domenica 23 febbraio 2025

Ore serene



In queste ore buie ma serene, m’infastidisce avvertire quell’atavico godimento dei molti rancorosi, zecche da estirpare, che, alla Viganò, sogghignano per le condizioni critiche del Pontefice; quei tradizionalisti fuori dal tempo, gli azzeccagarbugli dell’incenso, i custodi del Papa imperatore, gli “amichetti” dei bimbi, i nemici del Concilio, gli sbavanti della tiara, quelli che agognano il ritorno dei codicilli, gli annidati nei meandri della multinazionale vaticana, i cosiddetti prìncipi di paonazzo vestiti. Ma tra gli smielanti di questi ore, per lui serene, m’urtica oltremodo ascoltare il chiacchiericcio dolente dei peripatetici che fino all’altro giorno insonorizzavano le parole di pace di Francesco, incentrati com’erano a convincere babbei sull’utilità della guerra come strumento di pace. Beoti mefitici ronzano attorno a questi giorni di silenzio e rispetto, dell’ineluttabile che avanza, della serenità che c’avvolge, della speranza sconvolgente mentalità effimere, della consapevolezza di essere umani. Tutti.

Proprio così!




Antonio

 

È giusto sperare nella pace dei cattivi?
di Antonio Padellaro
“Abbiamo due ex potenze imperiali con un arsenale militare capace di distruggere il pianeta. Dopo un periodo sciagurato di contrapposizione totale, hanno deciso di parlarsi”.
Marco Revelli intervistato dal “Fatto”
Lo scorso 29 gennaio, secondo l’Orologio dell’Apocalisse (Doomsday clock), mancavano “89 secondi alla fine del mondo”. Poco più di un soffio di vita per l’umanità se si tiene conto che lo strumento simbolico ideato nel 1947 dal Bulletin of the Atomic Scientists aveva inizialmente calcolato in ben sette minuti la distanza che ci separava dal Giorno del giudizio. Un’eternità rispetto a oggi. Vero che il calcolo sulla sopravvivenza del pianeta tiene conto anche degli effetti del cambiamento climatico e delle conseguenze non rassicuranti dell’applicazione militare dell’Intelligenza artificiale. Però, l’attesa del prossimo countdown non può che rivelarsi spasmodica dopo i biechi contatti tra Donald Trump e Vladimir Putin. Dopodiché, se per ipotesi l’apocalittico contatore segnalasse un miglioramento anche di pochi attimi rispetto alle nostre aspettative di non sparire presto dall’universo con un immenso bagliore, ne saremmo ovviamente rassicurati. Anche se ci sarebbero alcuni interrogativi, per così dire moralmente sensibili, da prendere in considerazione. Per metterla giù piatta, una prospettiva che ci allontani anche solo una manciata di secondi dalla notte nucleare sarebbe secondo i nostri valori accettabile se a negoziarla ci fossero ai due lati del tavolo due brutte persone? Ovvero: 1) il criminale aggressore dell’Ucraina nonché sanguinario dittatore russo; 2) l’energumeno pregiudicato golpista americano protettore e complice sia dell’uomo più ricco (e più fuori controllo) del mondo sia del teorico dell’ultradestra, entrambi accomunati dalla compiaciuta gestualità nazifascista?
A questo punto si potrebbe contestare la speciosità della domanda proposta dal momento che l’arsenale nucleare contrapposto crea di per sé una deterrenza e dunque l’altamente improbabile possibilità che uno dei due colossi prema per primo il fatale pulsante con su scritto “fine”. Mentre, si dirà, del tutto reale e concreta la violenza che la forsennata coppia russo-americana sta esercitando su Zelensky e sull’eroico popolo ucraino perché si rassegnino a una resa profondamente ingiusta. A proposito della scelta nucleare si potrebbe obiettare che potrebbe non essere consapevole ma frutto di un incidente.
Nella sostanza dovremmo piuttosto chiarirci meglio se esiste e qual è il confine tra pace giusta e ingiusta. E quanto sia accettabile pagare ai nuovi orribili padroni del mondo un prezzo, e in che misura, in cambio della nostra sicurezza. Visto che i “buoni” (Joe Biden e i liberal cingolati) ci hanno lasciato la guerra è giusto sperare in una qualsivoglia pace dai “cattivi”? Bisogna accontentarsi: nell’apposito catalogo la voce “pace buona” non è più prevista, purtroppo.

Esattamente

 



Natangelo

 



In difesa

 

Difendiamo Zelensky
di Marco Travaglio
“Comico scadente e dittatore senza elezioni”, “Ha fatto sparire metà dei fondi”. “Leviamogli la paghetta”. “La guerra è colpa sua”. “Ai negoziati non serve perché non sa trattare”. “Si nutre dei cadaveri dei suoi soldati”. “Esiliamolo in Francia”. L’avevamo previsto dal primo giorno: il sostegno a Zelensky sarebbe finito allo scadere degli sporchi interessi Usa, poi sarebbe toccato a noi “pacifinti putiniani” difendere il presidente ucraino scaricato da tutti. Ora – basta leggere quel che dicono Trump, Musk&C. e non dicono più i nani europei – il momento è arrivato. Quindi lo diciamo papale papale: Zelensky non è il primo, ma l’ultimo colpevole di questa guerra insensata che non doveva iniziare e poteva finire due mesi dopo l’invasione russa a condizioni molto più vantaggiose per Kiev di quelle che subirà ora. Certo, non è un presidente democratico: è il leader di una delle democrature dell’Est Europa, dalla Russia all’Ungheria, che salvano l’apparenza con le elezioni, ma nella sostanza perpetuano oligarchie corrotte difficilmente scalabili e scalzabili. Ha messo fuorilegge gli 11 partiti di opposizione, ha imposto un solo canale tv governativo, s’è tenuto milizie nazionaliste e neonaziste, ha lasciato che i suoi Servizi praticassero il terrorismo anche contro gli alleati. S’è lasciato ricattare dagli squadroni della morte finanziati e armati dalla Nato, gli stessi che avevano trasformato Maidan 2014 in un golpe sanguinoso per piazzare l’oligarca corrotto Poroshenko al posto del presidente neutralista Yanukovic; e sotto le loro minacce e la spinta Usa-Uk ha tradito gli accordi di Minsk, negando al Donbass la tregua e l’autonomia. Fino a gennaio ’22, quando Macron e Scholz tentarono invano di strappargli il sì a Minsk e il no alla Nato per scongiurare l’invasione.
Ma fece tutto ciò perché Biden, in linea con Clinton, Bush e Obama, aveva scelto Kiev come testa d’ariete per provocare la Russia, attirarla in guerra, batterla, smembrarla e stravincere la Guerra fredda. Biden lo illuse sulla Nato e sulla vittoria militare (senza le truppe) contro la prima potenza nucleare. E l’Ue, prima ostile a quel folle piano, iniziò a pendere dalle labbra di Rimbambiden grazie al quartetto Ursula-Macron-Scholz-Draghi (e poi Meloni). Che non mosse un dito quando Johnson sabotò i negoziati di Istanbul a un passo dalla firma, convincendo Zelensky che la scelta migliore fosse “combattere fino alla vittoria”. E quando lui vietò per decreto i negoziati. Ora che la guerra è persa e la Nato è sparita dall’orizzonte, prendersela con l’anello più debole è troppo comodo e vile. La vergogna di questa tragedia annunciata ricade su chi ha illuso e ingannato Kiev a suon di menzogne. Non sul poveretto che se le è bevute tutte.

L'Amaca

 

Un brutto modo di ripensare al Covid
DI MICHELE SERRA
Nei miei ricordi della pandemia (simili, credo, a quelli di molti) il sentimento più forte è lo sgomento di fronte a qualcosa di sconosciuto e di enorme.
E, subito dopo, il conforto di vedere un sacco di persone chereagivano come potevano, con poche cognizioni, molta generosità, molta disponibilità. Medici, infermieri, scienziati, amministratori locali e governanti, perfino buona parte dei media; e la grande maggioranza dei cittadini che cercava, con disciplina, con fatica, di seguire le disposizioni, sperando che fossero di qualche utilità per contenere il contagio e ridurre il numero dei morti.
Tutti fecero la cosa giusta? È del tutto improbabile. Ma il margine di errore e di incertezza era grande quanto lo smarrimento che una condizione di vita (individuale e sociale) inedita, mai vista prima, portava nel mondo intero.
Quello che si sa, fin qui, dei lavori della Commissione parlamentare di inchiesta sul Covid non è all’altezza, nemmeno un po’, della grande e dura prova umana che abbiamo tutti affrontato. Prevale uno sguardo meschino e vendicativo, e aleggia lo spirito di rivalsa di coloro, genericamente chiamati no vax, che anteposero le loro convinzioni del tutto personali al senso di appartenenza a una comunità e al rispetto della scienza; e spacciarono per “dittatura sanitaria” il tentativo di muovere guerra al virus.
Mi concedo, a mia volta e per una volta, lo stesso diritto di anteporre le mie convinzioni personali a quanto vorrà comunicarci la Commissione sul Covid. Per come è composta, e per come ha mosso i suoi primi passi, non le riconosco alcuna autorevolezza.
Mi sembra una Commissione Mitrokhin bis: istituita non per servire la verità, ma per compiacere la propria fazione.