mercoledì 28 novembre 2018

Finalmente!


La Rai de-bombabizzata tornerà finalmente ad essere una tv pubblica di tutti! Aria fresca rivitalizzerà ambienti offuscati dalle fregnacce dell’Era del Ballismo. Un bentornato speciale a Carlo Freccero! W la libertà!

Era ora!


Finalmente un po’ di chiarezza!

mercoledì 28/11/2018
Figli & Gigli

di Marco Travaglio

Da quando i giornaloni presidiano la trincea della libera informazione improvvisamente minacciata dai barbari, non si sono mai viste tante bufale. Ieri s’è appreso che l’annunciatissima e attesissima sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo, destinata a “riabilitare” e “risarcire” il delinquente di Arcore dopo tante persecuzioni e angherie, dall’ingiusta condanna per frode fiscale alla vergognosa applicazione retroattiva della legge Severino (da lui stesso votata) in Senato per “eliminare un avversario politico”, non poteva arrivare per un semplice motivo: B. quatto quatto, il 27 luglio aveva chiesto a Strasburgo di lasciar perdere, perché intanto aveva ottenuto dai generosissimi giudici milanesi la “riabilitazione” ed era tornato eleggibile. Motivo: l’accoglimento del ricorso “non avrebbe prodotto alcun effetto positivo” per lui, mentre il diniego avrebbe sbugiardato cinque anni di balle. E, per giunta, avrebbe creato un pericoloso precedente in caso di nuove condanne definitive per lui e i suoi cari: facendoli cacciare dal Parlamento senza più poterla menare sulla “retroattività” della Severino (che ovviamente è scritta retroattiva). Insomma: era così sicuro di avere ragione da temere che gli dessero torto. Spiace per il Giornale, che ieri, nel poco spazio rimasto nella prima pagina interamente dedicata ai crimini dei Di Maios, titolava: “Berlusconi ‘riabilitato’. Oggi la sentenza infinita”. Povera stella.

Messaggero e Foglio raccontano che la commissione per l’analisi costi-benefici delle grandi opere guidata dal professor Marco Ponti, ha “promosso”, con “disco verde” e “parere favorevole”, il Terzo Valico, ma Toninelli ha “secretato” nel “cassetto” il prezioso incunabolo. Ma è vero il contrario: la commissione ha bocciato il Terzo Valico, stabilendo che è inutile e dunque, malgrado i soldi già spesi per iniziarlo, converrebbe bloccarlo anzichè ultimarlo.

Il “caso Di Maio”, poi, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Perché smaschera cinque anni di censura sulle leggendarie imprese di babbo Renzi e babbo Boschi. E fa a pezzi la comica polemica dei renziani sui 5Stelle, accusati di difendersi a ogni pie’ sospinto col refrain “E allora il Pd?”. In realtà sono i renziani che, qualunque cosa accada nel M5S, vi si imbuca strillando “E allora noi?”, nel vano tentativo di pareggiare il conto degli scandali. Appena s’è scoperto che vari anni fa papà Di Maio aveva alcuni operai in nero, hanno subito alzato il ditino i Renzi babbo e figlio e la buonanima di Maria Elena Boschi per conto del genitore, seguiti a ruota dalla solita corte di twittatori.

Matteo per dire che il suo papà certe cose non le fa. Tiziano per chiedere di non essere paragonato a Di Maio sr. Maria Etruria per augurare a Di Maio sr. di non subire mai il trattamento che lei e famiglia subirono da Di Maio jr. Uno spasso. E fanno bene, a prendere le distanze, perché i loro paragoni – come spiega Marco Lillo a pag. 2 – non reggono. 1) Il padre di Di Maio non risulta indagato, mentre i genitori di Renzi e Boschi lo sono stati e ancora, in alcune indagini, lo sono. 2) Papà Renzi e papà Boschi avevano incarichi di pubblico rilievo, rispettivamente segretario del Pd a Rignano sull’Arno e vicepresidente-consigliere d’amministrazione della decotta Banca Etruria, mentre papà Di Maio è un privato cittadino. 3) Gli scandali Consip ed Etruria che coinvolgono i genitori di Renzi e Boschi risalgono al periodo in cui i due figli sedevano al governo della Repubblica Italiana, come premier e come ministra. Pier Luigi Boschi fu addirittura promosso da membro del Cda a vicepresidente della banca aretina due mesi dopo che la figlia salì al governo. I casi di lavoratori in nero in una società di papà Di Maio risalgono a diversi anni prima che Luigi diventasse vicepremier e ministro. 4) Nessuno avrebbe mai fatto ricadere su Renzi figlio e Boschi figlia le colpe dei rispettivi padri, se i due giovanotti non avessero giocato alcun ruolo in quelle vicende. Purtroppo la Boschi fece il giro delle sette chiese per salvare la Banca Etruria che stava per crollare in testa al babbo indagato (da un pm consulente del suo governo!), incontrando da ministra (ma non delle Finanze: delle Riforme e dei Rapporti col Parlamento) l’ad di Unicredit, il vicepresidente di Bankitalia, il presidente di Consob e l’ad di Veneto Banca. Quanto a Consip, appena la Procura di Napoli iniziò a indagare sugli strani incontri di Tiziano Renzi e del fido Carlo Russo con l’ad Luigi Marroni (nominato dal premier Matteo) e con l’imprenditore Alfredo Romeo, interessato al più grande appalto d’Europa e pronto a retribuire i due possibili mediatori con 30 mila e 2.500 euro al mese, partì una fuga di notizie che avvertì dell’indagine e delle intercettazioni sia Marroni sia Tiziano, rovinando l’indagine. Soffiata che la Procura di Roma attribuisce a quattro fedelissimi di Renzi: i generali Del Sette e Saltalamacchia, il ministro Lotti e il consulente Vannoni. Il tutto mentre il governo Renzi varava un decreto incostituzionale (poi bocciato dalla Consulta) per imporre alla polizia giudiziaria di informare i superiori delle indagini in corso.
Perciò Renzi, Boschi e Giglio magico furono tirati in ballo nei casi Etruria e Consip: per ragioni non penali, ma politiche ed etiche legate a conflitti d’interessi reali e/o potenziali. Magari un giorno Di Maio farà un condono per il lavoro nero nella ditta paterna, o parlerà con banchieri e authority per salvarla dal crac, o i suoi fedelissimi spiffereranno a suo padre un’indagine per mandarla in fumo. Ma per ora non risulta nulla del genere. Quindi né Renzi né Boschi possono dire a Di Maio “sei come noi”. Che è una ben magra consolazione. Ma soprattutto è una balla.

martedì 27 novembre 2018

Cosa si fa per la gloria perduta


In questo video, emporio di ogni bassezza umana, una ex famosa, corteggiata, ostentata madonna fatata, si scaglia contro il padre di un famoso ed attuale politico, Luigi Di Maio, per contestare, rimuginare, equiparare misfatti ancestrali. 
Già nell'inizio di denota tutto il rancoroso stile di una povera damigella finita, per fortuna, nell'anonimato: "Vorrei poter guardare in faccia il signor Antonio Di Maio, padre di Luigi Di Maio, ministro del lavoro nero e della disoccupazione di questo paese."
Un'escalation senza pari di riverberante vendetta, di sanguinaria speranza di sopraffare per ritornare ai tempi in cui aveva gran parte dell'Italia ai suoi piedi. 
E per confondere, arte innata di questa triste camminatrice in viali di tramonti, ecco partire immediatamente l'equiparazione di tragedie, di dolori, di sofferenze. Quell'augurio, quella speranza a non replicare le lacrime da lei sofferte per gli attacchi al su' babbo, sono la risultante di un squallido tentativo di riposizionamento sociale, di ritorno e riappropriazione di quanto le è stato portato via, e che considera suo per decisione divina, dalla debacle politica, dalla distruzione provocata dal referendum perso, di cui era testimonial, e dell'asfaltata del 4 marzo. 
Equipara l'aretina il lavoro nero, deprecabile sempre, sia chiaro, ad aver, pare, contribuito ad inchiappettare poveri risparmiatori, come nel caso di Banca Etruria. 
Si difende l'ex divina spiegandoci come suo padre sia stato tirato in ballo in una vicenda più grande di lui, solo per il cognome che portava. Ci appioppa quindi, perché spera che ancora lo siamo, un marchio, temibile, sparso ovunque nell'Era del Ballismo: quello degli allocchi. 
Vi dico queste cose sperando che ci caschiate come ai tempi in cui il mio vate, il Bomba, raccontava fiabe dorate, fasciate in aurei regni di pace e benessere che v'accompagnavano nelle braccia di Morfeo, parrebbe dirci l'ex architrave del Bullismo. 
E non poteva riferirsi all'ingiustizia, ad aver vissuto leggiadramente in un mondo minato dal sospetto, dagli inganni mediatici, tramati dai veri malfattori che hanno fatto di tutto per portarla nella mediocrità sociale, dove i fari sono spenti, dove il verbo pronunciato non finisce più in prima pagina, dove per ritornarvici devi farti immortalare da un ex grande fotografo, finendo sulle copertine di riviste da attesa del taglio dei capelli. 
"il fango fa schivo come la campagna di fake news su cui il movimento 5 stelle ha fondato il proprio consenso" 
Tutte balle, nulla di vero, si! guardatemi sono l'immacolata, sono io, mi hanno affondato mentre mi stavo spendendo per voi, solo per voi, perché ho la chiave che apre lo scrigno in cui è riposta la vostra felicità. Mi hanno sospinto verso il baratro, sono scomparsa ma ritornerò dopo aver dimostrato di essere immacolata.
E poi il gran finale: continuo a far politica solo per dimostrare di essere pulita, come la mia famiglia. 

Questo video mi fa accapponare la pelle, non tanto per le smancerie rancorose di cui è pregno; mi terrorizza ancora l'idea di come saremmo ridotti se questi impavidi eroi avessero vinto il referendum costituzionale. Brrr!

lunedì 26 novembre 2018

Quella domanda


"Dunque tu sei Re?" è la domanda rivolta da Ponzio Pilato a Gesù nel vangelo di ieri che festeggiava la regalità del Figlio di Dio. 
"Dunque tu sei Re?" trasuda, è ovattata dal silenzio attorno a quell'attimo; anche se non ero presente lo immagino per forza così: Pilato gli si sarà accostato, quasi assorto nei suoi pensieri, e tutt'intorno nulla avrà fiatato, il tempo stesso avrà rallentato per questa domanda, la domanda che ci poniamo, spesso, da due millenni. "Dunque tu sei Re?" Non stiamo parlando di pura e fuorviante regalità, non tendiamo a considerare questo quesito in riferimento allo sfarzo, al luccichio di corone e scettri. Deriva la parola da rex, da regere, governare. Ma ci viene tramandata pure dal sanscrito rags che significa risplendere, colui che risplende, e da questo significato ne è scaturito nei secoli lo sfavillio di pietre preziose che hanno marchiato i sovrani. 
Dunque tu sei Re? Dunque tu sei Colui che risplende? 
Pilato aveva intravisto qualcosa, lo sfavillio nel suo cuore glielo avrà confermato: l'Uomo davanti a sé non era uno qualunque. Si, è vero stava in silenzio, sopportava le angherie, era pronto al suo destino. Ma risplendeva, inspiegabilmente di una Luce che non è di questo mondo, di una sovranità mai apparsa prima. 
Quel dubbio, quella richiesta di chiarimenti è fulcro possente su cui costruire noi stessi, la nostra quotidianità, i nostri dissapori, i dubbi, le ansie, i dolori. 
Ed è la stessa luminosità che dovremmo cercare nelle feste oramai vicine. Dunque tu sei Re? 
Vorrei tanto anch'io accostarmi, in silenzio, guidato dallo sfavillio regale, farmi trasportare lontano da tante pacchianate per assaporare l'essenziale, l'abbacinante. 
Come avrete potuto constatare, il dolore di una vicenda familiare mi sta sparigliando le convinzioni marmoree di questa immersione costante nell'effimero, nella corsa perpetua contornata dal superfluo, "black friday" e panettoni che siano. 
C'è una luce, un lumicino fumigante, scaturito dal dolore, dall'ineluttabilità della vita, dal non poter far nulla difronte a certe asperità che, forse per vigliaccheria, per pigrizia, per pavidità in questi momenti osservo, auscultando me stesso. Forse è per questo. Ma vorrei tanto almeno per una volta, concentrarmi sul silenzioso, offuscato, bistrattato attimo accogliente, sparpagliante, conflittuale, lontano da mode, da shopping, da effimere illusioni e convergente nella domanda, precisa, impercettibile, affascinante, mai saziante appieno, proferita con voce sommessa e roca, aprente scenari inconcepibili, immateriali, ancestrali, incredibili, non frutto di ragione, calcoli, soppesate culturali: "Dunque tu sei Re?"    

sabato 24 novembre 2018

Asta



Ops!


"Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta. Ed è vero che la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto."

Per fortuna non leggo quasi mai il fazioso (nel senso di seguace del borotalcoso Fabio) Gramellini. Le parole sopra riportate sono le sue, scritte nell'opuscolo, nel vademecum della sapienza che edita ogni giorno sul Corriere.
"Smanie di altruismo." Una volta, privi del vate, ci si confondeva con compartecipazione, farsi carico dell'altro, insomma: carità. Ma grazie a Gramellini da oggi sappiamo che il farsi uno col sofferente, indigente, disagiato, risponderebbe ad una smania d'altruismo, un disturbo in grado pure di farci alzare lo sguardo dallo smartphone!
Ma il passo più affascinante di questo lacrimevole edicolante è: "avrebbe potuto soddisfare le proprie smanie di altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta."
E' chiaro quindi per Gramellini che non serva assolutamente andare là dove ti porta il cuore, dove inspiegabilmente potresti capitare, spendendoti pure in gratuità, parola urticante per Fabio e Massimo! Se occorre pianificare pure "l'andare incontro", "il farsi l'altro", appassiscono i pregi, le primizie trasbordate a noi da una casualità... per nulla casuale: Emmaus e il camminare accanto allo Sconosciuto, prima dello spezzare il pane, sembrerebbero smentire l'insigne scrittore, come il Samaritano, straniero, definito addirittura buono alla faccia degli astiosi, parrebbe non convalidare appieno le tesi di questo personal trainer delle ghiandole lacrimali.
Già che ricordiamo le gesta di quel tale Gesù, uno che "smaniava di altruismo" avendolo nel dna, mi piacerebbe che Gramellini spiegasse a noi inetti, come quell'andare del suddetto nelle case di stranieri, centurioni o prostitute che fossero, non gli possa far sorgere in cranio un piccolo dubbio: che forse, in quel caffè letterario che conduce inducendoci ad inumidire tonnellate di Tempo, gli potrebbe essere scappata un'eclatante ed inappropriata stronzata. Ops!

venerdì 23 novembre 2018

Un dubbio, una possibilità


Gino Castaldo analizza una possibilità, triste: la morte del rock. 
Che ne pensate?

di Gino Castaldo

C'era una volta il rock. Cominciò col bacino roteante di Elvis a infiammare i sovversivi ormoni dei ragazzi nati nel dopoguerra, esplose col luminoso verbo beatlesiano, prese forza e consapevolezza con le parole incendiarie di Bob Dylan, con le visioni dei Pink Floyd e di Frank Zappa, celebrò riti estremi con Jimi Hendrix, Rolling Stones, Doors, continuando per almeno un altro paio di decenni a raccontare le trasformazioni del mondo. Ma oggi, cosa è diventata questa irripetibile favola della cultura contemporanea? Il nulla, un enorme e fragoroso vuoto. Il rock è morto, amici e compagni, assente, latitante, travolto da ondate di pop e hip hop, schiacciato sulle proprie antiche responsabilità e incapace di reagire al nuovo. Eppure molti fanno fatica a prenderne atto. Fate la prova: ditelo ad alta voce e vi troverete ancora oggi in pochi secondi circondati da gente con la t-shirt dei Metallica che vi insulta.

A scrivere un possibile epitaffio ci ha pensato il solito incorreggibile Kanye West che per i Grammy del prossimo anno ha proposto un suo pezzo, Freeee (Ghost town Part 2), nelle categorie miglior canzone rock e miglior performance rock. Come dire: il rock oggi sono io, fatevene una ragione, e del resto se andiamo a vedere l'edizione passata i fatti sembrano dargli ragione: i protagonisti sono stati Jay-Z, Kendrick Lamar, Bruno Mars. Il rock, relegato nelle sue categorie, si è aggrappato ai mastodonti tipo i Mastodon, appunto, Foo Fighters e Queens of the stone age, le regine dell'età della pietra, nome che oggi suona piuttosto beffardo, e la miglior performance l'ha vinta Leonard Cohen col suo ultimo pezzo pubblicato in vita, You want it darker. Sembrano metafore della fine. Per trovare cose che avessero un sapore contemporaneo bisognava andare nella categoria Best Alternative music album, per la quale infatti non si usa neanche più il termine rock. La verità è che ai Grammy ormai il rock sembra piuttosto il nonno che alle feste comandate non si può non invitare, ma dal quale certo non ci si aspetta il glam dei tempi migliori. "Il rock è morto, o è solo vecchio?", titola infatti Bill Flanagan sul New York Times, ed è un altro modo di vedere la questione: magari è solo fuori moda, ripetitivo, legato a stereotipi logori ma di sicuro non è più musica per ragazzini. Le nuove generazioni guardano altrove, anche perché a cercarlo bene di rock buono ne circola, ma gira nei bassifondi delle minoranze, è troppo discreto o troppo estremo per superare la soglia di massa.

Basta dare un'occhiata alle classifiche. In questo momento quella inglese degli album più venduti è stupefacente. Tra i primi dieci posti ci sono Andrea Bocelli e il duo Aled Jones e Russell Watson, anche loro di impostazione tenorile, ben due colonne sonore, ovvero quelle di The greatest showman e A star is born, e al colmo del paradosso il White album dei Beatles, ovvero un disco di incomparabile bellezza ma che è stato pubblicato 50 anni fa, e lo stesso vale per la Platinum collection dei Queen, tornata in classifica grazie alla spinta del film Bohemian Rhapsody. Uniche presenze vagamente contemporanee e in odore di rock sono i Muse al primo posto e gli Imagine Dragons al nono. In America la situazione non è molto diversa. Ai primi posti ci sono Beatles e Queen, la colonna sonora di A star is born, ma in cima trionfa l'eroe country Kane Brown, al terzo posto Trippie Redd seguito da Lil Peep e da una lunga schiera di rapper e trapper.

Ma ovviamente non è solo una questione numerica, casomai di forza, di presenza, di attaccamento al presente. Riesce il rock a raccontare quello che siamo, quello che vorremmo essere, riesce a mettere in scena ansie, conflitti e desideri del nostro tempo? In giro ci sono ancora i vecchi soloni. Dylan fa ancora concerti, Springsteen continua a sembrare in missione per conto di cause superiori. A dire il vero il rock è già morto tante altre volte, è morto il giorno in cui Elvis partì per il servizio di leva, è morto il giorno in cui precipitò l'aereo con a bordo Buddy Holly, è morto quando è arrivato il punk, ma per ogni assassinio c'era un nuovo re pronto a ripartire. Ora di giovani in grado di assumersi quel ruolo non se ne vedono, oppure sono come i Greta Van Fleet, copia conforme dei Led Zeppelin o, in Italia, i Måneskin che infiammano i ragazzi ma usano un linguaggio in fin dei conti classico.

Forse a uccidere il rock è proprio il peso dello stereotipo. Se diciamo rock oggi pensiamo a un cliché: quattro accordi sparati, chitarre elettriche, batteria in quattro con cassa e rullante in evidenza, un cantante che strilla. Ma il rock non è nato per essere questo. Era la musica più varia e fantasiosa mai apparsa sul pianeta.  E per questo forse è morto. In realtà si è reincarnato e oggi vive in tutte le altre musiche. Basta non chiamarlo rock.