Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 30 novembre 2017
mercoledì 29 novembre 2017
E questa è Daniela!
mercoledì 29/11/2017
Il male minore è comunque un male
di Daniela Ranieri
Cosa spinge un ultra-novantenne autorevole intellettuale italiano ad auspicare per i nostri giovani un futuro in cui al governo d’Italia c’è per la quarta volta Berlusconi? Stringatamente: il cinismo dell’intellettuale di sinistra antiberlusconiano, già filo craxiano, prima monarchico e poi spinelliano che, non avendo più nulla da perdere, e non volendo ammettere di avere fallito tutte le proprie battaglie, si rifugia nell’estremo riparo del disilluso, il “tanto peggio tanto meglio”.
Ma Scalfari non è solo; trovandosi in quella fase della vita in cui i filtri cadono, ha semplicemente espresso quel che molti si augurano senza avere il coraggio di dirlo. La gran parte della comunità un tempo riunita attorno alle colonne di Repubblica, girotondista e ostile alla sottocultura retriva di B., oggi tace su Renzi, che ha realizzato alla lettera il programma di B., e spara a zero contro “i populisti”, facendo il gioco di B. e della sua corte di nullità dannose, oppure, e chissà se è meglio, di Renzi e della sua corte di dannose nullità. Quando l’unità d’intenti dei due – conservare il potere e spartirselo facendo finta di litigare – è icasticamente rappresentata dalla figura mozartiana di Verdini: incarnazione della Realpolitik più tracotante, Leporello di due spavaldi Don Giovanni della cosa pubblica. A parte gli intellettuali di Libertà e Giustizia, che si sono detti “sbalorditi” dalle parole di Scalfari, e Paolo Flores d’Arcais che su MicroMega le ha definite “indecenti”, nessuno ha fiatato. Non sia mai venire accusati di essere grillini, cioè di non saper usare i congiuntivi, di credere alle scie chimiche e di non voler vaccinare i figli (come ripete pateticamente Renzi, ostinandosi a non voler comprendere le ragioni di milioni di italiani).
Ma perché preferire un incartapecorito e recidivo pregiudicato, delinquente naturale secondo la Cassazione, a un giovane incensurato? O Scalfari sa su Di Maio qualcosa che noi non sappiamo (magari esiste qualcosa di peggio che essere indagati come mandanti delle stragi di mafia senza che nessuno se ne stupisca), o il suo pregiudizio è talmente forte da fargli preferire il gangster di Arcore a chiunque del movimento di Grillo. Ma scegliere il male minore (e B. lo sarebbe solo se competesse con un nazista) è pur sempre scegliere il male.
Il Fondatore non è uno sprovveduto: non ritiene affatto che un personaggio non forse colluso, ma certamente colluso con la mafia (attraverso il pr Dell’Utri, attualmente in carcere per questo) sia meno pericoloso e infangante per l’Italia di un 30enne con la fedina penale pulita. Semplicemente sa che da Di Maio e da chi lo vota lo separa una differenza antropologica incolmabile, un disprezzo tale da superare qualsiasi reticenza a farsela con un lestofante conclamato. Il “sistema” (contro cui lottano con alterne fortune i 5S), B. o Renzi, Franza o Spagna, è quella cosa capace di assicurare a Scalfari e quelli come lui il mantenimento dello status di autorità morale e contestualmente di interlocutore privilegiato dei grand commis e dei padroni delle ferriere d’Italia. Così una persona istruita come lui non ha pudore a propinare la incredibile panzana di B. “argine contro i populismi”, quando proprio B. è stato l’inventore di un populismo svergognato e policromo, dal “meno tasse per tutti” alle Tv regalate ai sudditi come il circo ai romani.
Scalfari ha poi spiegato che la domanda era “paradossale” (chissà perché) e richiedeva una risposta paradossale, tale fintanto non si immagini un tracollo del Pd e un’alleanza necessaria tra B. e Renzi. Allora, quel che prima appariva assurdo appare di colpo a Scalfari reale e dunque razionale, in linea con la sua coscienza, essendo prioritaria la conservazione del potere delle élite di immaginarsi eterne (Scalfari rappresenta quella aristocrazia democratica vicina al popolo fintanto che il popolo vota come dice lei).
Il progressista un tempo credeva nel cambiamento. Scalfari ha creduto nel finto “cambioversismo” di Renzi e nella smargiassata della rottamazione (una specie di Sindrome di Stoccolma che ha colto i più avveduti tra i vecchi saggi). Ha auspicato l’instaurarsi di un’oligarchia, ai cui vertici vede bene gente come Boschi, Lotti, Poletti, Fedeli. Ha votato Sì al referendum più demenziale e pericoloso della Storia (sic transit: da La sera andavamo in via Veneto a Ma anche Pontassieve va bene). Siamo seri: cambiamento sì, ma mica davvero.
Se B. vincerà come crediamo le prossime elezioni, passeremo anni a dare la colpa agli elettori e all’astensionismo. Cioè al popolo a cui sulla carta appartiene la sovranità. La colpa sarà invece di chi ha ideato una legge elettorale fraudolenta per derubare il popolo della sua volontà e di chi, con parole, opere e omissioni, ha concorso a creare un clima tale che B. è potuto sembrare, ai nostri occhi ormai stanchi e ciechi, il male minore.
Uscita
E' uscita in questi giorni la biografia "Mr. Laurel & Mr. Hardy" di John McCabe, l'unica riconosciuta da Stanlio prima di morire.
La leggerò con somma devozione ai due più grandi comici del pianeta di tutte le ere.
Intanto mi gusto, assieme a voi, questa foto, meravigliosa.
Travagliati buongiorno!
Fazio che strazio
di Marco Travaglio - 29 novembre 2017
Per misurare il peso di un politico italiano, basta vedere le domande che gli fanno i giornalisti Rai. Renzi fu omaggiato per tre anni con domandine-assist finché restò il padrone d’Italia. Poi perse il referendum, lasciò il governo e, quando si affacciava in tv, incontrava giornalisti che fino ad allora mai si erano sognati di criticarlo neppure per le giacche e le cravatte, e di botto ne approfittavano per dirgli – fuori tempo massimo – tutto quello che non gli avevano mai detto a Palazzo Chigi. Le loro domande incalzanti, normali in qualunque democrazia, suonavano maramalde in un’Italia disabituata al giornalismo. La stessa cosa era accaduta a B., osannato, incensato e leccato per 17 anni fino alle dimissioni del novembre 2011, e poi preso a pesci in faccia da chiunque passasse per la strada. Da allora persino Bruno Vespa prese a strapazzarlo (a suo modo, si capisce) fino a sembrare qualcosa di simile a un giornalista. Infatti l’altra sera, vedendo Fabio Fazio alle prese con B., ci è venuta un’insana nostalgia per Vespa: forse nemmeno lui sarebbe riuscito a restare silente dinanzi alle enormità dell’anziano Caimano. L’intervista senza domande di Fazio a B. ha riportato alla ribalta l’annosa polemica sugli intrattenitori che intervistano (si fa per dire) i politici al posto dei giornalisti. Ma Fazio ha vinto vari premi giornalistici ed è stato per anni iscritto all’Albo, salvo poi uscirne per poter fare spot. E comunque, affiliato o meno all’Ordine, è un professionista capace ed esperto nel campo dell’informazione, molto più di tanti telegiornalisti doc (altrettanto scarsini in fatto di domande).
Non occorreva la tessera dell’Ordine per muovere a B. le obiezioni che qualunque italiano che abbia vissuto in Italia e non su Marte nell’ultimo quarto di secolo gli avrebbe mosso. Era lo stesso B. a suggerirle appena apriva bocca. Pareva quasi che sfidasse l’intervistatore a sbottare, che lo provocasse per farsi bloccare, che ce la mettesse tutta per farlo scompisciare. Ma Fazio niente, non raccoglieva, lasciava dire e passava oltre. Chissà quanta gente da casa avrà pensato, mentre B. deplorava la piaga dell’evasione fiscale: “Adesso glielo dirà che ha una condanna per frode”. O, quando B. definiva Dell’Utri “prigioniero politico” e “una delle persone migliori al mondo”: “Adesso glielo dirà che è un pregiudicato per mafia”. O, quando B. annunciava una legge per vietare ai parlamentari di cambiare partito: “Gli ricorderà che lui ne ha comprati a carrettate nel ’94, nel 2006 e nel 2010, e ha una condanna prescritta per l’acquisto del senatore De Gregorio alla modica cifra di 2 milioni”.
O, quando B. parlava delle sue conoscenze di “minorenni immigrati”: “Ora gliela farà una battuta su Ruby”. Invece B. gli strappava le obiezioni di bocca e Fazio la teneva ben chiusa. Uno strazio penoso anzitutto per lui, che un tempo, quand’era a Rai3, era un ragazzo simpatico perché non si era ancora gonfiato di milioni (20 all’anno ne spende la Rai per l’originalissimo “format” di Chetempochefa, consistente in un tavolo e alcune sedie occupate da una sfilata di ospiti, quasi tutti per promuovere il libro, il disco o il film), finiva regolarmente nelle liste di proscrizione del centrodestra, anche se non se ne vedeva il perché. Poi però si è fatto furbo, infatti B. gli ha chiesto di tornare presto da lui, tanto bene si è trovato in sua compagnia. Tutto ciò, con la distinzione fra informazione e intrattenimento, non c’entra: anche un addetto alle pulizie avrebbe saputo cosa obiettare alle balle di B. Poi però avrebbe perso il posto. Perché B. è di nuovo potente, anche se la Rai è tutta di Renzi, anzi proprio per questo.
Il 10 maggio 2008, B. era appena tornato al governo per la terza volta, ma non aveva ancora fatto in tempo a riberlusconizzare Viale Mazzini. Quella sera, ospite di Fazio, ricordai i rapporti del neopresidente del Senato, Renato Schifani, con vari soggetti poi condannati per mafia, citando fatti documentati e in gran parte noti (e poi ritenuti veri dal Tribunale di Torino) e aggiungendo una battutaccia sullo scadimento della classe politica. Apriti cielo. Fui attaccato più dal centrosinistra che dal centrodestra e la sera dopo Fabio inscenò, terreo in volto, un imbarazzante autodafé da processo staliniano, o maoista. Prima lesse un comunicato del dg Claudio Cappon (“La Rai si dissocia e manifesta nei confronti del presidente del Senato Schifani la più alta considerazione e rispetto… stigmatizza un comportamento – inaccettabile in qualsiasi programma del Servizio Pubblico – che mette in campo critiche, insulti e diffamazioni senza alcuna possibilità di contraddittorio”). Poi aggiunse: “Questa trasmissione ha sempre cercato di rispettare due principi: totale libertà di espressione a tutti gli ospiti… e non offendere nessuno, tantopiù se assente e dunque impossibilitato a difendersi… Quindi non posso che scusarmi, e a maggior ragione per il rispetto che è dovuto all’istituzione che il presidente Schifani rappresenta… Mi scuso quindi con il pubblico se ieri sera non è avvenuto quanto ho detto… Chiedo scusa…”. Ora naturalmente nessuno chiede a Fazio di scusarsi per le non-domande a B. né per le impudiche bugie che B., grazie a lui, ha rifilato a oltre 2 milioni di telespettatori-elettori. Il contraddittorio, nel servizietto privato dei partiti, si invoca solo quando qualcuno dice qualche verità, non quando si sparano balle a raffica. A meno che l’ospite non sia un politico di opposizione (immaginate quante domande sui processi avrebbe rivolto Fazio a una Raggi o a un’Appendino, accusate non di stragi mafiose, corruzione, frode fiscale ecc., ma di una frase su una nomina e di reati colposi per una disgrazia). È questa l’unica, vera turbativa che falserà le prossime elezioni. Altro che fake news.
Incontri
Mi piace incontrar gente, forse calamito le loro ansie, mi ritengo aperto a conoscenze. Come ieri pomeriggio alla stazione di Piacenza: aspettavo il treno per Parma ed ecco apparire un signore sulla mezza età, straniero, con valigione blu. Mi fa vedere un biglietto scritto male a penna su cui comprendo "Fiorenzuola".
- Si, gli dico, è la stazione successiva in direzione Parma-
- Grazie amico!-
- Hai fatto il biglietto?-
- No, no! Paga Berlusconi!-
-Ma guarda che ti fanno la multa se ne sei sprovvisto!-
Risata e riposizionamento del cappellino che aveva in testa.
Si siede accanto a me e comincia a raccontarmi di lui: fa l'autista di camion, mi dice anche il nome della società che evito, lo capirete perché, di trascrivere.
-Sono arrivato oggi da Salerno; 808 Km.-
-Sarai stanco- gli dico-
-Stanchissimo! Non mi sono mai fermato!- mi risponde.
-Come mai fermato? Non avete le soste obbligatorie?-
Risposta, da conservare indelebile ogniqualvolta superate un tir o frenate vedendone uno dietro di voi : - S'incazzano se mi fermo! Devo tirare dritto, fermarmi pochissimo! E io glielo dico: guardate che dopo 500 km senza fermarmi, non vedo più nulla; guido ma è come se fossi addormentato! Ma loro se ne fregano e mi dicono di non fermarmi per il riposo!-
-Cavolo!- gli dico- ma se ti ferma la polizia?-
-E' un rischio che devo correre se voglio mantenere il posto di lavoro!-
Mi spiega che una volta che arriverà a Fiorenzuola, lo verranno a prendere e lo porteranno su un altro camion che dovrà partire nella notte verso la Spagna; altri mille chilometri!
-Ma come fai?-
- Non lo so amico- mi dice accorato- devo guidare e stare zitto se voglio guadagnarmi quei pochi spiccioli che mi danno! E fanno tutti così!-
Capito? Prendono autisti della comunità europea, sottopagati, e li obbligano a viaggiare in continuo, senza soste, per la sicurezza loro e nostra che viaggiamo sulle autostrade.
E poi mi spiega che lui è meravigliato da un fatto che ha visto dappertutto nel nostro paese:
-Ovunque vado a mangiare nelle mense Caritas, vedo italiani. Tanti italiani. E non capisco! Solo in Italia gli italiani dormono sulla banchina (è il suo modo d'intendere il dormire all'addiaccio) e mangiano alle mense Caritas! Dalle altre parti, in Spagna, in Francia, in Germania, tu non vedi gli abitanti del paese dormire in banchina e mangiare alle mense della carità! Ma come fate a permettere una cosa così?-
Lo guardo e non rispondo, vergognandomi.
E lui di getto: - i vostri nonni hanno fatto le guerre per dare un futuro a voi! E voi non potete mangiare alla Caritas e dormire in banchina!-
In effetti, non dovrebbe accadere. Ma accade.
Una volta saliti sul treno, dopo qualche minuto arriva il controllore. Lo guardo, lui mi guarda sorridendo e rimanendo impassibile. Faccio vedere il mio biglietto al controllore, mentre lui si gira la visiera del cappello mettendola di lato.
Il controllore lo salta, passando alla signora seduta a fianco. Ammetto che non ho capito se si sia trattato di culo o di un segnale convenzionale, del tipo "non ho biglietto ma non mi rompere le scatole."
Prima di scendere mi guarda felice, mi saluta e mi dice "metti in conto a Berlusconi il mio viaggio!"
Sorridendo scende, lasciandomi un pochetto d'amaro in bocca, dovuto al pensiero di aver pagato il biglietto ma soprattutto a quando incontrerò prossimamente un bestione autoarticolato sulle autostrade, guidato da qualcuno magari al volante da più di dieci ore...
martedì 28 novembre 2017
In terra livornese!
Il treno del Bomba è arrivato a Castagneto Carducci (Livorno) e non serve aggiungere altro per gustarsi una scena degna dei grandi toscani!
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