Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 26 ottobre 2023
Ragionamento
L'Amaca
L’affondamento del Salvini
DI MICHELE SERRA
Si attende un chiarimento tra il Salvini e il Giorgetti, che secondo autorevoli indiscrezioni farebbero parte dello stesso partito. Il secondo ha tirato una riga, con il pennarello, sopra i chilometri di parole spese dal primo, lungo gli anni, contro la legge Fornero. Il Salvini, al culmine dell’ira, ebbe anche modo di organizzare nel 2016 un tristo bivacco sotto la casa torinese della ministra, con quei modi da Griso che gli si confanno. Ma lei, che non è don Abbondio, non si lasciò intimidire e ancora oggi, dimostrando fiducia a oltranza nelle buone maniere, pretende le scuse del suo stalker politico.
Non le otterrà mai. Ma oramai è acqua passata. Ora il problema, a ben vedere, è tutto interno al governo, anzi interno alla Lega. Meloni non ha fatto che controfirmare la durezza neo-forneriana dei provvedimenti del Giorgetti, ministro dell’Economia e delle Finanze, rimangiandosi in buona parte anche le grida elettorali sue e del suo partito. Ma il vero colpito e affondato della situazione è il vicepremier, il Salvini, che sull’affondamento della Fornero (la legge, si spera non la persona) aveva speso quasi più energie che sulla battaglia navale contro i barconi.
Come facciano, il Salvini e il Giorgetti, a convivere sotto le stesse bandiere, è uno dei misteri del nuovo millennio. In tempi remoti, per mettere le carte in tavola e litigare con trasparenza (anche di fronte agli elettori) c’erano i congressi di partito. Non usa più. La resa dei conti tra il Giorgetti e il Salvini rimarrà invisibile al pubblico, ed è un vero peccato. Ci divertirebbe molto assistere al match, perfino su una piattaforma a pagamento.
Coronamente
Un Corona al governo
di Marco Travaglio
Incredibile ma vero, nel 2023 siamo ancora qui a occuparci di Sgarbi. Come se non avesse passato la vita a dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio la sua assoluta incompatibilità con qualsiasi incarico pubblico. Un motivo a caso, tratto dalla collezione: nel ’96 la Cassazione l’ha condannato a 6 mesi e 10 giorni per truffa aggravata e continuata e falso ai danni del ministero dei Beni culturali perché era dipendente della Soprintendenza del Veneto, ma non ci metteva quasi mai piede, esibendo falsi certificati medici e inventando malattie immaginarie (dal “cimurro”, tipico dei cani, all’“allergia ai matrimoni”), che naturalmente non gli impedivano di insultare ogni sera i migliori pm a Sgarbi quotidiani su Canale 5. Ora è sottosegretario ai Beni culturali che ha truffato. E la colpa non è neppure sua. È di chi ce l’ha messo (B.) e rimesso (Meloni). Di chi l’ha fatto eleggere cinque volte al Parlamento e una all’Europarlamento. Di chi gli ha regalato una collezione di poltrone almeno pari a quella di dipinti (comprati non si sa come, visto che risulta sempre nullatenente), aiutandolo a usare le casse dello Stato come un bancomat: sindaco di Salemi (subito sciolto per mafia), S. Severino, Sutri e Arpino, prosindaco di Urbino, assessore in Sicilia e a Viterbo, consigliere regionale in Lombardia, commissario a Codogno, presidente di Ferrara Arte, Mart di Trento, Mag di Riva del Garda, Gypsotheca del Canova… Poi, regolarmente, chi l’ha promosso se ne pente e scopre chi è con l’aria del “chi l’avrebbe mai detto”. Come il povero ministro Urbani, che Sgarbi accusò di favoritismi a un’attrice in cambio di compensi indicibili (per noi, non per lui) e ne fu accompagnato all’uscio. Ora tocca a Sangiuliano, che non lo voleva, non gli parla e non vede l’ora di liberarsene.
Tre mesi fa il nostro stilnovista impreziosì il Maxxi con una dotta prolusione sul suo pene e la sua prostata (“questa troia puttana di merda”) e, quando qualcuno obiettò, si paragonò nell’ordine a: Pasolini, Califano, Battisti, Mozart e Da Ponte. Ma nessuno pensò di congedarlo: anzi, avercene. Ora il Fatto documenta che ha continuato, da sottosegretario, a fare ciò che ha sempre fatto, assetato com’è di denaro per risarcire tutti quelli che ha insultato: il juke box. Infili il soldino e canta la tua canzone preferita. Il guaio è che, stando al governo, la legge lo vieta in nome di quella strana cosa che l’art. 97 della Costituzione chiama “imparzialità dell’Amministrazione”. Ma lui è il Fabrizio Corona della politica: più danni fa, più se lo contendono. Quasi quasi ne chiederemmo le dimissioni, se non temessimo di fare ciò che ha già fatto Striscia con i fuorionda di Giambruno: un favore al governo. Ma è uno sporco mestiere e qualcuno deve pur farlo.
mercoledì 25 ottobre 2023
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