giovedì 15 giugno 2017

Italia 2017


Tanto per non farsi mancare nulla. Un articolo illuminante di Giuliano Foschini, ieri su Repubblica, che ci spiega perfettamente parte della spelonca di briganti attorno alle Ferrovie Sud-Est, ove il 13 giugno si è verificato l'ennesimo incidente causato da errore umano, un segnale rosso disatteso. Mentre altri si lustrano i galloni pensando all'alta velocità. L'unica velocità supersonica a loro destinata è il vaffanculo. 

IL RETROSCENA / L’AZIENDA NEL MIRINO DEI PM
Consulenze e sprechi così sono stati bruciati più di 400 milioni
GIULIANO FOSCHINI
SI viaggia su binario unico. O, come è accaduto fino allo scorso anno ai turisti arrivati da tutto il mondo, su carrozze anni ‘60 riesumate perché i nuovi treni comprati dalla Polonia, pagati venti volte il prezzo di mercato, non erano in grado di marciare. L’incidente ferroviario accaduto ieri a Lecce non è un caso. Ma l’inevitabile effetto di una storia italiana: una società statale munta per decenni da manager e politici. Che, invece di investire su sviluppo e sicurezza, ha ingrassato le tasche di amici e consulenti. Risultato: 410 milioni di euro di buco, libri contabili in tribunale, un’indagine per bancarotta fraudolenta, e i pendolari che nel migliore dei casi sono condannati all’incertezza. Nel peggiore, come ieri, finiscono in ospedale.
Le Ferrovie Sud-Est sono le più grandi ferrovie concesse d’Italia: 474 chilometri di linea, 470 delle quali a binario unico. Il socio unico è da qualche mese Ferrovie dello Stato, intervenuto per mettere una pezza al grande buco della gestione precedente. Le Sud Est erano gestite da un management scelto dal Ministero dei trasporti. E, in particolare, negli ultimi 23 da un signore, Luigi Fiorillo, amico della destra e della sinistra. I bilanci del suo lavoro sono scolpiti da un report di PricewaterhouseCoopers: un debito al 12 gennaio 2017 pari a 268 milioni d, un passivo patrimoniale totale di 430 milioni e un patrimonio netto contabile negativo per 217. Ma dove sono finiti questi soldi? È la domanda che si pone la procura di Bari che, dopo aver dimenticato per anni l’indagine sui treni d’oro comprati dalla Polonia (passati da 900mila a 20 milioni di euro) e raccontata da Repubblica a ottobre del 2014, ha compiuto negli ultimi mesi sequestri per decine di milioni di euro e ora ha in piedi un nuovo fascicolo, coordinato dal pm Francesco Bretone, per bancarotta fraudolenta. Gli indagati sono una ventina, tra cui appunto Fiorillo. Dai calcoli effettuati dal nucleo di Polizia tributaria della Finanza di Bari il manager (difeso dall’avvocato e parlamentare Pd, Federico Massa) ha incassato negli ultimi 11 anni compensi lordi per 13,75 milioni. Dieci gliene erano stati sequestrati dalla Corte dei Conti, per poi però essere sbloccati perché, è stato stabilito, le Sud-Est, pur avendo capitale pubblico, sono soggette alle regole del diritto privato.
C’è poi il tema delle consulenze: quasi 50 milioni secondo il calcolo fatto dai commissari nominati dal governo Renzi, sarebbero «contestabili». Come raccontano in “Niente treni la domenica” — libro dei giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno Massimiliano Scagliarini e Giovanni Longo — il recordman delle consulenze è Angelo Schiano, avvocato romano: vanta crediti per 14,9 milioni di euro dopo averne già incassati negli anni oltre 10. Al secondo posto lo studio legale barese Riccardi, con 5,4 milioni. Poi le società di informatica dei romani Ferdinando e Eugenio Bitonte, padre e figlio, entrambi indagati: Bit (4,9 milioni), Centro Calcolo (3,5 milioni) ed Eltel (1 milione), con prezzi, secondo la procura, assolutamente fuori mercato. Non è ancora chiaro, invece, cosa abbia fatto la Eade, una società di informatica (4,3 milioni). Chiede 2 milioni l’architetto Domenico Massimeo, che ha progettato un’opera mai realizzato e 1,8 l’ingegnere Sandro Simoncini. La famiglia Cezze di Maglie, provincia di Lecce, è in credito di 5 milioni. Ma tra chi ha lavorato per le Sud-Est risulta anche l’ex presidente della provincia di Bari, l’avvocato Marcello Vernola o l’ex consigliere regionale Fabrizio Camilli. «Uno scandalo» tuona oggi il governatore pugliese, Michele Emiliano, che sostiene di aver stanziato per la sicurezza delle Sud-Est 36 milioni mai spesi.
«Soldi non gliene darò mai. Finché ci starò io qua quelli non prenderanno mai una lira», diceva a giugno 2014, secondo alcuni imprenditori intercettati dai carabinieri del Ros, l’allora potentissimo dirigente del ministero delle Infrastrutture Ercole Incalza. Era «infuriato» perché invece di contattare lui, gli imprenditori erano «passati» dal sottosegretario Basso Del Caro. Parlava proprio del tratto di ferrovia dove ieri è avvenuto l’incidente.

mercoledì 14 giugno 2017

Constatazione


La staticità facciale di Gozi molto probabilmente deriva dagli sganassoni ricevuti in età scolastica allorché sparava, con la stessa pervicacia, palle colossali e bugie epocali come fa tutt'ora che è supportato dall'intellighenzia del Bomba, baluardo per nuove percosse.

Da leggere


Con tutti questi pennivendoli in giro, con lo sgabello Orfeo DG della Rai, è una fortuna poter leggere articoli come questo!

mercoledì 14/06/2017
Peccati capitali

di Marco Travaglio

Siccome queste amministrative non se l’è filate nessuno finché non le han perse i 5Stelle (-10%), e siccome gli altri sconfitti come il Pd (-6%) fingono di averle vinte, è forse il caso di aggiungere qualche peccato capitale pentastellato a quelli emersi da questi due giorni di appassionanti dibattiti in tv e sui giornaloni e da noi elencati nell’editoriale di ieri.

Grillo & C. hanno sbagliato a non partecipare alla lottizzazione della Rai, lasciando tutte e tre le reti ai Minzolini di Renzi, oltre a quelli di B. chez Mediaset. Se avessero occupato almeno una rete, potrebbero mostrare tutte le città sporche amministrate dal Pd (una a caso: Firenze) o dalla destra, così come Rai e Mediaset mostrano sempre e solo la Roma della Raggi, dipinta come sommersa dai rifiuti (balla sesquipedale) e assediata dai topi (che, per inciso, sono tutti maggiorenni o già in pensione). O potrebbero raccontare qualcosa sugli scandali Consip ed Etruria, molto cari alle famiglie Renzi e Boschi, dunque invisibili a reti unificate.

Grillo & C. hanno sbagliato a non candidare inquisiti, imputati e arrestati. Diversamente dal centrodestra di Trapani, che ha candidato il “civico” Mimmo Fazio, reduce dagli arresti domiciliari per corruzione, e il forzista Antonio D’Alì prescritto-assolto in appello per concorso esterno in mafia e in attesa della Cassazione dunque candidato sindaco più votato a Trapani (il primo è stato il più votato col 31,79% e oltre 10 mila voti, il secondo ha sfiorato il ballottaggio con 7800 voti). E diversamente dal centrodestra e dal centrosinistra di Catanzaro, che schieravano un indagato per ciascuno: Sergio Abramo, imputato per multe non pagate, e Vincenzo Antonio Ciconte, inquisito per Rimborsopoli, dunque entrambi al ballottaggio col 39,5 e il 30,9%, a scapito degli altri, colpevolmente incensurati.

Grillo & C. hanno sbagliato a restituire 48 milioni di finanziamenti pubblici e quasi 90 milioni fra diarie e rimborsi non rendicontati di parlamentari e consiglieri regionali. Se li avessero intascati, come fanno i partiti, avrebbero potuto spendere e spandere in campagne elettorali luculliane e magari comprare qualche bel pacchetto di voti.

Grillo & C. hanno sbagliato a presentarsi con le loro facce e il loro simbolo, anziché camuffarsi in un pulviscolo di liste civiche, anzi ciniche, come Pd e FI. O meglio ancora confluire in Ncd, come ha fatto il Pd a Palermo per non fare troppo schifo a Leoluca Orlando. O superarsi sull’esempio del Pd a Portici (Napoli), alleato di appena 13 liste.

Compresa quella che schierava la madre di Noemi Letizia e un ex candidato de La Destra, celebre per una gita a Predappio sulla tomba del Duce il 28 ottobre 2013, anniversario della marcia su Roma.

Grillo & C. hanno sbagliato a respingere gli ex iscritti ad altri partiti. Altrimenti avrebbero potuto assicurarsi peripatetici di sicuro consenso come, a Palermo, Fabrizio Ferrandelli, passato da Orlando, Di Pietro e Vendola a B., Micciché e Cuffaro (che fino a poco tempo fa definiva “limitrofo alla mafia”), ovviamente contro il suo ex beniamino e pigmalione Orlando.

Grillo & C. hanno sbagliato a correre da soli, anziché imbarcare chiunque e coalizzarsi con chicchessia. Altrimenti oggi potrebbero concorrere da protagonisti al posto del Pd nel ballottaggio di Verona con una prestigiosissima candidata sindaca: non una putribonda figura come la Appendino o la Raggi, ma un giglio di campo come la senatrice ereditaria Patrizia Bisinella, nientemeno che fidanzata di Flavio Tosi, condannato definitivamente in Cassazione per istigazione all’odio razziale contro i Rom.

Grillo & C. hanno sbagliato a darsi la regola “due mandati e poi basta”, che ha tenuto lontano dalle liste non solo gli amministratori al secondo incarico, ma anche i tanti consiglieri regionali e sindaci al primo che vogliono giocarsi il secondo e ultimo in Parlamento, candidandosi alle politiche. Nessun problema invece per i partiti, dove vige la regola ferrea dell’“acchiappa più poltrone che puoi, anche contemporaneamente”, e dove l’unica causa di ineleggibilità è il decesso, purché certificato dal medico legale.

Grillo & C. hanno sbagliato a non arruffianarsi i cosiddetti “editori”, assecondando i loro affari e malaffari come le Olimpiadi di Roma, i piani regolatori su misura, gli appalti senza gara, i derivati con le banche e altre marchette. Altrimenti i giornaloni ora nasconderebbero la sconfitta dei 5Stelle come fanno con quella del Pd, e non si inventerebbero un’inesistente “spaccatura” dei 5Stelle in base a due o tre frasi anonime.

Grillo & C. hanno sbagliato a non intrattenere rapporti con Giuseppe Graviano che dunque, nelle sue conversazioni in carcere, non li cita mai, a vantaggio di B. e di vari politici dei vecchi partiti. E quelle citazioni, opportunamente oscurate o incasinate da tg e giornaloni per non farle capire, portano voti: infatti, Salvini a parte, l’unico che non perde voti (anche perchè li aveva già persi) è proprio B., più volte evocato dal boss stragista Graviano per certe cortesie ricevute e non adeguatamente ricambiate.

Ps. Forse l’ultimo esempio è sbagliato: se Graviano avesse detto di Grillo le cose che ha detto di B.&C., tg e giornaloni avrebbero improvvisamente scoperto la trattativa Stato-mafia, raccontando di tutto e di più anche con apposite maratone quotidiane non-stop. Affinché gli elettori, una volta tanto, sapessero e capissero.

martedì 13 giugno 2017

Una semplice descrizione


Come guitto assetato ogniqualvolta m'inerpico e perdo nella Recherche, assaporo le facezie spirituali a volte tanto nascoste da rimanerne estasiato nell'assisterne al riaffioramento, alla loro scoperta. 
Talvolta il genio di Proust mi sconvolge, altre mi porta a formare pensieri alquanto ridanciani. 
Come ora che lo immagino febbrilmente assetato di beltà femminile e la cui caducità fisica lo porta, quasi leopardianamente ad ansimare spiritualmente della suddetta visione. Dove l'eruzione avviene può, a seconda della conformazione psicologica, sfogarsi in brividi materiali o, cosa oramai in estinzione, letterali.
Non differisce in alcun modo la reattività del colpito dal bello: sudorazioni, impulsi irrefrenabili, pagine memorabili portano allo stesso sfogo, materiale o spirituale, l'onanismo, a volte, e il diluvio di paragrafi in altri casi. Lo spirito viene colpito dal dardo della bellezza soggettiva e la reazione è personale, a seconda dell'immersione o meno nella caverna dorata ove ognuno ripone le cisterne ricolme di gioie da aprire nell'aere affinché possano trasmetterne sensazioni di quella positività costituente il sale, la colorazione del tutto. 
Prendete questo brano tratto dalla Recherche. Il Narratore sta andando a Balbec, dopo essere riuscito a disinnamorarsi di Gilberte; vede una ragazza che porta del caffellatte ai viaggiatori del treno. E descrive la scena in questo modo, fantasticamente unico ed emozionante: 


Se una creatura può essere il prodotto di un suolo di cui si assapora in lei il fascino particolare, ancor più della contadina che tanto avevo desiderato vedere apparire quando erravo, solo, dalla parte di Mèsèglise, nei boschi di Roussainville, tale doveva essere la robusta ragazza che vidi uscire da quella casa e, sul sentiero che il sole nascente illuminava di sbieco, venire verso la stazione con una giara di latte. Nella valle, a cui le alture nascondevano il resto del mondo, lei non doveva vedere mai nessuno fuorché in quei treni che si fermavano appena un istante. Passò accanto ai vagoni, offrendo caffellatte a qualche viaggiatore che si era svegliato. Imporporato dai riflessi del mattino, il suo viso era più rosa del cielo. Provai davanti a lei quel desiderio di vivere che rinasce in noi ogni volta che prendiamo di nuovo coscienza della bellezza e della felicità. Dimentichiamo sempre che esse sono individuali, e, sostituendo loro mentalmente un tipo convenzionale che formiamo facendo una specie di media fra i volti differenti che ci sono piaciuti, fra i piaceri che abbiamo conosciuto, finiamo per non avere che immagini astratte, che sono languide e insipide appunto perché prive di quel carattere di cosa nuova, diversa da ciò che abbiamo conosciuto, il carattere proprio della bellezza e della felicità. E formuliamo sulla vita un giudizio pessimistico che supponiamo giusto perché abbiamo creduto di far entrare nel calcolo la felicità e la bellezza, mentre le abbiamo omesse e sostituite con sintesi in cui di loro non c’è neanche un atomo. Così sbadiglia in anticipo di noia un letterato a cui si parli di un nuovo “bel libro”, perché immagina una specie di composto di tutti i bei libri che ha letto, mentre un libro è particolare, imprevedibile, e non è fatto della somma di tutti i capolavori precedenti, ma di qualcosa che l’avere perfettamente assimilato quella somma non basta davvero a far trovare perché è appunto fuori di essa. Appena viene a conoscenza di quella nuova opera, il letterato, scettico un momento prima, sente interesse per la realtà che essa dipinge. Allo stesso modo, estranea ai modelli di bellezza che il mio pensiero disegnava quando mi trovavo solo, la bella ragazza mi dette subito il gusto di una certa felicità (la sola forma, sempre particolare, in cui possiamo conoscere il gusto della felicità), d’una felicità che si sarebbe realizza vivendo vicino a lei. Ma anche in questo caso agiva in gran parte la cessazione momentanea dell’Abitudine. Facevo beneficiare la venditrice del latte del fatto che era il mio essere completo, capace di gustare i piaceri più vivi, a trovarsi di fronte a lei. Di solito viviamo con il nostro essere ridotto al minimo, e la maggior parte delle nostre facoltà restano addormentate, riposando sull'abitudine, che sa quel che c’è da fare e non ha bisogno di loro. Ma, in quel mattino di viaggio, l’interruzione della routine della mia esistenza, il cambiamento di luogo e d’ora, avevano reso indispensabile la loro presenza. La mia abitudine, che era sedentaria e non mattiniera, veniva meno, e tutte le mie facoltà erano accorse a sostituirla, rivaleggiando tra loro per zelo – innalzandosi tutte, come onde, a uno stesso livello inconsueto – dalla più bassa alla più nobile, dalla respirazione, dall'appetito e dalla circolazione sanguigna fino alla sensibilità e all'immaginazione. Non so se, facendomi credere che quella ragazza non era come le altre donne, il selvatico incanto di quei luoghi accrescesse il suo; lei, certo riverberava su di loro il proprio. La vita mi sarebbe sembrata deliziosa se solo avessi potuto, ora per ora, passarla con lei, accompagnarla fino al torrente, alla stalla, al treno, esserle sempre al fianco, sentirmi conosciuto da lei, con un posto nel suo pensiero. Lei mi avrebbe iniziato agli incanti della vita rustica e delle prime ore del giorno. Le feci segno di venirmi a dare del caffellatte. Avevo bisogno di essere notato da lei. Non mi vide, la chiamai. Sopra il suo gran corpo robusto, il viso era d’un colorito così dorato e roseo che pareva di vederla attraverso una vetrata illuminata. Tornò sui suoi passi, non potevo staccare gli occhi dal suo viso sempre più largo, simile a un sole che fosse possibile fissare e che si avvicinasse fino a un palmo da voi, lasciandosi guardare da vicino, abbagliandovi d’oro e di rosso. Posò su di me il suo sguardo penetrante, ma già gli addetti chiudevano gli sportelli, il treno si mise in moto; la vidi lasciare la stazione e riprendere il sentiero, ormai era pieno giorno: mi allontanavo dall'aurora. Sia che la mia esaltazione fosse suscitata dalla ragazza, o al contrario avesse in gran parte causato il piacere che avevo provato a trovarmi vicino a lei, la ragazza vi era unita così intimamente che il mio desiderio di rivederla era prima di tutto un desiderio morale di non lasciar perire interamente quello stato di eccitazione, di non venire separato per sempre dall'essere che vi aveva anche a sua insaputa partecipato. Perché non solo quello stato era gradevole: soprattutto (come la tensione più grande di una corda o la vibrazione più rapida di un nervo produce una sonorità o un colore diverso) dava un’altra tonalità a ciò che vedevo, mi introduceva come attore in un universo sconosciuto e infinitamente più interessante; quella bella ragazza, che ancora scorgevo mentre il treno accelerava l’andatura, era come una parte di una vita diversa da quella che conoscevo, da cui la separava un bordo, e in cui le sensazioni che gli oggetti destavano non erano più le medesime; e uscirne, ora, sarebbe stato come morire a me stesso. Per avere la dolcezza di sentirmi almeno legato a quella vita, sarebbe bastato abitare abbastanza vicino alla piccola stazione da poter venire ogni mattina a chiedere il caffellatte alla contadina. Ma, ahimè, lei sarebbe stata sempre assente da quell'altra via verso cui me ne andavo sempre più in fretta, e che mi rassegnavo ad accettare solo architettando piani che mi permettessero un giorno di riprendere lo stesso treno e di fermarmi alla stessa stazione, progetto che aveva pure il vantaggio di fornire alimento alla disposizione interessata, attiva, pratica, meccanica, pigra, centrifuga, propria del nostro spirito, il quale si distoglie volentieri dallo sforzo necessario per approfondire in se stesso, in modo generale e disinteressato, un’impressione piacevole che abbiamo avuto. E, poiché d’altra parte vogliamo continuare a pensarci, il nostro spirito preferisce immaginarla nel futuro, preparare abilmente le circostanze che potranno farla rinascere: il che non ci insegna nulla sulla sua assenza, ma ci evita la fatica di ricrearla in noi stessi e ci permette di sperare di riceverla di nuovo dall'esterno.    

(M.Proust - Alla ricerca del Tempo Perduto)   
      

Simpatica ingratitudine


Nell'opificio rignanese si consuma il fattaccio: il medico di base Daniele Lorenzini in scadenza di mandato e divenuto acerrimo nemico del Babbo del su' Figlio, Tiziano Renzi, viene riconfermato sindaco con il 48,96% dei voti. La sfidante renziana, vice di Lorenzini nella passata amministrazione, Eva Uccella, perde con il 30% dei voti. E dire che il partito del Bomba l'aveva sostenuta con sedici comizi di ministri (anche Lotti), sottosegretari ed alti dirigenti. Niente, non è servito a nulla: Rignano ha voltato le spalle alla Famiglia. Uno smacco di proporzioni ancora da dimensionare. Come se a Cagliari, al tempo di Gigi Riva, si fossero appassionati alla morra, desertificando il mitico Sant'Elia. O se a Vinci avessero eretto un monumento a Pitagora o a Caprese Michelangelo una targa commemorativa al Bernini.
Ingrati questi rignanesi, pur se simpatici. Molto simpatici.

Articolo


Gli danno del grillino anche se dubito lo sia. 
E' sicuramente un liberale e soprattutto un Giornalista. E questo articolo lo dimostra. Vorrei vedere a ruoli invertiti come si sarebbero comportati gli Anzaldi, i Lavia, gli Orfeo, insomma i pennivendoli. 

Le regole del suicidio perfetto

di Marco Travaglio

Diciamolo: l’impresa di restare fuori da tutti i ballottaggi che contano (tranne Carrara, ma nessuno è perfetto e qualcosa sfugge sempre) non era facile. Ma i 5Stelle – tutti, da Grillo in giù – ce l’hanno messa tutta e hanno centrato l’obiettivo. Litigare dappertutto, polverizzarsi in scissioni e sottoscissioni, infilare un autogol dopo l’altro fino a scomparire da tutte le grandi e medie città al voto e, non contenti, persino resuscitare il ripugnante bipolarismo centrodestra-centrosinistra, con particolare riguardo per il duo Berlusconi (vedi alla voce Graviano) – Salvini (vedi alla voce Le Pen). Questa è roba da professionisti. Chapeau. Grillo se lo sentiva e infatti nel comizio semideserto a Genova se ne vantava, con una voluttà alla sconfitta quasi poetica, come se la disfatta fosse uno schema lungamente provato in allenamento: “Resteremo fuori da tutto, così nessuno verrà sotto casa a rompermi i coglioni perché il nostro sindaco non piace”. Di questo passo passerà alla storia, mutatis mutandis, come l’erede inconsapevole di quell’altro grande sconfittista che era Riccardo Lombardi, nelritratto di Indro Montanelli: “Più che il potere, amava la catastrofe, per la quale sembrava che madre natura lo avesse confezionato… con un volto che il Carducci avrebbe definito ‘piovorno’, e di cui nessun pittore sarebbe riuscito a riprodurre le notturne fattezze senza ritrarlo su uno sfondo di cielo livido, solcato da voli di corvi e stormi di procellarie: questo era Lombardi, e così sempre mi apparve. In cosa consistesse il suo alto pensiero politico, non so. Ma non credo che sia la cosa, di lui, più importante”. Ora che il capolavoro, almeno per questa tornata amministrativa, è compiuto, è bene riepilogarne le tappe, in quello che già si annuncia come un prezioso manuale di istruzioni per la Caporetto perfetta.

Mossa n. 1. Hai un sindaco, Federico Pizzarotti, che 5 anni fa ti ha fatto conquistare il primo capoluogo: Parma. Non ruba, governa benino, fa quel che può e annuncia solo quel poco che fa, sottovoce. È anche un gran rompicoglioni, refrattario agli ordini di scuderia. Tenerselo stretto e coprirlo di attenzioni, oltre a levargli ogni alibi per la fuga, sarebbe la migliore smentita ai detrattori che dipingono il Movimento come una caserma agli ordini di Grillo & Casaleggio. Ergo lo scaricano con una sospensione disciplinare di un anno, lo attaccano un giorno sì e l’altro pure, non lo chiamano mai, lo regalano agli avversari e candidano al suo posto un carneade che non mette in fila due parole in croce. Risultato: 3,18%.

Mossa n. 2. Genova è la città del fondatore, segnata dai disastri del Pd e poi della sinistra. Il luogo ideale per tentare il colpaccio. Che fare? Una bella rissa fra il capogruppo in Comune, Paolo Putti, e la capogruppo in Regione, Alice Salvatore. Il primo se ne va con tutti i consiglieri pentastellati e si associa alla sinistra. La seconda tenta di imporre il direttore d’orchestra Luca Pirondini. Che però alle Comunarie perde con tal Marika Cassimatis. Onde annientare le residue possibilità che questa ce la faccia, si annullano le Comunarie (spiegazione di Grillo: “Fidatevi di me”) per rifarle con un solo candidato: Pirondini. Che stavolta riesce a vincerle. Il Tribunale dà ragione alla Cassimatis e i 3 candidati di area si dividono i voti. Risultato: ballottaggio tra centrodestra e centrosinistra.

Mossa n. 3. Palermo è il capoluogo della prima Regione che potrebbe andare ai 5Stelle, ma il sindaco Leoluca Orlando pesca anche nel territorio di caccia grillino. I locali deputati pentastellati si mettono subito d’impegno e si fan beccare nello scandalo delle firme false: migliaia di nomi veri ricopiati in una notte per sanarne uno con la residenza sbagliata, il tutto nel 2012, quando il M5S non piazzò nemmeno un consigliere. I geni vengono indagati e interrogati dai pm, ma pensano bene di non rispondere. Grillo li sospende, quelli polemizzano pure. Le Comunarie le vince l’avvocato Ugo Forello, ex Addiopizzo, che si porta dietro una scia di sospetti sulle cause dei commercianti antiracket. Segue immancabile faida interna, con denunce in Procura e diffusione di un audio che spiega perché Forello non va bene. Risultato: Orlando sindaco per la quinta volta davanti a un suo ex fedelissimo passato a destra con la benedizione di Cuffaro.

Mossa n. 4. Taranto è l’ideale per i 5Stelle: il governo annuncia il “salvataggio” dell’Ilva che avvelena la città, con 6 mila esuberi. Difficile mancare il ballottaggio. Ma si trova il modo: il vertice cittadino sostiene un candidato, ma altri Meetup si mettono di traverso con altri nomi (esattamente come a L’Aquila, a Piacenza, a Padova ecc.). Da Roma si pensa di non presentare il simbolo, magari appoggiando l’ex procuratore anti-Ilva Sebastio, sostenuto da liste civiche. Idea troppo brillante: si rischierebbe di vincere. Infatti subito accantonata. Le Comunarie last minute le vince con ben 107 voti l’avvocato Francesco Nevoli. Che inizia la campagna elettorale alla vigilia del voto. Risultato: solito ballottaggio destra-sinistra.

Mossa n. 5. Incassata la débâcle, si dà la colpa alle liste civiche coi partiti dietro; si vanta la “crescita lenta, ma inesorabile”; si esulta per i trionfi di Sarego e Parzanica; si fanno sparate anonime sui giornaloni contro i pochi volti noti e vincenti (Di Maio, Raggi, Appendino), in vista della grande, spettacolare, definitiva disfatta nazionale.


Prossima mossa. Vista la strepitosa riuscita del sistema di selezione a caso o a cazzo, si completa l’opera passando direttamente dall’“uno vale uno” al “l’uno vale l’altro”. Al posto delle Comunarie, sorteggio dei candidati dagli elenchi telefonici.

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