mercoledì 27 maggio 2026

Già alla frutta?

 

Tre anni in uno 


di Marco Travaglio 

Non essendo bastata la lezione del referendum, che il centrosinistra pensava riguardasse solo il centrodestra, arriva quella delle Comunali. Che non c’entrano niente con le Politiche del 2027, ma c’entrano molto sul modo migliore per portare gli elettori alle urne. Non quelli che già ci vanno per senso civico, o abitudine, o clientelismo. Ma quelli che cercano un motivo valido per andarci. Al referendum ci sono andati per salvare la giustizia dal governo. Alle Comunali ci sono andati solo dove avevano una ragione per farlo. Per esempio a Pistoia, per farla finita con nove anni di giunte di destra e plebiscitare un civico, il professor Capecchi, legato ai movimenti per la pace e per Gaza, che aveva vinto le primarie contro la candidata del Pd. Invece a Venezia sono rimasti a casa perché i tentativi di proporre un civico che rappresentasse qualcuno o qualcosa si sono infranti sul muro del partito più refrattario al cambiamento: il Pd, che ha imposto il solito scialbo uomo d’apparato, Martella, parlamentare da cinque legislature, più romano che veneziano. E si illudeva pure di battere Venturini, 38 anni, ex boyscout e assessore di Brugnaro, grazie al caso Venezi (grande passione del fighettismo de sinistra). Naturalmente ha perso, raccogliendo solo i voti dello zoccolo duro e mettendo in fuga gli elettori di M5S e Avs che incautamente lo appoggiavano.

Si ripete sempre che il centrosinistra “deve scegliere”: ora “l’Europa”, ora “Kiev”, ora “il centro”, ora “il riformismo”, ora qualche altra baggianata. Ma l’unica cosa che deve scegliere sono gli elettori. Se bastano quelli che votano già, non si vede perché il Pd debba rinunciare ai “capibastone e cacicchi” che la Schlein aveva promesso di eliminare, ma che fanno il pieno in quel serbatoio (peraltro sempre più ristretto): con o senza il Pd, i De Luca a Salerno e i Crisafulli a Enna spopolano. Così come i recordmandi mandati che la segretaria ha spedito in Europa con molte più preferenze delle sue. E non si vede neppure perché 5Stelle e Avs dovrebbero allearsi con questo Pd mummificato, che i suoi voti li porta a casa, ma fa scappare quelli grillini e rossoverdi. Se invece il fronte progressista ambisce a quei 5,5 milioni di elettori, non tutti di sinistra, che al referendum hanno votato per la prima volta da molto tempo (gli astenuti) o in assoluto (i giovani), allora sì deve lasciare a casa cacicchi, capibastone e collezionisti di mandati. Ma prima deve trovare qualcuno di credibile e appetibile con cui sostituirli. E purtroppo il Pd schleiniano, in questi tre anni perduti, una nuova classe dirigente non ha neppure iniziato a selezionarla. O ci riesce nell’anno che manca alle Politiche, come gli studenti ciucci che fanno tre anni in uno, oppure si mette da parte e se la fa prestare.

martedì 26 maggio 2026

L’ha detta!

 


Saggezza

 


Che malattia il tifo!

 


Post elezioni

 



L'Amaca

 


Tutto il potere di una minoranza

di Michele Serra


«È surreale che una minoranza di tifosi possa decidere se una partita debba proseguire oppure no», dice il presidente della Lega calcio Simonelli. Aggiungendo, perché sia chiaro il suo pensiero, che sarebbe ora di piantarla con il costante inchino che le squadre fanno agli ultras. Che di uno stadio sono solo uno spicchio.

Simonelli è presidente della serie A solo da un anno e mezzo, e dunque non gli si può certo imputare l'assurda situazione degli stadi italiani, nei quali i capi ultras non sono uguali agli altri, non sono normale pubblico pagante: sono boss territoriali con poteri speciali. È indispensabile però aggiungere che nessuno dei suoi predecessori, a nome dei padroni del calcio, aveva mai pronunciato parole così secche e precise sulla pazzesca situazione in vigore ormai da decenni.

Volendo, l'atto di fondazione dell'Evo degli Ultras è nel 2004, quando il derby romano venne sospeso, contro l'opinione della Questura e della Prefettura, dunque contro l'autorità dello Stato, su decisione dei capi e sottocapi delle curve. Che avevano diffuso o bevuto (diciamo diffuso e bevuto) una diceria assurda sulla morte di una bambina. Presidente della Lega, all'epoca, era Adriano Galliani.

Da quel giorno (ma anche prima di quel giorno) possiamo dire che negli stadi italiani è in vigore una extraterritorialità di fatto. Il principio secondo il quale così non dovrebbe essere è condiviso da tutti — tranne, si immagina, i boss delle curve. Ma la sua applicazione sembra impossibile, e le parole di Simonelli arrivano, come dire, a situazione ormai incancrenita.

Per sovvertire una consuetudine lunga almeno trent'anni, ormai prassi consolidata, bisognerebbe che fossero d'accordo le società, le istituzioni del calcio e i calciatori. Tutti disposti a rischiare qualcosa, perché gli ultras non hanno, come dire, una postura mite. È quasi impossibile che accada.

Ritratto dell'indegno

 

Nel nome del padre: Bibi e la “tempesta perenne” per Israele 


di Pino Corrias


Benjamin Netanyahu viene dal sangue. E con tutto il sangue che si porta addosso, spalla a spalla con il suo alleato e socio Donald Trump, vive dentro la guerra infinita che ha scelto di guidare e che di battaglia in battaglia, di massacro in massacro, distrugge i nemici e insieme distrugge Israele. Consente ai coloni, armati dalla religione dell’odio e protetti dai fucili mitragliatori, di strappare nuove terre ai palestinesi in Cisgiordania, di bruciare case, ulivi, bestiame. Consente al suo burattino Ben-Gvir di danzare tra i corpi inginocchiati e picchiati degli equipaggi della Flotilla rapiti in alto mare e deportati come trofei. Consente ai suoi militari di imprigionare e torturare 11mila detenuti palestinesi senza diritti, senza identità, senza processo. E all’esercito di uccidere ogni giorno, terrorizzare, affamare, soffocare, i due milioni di palestinesi che ancora resistono dentro al filo spinato di Gaza, il campo di concentramento estratto direttamente dall’incubo della propria storia, il genocidio, ma questa volta nei panni dei carnefici.

Ogni conflitto, Netanyahu l’ha trasformato in un incendio permanente. Gaza. Iran. Libano. Cisgiordania. Siria. Yemen. Geografia di sempre nuovi bombardamenti. Di omicidi mirati. Di raid lunghi mesi e anni. Di nemici da inseguire e annientare senza mai badare ai danni collaterali, donne, vecchi, bambini ridotti in cenere, villaggi in polvere, profughi a migliaia in fuga. Sempre una guerra “necessaria”, prima della prossima.

Da trent’anni Netanyahu ripete la stessa ossessione: Israele è circondato, il nemico sta arrivando, la tregua è un’illusione. Cambiano i nomi dei nemici – Arafat, Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran – ma il meccanismo che ha adottato è identico: il panico come propaganda permanente, l’esercito come soluzione, la terra da conquistare come unica salvezza in nome di quel Dio che sgozza gli uomini e gli agnelli.

La missione del popolo eletto, assediato dal mondo, la eredita dal padre, Benzion Netanyahu, storico del sionismo, cresciuto con l’idea che gli ebrei siano destinati a vivere sotto attacco e che la forza sia l’unico linguaggio comprensibile ai nemici.

È la lezione che Bibi, nato nel 1949, ha respirato fino a farla diventare la sua armatura, addestrata nei reparti speciali dell’esercito, schierata al fronte della sua prima guerra, quella del Kippur, anno 1973. Poi nei campi di battaglia della politica. Membro del partito di destra del Likud, fondato da Menachem Begin, il futuro primo ministro, che nasce terrorista a capo dell’Irgun, l’organizzazione che nel 1946 fa saltare il King David Hotel, 90 vittime, e due anni dopo guida il massacro del paese di Deyr Yassin, 250 tra uomini, donne e bambini, presi casa per casa, radunati nelle strade, seviziati, macellati, che segnò l’inizio della Nakba, l’esodo di 700mila palestinesi dalle loro terre.

Dopo il servizio militare, l’America diventa la sua seconda patria, prima la laurea al Mit di Boston, poi Harvard, per il dottorato in Scienze politiche. Quindi l’incarico all’Onu, dal 1984 al 1988, anni in cui costruisce la sua vera base internazionale: amicizie repubblicane, rapporti con lobby finanziarie, falchi evangelici, suprematisti bianchi. Vive dentro il mondo della destra americana. Dorme ospite nella casa dei Kushner, dove diventa di famiglia e dove frequenta e si lega per sempre a Donald Trump.

Dagli anni 90 è in Israele. Scala il Likud. Si oppone agli accordi di Oslo e alla nascita dello Stato palestinese. Mentre Rabin tratta, lui demolisce. Mentre Rabin parla di pace, lui parla di sicurezza. E quando Rabin viene assassinato, anno 1995, Netanyahu è pronto a salire al potere. Da primo ministro blocca gli accordi con l’Olp di Arafat, raddoppia l’assedio di Gaza, non ferma i coloni che avanzano nei territori palestinesi.

Governa nella tempesta, sempre inseguito da scandali finanziari, accuse di corruzione, assalti alla Corte costituzionale per indebolirne i poteri di controllo. Sempre assediato da imponenti manifestazione di massa che chiedono le sue dimissioni. Sempre salvato dalle provvidenziali emergenze militari.

La sua parola d’ordine è “la Grande Israele, dal Giordano al mare”. E quando nel 2009 vince di nuovo le elezioni, questa volta per sempre fino a oggi, vara la legge identitaria dello “Stato-Nazione” che dice: “Israele è del popolo ebraico e di nessun altro”, arabi per sempre retrocessi, insieme con quel che restava della democrazia avvelenata dall’apartheid.

Il suo nemico ideale è Hamas, impermeabile quanto lui a ogni trattativa o convivenza. Per anni ne consente la crescita, a scapito dell’Autorità palestinese, finge di non vedere il flusso dei finanziamenti che arrivano dal Qatar e i tunnel che attraversano Gaza. Dichiara in Parlamento: “Chiunque voglia contrastare la creazione di uno Stato palestinese, deve sostenere il rafforzamento di Hamas, questo fa parte della nostra strategia”. Era il marzo 2019.

Quando arriva il 7 ottobre 2023, 1.200 ebrei massacrati da Hamas, l’esercito israeliano sparito per ore, Netanyahu schiva ogni responsabilità, anche se era il garante della sicurezza. Ma è prontissimo alla vendetta. Che diventa l’apocalisse di Gaza, 75mila morti, migliaia ancora sotto le macerie, fame e malattie usate come armi, ospedali distrutti, aiuti umanitari proibiti, un popolo spazzato via.

Quando la Corte penale internazionale lo accusa di crimini di guerra, lui risponde che l’Idf è “l’esercito più morale del mondo”, che la devastazione è autodifesa, la punizione collettiva una necessità storica. La crudeltà un’esigenza vitale. Il suo governo copre, usa, legittima i due ministri più estremisti, Ben-Gvir e Smotrich che agitano il cappio, parlano dei palestinesi come animali, infestazioni biologiche, intralci da cancellare e uccidere. Li asseconda al punto da approvare la nuova legge sulla pena di morte per terrorismo destinata ai palestinesi della Cisgiordania, con l’impiccagione entro 90 giorni dalla sentenza.

Due volte trascina Trump sui cieli di Teheran in una guerra così rischiosa, così confusa, così forzata da rendere plausibile che dietro tanta disponibilità ci sia l’ombra lunga degli Epstein Files, maneggiati dal Mossad come arma di ricatto, oltre al reciproco interesse di controllare i rubinetti del petrolio e garantire la stabilità delle dinastie del Golfo.

Guerra e tensioni gli servono a congelare il tempo. Quello dei suoi processi. Quello delle indagini sul 7 ottobre. Quello che ancora manca all’abisso finale, quando le bombe, la guerra, lo sterminio di tutti i nemici allagherà di così tanto sangue il Medio Oriente che l’intero Israele diventerà il danno collaterale di se stesso.