una pietanza in più: il condono sui contanti. Infatti, pare, l’Italia ha “cento miliardi di contante dormiente nelle cassette di sicurezza e sotto i materassi”, su cui si potrebbe agevolmente metter mano con una tassa del 10 o 15%. È un’idea geniale: finora, quando si parlava di condono sul nero, si pensava al rientro dei capitali esotici dall’estero (format di Berlusconi, Tremonti, lo stesso Renzi e l’anno scorso pure Salvini). Mai nessuno aveva pensato di regolarizzare “quei centomila euro che il nonno – carpentiere o ristoratore – ha lasciato in eredità al nipote e che sono stati frutto di pagamenti in nero”, nonno che magari è pure spirato sotto Covid. Ebbene, “sblocchiamoli. È inutile perseverare con i giudizi moralistici su ciò che è avvenuto magari vent’anni fa”, e qui si riconosce il marchio di fabbrica: la confusione tra moralismo e essere morali, e va da sé che nella nuova cashless society, in questa Italia senza contanti dove si paga tutto via smartphone mentre i materassi eiettano banconote (ministro delle Finanze sarà Fabrizio Corona?), bisogna essere garantisti, non giustizialisti. Ecco il conticino: “Cento miliardi di liquidità che finiscono direttamente nelle banche”, che poi naturalmente faranno i prestiti ai nipoti dei carpentieri, questo nel caso le mamme dei vostri amici non siano disposte a prestarvi 700 mila euro sull’unghia per comprarvi la villa. Questo Rinascimento voluntary disclosure è propagandato in forza di citazioni di Machiavelli, Seneca, Hannah Arendt, Shakespeare, Goethe e finanche del povero Kafka, che se fosse in vita riscriverebbe Il Processo intorno a un’accusa di fatture false.
Quindi: dalla pandemia e dalla crisi che ne segue, come non fossero disgrazie abbastanza grandi, nasce la mossa del cavallo (morente): l’autore, condottiero del 2%, si sente chiamato alla Rinascita d’Italia. A questo punto si registra un divertente cortocircuito epistemologico. Come alla Leopolda – che è per i renziani ciò che è la Sala del Regno per i testimoni di Geova – Renzi si “intesta” la Scienza, nelle persone dei virologi Burioni e Capua, vittime dei novaxcinquestellegiustizialisti, ma al contempo deve tenere accesa la fiamma sotto le terga del governo che in teoria sostiene e che si rifiutava di riaprire tutto quando diceva lui. Come conciliare il vitalismo dannunziano dalle sfumature bergsoniane con la prudenza del Comitato scientifico? Facile, attaccando gli epidemiologi, i nuovi professoroni: “Nel momento in cui scrivo il contagio è sceso sotto le mille unità in terapia intensiva (questa frase non vuol dire niente, ndr). Sostenere dunque (?,ndr) che in virtù di un’apertura generalizzata e senza protezioni… si possa arrivare a oltre 150 mila casi da terapia intensiva, è matematicamente falso. Ma serve perfettamente allo scopo: a diffondere ansia e paura” (come vedete, si passa da Goethe a una citazione apocrifa del generale Pappalardo).
Del resto, questo è “un libro di cuore, non è un libro del cavolo”, ha asserito l’autore, che con l’organo apposito disprezza il reddito di cittadinanza e tesse l’elogio di Berlusconi, “un grandissimo innovatore nel settore televisivo, nel calcio, nell’edilizia, persino nell’organizzazione politica” che aveva solo un difetto: “Ha sempre preferito una linea più di compromesso, perdendo una storica opportunità di rivoluzionare l’Italia”, ma proprio a volergliene trovare uno.
Infine, il topos letterario dell’opera omnia renziana, ciò che è la masturbazione per Philip Roth: la stigmatizzazione dell’“invidia per chi ha successo” (chi non desidera essere ultimo nei consensi dopo Crimi e Mattia Santori delle Sardine?), stante ovviamente la visione del mondo che la sostiene, quella neo-liberista (perpetrata dal suo governo) grazie alla quale quando arriva una pandemia ci si trova senza terapie intensive, senza medici, con otto milioni di poveri.
PS: siccome l’autore lamenta di essere vittima di “un’inedita ferocia”, tanto da chiedersi “quanta paura devo fare perché mi trattino così?”, ci teniamo a dire che il nostro giudizio non è ascrivibile alla paura che abbiamo di lui, ma alla fatica improba di prendere sul serio quello che scrive (anzi, stiamo vedendo con Travaglio se si può fare qualcosa affinché l’Inps, insieme ai lavori in galleria, cava, miniera, nelle fonderie di seconda fusione e nell’asportazione di amianto, riconosca la qualifica di “lavoro usurante” anche alla lettura dei nuovi libri di Matteo Renzi).


