domenica 24 maggio 2020

Buffetto


Un commento leggiadro su Gallera e Fontana preso da Contropiano. Un buffetto...

Vieni avanti, cretino

di Giorgio Cremaschi (Potere Al Popolo)

Secondo l’assessore Gallera la condizione epidemica in Lombardia sarebbe molto migliorata, perché con l’indice Rt a 0,51 ci vorrebbero due persone per contagiarne un’altra, la quale, fino al momento in cui non incontrasse tutte e due quelle persone infette, resterebbe salva.
Cioè: per il capo della sanità lombarda il Covid è come un videogioco, nel quale ognuno ha due vite da spendere e se sta attento agli incontri va tutto bene.
Ci sarebbe da ridere per questo mentecatto, che non ha ancora nemmeno capito il concetto di contagio, se non fosse che la risata, in una regione dove sono morte più di ventimila persone, proprio non viene.
Gallera e Fontana sono una coppia comica naturale, sono la versione lumbard dei Fratelli De Rege, quelli di “vieni avanti cretino”, ma oggi ogni loro idiozia rafforza la tragedia. Quella della regione più ricca d’Italia che ha subìto – in proporzione alla popolazione – la più grande strage mondiale per Covid.
Essi non sono i soli responsabili del disastro, ma sicuramente sono fra i responsabili, anzi fra gli irresponsabili visto che sono le persone più sbagliate nel posto più sbagliato nel momento peggiore.
Pochi giorni fa alla Camera la destra ha sollevato scandalo contro un deputato dei Cinque Stelle che semplicemente ha ricordato che la strage in Lombardia non può essere considerata “tragica fatalità”. E non solo la destra, ma tutto il palazzo politico mediatico ha mostrato la sua indignazione per quella che è stata definita un’offesa ai morti e alla regione che li piange.
No. L’offesa ai morti è che quei due ridicoli cialtroni, che di superiore all’inettitudine hanno solo la faccia di bronzo, siano ancora lì a dire sciocchezze e far danni.
Offesa ai morti sono Salvini Meloni e Berlusconi che li difendono, esaltando un “sistema lombardo” che invece dovrà essere indicato e studiato come modello negativo per il paese.
Offesa ai morti è un governo e un sistema istituzionale vili e complici, che non rimuovono una giunta lombarda che da tempo avrebbe dovuto essere cacciata nella vergogna.
Le fesserie di Gallera non fanno ridere, suscitano solo rabbia e indignazione verso coloro che sono colpevoli del fatto che lui e il suo collega di scena siano ancora lì.

Si, viaggiare


L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte
Usiamo la fantasia come mezzo Soltanto così possiamo ripartire

di Gabriele Romagnoli

Era il 1965. Ernesto Che Guevara aveva condotto la vittoriosa insurrezione a Cuba, ma nei panni di ministro post- bellico si trovava a disagio. Per non perdere la tenerezza aveva viaggiato in tutto il mondo, appassionandosi in particolare alla causa africana. Con il permesso del Lider maximo a primavera aveva lasciato l’Avana per esportare la rivoluzione in Congo e magari da lì a tutto il continente. Il risultato fu una sconfitta, un niente di fatto se non un diario, divenuto un libro. Il titolo è: L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte.
Eccoci qui. Abbiamo rivoluzionato il mondo. Con la globalizzazione lo abbiamo omologato, in modo che ogni cosa sia possibile ovunque ( sistema di governo o megastore di abbigliamento). Abbiamo ristretto lo spazio e ridotto il tempo: quel che solo 37 anni fa ( Vacanze di Natale, 1983) era il mantra imprenditoriale della velocità: «via della Spiga-hotel Cristallo: due ore, cinquantaquattro minuti e ventisette secondi, Alboreto is nothing » si è tramutato in « breakfast in Rome, lunch in London, dinner in Paris, time is nothing». Poi è arrivato dall’Asia qualcosa di naturale e indomabile: un virus per il quale non avevamo contromisure e contro il quale si è schiantata la storia dei recenti trionfi decretando che il 2020 resti nella memoria collettiva come: l’anno in cui non siamo stati da nessuna parte.
Occorre cambiare strategia, modello di condotta, pensare in modo alternativo, non riproporre quel che si è attuato in altri momenti e condizioni, se si vuole evitare la resa. Chi non può vincere la guerra, combatte la guerriglia: si adatta, scopre nuovi percorsi o ne recupera di vecchi e abbandonati. Davanti a una strada chiusa, anziché forzare il blocco, meglio cercare il sentiero che l’aggira. Sarà più lunga, ci vorrà più tempo, si procederà soli o in piccoli commando. Viaggeremo da fermi, viaggeremo meno, non viaggeremo tutti, ma ecco come possiamo provare a farlo.
Usare la fantasia altrui come mezzo di trasporto è qualcosa che abbiamo già sperimentato con successo varie volte: nell’infanzia, nella solitudine, nei recenti mesi di segregazione. È un usato sicuro: basta sfogliare pagine o accendere schermi. Ogni racconto fruito è un’invenzione di seconda mano, ma con il potere di portarci ovunque non siamo mai stati (e a volte neppure l’autore). Ogni battaglia però si compie nell’estensione del suo campo. Ora si può osare, nei limiti, ma i limiti a volte sono una risorsa. Per le generazioni più recenti il viaggio è tutto quel che si compie nel tempo tra l’arrivo a destinazione e il ritorno. Per quelle precedenti era l’impresa di andare dal luogo di partenza a quello di arrivo. Il termine impresa sottintende: avventura, sforzo, incertezza sull’esito. Tutto questo è stato superato. Il viaggio è divenuto un trasferimento. All’avventura si è sostituita la noia, allo sforzo il fastidio, all’incertezza sull’esito quella sulla puntualità. Su un’impresa si scriveva un libro, durante un trasferimento se ne legge uno. Quando la meta è una città il cosiddetto viaggio consisteva ormai nel replicare in quella la stessa esistenza condotta nella città di partenza ( mangiare, andare a spettacoli, fare acquisti, visitare mostre, conoscere o incontrare persone, ritirarsi in camere all’interno di edifici) con l’unica eccezione dell’assenza del lavoro. Il trasferimento occupava una parte minima del tempo dedicato al resto. Per capire il rapporto bisogna pensare a una storia d’amore in un film: di solito termina quando i due si confessano il loro sentimento o trionfano sulle avversità che l’hanno ostacolato. Il resto è schermo nero. I film d’amore raccontano dunque il viaggio alla vecchia maniera, difficile e accidentato, non il matrimonio, non la permanenza a destinazione. Raccontassero il trasferimento ( un incontro tramite app) durerebbero pochi minuti, sarebbero cortometraggi o filmati per la piattaforma Quibi.
Ora il rapporto si ribalta, torna all’origine: il viaggio è il viaggio. Andare da un punto di partenza a una destinazione qualsiasi ridiventa un’impresa, ridisegnata. Occorre superare limitazioni, rinunciare a trasporti veloci o farlo quando possibile, ma accettando pratiche che li rallentano. Si riattraverseranno stazioni semideserte come quando furono costruite, aeroporti come cattedrali senza fedeli, dai binari si riscoprirà il paesaggio, nei cieli il vuoto. Sulle strade, barriere come se l’Italia non fosse uno stato, ma di stati un insieme. La modernità sarà relegata ai sistemi di orientamento o di comunicazione. In un mondo così ristrutturato può rinascere l’idea di andare a piedi. Di più, di fare un pellegrinaggio, anche laico. Farsi lasciare da un cavallo di ferro a un certo punto e da lì proseguire verso una destinazione scelta e, attenzione, significativa. Ci sono persone che lo fanno da anni, da sempre. Alcuni di loro ( Paolo Rumiz, Enrico Brizzi, sulle orme di Paul Salopek e Bruce Chatwin) poi lo raccontano. O lo si può raccontare a se stessi: l’anno in cui ho camminata da A a B, aggiungendo un motivo. Nell’inverno del 1974 il regista tedesco Werner Herzog, allora trentaduenne, si avviò a piedi dalla sua dimora a Monaco diretto a Parigi, dove la sua amica Lotte Eisner, studiosa di cinema, si era ammalata. Un viaggio, un voto: era persuaso, o voleva persuadersi strada facendo, che quella sua testimonianza d’affetto avrebbe tenuto in vita la persona a lui cara. «A parte questo – aggiunge – volevo essere solo con me stesso». Scoprirà l’estraneità e la contiguità, il fango, il silenzio dell’Europa, l’esistenza dei tanti cani che dai finestrini non si colgono. Sceglierà l’insensatezza sulla finale tentazione della comodità. Scriverà poi Sentieri nel ghiaccio, ma conta che arrivò. Lotte visse ancora. Non certo a causa di questo viaggio. O forse sì. Davvero non esiste un contagio delle volontà?
Scrive Olga Tokarczuk ne I vagabondi: « La meta dei miei pellegrinaggi è sempre un altro pellegrino», «feci il mio primo viaggio attraversando un campo a piedi», « traggo la mia energia dal movimento » , « la storia dei miei viaggi non è altro che la storia di un malessere » . Quattro frasi un programma: un malessere ci ha isolati, rimettiamoci in moto, anche solo per un percorso minimo e facile, al cui traguardo ci sia un altro.
Quel percorso, ecco l’altra novità, verrà affrontato da soli, o al più con il ristretto nucleo familiare. Un commando, che si muove prevalentemente con il proprio mezzo, evita il gruppo dove l’alleato si trasformava facilmente in avversario. Rifugge dal confronto. Elabora una visione originale del limitato mondo a disposizione. Negli ultimi decenni di viaggi conoscere è diventato riconoscere, prendere riprendere e l’intuizione del singolo di fronte all’ignoto è stata plasmata dalla pre-visione di un altro o dalla comitiva d’altri da cui si è circondati. Abbiamo davvero viaggiato nel pianeta com’è o in quello secondo Tony Wheeler, creatore della Lonely Planet, che cristallizzava ogni realtà raccontata? Da quanto non ci bastava più guardare, ma dovevamo fotografare perché altri potessero vedere e, quindi, credere? La guida illustrava, spiegava o non anche tramandava solo una delle tante possibili versioni? Lo sguardo di gruppo non ha piegato la traiettoria degli sguardi individuali? Rieccoci liberi di interpretare, con la possibilità di sbagliare, ma anche quella di capire. Senza gli auricolari, affidati ai nostri sensi.
Quello che ci può aspettare, nel nostro Paese, è una versione 2020 del Grand Tour, il viaggio iniziatico per imparare a vivere, che dal Seicento chi poteva affrontava per conoscere la cultura italiana. Come fecero Mozart e suo padre, le cui strategie sono riproponibili anche in assenza del talento filiale: trasferirsi con ogni mezzo, trovare qualcuno che ospiti, barattare quel che si ha, prendersi tempo. A volte gli insegnamenti migliori vengono dal passato, ma il passato è soltanto un luogo dove non torneremo più: è il futuro a essere una terra straniera. Dove andremo comunque, ognuno con i suoi mezzi, magari arrivando a pezzi. Olga Tokarczuk conclude così il suo viaggio: «Forse rinasceremo e questa volta lo faremo nel luogo e al momento giusto».

Sottoscrivetela!



Segnalo iniziativa della Comunità S.Egidio, per aderire basta andare su santegidio.org.
Riporto di seguito l'invito a sottoscriverla (già fatto)

SENZA ANZIANI NON C’È FUTURO
Appello per ri-umanizzare le nostre società. No a una sanità selettiva
Nella pandemia del Covid-19 gli anziani sono in pericolo in molti paesi europei come altrove. Le drammatiche cifre delle morti in istituto fanno rabbrividire.
Molto ci sarà da rivedere nei sistemi della sanità pubblica e nelle buone pratiche necessarie per raggiungere e curare con efficacia tutti, per superare l’istituzionalizzazione. Siamo preoccupati dalle tristi storie delle stragi di anziani in istituto. Sta prendendo piede l’idea che sia possibile sacrificare le loro vite in favore di altre. Papa Francesco ne parla come “cultura dello scarto”: toglie agli anziani il diritto ad essere considerati persone, ma solo un numero e in certi casi nemmeno quello.
In numerosi paesi di fronte all’esigenza della cura, sta emergendo un modello pericoloso che privilegia una “sanità selettiva”, che considera residuale la vita degli anziani. La loro maggiore vulnerabilità, l’avanzare degli anni, le possibili altre patologie di cui sono portatori, giustificherebbero una forma di “scelta” in favore dei più giovani e dei più sani.
Rassegnarsi a tale esito è umanamente e giuridicamente inaccettabile. Lo è anche in una visione religiosa della vita, ma pure nella logica dei diritti dell’uomo e nella deontologia medica. Non può essere avallato alcuno “stato di necessità” che legittimi o codifichi deroghe a tali principi. La tesi che una più breve speranza di vita comporti una diminuzione “legale” del suo valore è, da un punto di vista giuridico, una barbarie. Che ciò avvenga mediante un’imposizione (dello Stato o delle autorità sanitarie) esterna alla volontà della persona, rappresenta un’ulteriore intollerabile espropriazione dei diritti dell’individuo.
L’apporto degli anziani continua ad essere oggetto di importanti riflessioni in tutte le civiltà. Ed è fondamentale nella trama sociale della solidarietà tra generazioni. Non si può lasciar morire la generazione che ha lottato contro le dittature, faticato per la ricostruzione dopo la guerra e edificato l’Europa.
Crediamo che sia necessario ribadire con forza i principi della parità di trattamento e del diritto universale alle cure, conquistati nel corso dei secoli. È ora di dedicare tutte le necessarie risorse alla salvaguardia del più gran numero di vite e umanizzare l’accesso alle cure per tutti. Il valore della vita rimanga uguale per tutti. Chi deprezza quella fragile e debole dei più anziani, si prepara a svalutarle tutte.
Con questo appello esprimiamo il dolore e la preoccupazione per le troppe morti di anziani di questi mesi e auspichiamo una rivolta morale perché si cambi direzione nella cura degli anziani, perché soprattutto i più vulnerabili non siano mai considerati un peso o, peggio, inutili.

Cordiale Mattutino


Quando il «Figlio dell’uomo tornerà» non andrà nei templi e nelle chiese per vedere se «la fede è ancora sulla terra» (Lc 12,7-8). Guarderà ai nostri rapporti sociali: guarderà a come ci vorremo bene o male, guarderà le nostre banche, la nostra evasione fiscale, i nostri ospedali, gli stipendi ai braccianti e quelli ai manager. E se ci sarà ancora la fede la troverà soltanto dentro la giustizia e la verità dei nostri rapporti; se ci sarà ancora la potrà riconoscere da come risponderemo alla speranza del miserabile.
(Luigino Bruni - Avvenire 24/5/20)

sabato 23 maggio 2020

Dal sito Contropiano


L’ultima truffa Fiat del giovane Elkann

Il servilismo della politica nei confronti del sistema delle imprese è cosa antica. Specie in Italia, dove per oltre un secolo lo Stato ha fatto da maggiordomo – sia durante la dittatura monarchico-fascista, sia nella democrazia repubblicana – alla principale industria del Paese: la Fiat.

Nonostante l’identità e la struttura di questa multinazionale siano cambiate più volte questo rapporto servile è rimasto intatto.

Al punto che l’erede degli Agnelli al vertice del gruppo, John Elkann, ha avuto la sfrontatezza di chiedere allo Stato di farsi garante per i 6,3 miliardi di prestito che Fca ha chiesto a Banca Intesa.

I media, specie quelli del gruppo Gedi (RepubblicaLa Stampa, diversi giornali locali, ecc), di proprietà agnellica, parlano di “prestito”. E mentono.

Qualsiasi persona in questo Paese sa che “garantire” un prestito bancario verso terzi (foss’anche il proprio figlio, per l’acquisto di una casa o un pc) significa essere pronti a restituire quel prestito con i propri soldi. Nel caso di Fca, Banca Intesa non si è sentita certa che quel prestito possa rientrare – con la situazione catastrofica del mercato dell’auto in piena pandemia, è una certezza semmai il contrario – e quindi pretende che qualcun altro “garantisca” per quella somma.

A quel punto il giovane Elkann si è signorilmente girato verso l’anziano maggiordomo dicendo “Ambrogio, ci pensi tu come al solito, vero?”.

Saltiamo a piedi pari la polemichetta politica tra servi e aspiranti servi ed ex servi della Fiat, e vediamo qual’è la situazione.

Fiat/Fca non è più un’azienda italiana, ma una multinazionale italo-statunitense con stabilimenti in tutto il mondo (alcuni anche in Italia), sede legale in Olanda e sede fiscale in Gran Bretagna (sigifica che paga le tasse lì, perché conviene). E’ oltretutto in procinto di fondersi con Psa, industria automobilistica partecipata tra l’altro dallo Stato francese (12%) e dalla cinese Dongfeng (12%).

In vista di queste nozze, oltretutto, mr. Elkann e gli altri componenti del consiglio di amministrazione hanno stabilito maxi-dividendo straordinario da 5,5 miliardi alla holding Exor (la finanziaria “di famiglia”).

Quindi, ricapitolando: il signor Elkann prende dalla società Fca, che dirige, 5,5 miliardi e li dà (o meglio, li darà il prossimo anno, quando si celebreranno le nozze con Psa) ad un’altra società che sempre lui controlla pienamente (una finanziaria olandese). Ma siccome “c’è grossa crisi” sul mercato automobilistico chiede un prestito da 6,3 miliardi a Banca Intesa, garantiti però dallo Stato italiano (il 12% del “decreto rilancio”).

A fare l’imprenditore così siamo buoni tutti, confessiamolo… Se i soldi crescono, me li prendo; se mancano, li chiedo allo Stato…

E’ la stessa logica illustrata, si fa per dire, da Carlo Bonomi nel suo primo discorso da presidente di Confindustria: Più investimenti pubblici, ma no allo Stato padrone in economia”. Che tradotto significa: “dateci soldi pubblici a noi delle imprese, direttamente a fondo perduto o tramite appalti su lavori pubblici, ma non vi azzardate a gestire direttamente un’azienda; per esempio Alitalia”.

Ecco, al signor Elkann uno Stato serio – consapevole che in questo Paese ci sono parecchi stabilimenti Fiat-Fca, con decine di migliaia di dipendenti, alcune centinaia di migliaia nell’indotto e una certa quota di Pil, risponderebbe quanto meno: “Vogliamo in cambio una quota di azioni corrispondente a quella cifra e posti nel cda in proporzione”. In modo da decidere scelte industriali di lungo periodo, controllare e tutelare l’occupazione sul territorio di competenza, incassare i dividendi annuali, ecc. 

Come fa la Francia con Psa, insomma.

Il resto sono chiacchiere per la distrazione di massa. Per coprire anche l’ultima truffa Fiat a spese della popolazione di questo Paese.


Raggelante



Chissà, forse un giorno quest'intervista al governatore Fontana, oggi su Repubblica, sarà oggetto di studio e ricerca. Sembra trasudare quell'impercettibile mix di sicumera, alterazione dei fatti, polemiche ad hoc e alla cazzo&campana, tipico di inadeguati posizionati follemente in ruoli politici solo per generare flussi e consensi a vantaggio del cosiddetto bene comune (loro), nella fattispecie la gestione del clan riconoscibile dall'eclatante raglio di asini rosicanti rigonfi di supponenza, ansimanti di governare l'intero paese senza possedere barlumi di cultura, di dignità, di raziocinio. Se Ricciardi ieri è stato accusato di speculare sui morti, fatto inesistente, allora le risposte di questo signore come e dove dovrebbero essere collocate? 

Fontana "Non abbiamo fatto errori e tenerci chiusi non sarà necessario"

di Piero Colaprico

MILANO – Palazzo Lombardia, trentacinquesimo piano, ufficio colossale con pareti di vetro, densità abitativa bassissima. Il presidente Attilio Fontana, con mascherina, si siede a un’estremità del tavolone trasparente: 
«Vorrei così essere d’esempio ai ragazzi della movida. Se oggi sbagliamo e facciamo dei passi indietro, possono essere passi devastanti».
Ieri in consiglio dei ministri si parlava della possibilità di impedire agli abitanti di alcune regioni, come Lombardia e la Val d’Aosta, di "sconfinare" dal 3 giugno. Che ne pensa?
«Che i nostri numeri miglioreranno e non ci sarà bisogno di tenerci bloccati, anche per il giro d’affari che c’è. Se così non fosse, posso solo attenermi a quello che dice l’Istituto superiore di sanità».
Sotto Palazzo Lombardia arriva la manifestazione di chi ha il fiocco nero sulla mascherina, simbolo dei troppi morti e della proposta di commissariare la Sanità lombarda…
«Sono persone che o non conoscono bene i fatti o cercano di strumentalizzare la situazione».
Entriamo nel merito delle inchieste giudiziarie aperte. Non organizzare la zona rossa a Nembro e Alzano lombardo è stato uno sbaglio?
«Uno sbaglio, sì. Che non può essermi contestato. Nella settimana dal 4 al 7 marzo ci sono state parecchie interlocuzioni con il ministro Speranza e con il presidente del Consiglio Conte. Arrivarono nella Bergamasca anche carabinieri e militari, poi non so cosa sia successo.Invece della zona rossa che noi chiedevano venne creata la zona arancione in tutta la Lombardia».
Il suo assessore Giulio Gallera ha detto che avreste potuto farla voi…
«Ha sbagliato. Esiste una valutazione giuridica di Sabino Cassese, che parla di iniziativa nelle mani del governo e quest’impostazione è stata confermata dalla direttiva del ministro dell’Interno ai prefetti».
Ieri c’è stata una manifestazione anche davanti al Trivulzio. L’idea di trasferire i malati nelle Rsa è stato un errore o no?
«Alla nostra richiesta hanno aderito solo 15 strutture sulle 708 che ci sono in Lombardia. E ormai è noto che i test sul sangue, eseguiti con l’Avis, raccontano come il virus circolasse già a gennaio. In ogni caso, se c’era un protocollo preciso per le Rsa, dove abbiamo sbagliato?».
Veramente al Pio Albergo Trivulzio sono arrivate persone dimesse dall’ospedale di Sesto San Giovanni…
«Ma il Pat è una grossa struttura e questi degenti sono andati in uno dei tanti reparti».
Già, da lì gli infermieri hanno girato per tutto l’istituto, mentre il direttore generale Giuseppe Calicchio impediva l’uso delle mascherine, da qui l’accusa di epidemia colposa...
«Delle commissioni regionale e comunale fanno parte ex magistrati come Giovanni Canzio e Gherardo Colombo, aspetto l’esito della loro inchiesta».
Sino a marzo al Pat dicevano che andava tutto bene. All’improvviso c’è la nostra inchiesta e ad aprile Calicchio fa ammettere che il numero dei decessi schizza in alto.
Non se n’era accorto?
«Non conosco il presidente del Pat, mai parlato, ma malati di Covid non ne sono stati mandati là dalla Regione e lo si potrà accertare».
Non avere procurato mascherine, tamponi e reagenti è un errore, sì o no?
«Queste forniture sono competenza esclusiva dello Stato. Noi abbiamo chiesto dal primo giorno i presidi di sicurezza, il governo ha cercato e non ha trovato».
Errore almeno l’ospedale in Fiera?
«Assolutamente no. La nostra unità di crisi sostenne che serviva trovare una soluzione, avevamo un medico in lacrime che diceva "Presto finiranno i posti in terapia intensiva".È stato realizzato con fondi donati dai privati, abbiamo tutti i rendiconti.Nonostante la Germania abbia sei volte i nostri posti in terapia intensiva, Berlino ha organizzato un ospedale simile. Saranno scemi anche loro?».
Varie petizioni popolari protestano, per lei è sempre assoluzione per la Lombardia.
«No, per carità, ma faccio io una domanda ai critici. Perché la provincia di Piacenza, che fa parte di un’altra regione, ha subito in proporzione danni peggiori dei nostri? Per colpa del loro presidente Bonaccini? O perché Piacenza è vicina a Codogno e all’epicentro della pandemia? Se vado a Varese, Como, Sondrio e Mantova, che sono in Lombardia, trovo pochissimo contagio».
In Parlamento giovedì c’è stata la polemica contro la Lega del M5S, attraverso l’onorevole Riccardo Ricciardi, in nome delle «verità che non si possono nascondere».
«L’attacco non era alla Lega, ma all’amministrazione della Lombardia, e dura ormai da troppo tempo.Vedremo alla fine chi ha detto le bugie. Ritengo che alcuni vogliono bloccare ad ogni costo la proposta delle opposizioni di collaborazione alle scelte della maggioranza».
È riapparso a Telelombardia l’ex presidente della Regione Roberto Formigoni, condannato per le corruzioni intorno alla sanità. Dice che con la riforma del leghista Roberto Maroni la medicina ospedaliera s’è mangiata quella territoriale, e che quindi avete sbagliato voi la strategia. Vero?
«Non mi pare, ma un fatto è certo. Da questa emergenza non si possono fare valutazioni sulla medicina territoriale. La situazione è degenerata in modo tale che i medici di base non avrebbero potuto fare niente. Dalle terapie intensive ci parlavano di scosse telluriche, cioè arrivavano all’improvviso 30, 50, 70 persone che non respiravano. Poi l’ondata passava e due giorni dopo ecco l’altra scossa, con decine di persone tutte insieme.Se uno va dal medico di base e non respira, che cosa può fare un medico, che manco ha le mascherine per lui, se non mandarlo in ospedale?».
Formigoni dice anche che avete chiesto aiuto ai privati in ritardo.
«Qui sbaglia, la prima domenica dopo la scoperta del paziente zero di Codogno, e cioè il 23 febbraio, abbiamo convocato tutti i rappresentanti della medicina privata, che si sono messi a disposizione, raddoppiando posti letto e mandando medici in prima linea».
Il sindaco Beppe Sala sostiene che sia stato devastante aver mandato le persone in ospedale senza curarle a casa. Che risponde?
«Affermazioni belle da fare, ma dentro questa calamità e con i numeri pazzeschi potevamo solo ospedalizzare chi stava malissimo e chiudere gli altri in casa. Ed è grazie all’isolamento che l’indice di contagio è passato da più del 3 per cento allo 0,51 di poche ore fa. E poi, basta paragoni con il Veneto. Là c’era un contagio in un paesino, noi avevamo un’area di dieci paesi, popolosi e con contatti internazionali…».

venerdì 22 maggio 2020

Gli sticazzosi culturali


E no cari miei giullari eruditi! Non ci siamo proprio direi! La Scala del Calcio non avrebbe in sé afflati culturali? Parlo naturalmente per la mia sponda, tralasciando, pur ammettendone l'arte pallonara, l'altra. 
Quindi mi state dicendo che non trasuda nulla in quei sacri spazi ove un tempo chiunque entrasse rimaneva allibito da cotanta sacralità? Certo, il pallone riesce difficile accostarlo ad un Monet, ad un Caravaggio, ad uno scritto manzoniano; per certi versi però è anch'esso arte. Un gioco naturalmente, che da certe disfide, da certe caracollate, da illuminazioni inconcepibili riusciva ad agguantare, per lo più nei tempi addietro ora non lo darei per scontato, un qualcosa di geniale conformante in cultura l'apparente teatrale banalità. 
Il ricordo del Genio Abatino, il numero 10 per eccellenza, al secolo Gianni Rivera, colui che con le finte e gli occhi posizionati pure sulle scapole, attirava l'attenzione delle Muse, la sua visione di gioco difficilmente riscontrabile in seguito, la sua personalità in campo, lo smarcamento inusitato dei suoi compagni verso la gloria del gol, e poi Schiaffino, Pierino la Peste, il Ragno Nero, il Biondo Tedesco, il Trio Olandese con lui, il Cigno di Utrecht simbolo della bellezza, Sheva l'ammaestratore delle fasce, il prePirlo pittore, Pippo il Gonfiatore di Reti. Cari i miei saccenti: se non è cultura, se non è bellezza questa allora diteci dove la dovremmo trovare? 
Nel nuovo stadio da costruire assieme a tonnellate di nuovo cemento per commercio e grattacieli? 
Se demolirete la Scala del Calcio toglierete qualcosa di fondamentale, annichilendo la dea Eupalla, trasformando sempre più questo meraviglioso sport in ricettacolo di traffici più o meno leciti, colpo finale alla liturgia pallonara di cui eravamo un tempo innamorati folli.