venerdì 6 febbraio 2026

Massini

 

Se la pazzia è la via per il consenso 

di Stefano Massini 


Nove anni fa la psichiatra forense americana Bandy Lee pubblicò una ricerca secondo la quale non c’era dubbio, Donald J. Trump era pazzo. Negli anni a seguire, mentre il pazzo concludeva il suo primo mandato alla Casa Bianca e si preparava alla riscossa del 2024, la stessa diagnosi veniva emessa da altri luminari su Vladimir Putin, pare affetto da sindrome narcistico-paranoide. Più recentemente, la camicia di forza è stata invocata anche per Bibi Netanyahu, per Erdogan e – va da sé – per il coreano Kim, a creare una folle combriccola in attesa del promettente Farage sulla rampa di lancio delle future elezioni inglesi.

Insomma, dobbiamo concluderne che nel terzo millennio il corso per diventare leader si svolge nelle camere di psichiatria? Forse la provocazione non è del tutto fuori luogo, e sì, credo che saper ostentare una scenografica dose di irrazionalità sia diventato per paradosso un requisito essenziale per incassare il consenso delle masse, più attratte che spaventate dai guizzi psicotici di Sua Maestà.

Poi certo, va premesso che la pazzia scalmanata di certi sovrani è da sempre più una strategia che una patologia, e com’è noto fu Nixon in tempi non sospetti a partorire la madman theory, per cui in politica estera conveniva recitare la parte degli allucinati imprevedibili proprio per incutere al nemico il terrore di scatenare gesti inconsulti. Si finsero pazzi Bruto (per tattica, come narra Tito Livio) e l’Amleto di Elsinore, ma prima ancora perfino il re biblico Davide.

Viceversa era seriamente pazzo Carlo VI di Francia, convinto di avere un corpo di cristallo, così come lo era il dittatore Nguema che negli stadi della Guinea Equatoriale faceva massacrare i dissidenti da fucilieri travestiti da Babbo Natale, e nel frattempo si dichiarava sì marxista ma fan di Adolf Hitler (a proposito, anche il Führer era decisamente paranoico secondo la relazione commissionata nel ’44 dagli Stati Uniti a Walter Langer).

E qui, ovvio, potremmo continuare con una amena infinita sequela di potenti più o meno allucinati, le cui dissennatezze finiscono per passare alla storia come sintomi di squilibri cerebrali, da Caligola a Masaniello fino a Pol Pot, tanto per dire che la stanza dei bottoni non di rado obnubila la mente dei prescelti. Il punto più interessante, tuttavia, sta forse nel porsi un’altra domanda, ovvero perché la follia dei leader si sia oggi trasformata in un fattore di vantaggio elettorale.

Era in fondo l’altro ieri quando Alan Bennett scriveva La pazzia di re Giorgio e ci consegnava il memorabile ritratto del primo ministro Pitt costretto a inventarsi di tutto pur di tacere al mondo che il sovrano era fuori testa: nel 2026 probabilmente re Giorgio avrebbe avuto un suo profilo su X e i suoi post di pura alienazione ne avrebbero esaltato la popolarità, altro che nascondersi. Non fu Trump stesso a scrivere che Xi Jinping aveva buon diritto di ritenerlo un pazzo?

Voglio proporre ai dizionari una nuova espressione, il fool-pride, perché di questo si tratta, di un vero orgoglio dell’irrazionalità, a cui siamo naturalmente approdati attraverso anni di anatemi contro le ideologie, vade retro alla retorica, e Dio ci salvi dai discorsi troppo intellettuali che subito puzzano di fregatura quindi “parla come mangi”. Appunto: parla come mangi, solo che questo nesso implica che il cibo spazzatura che introiettiamo non possa tradursi mai e poi mai in un costrutto minimamente logico, bensì in un linguaggio sconnesso, contraddittorio, lacunoso, più affine al ringhio o al rantolo che all’eloquio umano.

Siamo davanti alla legittimazione della pazzia come criterio e lingua del nostro tempo, ed è il punto d’arrivo, estremo e inevitabile, di quell’odio per il logos in nome del quale abbiamo devastato, pezzo per pezzo, la nostra capacità di concentrarci, seguire una storia compiuta, afferrare sottotesti, padroneggiare non dico una discussione ma neanche un minimo dialogo.

Che poi, aggiungo, a cosa può servire votarsi alla razionalità se siamo già schiavi di una tecnologia che ha affidato tutto ad algoritmi, a numeri, a cifre, a occulte quintessenze matematiche contro le quali la follia assume il ruolo perfino di una guerra di resistenza? Mi distinguo impazzendo, rompo le linee impazzendo, inconsapevolmente scardino il sistema mettendomi a urlare come un gallinaceo e chi se ne importa se fino a poco tempo fa la coerenza era un metro di giudizio sociale (peraltro fallito, quindi a maggior ragione benvenuti a Crazyland).

Perdonatemi allora ma non mi scandalizzo, no, quando Trump non crolla a picco in popolarità se fa il pazzo come non mai, se annuncia dazi a isole sperdute abitate da pinguini, se vaneggia del proprio volto scolpito sul monte Rushmore, se inveisce contro la reporter di turno o si accanisce contro l’effigie di Biden nei corridoi presidenziali: tutto questo è il suo cogliere in pieno la deriva di un Occidente arcistufo di quella altissima razionalità che lo contraddistingue da secoli e che non ci ha saputi salvare.

È una crisi epocale, potremmo dire che è arrivato il conto e lo paghiamo con una fuga a gambe levate nell’esatto opposto delle nostre radici che stanno in Platone, in Aristotele, in Sant’Agostino, in Voltaire. Siamo sprofondati, sì, nella paura più viscerale, nella rabbia feroce, nella violenza fisica che “almeno scarica”, nella cecità di un tifo animale che sa davvero di ammutinamento dell’homo dal suo essere sapiens, e ben venga allora retrocedere all’homo demens che ti toglie ogni ansia da prestazione perché il discorso è uno sforzo ma il delirio riesce a tutti, quindi è pura democrazia.

Di tutto questo, temo, è vittima principale l’opposizione (chiamatela democratica, riformista o perfino sinistra) che sulla scena internazionale arranca a erigere argini contro questa fluviale piena di de-razionalizzazione, che vince a mani basse perché coglie il vero sentire di questa fase storica. Non è più uno scontro fra destra e sinistra così come storicamente lo abbiamo interpretato, bensì una nuova durissima battaglia contro la regressione, quella per cui la Casa Bianca pubblica ufficialmente foto taroccate come da un maldestro tredicenne e il Cremlino si lascia andare a dichiarazioni da dottor Stranamore per cui davanti a un’apocalisse nucleare l’importante è che “saremmo noi comunque ad andare in Paradiso”.

A tutto questo noi proviamo a replicare con ragionamenti assennati, con analisi illuminate, con progetti politici argomentati, ma vogliamo essere sinceri fino in fondo? È innegabile che siamo minoritari, circoscritti e perdenti innanzi a un fenomeno molto più grande del confine della politica, qualcosa che azzera lo stesso strumento del parlare e vi sostituisce il furore, fisico e verbale.

La pazzia è di moda, sì. Anzi molto di più: la pazzia è il modo, il modo stesso di stare nella realtà.

A proposito di...

 

Nel Labirinto di Epstein 

di Gabriele Romagnoli 

Tra le 180mila mila fotografie fin qui pubblicate dall'archivio di Jeffrey Epstein ce n'è una da cui partire per cercare il significato di questa storia: è la meno scandalosa, la più didascalica. Non ci sono corpi, oscenità, volti da coprire o da esporre. Non c'è accenno al tragico né irruzione del ridicolo. C'è soltanto una lavagna nera e su questa alcune parole tracciate con il gesso bianco. È stata variamente interpretata, così come tutta la saga, in maniera iperbolica. Di quelle parole si è detto rappresentino una formula esoterica, un rituale che richiama il diavolo, così come per la vicenda si è evocata l'ombra dello spionaggio internazionale o l'intento di creare di una destra mondiale.

Una lavagna e un gesso alludono a qualcosa di più semplice: una lezione. Jeffery Epstein, prima di diventare il demonio pubblico numero uno, era un professore di matematica, in una piccola università statale, e amava suonare il pianoforte. Più di una persona di elevata cultura è rimasta incantata ascoltandolo in una esecuzione di Beethoven o addirittura di Rachmaninoff, oppure sorpresa dalla sua abilità con i numeri e la logica. Eccolo lì, allora, con il gessetto tra le dita, mentre scrive "Power", "Deception" e poi sotto "Political", "Intellectual" e altro ancora, fino a "Mirror in face". Crea insiemi e sottoinsiemi, somma e mai sottrae, in un crescendo inarrestabile a cui ogni strumento, lecito e illecito, partecipa. È una straordinaria lezione sull'inganno e il potere. Non c'è nessuno da smascherare, basta mettere uno specchio davanti alle facce.

Poi diranno che questo è il sempre invocato Grande Romanzo Americano, ma non è così. Se già è stato scritto, quello era la Pastorale di Philip Roth o Il Coniglio di John Updike, dove l'uomo comune è immerso nel flusso della Storia e travolto dal destino. Qui si usano i canoni delle serie televisive per inscenare figure aspirazionali, con cui era impossibile l'identificazione, se non trascinandole verso il basso. Si parte da Suits, con "l'avvocato" che esercita senza laurea: Epstein entra a Wall street presentando un falso curriculum con non una, ma due lauree fasulle. Quel personaggio si fidanza con Meghan Markle, futura duchessa di Sussex, nella saga sostituita da quella di York, Sarah Ferguson e siamo già a Bridgerton. Poi entrano i presidenti e gli ex presidenti di varie nazioni (House of cards), i miliardari e loro rampolli (Succession) e tutti costoro pagano per vedere e fruire della disponibilità dei più deboli e meno abbienti (Squid game, con le ragazze, soprattutto minorenni, al posto dei poveri).

Il finale è un massacro, a cui sopravviverà il predestinato. La trama ideale di Hollywwod è «una tragedia a lieto fine», quella usuale della vita una commedia che finisce male. In questo caso con un suicidio in carcere al quale i più faticano a credere. Come fosse invece facile credere alla rappresentazione del mondo che esce dall'archivio Epstein.

L'inganno

Prima però, l'inganno, il resistibile inganno. Tutta l'ascesa di Epstein è frutto di un trucco non soltanto decifrabile, ma decifrato, sotto gli occhi del pubblico pagante. Non sarà un caso che tra i compagni di merende dell'isola privata finisca poi anche l'illusionista David Copperfield. Non c'è magia: tu guardi eppure non vedi, perché non vuoi. Quando il primo datore di lavoro di Epstein scopre il curriculum taroccato non lo licenzia, anzi gli fa fare carriera. Quando l'ultimo, il più importante (ironicamente, il proprietario di Victoria's secret), riceve la relazione del suo uomo di fiducia («Quello è un topo di fogna, inaffidabile») lo assume comunque e lo mette a capo di chi così l'aveva definito (che si dimetterà dopo infondate accuse di furto montate da Epstein, che rubava davvero).

Perché funziona? È il talento, la capacità di giocare con le cifre o con le note? Macchè, sono le relazioni. Dall'inizio alla fine Epstein costruisce un labirinto di rapporti del quale è il solo ad avere la mappa. Si basa su due elementi. Il primo è costituito dai gradi di separazione, che per una nota teoria non sono mai più di sei fra due persone qualsiasi. La riprova è che, leggendo la documentazione, perfino io mi sono trovato a un passo da lui, avendo vissuto, a distanza di pochi anni, nello stesso palazzo di New York (in cui lui si approfittò di una donna conducendola nella sauna sul tetto). Nel suo labirinto i separati si congiungono.

Un esempio: in un'agenda compare il nome di Suzanne Ircha, attrice senza fortuna (appare in un episodio di Star Trek, ma non nei titoli di coda), che diverrà grande amica di Melania Knauss (poi coniugata Trump) e moglie di Woody Johnson, proprietario dei Jets, la squadra di football di New York, che nella prima amministrazione Trump è nominato ambasciatore a Londra. Tre mosse e l'ex professore di matematica ha i contatti più esclusivi a Londra e Washington. Ogni conoscenza è un seme, prima o poi darà frutti.

Come nella seconda sinfonia di Rachmaninoff si parte da un'introduzione lenta: Epstein si fa amico un industriale della chimica e collezionista d'arte (Stuart Pivar) che ha fondato l'Academy con Andy Wharol. E si conclude con la sonata della fanfara: al funerale di Warhol il primo nome sulla lista degli invitati è quello di Jeffrey Epstein. Siede tra John Lennon e Yoko Ono, Tony Bennett, e Diane von Furstenberg, Clavin Klein e Liza Minnelli. Scrissero: fu l'ultimo evento pop; non sapevano fosse anche la prova generale dell'isola Saint James, quella dove l'uomo seduto in prima fila, per una volta in abito scuro, avrebbe portato, variamente scamiciati e inghirlandati, intellettuali e politici, come da lezione sulla lavagna, per farli divertire con ragazzine.

Un piano criminoso? Meglio cautelarsi con le giuste relazioni, per tempo. Nell'estate del 1996 Epstein, gran donatore dell'università di Harvard, chiede di essere presentato a un docente di legge, il famoso avvocato Alan Dershowitz. Con il jet personale lo raggiunge nella casa al mare portando una cassa di champagne d'annata. È l'inizio di una bella amicizia. L'anno seguente Dershowitz scriverà un editoriale sul Los Angeles Times sostenendo che l'età del consenso per un rapporto sessuale dovrebbe essere abbassata a 15 anni. Poi sarà l'accanito difensore di Donald Trump (e di sé stesso, negando ogni rapporto con Virginia Giuffrè, all'epoca ragazzina della scuderia Epstein, quindi accusatrice, infine suicida).

Poi c'è il secondo elemento del labirinto: non ha via d'uscita. È un'altra illusione. Ogni sortita è bloccata, con la complicità successiva di quelli che restano dentro. Per pudore (meglio fosse magia, piuttosto che un trucco). Perché è troppo tardi per tornare indietro (l'hai già nominato vicerè, è tuo genero, gli hai dato le chiavi di casa). Perchè, occorre pensare e sostenere, tutto il sistema, tutte le ascese, anche quelle di chi avrebbe dovuto fermarlo, sono fondate su una base più o meno alta di inganno. Perché lui sa delle cose su di te. Le ha documentate. Registrate. Fotografate.

Il potere

E ora si può alzare la posta e giocare contro il banco del potere. Epstein ha già ammassato una fortuna (tra rendite, compensi, sottrazioni e schemi di Ponzi) ed è fidanzato con Miss Svezia. Che cosa può desiderare? Chi vuol essere uno dei pupi dorati quando può essere il puparo? Organizza la più sfrenata festa orgiastica permanente mai consumata sul pianeta. Ce ne fornirà l'accesso postumo, la password che consente la visione a puntate a tutti gli esclusi che non avrebbero mai potuto permettersi l'abbonamento nè mai avrebbero ricevuto l'invito vip.

Che il re sia nudo, al popolo è stato raccontato, ma l'archivio Epstein lo mostra. Eccola finalmente, l'elite dietro le quinte, nello spogliatoio. Non nudi, peggio. Bill Clinton in camicia da bajadera, il principe (poi destituito) Andrea nei panni di uno sconcio fisioterapista, Noam Chomsky, l'illuminista scettico (vedi la voce "intellettuale" sulla lavagna), sempre così solidale e sostenibile, stravaccato su una poltrona del jet privato e consigliere della strategia mediatica («Ignora, è un attacco alla tua libertà», di fare che cosa?).

Il cast è eccezionale e completo. C'è la politica trasversale e di mezzo mondo (presidenti ed ex, ministri e regnanti di America, Norvegia, Belgio, Slovacchia, Francia, più l'immancabile ombra di Putin). C'è Bill Gates, accusato dai complottisti di aver diffuso un'epidemia, ma sicuro di essersi preso una malattia venerea. C'è la sacrosanta intuizione che il potere sia nel cinema (Woody Allen), nella musica (Michael Jackson) e che la perversione sia in ognuno. Le richieste di un potente («Puoi farla vestire da Biancaneve?») riecheggiano quelle di un qualunque uomo medio in un forum sulla prostituzione («Le ho chiesto di vestirsi da infermiera, con i tacchi»).

Le mail dipingono quadretti patetici e che francamente sarebbe preferibile non immaginare: il vicepremier slovacco promette una maglietta di Lavrov in cambio di due ragazze; l'ex primo ministro norvegese vanta la qualità delle ragazze di Tirana; il ricercatore canadese Peter Attia, noto per gli studi sulla longevità, autore del best seller Vivi di più certifica: «Confermo: la vagina ha basso contenuto di carboidrati. Per il glutine attendo esiti». E l'ideologo Steve Bannon evoca Matteo Salvini seduto sulle sue ginocchia. Un cameo italiano, poteva mancare? Poi appariranno le vacanze romane del grande facilitatore e un'utente di X lamenterà: «Anche Fregene citata negli Epstein Files, ma non Avellino».

Eccitata, non trasformata, dall'immenso spettacolo voyeuristico via internet, la massa planetaria plaude agli idoli, ma ancor più alla loro caduta nel fango che tutto e tutti assimila togliendo splendore, grandezza, unicità. Viene giù il Pantheon universale e tutti siamo dei di melma, essiccata da un sole malato.

Ha ragione il premier britannico Keir Starmer: «L'opinione pubblica rischia di perdere fiducia in tutti i politici». Tutti. E negli artisti, nei pensatori, perfino nei maghi. Di guardarli e di vederci il proprio volto nello specchio. Sbagliava Keyser Soze, l'enigmatico protagonista del film I soliti sospetti, quando affermava: «La beffa più grande del diavolo è stata convincere il mondo che lui non esiste». È invece convincere che non esista altro, non un briciolo di santità o, almeno, di rettitudine.

L'ex professor Epstein può riporre il gessetto e allontanarsi dalla lavagna, la sua lezione è finita.

L'Amaca

 

Tra una sauna e l'altra

di Michele Serra 

Il caso Epstein sembra fatto apposta per buttarla in caciara, come si dice a Roma. Nel senso che dentro quei files c’è una baraonda di nomi di potenti, semipotenti, cortigiani, vicecortigiani, americani soprattutto ma anche provenienti dalla provincia dell’impero: e a pochi di costoro sarà possibile attribuire responsabilità individuali e reati, se non la colpa (diffusissima) di sgomitare per comparire tra “quelli che contano”. Il resto è folla, la non piccola folla degli sgomitanti.

Ma nella baraonda si intuisce — e a volte si coglie proprio, nitidamente — che tra una sauna e l’altra i potenti pensavano agli affari, e a come evitare che qualcuno o qualcosa potesse interferire con i loro porci comodi: la politica, per esempio.

Nello scambio di battute — scripta manent — tra Epstein e Bannon (che è, ricordiamolo con una formula alla portata di tutti, l’ideologo del nuovo fascismo mondiale), emerge per esempio che i rapporti di costui con l’estrema destra europea non avevano solo il compito di rappattumare, paese per paese, le peggiori truppe antidemocratiche (in Italia: il Salvini). C’era anche il proposito di evitare “legislazioni contro le criptovalute”, evidentemente perché costoro, con le criptovalute, ci si ingrassano, e possono finanziare le peggiori cose.

E dunque, insieme all’obbrobrio della carne femminile, anche minorenne, adoperata come rinfresco per gli ospiti, quei files trasudano potere nel modo più diretto e al tempo stesso più occulto: ne parliamo tra noi, decidiamo noi, i politici sono solo pedine del nostro gioco. Il Salvini, poverello, si sarà sentito molto lusingato dall’apprezzamento di Bannon. Non sapendo, non capendo, chi era il burattinaio e chi il burattino.

Basile

 

La barbarie occidentale fatta di servitù e dominio 


di Elena Basile 


Numerose pubblicazioni hanno recentemente cercato di illustrare le cause profonde dell’imbarbarimento attuale della società occidentale. Appare inquietante infatti che, nonostante non ci sia ormai alcun bisogno di ricorrere a speculazioni complottiste, e tutto sia rivelato dal potere stesso, nulla sia cambiato nella ideologia maggioritaria di destra e del centrosinistra. Il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, ha dichiarato a Davos di essersi adoperato per strangolare l’economia iraniana e di avere determinato inflazione e caduta verticale della moneta nazionale. Ha quindi confessato di aver deliberatamente causato la distruzione di migliaia di vite e la disperazione degli strati più poveri della popolazione.

Le sue dichiarazioni sono passate inosservate come quelle di Netanyahu e Pompeo che incitavano gli iraniani a insorgere contro le istituzioni in quanto gli agenti del Mossad e della Cia erano presenti sul territorio. Questo non ha impedito alle più alte cariche istituzionali europee e nostrane di biasimare il governo iraniano per la repressione e l’incompetenza a governare l’economia del Paese. Il ministro Tajani ha esordito affermando che la carneficina in Iran è identica a quella compiuta a Gaza e si è unito ai colleghi europei nella decisione di considerare un ramo dell’esercito iraniano, i Pasdaran, un movimento terrorista. Sorgerebbe naturale la domanda: se la carneficina è identica dobbiamo attenderci che il ministro proponga all’Ue di considerare anche l’Idf terrorista? Purtroppo non esistono argomentazioni razionali o prove documentate che possano far arretrare la retorica mafiosa del liberal order col quale a partire dagli anni Novanta è stato distrutto il sistema multilaterale da noi creato dopo la Seconda guerra mondiale. Le guerre di esportazione della democrazia di Bush, in un primo momento contrastate dall’Europa continentale, sono continuate con i Democratici statunitensi e sono state appoggiate dalle destre e dagli accoliti dei Dem in Europa, i socialisti europei. Il disastro siriano, libico, le primavere arabe, l’Ucraina, Gaza, il Venezuela, le minacce all’Iran, al Messico, a Cuba costituiscono il filo rosso di un imperialismo euro-atlantico, sostenuto dalla maggioranza Ursula in Europa, che miete vittime, seppellisce il diritto, cancella il cristianesimo umanista e la tradizione hegelo-marxista della storia, l’illuminismo razionalista e lo sostituisce con l’eccezionalismo dell’egemone, il decisionismo del potere come unica possibile realtà.

Il filosofo tedesco Hauke Ritz si sofferma nel suo saggio Perché l’Occidente odia la Russia (Fazi), sulla rivoluzione culturale che, in base a una documentazione ormai declassificata dei servizi segreti statunitensi, sarebbe stata finanziata ad hoc dagli Stati Uniti. Il pensiero debole di Vattimo o dei nouveaux philosophes in Francia, Guattari, Deridda, Foucault Glucksmann, avrebbero abolito le radici cristiane della cultura europea, il messianesimo insito nei concetti elementari quali l’uguaglianza degli uomini di fronte a Dio, la loro secolarizzazione negli ideali di giustizia sociale marxista, per esaltare le storie parallele e minimaliste, scritte dai vincitori, la cancellazione di ogni possibile verità storica in una revisione del pensiero nietzschiano, utilizzato come nuovo paradigma interpretativo. Ed ecco che alla dialettica capitale-lavoro è sostituita quella di civiltà-natura. All’identità storica dei popoli, quella atomizzata dell’individuo, l’identità sessuale. Una tesi accattivante alla quale vanno tuttavia aggiunte le analisi dei processi economico-sociali e geopolitici a cui ho cercato di contribuire con Approdo per noi naufraghi al fine di comprendere come siamo pervenuti al presente distopico, caratterizzato dallo strapotere delle oligarchie finanziarie, da apparati di potere politico-mediatico che ostracizzano il dissenso, al trionfo sulla politica occidentale del complesso militare-industriale denunciato da Eisenhower nel 1961 e che nel 1963, secondo molti attenti storici e analisti, si sarebbe sbarazzato di Kennedy. Quante morti eccellenti hanno cesellato l’hackeraggio delle classi dirigenti occidentali pervenendo al quadro attuale di politici esecutori delle volontà degli oligarchi e pronti alla distruzione della Politica e dello Stato! L’assassinio, ormai documentato da parte dei servizi inglesi e americani, di Olof Palme nel 1986, cancella la socialdemocrazia svedese e trasforma la Svezia nell’omologo partner neoliberista e atlantista odierno. E che dire del Segretario generale Onu, Hammarskjöld, degli omicidi di Mattei, di Moro, di Pasolini? Il sonno della ragione nel quale siamo piombati non è piovuto dal cielo. Esistono responsabilità politiche chiare. Il dissenso può con una riflessione unitaria sulle cause profonde del declino economico politico e morale dell’Occidente, individuare un denominatore comune.

Ben detto!

 

Immoral suasion 


di Marco Travaglio 

Con questo governo di buoni a nulla capaci di tutto, la situazione è sempre grave ma mai seria. Il nuovo dl Sicurezza ricorda gli Stati di polizia persino a La Russa. Ma non a Mattarella, che riceve in processione gli emissari del governo – prima Salvini, poi Mantovano – per mercanteggiare pezzi di norme da togliere o da aggiungere e poi dà il via libera alla boiata. Una prassi spacciata per moral suasion, ma del tutto sconosciuta alla Costituzione. Articolo 74: “Il presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione”. Quanto ai decreti (art. 87) li “emana” se li condivide, o non lo fa e decadono. Nessun potere di intervenire su leggi o decreti mentre vengono scritti. Altrimenti – come osservavano i costituzionalisti quando criticare il Quirinale non era ancora lesa maestà – diventa coautore della norma e, al momento di firmarla o di respingerla, non può che avallare un testo che ha collaborato a scrivere. Come già avvenne negli anni infausti di Napolitano e B. col “decreto salva-liste” delle Regionali nel Lazio, avallato dal Colle e bocciato neppure dalla Consulta, ma dal Tar. La prassi corretta fu seguita dai presidenti fino a Scalfaro, che nel 1993 respinse il decreto Amato-Conso “salva-ladri”, e a Ciampi, che nel 2003-’06 rinviò alle Camere la legge Gasparri, l’ordinamento giudiziario Castelli e la Pecorella sull’inappellabilità delle assoluzioni. Il governo decreta, il Parlamento legifera e solo dopo il presidente si pronuncia.

Ora invece Mattarella è coautore di una baggianata a mezzadria fra Vogliamo i colonnelli e un film di Mel Brooks: gli agenti avranno licenza di sparare senza rischiare di essere indagati e, perché non si dica che vengono discriminati gli altri cittadini, si regala lo “scudo” anche a loro: così si spareranno a vicenda raccontandosi che devono difendersi gli uni dagli altri. Ma attenzione: la legittima difesa dev’essere “evidente”. E chi lo decide? Non più il pm, che non potrà iscrivere gli sparatori nel registro degli indagati, ma dovrà segnarsi i loro nomi su un foglietto. Poi chiederà a loro: “Le sembrava evidente la sua legittima difesa?”. “A me sì”. “Ah beh allora…”. Invece il famoso “fermo preventivo” di uno che non ha fatto nulla, ma il poliziotto-medium prevede che farà qualcosa, si chiamerà “accompagnamento in ufficio” (questura o caserma) e potrà essere subito annullato dal pm. Proprio come il “fermo di indiziato” già previsto dal Codice di procedura penale per chi si pensa abbia fatto qualcosa, mentre quello di chi non ha fatto nulla non esiste in nessuna democrazia (neppure negli Usa di Trump): solo nelle autocrazie. Ma l’Italia sfugge a entrambe le categorie: ormai siamo una pagliacciocrazia.