venerdì 20 luglio 2018

Spargete la voce!


venerdì 20/07/2018
L’ultimo ricatto

di Marco Travaglio

Non c’era miglior modo di ricordare il 26° anniversario della strage di via D’Amelio che depositare proprio il 19 luglio le motivazioni della sentenza sulla trattativa Stato-mafia. Quella della Corte d’Assise di Palermo che il 20 aprile ha condannato tre alti ufficiali del Ros (Subranni, Mori e De Donno) e l’ideatore di FI (Dell’Utri) con i mafiosi Bagarella e Cinà per quel turpe mercimonio che pose sotto ricatto lo Stato e sacrificò almeno 20 morti ammazzati. Una sentenza che, da quel poco che siamo riusciti a leggerne ieri, tutti gli italiani dovrebbero conoscere. E il Fatto si attiverà con ogni mezzo per divulgarla e rompere lo scandaloso muro di ignoranza, indifferenza e negazionismo che ha accompagnato tutto il processo da parte di istituzioni, partiti, apparati dello Stato, pezzi di magistratura e stampa al seguito. Nei prossimi giorni, a puntate, esamineremo le 5252 pagine della sentenza. Ora ci concentriamo sui due capitoli più attuali e drammatici: il nesso fra la trattativa e l’omicidio Borsellino; e il ruolo di Dell’Utri e dunque di B. nel chiuderla nel ’94. Due piaghe purulente che, 26 anni dopo, continuano a inquinare la democrazia con i loro miasmi maleodoranti di omertà, insabbiamenti, ricatti.

L’accelerazione. La Corte afferma che i vertici del Ros del 1992 e i loro mandanti (purtroppo occulti ma riferibili al primo governo Amato) hanno sulla coscienza gli omicidi di Borsellino e dei suoi angeli custodi. Fu la decisione di Subranni, Mori e De Donno di cedere al ricatto mafioso e di impiegare Ciancimino come intermediario con Riina che indusse i corleonesi ad accelerare l’esecuzione della condanna a morte del magistrato appena 57 giorni dopo quella di Falcone. Qualcosa o qualcuno – non nella mafia, ma nello Stato – aveva urgenza di eliminare Borsellino subito. E poi di far sparire la sua agenda rossa con gli appunti sulle ultime indagini e di depistare le indagini con falsi pentiti per sviare i sospetti dai veri colpevoli e dai loro suggeritori, affinché Borsellino fosse sepolto per sempre con le sue scoperte. Su Capaci e sulla trattativa. Su quella accelerazione – nota a tutti i conoscitori dei fatti, eppure pervicacemente negata da alcune inaudite sentenze collaterali – la Corte presieduta da Alfredo Montalto scrive parole cristalline. Ricorda che i pm sostengono “che Riina abbia deciso di uccidere Borsellino temendo la sua opposizione alla ‘trattativa’… trova una qualche convergenza nel fatto che, secondo quanto riferito dalla moglie Agnese, Borsellino poco prima di morire le aveva fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni e mafiosi”.

Ma, anche se le cose non stessero così, “non c’è dubbio che quell’invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisca un sicuro elemento di novità che può certamente avere determinato l’effetto dell’accelerazione dell’omicidio di Borsellino, con la finalità di approfittare di quel segnale di debolezza proveniente dalle istituzioni dello Stato e di lucrare, quindi, nel tempo dopo quell’ulteriore manifestazione di incontenibile violenza concretizzatasi nella strage di via D’Amelio, maggiori vantaggi rispetto a quelli che sul momento avrebbero potuto determinarsi in senso negativo”. Ecco perché Mori, dopo aver trattato con Cosa Nostra nel 1992-’93 e averlo addirittura confessato nel ’97, non fu degradato sul campo, ma addirittura promosso nel 2001 dal governo B. a direttore del Sisde, il servizio segreto civile. Poi confermato nel 2006 dal centrosinistra. E infine premiato, dopo la pensione, come consulente per la sicurezza e il controllo sugli appalti dalle giunte di centrodestra Alemanno (a Roma) e Formigoni (in Lombardia), con i bei risultati a tutti noti.

Marcello&Silvio. Dopo le stragi della primavera estate del ’93 e il primo clamoroso cedimento del governo Ciampi – la revoca del 41-bis per 334 mafiosi a opera del Guardasigilli Conso –, si fa avanti il nuovo referente politico che chiude il cerchio, subentrando al Ros e pattuendo una lunga stagione di “pax mafiosa” per soddisfare le altre richieste avanzate da Cosa Nostra nel “papello”: Dell’Utri. Scrive la Corte d’Assise: “Con l’apertura alle esigenze dell’associazione mafiosa Cosa nostra, manifestata da Dell’Utri nella sua funzione di intermediario dell’imprenditore Silvio Berlusconi nel frattempo sceso in campo in vista delle politiche del 1994, si rafforza il proposito criminoso dei vertici mafiosi di proseguire con la strategia ricattatoria iniziata da Riina nel 1992”. Non solo: “Ci sono ragioni logico-fattuali che inducono a non dubitare che Dell’Utri abbia riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con Cosa nostra mediati da Mangano”. Del resto fu B. che finanziò stabilmente Cosa Nostra per vent’anni, dal 1974: “Tali pagamenti sono proseguiti almeno fino a dicembre 1994”. Quando ormai B. era premier, dopo le stragi: “Vi è la prova che Dell’Utri interloquiva con Berlusconi anche riguardo al denaro da versare ai mafiosi ancora nello stesso periodo temporale nel quale incontrava Mangano per le problematiche relative alle iniziative legislative che i mafiosi si attendevano dal governo… Ciò dimostra che Dell’Utri informava Berlusconi dei suoi rapporti con i clan anche dopo l’insediamento del governo da lui presieduto, perché solo Berlusconi, da premier, avrebbe potuto autorizzare un intervento legislativo come quello tentato e riferirne a Dell’Utri per tranquillizzare i suoi interlocutori”.

L’ombra di Graviano. Le stragi s’interrompono nei giorni dell’annuncio della discesa in campo di B. (26.1.’94). Ma il ricatto continua tuttoggi. E qui la Corte valorizza le recentissime confidenze (gennaio 2016-marzo 2017) fatte al compagno di ora d’aria da Giuseppe Graviano, il boss che organizzò le stragi di via D’Amelio e poi di Firenze, Milano, Roma, sa tutto dei mandanti esterni e dei depistatori di Stato e non si rassegna all’idea di vederli a piede libero, o addirittura ancora in politica. Confidenze che i giudici ritengono genuine. In una, il boss “manifesta la convinzione che B. nel 1994 avrebbe abolito la pena dell’ergastolo… e il 41-bis… se non avesse trovato un’opposizione in altre componenti del governo”. E così, nel ’94, “non aveva mantenuto gli impegni presi” con Cosa Nostra. Perciò aveva avuto “timori allorché Graviano era stato chiamato a testimoniare nel processo Dell’Utri”. In effetti Graviano fa balenare spesso “una velata minaccia… collegata al possibile ripensamento sulla sua decisione di non ‘parlare’”. Sulle intercettazioni in cui Graviano cita B., i giudici respingono la trascrizione minimalista della difesa Dell’Utri (non “Berlusconi” ma “bravissimo”) e condividono quella del loro perito e della Procura: “Berlusca mi ha chiesto ’sta cortesia, per questo è stata l’urgenza di riri… cumu mai chissu… p’acchianari? Poi che successi? Siccomu iddu… l’elezioni… Berlusca… (inc.)rnari la Sicilia… Berlu…”. Poi – si legge nella sentenza– “Graviano fa riferimento all’intendimento di Berlusconi di ‘scendere’ in Sicilia, al fatto che in questa regione ancora dominavano i ‘vecchi’ politici, ed alla richiesta che gli aveva fatto Berlusconi per una ‘bella cosa’”. Infine il boss “riferisce espressamente di aver conosciuto e incontrato Berlusconi e in particolare di essersi ‘seduti’ insieme (proprio ‘25 anni fa’, ndr) e di avere, insieme, ‘mangiato e bevuto’, mettendo ancora in evidenza la doppiezza del personaggio”. Parole che dimostrano, secondo la Corte, “il risentimento nei confronti di Berlusconi, per non avere questi mantenuto i patti, espresso tra la speranza di poter ancora ottenere qualche beneficio e più o meno esplicite minacce di riferire, direttamente o indirettamente, i rapporti con lui avuti prima di essere arrestato nel gennaio ’94”. È l’ennesima prova “delle assicurazioni che Berlusconi e Dell’Utri avevano dato a Graviano quando nel gennaio ’94 questi ebbe a manifestare particolare felicità a Spatuzza perché così si sarebbero ‘messi il Paese nelle mani’”. Ecco perché B. non si ritirerà mai dalla politica: gli amici degli amici non vogliono.

giovedì 19 luglio 2018

C’è sempre un perché!


Ecco perché non siamo un paese dignitoso, ecco perché invece di cercarlo con vari accordi e patti, al socio di questo mafioso, che ora non marcisce nemmeno più in galera perché poverino è malato, gli andrebbe riservata la galera. E vaffanculo ai suoi sorrisi, alle barzellette, a Sallusti che lo definisce padre della patria, all’Ebetino che l’ha considerato suo zio, a tutti gli adepti che lo hanno sempre santificato. Vaffanculo, questi signori hanno agevolato i piani di Riina. Quindi sono mafiosi. È mafioso Marcello Dell’Utri che ha fondato un partito per i suoi progetti. È mafioso chi pagò Riina per un decennio, cioè Silvio Berlusconi. Ma ora, consigli per acquisti, nostri, e soldi a lui. Pubblicità!

Quesiti alla dignità


Ventisei anni fa perdevamo, per mano mafiosa, un grande uomo, Paolo Borsellino, solo 57 giorni dopo la strage di Capaci che ci portò via per sempre anche l’altro architrave della dignità italiana, Giovanni Falcone, assieme alla moglie e alla scorta.
A volte rincresce, dispiace, adombra sapere di vivere in un paese pregno di gente squallida nei posti di potere, bastardi che hanno depistato per non arrivare alla Verità su quelle morti ingiuste, dequalificanti un’intera nazione. Sapere inoltre che da vent’anni respiriamo la politica pro-lui di uno che per almeno due lustri pagò tangenti alla mafia, il Delinquente Naturale nonché erotomane, rende tutto più assurdo, illogico, spaventoso.
I dubbi, le domande senza risposta, l’ansia crescente, il disagio di vivere in uno stato colluso. 
La figlia di Paolo Borsellino, Fiammetta, elenca 13 quesiti, tredici scrolloni alla nostra esigenza di crederci un paese normale:

1. Perché le autorità locali e nazionali preposte alla sicurezza non misero in atto tutte le misure necessarie per proteggere mio padre, che dopo la morte di Falcone era diventato l’obiettivo numero uno di Cosa nostra? 
2. Perché per una strage di così ampia portata fu prescelta una procura composta da magistrati che non avevano competenze in ambito di mafia? 
3. Perché via D’Amelio, la scena della strage, non fu preservata consentendo così la sottrazione dell’agenda rossa di mio padre? E perché l’ex pm allora parlamentare Giuseppe Ayala, fra i primi a vedere la borsa, ha fornito versioni contraddittorie su quei momenti? 
4. Perché i pm di Caltanissetta non ritennero mai di interrogare il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco, che non aveva informato mio padre della nota del Ros sul ‘tritolo arrivato in città’ e gli aveva pure negato il coordinamento delle indagini su Palermo, cosa che concesse solo il giorno della strage, con una telefonata alle 7 del mattino? 
5. Perché nei 57 giorni fra Capaci e via D’Amelio, i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre, che aveva detto pubblicamente di avere cose importanti da riferire? 
6. Cosa c’è ancora negli archivi del vecchio Sisde, il servizio segreto, sul falso pentito Scarantino (indicato dall’intelligence come vicino ad esponenti mafiosi) e sul suo suggeritore, l’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera? 
7. Perché i pm di Caltanissetta non depositarono nel primo processo il confronto fatto tre mesi prima fra il falso pentito Scarantino e i veri collaboratori di giustizia (Cancemi, Di Matteo e La Barbera) che lo smentivano? Il confronto fu depositato due anni più tardi, nel 1997, solo dopo una battaglia dei difensori degli imputati. 
8. Perché i pm di Caltanissetta furono accomodanti con le continue ritrattazioni di Scarantino e non fecero mai il confronto tra i falsi pentiti dell’inchiesta (Scarantino, Candura e Andriotta), dai cui interrogatori si evinceva un progressivo aggiustamento delle dichiarazioni, in modo da farle convergere verso l’unica versione? 
9. Perché la pm Ilda Boccassini (che partecipò alle prime indagini, fra il giugno e l’ottobre 1994), firmataria insieme al pm Sajeva di due durissime lettere nelle quali prendeva le distanze dai colleghi che continuavano a credere a Scarantino, autorizzò la polizia a fare dieci colloqui investigativi con Scarantino dopo l’inizio della sua collaborazione con la giustizia? 
10. Perché non fu mai fatto un verbale del sopralluogo della polizia con Scarantino nel garage dove diceva di aver rubato la 126 poi trasformata in autobomba? Perché i pm non ne fecero mai richiesta? E perché nessun magistrato ritenne di presenziare al sopralluogo? 
11. Chi è davvero responsabile dei verbali con a margine delle annotazioni a penna consegnati dall’ispettore Mattei a Scarantino? Il poliziotto ha dichiarato che l’unico scopo era quello di aiutarlo a ripassare: com’è possibile che fino alla Cassazione i giudici abbiano ritenuto plausibile questa giustificazione? 
12. Il 26 luglio 1995 Scarantino ritrattava le sue dichiarazioni con un’intervista a Studio Aperto. Prima ancora che l’intervista andasse in onda, i pm Palma e Petralia annunciavano già alle agenzie di stampa la ritrattazione della ritrattazione di Scarantino, anticipando il contenuto del verbale fatto quella sera col falso pentito. Come facevano a prevederlo? 
13. Perché Scarantino non venne affidato al servizio centrale di protezione, ma al gruppo diretto da La Barbera, senza alcuna richiesta e autorizzazione da parte della magistratura competente?”.

Probabile



Una delle probabili forme del Paradiso

mercoledì 18 luglio 2018

Soporifero



Una pennica da Hall of Fame, in pineta, con tutte le regole rispettate secondo il manuale settecentesco “De Pisolinum” 
Ricevuto medaglia da Morfeo in persona, il quale però ha obbiettato un pochetto sulla durata, secondo lui eccessiva. Effettivamente il confine tra pennica e sonno pomeridiano è molto labile. Alcuni esperti del settore hanno opinioni diverse: Ciccio di Nonna Papera ad esempio dice che la pennichella non debba superare i 15 mn; Poldo parla di mezz’ora. Una diatriba molto complicata, quasi inestricabile. 
P.S. La mia ha superato di gran lunga l’ora!

A lezione!


Ora che hanno molto tempo libero, potrebbero apprendere qualcosa da questo articolo. Eccetto la Fedeli, naturalmente, essendo rimasta ancora alle stanghette e ai fogli con tre righe.

mercoledì 18/07/2018
Giuristi per caso

di Marco Travaglio

Da quando i processi sono diventati come le partite di calcio e 50 milioni di italiani si dividono, nel tempo libero, fra gli aspiranti ct della Nazionale e i giudici a latere, se ne sentono di tutti i colori. Ora fa discutere una sentenza della Cassazione che ha condannato (ripetiamo per i duri d’orecchio e di cervice: condannato) a 3 anni due cinquantenni, un italiano e un romeno, per avere stuprato nel 2009 una conoscente romena che aveva cenato, fumato cannabis e bevuto fino a ubriacarsi con loro. In primo grado, il gup li aveva assolti: sia perché la giovane aveva cambiato tre volte versione, sia perché dopo il sesso e la fuga al pronto soccorso aveva telefonato ai presunti aggressori, sia perché i segni di resistenza sul corpo erano scarsi e controversi. In appello, la Corte aveva ribaltato la sentenza, condannando i due per lo stupro di gruppo a 3 anni con le attenuanti generiche (erano incensurati), prevalenti sull’aggravante di aver costretto la ragazza a ubriacarsi. Condanna confermata in via definitiva dalla Cassazione, che però ha trasmesso gli atti all’appello per far eliminare l’aggravante dell’uso di alcol (peraltro assorbita dalle attenuanti generiche), esclusa dalla legge se la vittima ha bevuto sua sponte, senza costrizione.

Non è un gentile omaggio ai due stupratori: è l’articolo 609 ter comma 1 n. 2 del Codice penale, frutto di una legge del febbraio ’96 (governo Dini, sostenuto da centrosinistra e Lega Nord con l’astensione del centrodestra): la pena va aumentata se la violenza sessuale è stata commessa “con l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa”. Cioè se la vittima è stata costretta ad abbassare le difese per agevolare il compito dello stupratore. Ma non è questo il caso esaminato dal processo, dove anzi è emerso inequivocabilmente che la ragazza andò a cena con un amico e due conoscenti; tutti e quattro bevvero molto vino e si fecero qualche canna; poi l’amico se ne andò, ma la donna restò con gli altri due, che le avevano già rivolto avance a tavola; questi la portarono in camera costringendola a subire rapporti sessuali. Dunque lo stupro è provato, ma l’aggravante della costrizione all’alcol no. Una sentenza impeccabile, fra l’altro emessa da un collegio presieduto da una donna. Ma ecco i soliti politici e politiche che straparlano per finire sui giornali senz’aver letto (o, peggio ancora, capito) la sentenza. E magari una settimana fa attaccavano Salvini perché sparava non su una sentenza, ma su un’ordinanza della Cassazione (sui soldi della Lega).

Stefania Prestigiacomo di FI, “pur aspettando di leggere le motivazioni” (e allora che ne sa?), definisce “sorprendente la decisione della Cassazione” perché a lei, non si sa in base a cosa, “appare evidente che una vittima sotto effetto dell’alcol è ancora più indifesa. Questa sentenza riporta indietro le lancette dell’orologio”. L’ex ministra Pd Roberta Pinotti si associa all’autorevole parere di sua figlia (“che vergogna”) su una sentenza che “non prevede aggravante perché la vittima era ubriaca” (cazzata sesquipedale). L’ex ministra Pd Valeria Fedeli, dall’alto della sua falsa laurea, invita non si sa bene chi a “reagire e contrastare questa regressione culturale e politica!”. Punto, punto e virgola, punto esclamativo: massì, abbondiamo. Alessia Morani (Pd), inopinatamente laureata in Legge, blatera di “sentenza veramente scandalosa”, anche perché non la conosce: infatti sostiene che la Cassazione ha ignorato che “stuprare una donna ubriaca è comunque e sempre gravissimo anche se ha bevuto volontariamente” e ha stabilito che la ragazza “in fondo se l’è cercata” (con l’hashtag #poverenoi, anzi #poveralei). Alessandra Mussolini, nota giureconsulta, sollecita il Csm a “intervenire” (come se fosse il quarto grado di giudizio) e altri soggetti imprecisati a “combattere in prima linea”. Giorgio Gori, sindaco Pd di Bergamo, subito ritwittato dal governatore Pd dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, spiega alla Corte che “stuprare una donna ubriaca è PIÙ grave, non meno grave, a prescindere se abbia bevuto di sua volontà. Siamo ancora al ‘se l’è cercata’?”.

Casomai questi giuristi per caso volessero sapere qualcosa della sentenza che commentano, ne citiamo un paio di passaggi: “Integra il reato di violenza sessuale di gruppo, con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica, la condotta di coloro che inducano la persona offesa a subire atti sessuali in uno stato di infermità psichica determinato dall’assunzione di bevande alcoliche, essendo l’aggressione all’altrui sfera sessuale connotata da modalità insidiose o subdole, anche se la parte offesa ha volontariamente assunto alcol e droghe, rilevando solo la sua condizione di inferiorità psichica o fisica seguente all’assunzione di dette sostanze”. Ergo gli stupratori vengono condannati perché “le condizioni della vittima, pacifiche, non consentivano un consenso ai rapporti sessuali”. Però “l’assunzione volontaria dell’alcol esclude la sussistenza dell’aggravante, poiché… deve essere il soggetto attivo del reato che usa l’alcol per la violenza, somministrandolo alla vittima; invece l’uso volontario incide, sì, sulla valutazione del valido consenso, ma non anche sulla sussistenza dell’aggravante”. Ma la sentenza in difesa della stuprata viene ribaltata in un regalo agli stupratori da un branco di somari/e. I quali potrebbero più utilmente rivolgere il loro sdegno al vero scandalo di questo e di mille altri processi: gli stupratori non faranno un giorno di galera, perché in Italia le pene sotto i 4 anni si scontano comodamente a casa. Ma è improbabile che la cosa indigni FI&Pd, visto che è tutto merito di leggi volute e votate da loro.

Valli a capire!



Si saranno messi i guanti in lattice quelli di Repubblica per riportare questa notizia; avranno ingurgitato Maalox a catinelle. L’ho votata pure io pur sapendo quanto il sistema Rosseau sia fallace e guidato da mani infingarde. Certo ci vuole una selva di peli nello stomaco a votare una quarantanovenne da 26 anni nel mondo della tv per il consiglio d’amministrazione del servizio pubblico! E senza amicizie di cardinali, dei vari Lotti, Etruriana, Madia ma quello che più serviva: il beneplacito del Delinquente, la sua approvazione per continuare ad ingrassare sulla Rai, ridotta in macerie scientemente dai vari governi simil sinistrorsi, secondo quanto stipulato nel malefico patto del nazareno. Ma i pentastellati si sa sono incapaci, incompetenti, Di Maio è inadatto al ruolo e poi siamo pure razzisti, amici di Salvini, e guarda, guarda! i paraventisti  che tentano di inorridire con macabre foto di esseri umani assassinati dal sistema attuale, cosa mai fatta nei dieci anni addietro quando si stima una perdita di vite umane attorno ai centocinquantamila. Ma erano altri tempi quelli: in Rai soggiornavano gli amici degli amici, eccetto qualcuno s’intende alla Carlo Freccero e le notizie erano veline consegnate dall’Eco di Rignano e Laterina, dalla Spelonca di Arcore.
E questi qui invece han messo dei competenti. Valli a capire!