Quello che brucia più d’ogni altra cosa è che se non ci fossero stati questi 43 morti, tra qualche mese, per la precisione il 31 dicembre, avremmo accolto un ritocchino sui pedaggi autostradali come degli insuperabili allocchi, dando la colpa alle enormi spese di gestione dell’aurea famiglia Benetton, filantropi e benefattori senza pari, fidandoci delle concessioni che bastardi senza onore avevano stipulato con loro in nome del popolo italiano. Ed è in nome e per conto di queste povere vittime che invece lotteremo per sbaragliare tutti questi codicilli infami, sfamanti orchi senza dignità, onta di uno stato democratico.
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 19 agosto 2018
Giannini su Repubblica
AVVOLTOI E COCCODRILLI
Massimo Giannini
Genova colpita al cuore... Genova non si arrende... Una tragedia inaccettabile... Un Paese unito per un dolore condiviso... Le belle parole di Mattarella e Bagnasco scandiscono l’ennesima, ordinaria Spoon River italiana. Parole sincere, ma purtroppo non vere. Volteggiano troppi avvoltoi e piangono troppi coccodrilli, sulle 43 anime innocenti sepolte sotto il Ponte Morandi. Come cantava l’immenso De Andre’, in ogni nostra, maledetta domenica delle salme, "le regine del tua culpa affollano i parrucchieri". I "signori delle Autostrade" ci hanno messo ben quattro giorni per dire l’unica cosa che ci si aspettava da loro: siamo addolorati, chiediamo scusa. Ora il ceo Giovanni Castellucci ci mette almeno la faccia. Mentre i Benetton, maghi del marketing, si limitano a un tardivo comunicato.
La rabbia delle famiglie è sacrosanta. Il Politecnico di Milano nel novembre 2017 segnalava le "anomalie ai tiranti della torre 9" e l’urgenza di " installare sensori per monitorare la tenuta del viadotto". Ministero dei Trasporti e Autostrade Spa sapevano. Ma hanno taciuto, atteso, rinviato. Un padre in lacrime ha parlato di «strage di Stato». Non lo è, perché lo Stato siamo noi, sono i vigili del fuoco che hanno scavato tra le macerie e il personale delle ambulanze che ha soccorso i feriti sul letto insanguinato del Polcevera. Ma a quel padre, e a tutti quelli che piangono i loro morti, una risposta andrà data. E dovrà essere all’altezza di una democrazia matura.
Finora la risposta non è stata all’altezza nella classe dirigente industriale, che sulle macerie delle PpSs ha costruito più rendite che reti. Autostrade è un caso da manuale. Lo Stato privatizza nel ’ 99, i Benetton comprano per 7 miliardi. Da allora la società ha incassato 43,7 miliardi con i pedaggi, lucrando 10 miliardi di utili ( trasformati in altrettanti dividendi per gli azionisti). Negli ultimi 8 anni gli investimenti sono stati 8,3 miliardi (1,5 miliardi in meno del pattuito), le tariffe sono aumentate del 25% ( l’inflazione solo dell’ 11,5%). A prescindere dal Ponte Morandi, un pessimo modello di sviluppo.
La risposta non è stata all’altezza nella maggioranza gialloverde, che sull’onda dell’indignazione sembra adesso orientata a ri- pubblicizzare l’intera economia nazionale, dimenticando che se il capitalismo privato ha colpe ciclopiche nel mancato sviluppo del Sistema- Paese, lo Stato Padrone degli anni 80/90 non ne ha certo di meno. Conte, Di Maio e Salvini sono stati durissimi contro Autostrade, e sono stati accolti tra gli applausi alle esequie di Genova. Questo è comprensibile ( mentre è penoso sfidare i giornali su un miserabile " applausometro" funebre, come ha fatto il portavoce di Palazzo Chigi Casalino). Ma il " governo del cambiamento" non può annunciare una revoca immediata della concessione, senza averne prima verificato la fattibilità giuridica. Serve la prova di " gravi inadempimenti del concessionario": se manca, la revoca costa allo Stato 20 miliardi di penale. Sul piano emotivo la minaccia di revoca lenisce le ferite di chi chiede giustizia, ma sul piano pratico soddisfa solo le esigenze di chi fa demagogia.
La risposta non è stata all’altezza nell’opposizione, che non può cavarsela attaccando M5S per la folle battaglia declinista contro la Gronda. Una dose di autocritica tocca anche al Pd, che per eccesso di modernità o per complesso di inferiorità ha ceduto il campo a "capitani" non coraggiosi ma ignavi. I governi di centrosinistra, nel 2007, hanno firmato la Convenzione Unica con Autostrade che rende di fatto la revoca impercorribile. Nel 2014 e 2017 hanno prolungato la generosa concessione, consentendo che la società facesse i controlli di sicurezza in " autocertificazione" e mantenendo un assurdo " segreto" sul Piano Economico Finanziario e sugli allegati. Questi errori vanno riconosciuti, per non essere più ripetuti.
Servono verità, serietà e umiltà. Solo così eviteremo altre " domeniche delle salme". Quel solito, inutile e straziante rito, dove " il cuore d’Italia/ da Palermo ad Aosta/si gonfiava in un coro/ di vibrante protesta".
Povero Eugenio!
Eugenio Scalfari su Repubblica
"Non sono mancate nella nostra storia nomi di persone, di correnti culturali, ed anche di interessi generali del Paese in qualche modo perseguiti e realizzati.
Fummo i primi ad aprire la storia della poesia con il “ dolce stil novo”, lanciato da Guinizzelli e da Cavalcanti e proseguito a suo modo da Dante che poi fece ben altro, sempre in fuga da Firenze dove non tornò mai più. E poi, nella poesia, nella letteratura, nelle arti e nella narrativa romanzesca, Petrarca, Boccaccio e poi Ariosto e Tasso, Machiavelli, Guicciardini, Vivaldi nella musica, Michelangelo, Raffaello, Caravaggio, Monti, Alfieri, Leopardi, Verga, Rossini, Verdi, Puccini, Pascoli, Carducci, Foscolo, Manzoni, D’Annunzio e infine Calvino, Ungaretti e Montale.
Un Paese ricco di nomi, di grandi personalità artistiche nei secoli dei secoli. Ma non sono mancate neppure personalità importanti nell’economia e nella vita pubblica. Ne nominerò solo alcuni che hanno contribuito alla formazione nazionale: Mazzini, Cavour e Garibaldi ma se pensiamo ai contemporanei dobbiamo ricordare Romano Prodi, Walter Veltroni, Guido Carli, Carlo Azeglio Ciampi, Raffaele Mattioli, Mario Draghi.
Il nostro dunque è stato un Paese che ha trovato molto tardi l’unità geopolitica, ma che ha dato al mondo intero cultura, arte, e capacità di governo e di economia.
L’aspetto stupefacente di tutta questa storia che fa parte integrante non solo dell’Italia ma dell’Europa e in certi casi del mondo intero, è questa: noi nell’Europa d’oggi non contiamo assolutamente niente. Contano la Francia, la Germania, la Spagna, il Portogallo, l’Olanda, la Danimarca, gli scandinavi, i finnici, i balcanici.
L’Italia rappresentata in Europa da Matteo Salvini ( ministro dell’Interno) e da Luigi Di Maio ( ministro del Lavoro), non conta assolutamente niente. Salvini è alleato di Marine Le Pen e legatissimo a Putin. Quanto a Di Maio, il suo populismo non ha riscontro politico. In Europa esiste e si divide tra il populismo totalitario e quello democratico. Il totalitario fa massa con il razzismo di Salvini, quello popolare vorrebbe la democrazia europea di carattere federale e non soltanto confederata. Di Maio non rappresenta né l’una né l’altra di queste due correnti populiste.
La conclusione è piuttosto triste: l’Italia in Europa c’è ma conta zero. Facciamoci tornare un po’ di buon umore elencando, come abbiamo fatto, poeti, scrittori, romanzieri, musicisti, e perfino banchieri e uomini di governo. C’è di che stare allegri scordandoci che in Europa il Lussemburgo è più importante di noi."
La canizie fa dimenticare ad Eugenio che sia Di Maio che Salvini sono al potere da 70 giorni. E' vero che in Europa non contiamo una beata minchia, forse però dovrebbe far mente locale, ammesso che lo possa fare, ricordandosi delle imprese del Delinquente Naturale, con conseguenti sberleffi franco-tedeschi, e le smargiassate del Bomba, un pupazzetto accarezzato sulla testa con simpatia dalle altre nazioni europee. Ma Eugenio questo ormai non lo sa più!
Ah però!
domenica 19/08/2018
Il Benetton-party a Ferragosto “La festa non è stata rovinata”
A 24 ORE DAL DISASTRO, IN UNA DELLE SUE VILLE A CORTINA D’AMPEZZO LA FAMIGLIA HA ORGANIZZATO UN PRANZO A BASE DI PESCE PER 90 PERSONE
di Lorenzo Giarelli e Camilla Tagliabue
Il disastro di Genova non ha fermato le feste in casa Benetton. Tutt’altro: a 24 ore di tempo dal crollo del Ponte Morandi – gestito tramite Autostrade da Atlantia, di cui gli industriali veneti sono i principali azionisti – la famiglia al completo si è ritrovata con amici e parenti nella villa di Cortina d’Ampezzo di proprietà di Giuliana per un pranzo di Ferragosto e, assicura un testimone, “la tragedia non ha rovinato la festa”.
L’evento, come anticipato ieri da La Verità, è ormai una tradizione di famiglia, perché da più di vent’anni ogni 15 agosto gli imprenditori dei maglioni colorati riuniscono nel parco della villa decine di persone. E anche quest’anno, nonostante si stesse ancora scavando tra le macerie del ponte e il conto dei morti saliva di ora in ora, i Benetton hanno ospitato una novantina di invitati, quasi tutte persone di famiglia o colleghi imprenditori soprattutto dell’area di Treviso: “I politici non li vogliono mai là”, spiegano ancora da Cortina. Tutti in piedi per un aperitivo, poi seduti (e serviti) a godersi il menù di pesce – un risotto e il branzino in forno – e un dolce, senza rinunciare al vino e ai brindisi.
Il catering è firmato dal ristorante “Da Celeste” di Venegazzù, in provincia di Treviso, locale storico della zona ed esperto in servizi di gala, con clienti prestigiosi quali la Mostra del Cinema di Venezia, il Premio Campiello, Dolce e Gabbana e George Clooney. Il costo totale del pranzo in villa Benetton è stato di circa 8.000 euro, cifra più che contenuta per questo tipo di ricevimenti se si considera che per ciascun commensale il costo è stato inferiore a 90 euro.
Per quanto dalla festa assicurino che sia stato “un pranzo normale”, in cui gli ospiti “sono andati tutti via presto”, è difficile associare l’immagine dell’evento di ferragosto con il “fortissimo choc”, “il silenzio” e “la ritrosia” della famiglia raccontati ieri dal Corriere della Sera.
Sempre ieri, nel giorno del lutto nazionale, i Benetton hanno poi espresso il loro “profondo dolore” per la tragedia di Genova, manifestando “concreta vicinanza” alle vittime e limitandosi a confermare l’evento di Ferragosto (presentato ora come una “riunione commemorativa” per Carlo Benetton, morto il 10 luglio scorso) tramite una velina anonima all’agenzia di stampa Ansa.
Da Cortina garantiscono che il pranzo era stato organizzato da tempo. Pare che la conferma ufficiale sia arrivata proprio dopo la scomparsa di Carlo, un lutto – che si unisce a quello per la morte di Fioravante Bertagnin, marito di Giuliana, l’8 febbraio – per cui quest’anno la famiglia ha scelto di ridurre gli inviti, escludendo anche qualche amico abituale.
Le circostanze private non hanno comunque indotto la famiglia a rinunciare alla tradizione, né tantomeno la disdetta è arrivata dopo i fatti di Genova, argomento di discussione tra una portata e l’altra. Tutto liscio, come da volontà di Rosa Carniato in Benetton, che voleva sempre vedere riuniti a tavola i figli – Giuliana, Luciano, Gilberto e un tempo anche Carlo – per il pranzo di Ferragosto.
Cornice del raffinato ricevimento è stata una delle ville più eleganti di Cortina, a due passi dalla zona chic della Spiga e dal Golf Club della Perla delle Dolomiti. L’appuntamento era fissato per mezzogiorno e gli ospiti sono arrivati in perfetto orario. La tragedia di Genova, invece, sembrava lontana anni luce. Altro che 24 ore.
sabato 18 agosto 2018
Sing!
Giù il cappello!
sabato 18/08/2018
United Leccons of Benetton
di Marco Travaglio
Impreparati come siamo in fatto di modernità, di progresso, ma soprattutto di Stato di diritto, ci eravamo fatti l’idea che il crollo di un ponte notoriamente pericolante fosse responsabilità anzitutto di chi (la società Atlantia della famiglia Benetton) l’aveva in gestione e si faceva pagare profumatamente per tenerlo in piedi ma non aveva fatto nulla; e poi anche di chi (i governi di destra e di sinistra degli ultimi 19 anni) si faceva pagare profumatamente per controllare che ciò avvenisse ma non faceva nulla; e che, dopo 40 morti e rotti, il governo avesse il diritto-dovere di revocare il contratto al concessionario inadempiente. Ma ieri per fortuna abbiamo letto il Giornalone Unico e scoperto che sbagliavamo di grosso. Attribuire qualsivoglia colpa per il ponte crollato a chi doveva tenerlo in piedi e controllare che fosse tenuto in piedi è sintomo di gravissime patologie: populismo, giustizialismo, moralismo, giustizia sommaria, punizione cieca, voglia di ghigliottina, ansia da Piazzale Loreto, sciacallaggio, speculazione, ansia vendicativa, barbarie umana e giuridica, cultura anti-impresa che dice “No a tutto”, pericolosa deriva autoritaria, ossessione del capro espiatorio, esplosione emotiva, punizione cieca, barbarie, pressappochismo, improvvisazione, avventurismo, collettivismo, socialismo reale, decrescita, oscurantismo (Repubblica, Corriere, Stampa, il Giornale).
Prendiamo nota e ci scusiamo con i Benetton e i loro compari politici se li abbiamo offesi anche solo nominandoli invano o pubblicando loro foto senz’attendere che, fra una quindicina d’anni, la Cassazione si pronunci sui loro eventuali reati. D’ora in avanti, ammaestrati da tanta sapienza giuridica che trasuda da giornaloni, tg e talk show, ci regoleremo di conseguenza nella vita di tutti i giorni. E invitiamo caldamente i nostri lettori e gli altri italiani contagiati dai suddetti virus, a fare altrettanto. Se, puta caso, acquistate o affittate un appartamento e, dopo qualche settimana sull’intonaco ancora fresco del soffitto compare una simpatica crepa, seguita magari dal gaio precipitare di calcinacci sulla vostra testa, evitate di farvi cogliere dalla classica cultura del sospetto, tipica del peggiore populismo grillino, e di protestare col proprietario o l’amministratore del condominio perché intervenga a riparare. Vi basterà la sua parola rassicurante sul fatto che nelle abitazioni moderne la crepa arreda e non c’è da preoccuparsi, perché la casa è “sotto costante monitoraggio e non presenta alcun pericolo di crollo”.
Nel malaugurato caso in cui la casa dovesse sbriciolarsi e voi doveste sopravvivere, astenetevi dalla classica tentazione giustizialista di rinfacciare a chi di dovere i vostri allarmi inascoltati; o, peggio, di attribuirgli qualsivoglia colpa, cedendo al peggior populismo; o – Dio non voglia: sarebbe giustizia sommaria indegna di uno Stato di diritto – di chiedergli i danni prima che un Tribunale, una Corte d’appello e la Cassazione abbiano confermato irrevocabilmente la sua penale responsabilità. C’è anche il caso che alcune circostanze infauste (tipo i funerali dei vostri cari o le fratture multiple che vi paralizzano in un letto d’ospedale) vi inducano a cedere all’emotività al punto di pretendere almeno la sostituzione dell’amministratore inadempiente, specie se doveste scoprire che costui (come l’Ad di Atlantia-Autostrade, Castellucci, sotto processo per la strage di Avellino) era già imputato per omicidio colposo plurimo per disastri precedenti: ecco, resistete a questi barbari istinti di giustizia sommaria. E, se vi chiedono ancora l’affitto della casa crollata, tenete a bada le mani e continuate a pagarlo, per non precipitare nel gorgo della cultura anti-impresa che dice “No a tutto” e porta dritto al socialismo reale.
Ci siamo fin qui barcamenati nella metafora della casa per non ricadere nel tragico errore di citare i Benetton e i governi degli ultimi 20 anni, cioè i concessionari e i concessori di Autostrade che credevamo responsabili politico-amministrativi del Ponte Morandi. Ora sappiamo dai giornaloni che essi non solo non vanno incolpati, ma neppure nominati. Al massimo – ci insegna Ezio Mauro – si può parlare di “una delle più grandi società autostradali private del mondo” che, “in attesa che la magistratura faccia luce”, non può diventare “il capro espiatorio di processi sommari e riti di piazza”, “tipici del populismo”. E guai a dire, come fa Di Maio, “a me Benetton non pagava campagne elettorali”: questo non l’avrebbe detto “nemmeno Perón”, forse perché a Perón i Benetton non pagavano le campagne elettorali, mentre Autostrade le pagò al centrosinistra e al centrodestra almeno nel 2008 (vedi Report). E guai soprattutto ad annunciare, come fa Conte, “la sospensione della concessione” senza aspettare “i tempi della giustizia”. Chi pensa che ai governi spetti accertare le responsabilità politico-amministrative e ai giudici quelle penali, perché un conto è revocare un contratto e un altro e mettere uno in galera, è un lurido “populista” e “pifferaio della decrescita”. Se c’è di mezzo Atlantia, che sponsorizza La Repubblica delle Idee e nel cui Cda siede la vice presidente del gruppo Repubblica Monica Mondardini, la responsabilità politico-amministrativa non esiste più: le concessioni si danno subito, anche in una notte, pure senza gara, ma per revocarle bisogna aspettare la Cassazione. Anzi, nemmeno quella, perché la revoca sarebbe - ammonisce Daniele Manca del Corriere - “una scorciatoia”, “un errore” e “un indizio di debolezza”: uno Stato forte viceversa lascia le sue autostrade in mani private, e che mani. Nemmeno Manca fa nomi, anche se sembra sul punto di farli: quando scrive “chi quelle società guida e controlla…”, par di vederlo mordersi la lingua e torturarsi le dita per impedire loro di scrivere “Benetton”. Poi, per non pensarci più, si scaglia contro i veri colpevoli: “Chi ha alimentato e salvaguardato l’interesse di minoranze a scapito del benessere del Paese, ostacolando nuove opere” (la famigerata “Gronda”, che avrebbe mantenuto in funzione il Ponte Morandi, e ci costerebbe 5-6 miliardi). Sistemati i veri colpevoli, restano da accertare le vere vittime: provvede Giovanni Orsina su La Stampa, lacrimando inconsolabile per i poveri Benetton (mai nominati), “sacrificati” come “capro espiatorio contro cui l’indignazione possa sfogarsi”. Roba da “paesi barbari”, soprattutto dinanzi “a una questione complessa come il crollo del Ponte Morandi”. Talmente complessa che ora Atlantia è pronta a ricostruirlo “in cinque mesi”. Un solo giornalista – il sempre spiritoso Luca Bottura - fa nomi e cognomi, con grave sprezzo del pericolo, su Repubblica: “Bagnai”, “Toninelli”, “i grillini” che “serbano nell’armadio lo scheletro della Gronda che forse avrebbe allungato la vita al Ponte Morandi” (mai fatta per colpa di chi non ha mai governato) e dicono “No tutto”, perfino al balsamico Tav “tra Torino e Lione” (che non c’entra nulla e infatti Bottura lo cita ma non si “arrischia” a citarlo “per paura di finire nel mirino” dei No Tav padroni di tutti i giornali, compreso il suo), “Salvini”, “Grillo”, la “Casaleggio”, “l’ansia vendicativa del governo… che sparge la calce viva della bassa politica su decine di vittime”, e “soprattutto Di Maio” perché osa attaccare “Autostrade per l’Italia (che certo non se la passa bene, ma devono dirlo i giudici)”. Ecco: per incolpare chi non c’entra nulla basta il Tribunale di Repubblica; ma per incolpare chi c’entra bisogna attendere la Cassazione.
Questi eterni Tartuffe italioti, usi a negare anche l’evidenza, Indro Montanelli li ritraeva con un apologo: “Un gentiluomo austriaco, roso dal sospetto che la moglie lo tradisse, la seguì di nascosto e la vide entrare in un albergo. Salì dietro di lei sino alla camera e dal buco della serratura la osservò spogliarsi e coricarsi insieme a un giovanotto. Ma, rimasto al buio perché i due a questo punto spensero la luce, gemette a bassa voce: ‘Non riuscirò dunque mai a liberarmi da questa tormentosa incertezza?’”.
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