venerdì 9 gennaio 2026

Tranquilli!

 


Natangelo

 



 

L’Eroe è il terrorista uscito vincitore


 Nel perpetuo bagno di sangue su cui galleggia la nostra storia, la regola dice che se pratichi il terrorismo per qualsiasi buona o cattiva ragione, resti un terrorista se perdi, ma diventi un eroe-patriota quando vinci.

È capitato agli afghani, ai ceceni, ai sauditi di Osama bin Laden. Ai nemici di Assad in Siria. Agli alleati di Gheddafi in Libia. Agli israeliani e ai palestinesi nel fuoco perpetuo del Medio Oriente. Agli ucraini e ai russi negli anni di sangue del Donbass.

La Storia volta le spalle a chi perde, si inchina a chi vince. L’accusa di terrorismo – che volta gli ideali in ideologia – appare e scompare come fa la luna, secondo le sue fasi. Il cielo è appena diventato nero per lo spavaldo presidente venezuelano Nicolas Maduro finito in ceppi davanti al mondo, accusato di narco-terrorismo. Lo ha stabilito l’America di Trump che ha mandato i rapitori, spacciati per rapitori a fin di bene. Proprio come accadde vent’anni fa al titolare della sovranità irachena, Saddam Hussein, estratto per i capelli da una “buca di ragno”, scavata vicino a Tikrit, sua città natale, dove era andato a nascondersi come l’ultimo dei terroristi fuggiaschi. Anche quella volta per ordine di Washington, che esportava la democrazia, recapitandola non con il terrorismo – diranno le cronache dei buoni – ma con i bombardieri B-2 Spirit e un milione di morti.

Le fanfare degli storici suonano per i vincitori dai tempi degli spagnoli che rasero al suolo Tenochtitlán e l’intera civiltà azteca. Fino agli americani che a suggello della Seconda guerra mondiale già vinta, incendiano Dresda per generare terrore e distruzione tra la popolazione tedesca, e dissolvono Hiroshima con una sola bomba all’uranio, nominata dai generali Little Boy, “il Bimbo”. Era forse un atto di terrorismo sterminare 140 mila uomini e donne in un istante replicato a Nagasaki? Ma no: è stato terrorismo l’attacco dei kamikaze giapponesi costato 2.403 militari americani uccisi a Pearl Harbour tre anni prima. La bomba nucleare, come appena ieri i 70 mila palestinesi sterminati a Gaza da Israele dopo l’assalto terroristico di Hamas del 7 ottobre, era solo la giusta, legittima vendetta.

Istruttiva proprio la parabola di Israele, nazione nascente, che si fa spazio con bombe e raffiche di mitra contro le truppe britanniche di occupazione, culminate nella strage dinamitarda al King David Hotel, anno 1946. E con la macellazione di 250 civili palestinesi, anno 1948, nel villaggio di Deir Yassin, da parte di 120 guerriglieri ebrei sionisti dell’Irgun, che piombano nella notte e uccidono chi trovano, per poi lasciare per strada i cadaveri smembrati, monito terrorizzante per tutti i villaggi dell’area. Assalto guidato da Menachem Begin, definito pubblicamente da Albert Einstein e Hannah Arendt un “nazista, fascista, terrorista”, ma che trent’anni dopo sarebbe diventato primo ministro di Israele e poi addirittura premio Nobel per la Pace, anno 1978, insieme con il presidente egiziano Sadat, dopo la firma degli accordi di Camp David. Identica sorte per Yasser Arafat, leader palestinese, che per un quarto di secolo guida la guerriglia, i dirottamenti aerei, gli attentati internazionali, viene definito “una bestia feroce, un sanguinario”. Ma che nel 1994 riceve anche lui il Nobel per la Pace, insieme con gli israeliani Simon Peres e Yitzhak Rabin per gli Accordi di Oslo che ratificano una tregua destinata a infrangersi altre cento volte.

Guerra per i territori, guerra per l’indipendenza, guerra religiosa. Tutti gli scenari prevedono le raffiche asimmetriche del terrorismo, destinate, se vittoriose, a diventare fiori e monumenti. Capitò a Nelson Mandela, fondatore dell’Anc, l’African National Congress, essere considerato non solo nel Sudafrica dell’apartheid, che lo segregò per 27 anni in carcere, ma anche nella Gran Bretagna di Margareth Thatcher e fino al 2008 negli Usa, un terrorista “most wanted”. Capitò a Michael Collins, fondatore dell’Ira, l’esercito indipendentista irlandese, diavolo nero dell’esercito britannico, che organizzò le tecniche di lotta armata attraverso piccole colonne di guerriglieri, l’uso capillare dell’intelligence per infiltrare l’amministrazione militare inglese e colpire, con eliminazioni mirate, gli agenti nemici. Oggi Collins è considerato il principale stratega dell’indipendenza irlandese. Tanto quanto in Algeria, i militanti dell’Fln, che conquistarono l’indipendenza da Parigi a suon di bombe, attentati, guerriglia.

L’intero sussidiario del nostro Risorgimento annovera banditi ricercati da tutte le polizie europee che oggi abbiamo immortalato in monumenti solenni. Da Garibaldi, che fu “pirata, guerrigliero, fuorilegge”, condannato a morte dal Regno di Sardegna. A Carlo Pisacane che credeva alla funzione pedagogica della violenza, e morì linciato dai contadini che voleva liberare. Fino a Felice Orsini, che prima di diventare un nostro celebrato patriota, lanciò la bomba contro la carrozza di Napoleone III a Parigi, anno 1858, uccise 8 innocenti, ma non l’imperatore, e finì ghigliottinato da demone terrorista. Per non dire di Giuseppe Mazzini che oggi è via, viale, piazza dell’Italia intera, per quarant’anni fuggitivo in mezza Europa, definito da Cavour “il capo di un’orda di fanatici assassini”. Condannato a morte almeno quattro volte. Un diavolo, che il Conte Metternich aveva in cima alla sua lista di ricercati e scrisse: “Ebbi a lottare contro il più grande dei soldati, Napoleone (…) ma nessuno mi dette maggiori fastidi di un brigante italiano magro, pallido, cencioso, ma eloquente come la tempesta, ardente come un apostolo, astuto come un ladro, disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato, il quale ha nome Giuseppe Mazzini”.

I partigiani che poi scrissero la nostra Costituzione, per i fascisti di Salò erano “banditi e terroristi” da torturare e impiccare ai lampioni. Compreso per quel camerata razzista che fu Giorgio Almirante, scampato alla guerra, fondatore del Movimento sociale, con nidiata di militanti neri che oggi hanno conquistato il governo dell’Italia repubblicana, incluso il suo pupillo, Ignazio La Russa, salito al soglio di presidente del Senato, dunque garante di quella Costituzione che i fascisti di Salò avrebbero bruciato.

La Storia se ne frega degli innocenti e dei colpevoli. Dei buoni e dei cattivi. La Storia è l’archivio dei vincitori. Dentro le sue righe, la morale dilegua come la pioggia nei prati. Le vittime (a milioni) seguono la stessa sorte, salvo rifiorire, passato l’inferno, nella memoria. Per poi riprendere il cammino, imbracciando le ragioni dei deboli nella eterna lotta contro il torto dei forti.

Riepilogando

 

Morituri te salutant

Le parole e le azioni di Trump non hanno neppure bisogno di un traduttore simultaneo. Le ripete uguali fin dal primo mandato. Tutto quello che gli serve è suo, le regole non esistono, contano solo gli affari per cercare di salvare l’ex impero Usa in rotta: dazi, energia, minerali, IA. Il mondo bipolare crollò col muro di Berlino, quello unipolare a trazione Usa è sepolto, ora le potenze Usa, Cina e Russia si tengono le proprie aree di influenza senza pestarsi i piedi, anche se per definirle i piedi se li pestano eccome. Ma l’America Latina come “cortile di casa” non l’ha inventata lui: accomuna tutti i presidenti dalla notte dei tempi. Trump per ora non fa guerre, perché disturbano gli affari, costano vite e quindi voti, e gli Usa le perdono sempre da 79 anni. Trump fa blitz e raid mordi e fuggi per prendersi subito quel che gli serve, senza preoccuparsi del dopo: Somalia, Iraq, Iran, Yemen, Siria, Nigeria, Venezuela, domani chissà. L’uomo, anzi il bandito, è imprevedibile, ma il trend è prevedibilissimo: il cortile di casa, che lui estende all’Atlantico, all’Artico, all’Europa centro-occidentale e a un pezzo di Medio Oriente, è roba sua. Non perde neppure il tempo a indorare la pillola – come i predecessori, guerrafondai e pure ipocriti – con la difesa e l’esportazione della democrazia, il diritto internazionale e altre fiabe per sepolcri imbiancati. Infatti a Caracas lascia il regime madurista senza Maduro (altro che regime change): purché faccia quel che dice lui. È tutto orrendo, ma non nuovo. Gli Usa sono il più longevo Stato canaglia dei tempi moderni: da Hiroshima e Nagasaki in poi, hanno il record mondiale dei morti ammazzati e delle violazioni del diritto internazionale.

In questo quadro fanno quasi pena i nanerottoli europei: chi pigola ruggiti pensando di spaventarlo e chi si mette a vento pensando che esista ancora un Occidente di alleati e non di sudditi. Mentre il mondo va da tutt’altra parte, questi ominicchi travestiti da “volenterosi” cianciano di truppe a Kiev e di articolo 5 Nato per difendere l’Ucraina (che non ne fa parte) ed eventualmente la Groenlandia (ma per dichiarare guerra agli Usa serve il voto degli Usa). Credono ancora che gli Usa abbiano finanziato per 80 anni la difesa europea per difendere noi, anziché i loro interessi. Temono che Trump se ne freghi dell’Europa, che invece gli serve più che mai, ma la dà per scontata (infatti non ritira un marine né un missile dalle basi). Per non contrariarlo, si guardano bene dal promuovere una difesa comune spendendo meno e in loco. Si arrendono su su tutto ciò che non ci conviene: gas, dazi, armi, tasse alle Big Tech, chiusura a Cina, Russia e Brics. E lo sabotano sull’unica cosa che ci conviene: il negoziato sull’Ucraina. Dio acceca chi vuole perdere.


L'Amaca

 Povero Cristo in uniforme

di Michele Serra

Putin non è il primo - c’è da temere neanche l’ultimo - dei capi di Stato che invocano la religione come mandante della guerra, o come suo benevolo sponsor. Lo ha fatto in occasione del Natale ortodosso, accostando il ruolo di Cristo Salvatore a quello dei soldati russi: anche loro sono salvatori, ha detto, perché difendono la Russia per ordine del Signore.

Che la salvezza promessa dal messaggio cristiano abbia per oggetto l’umanità intera, certo non questa o quella nazione, è cosa che basterebbe da sola a rendere ovvia la natura blasfema di tutti i Gott mit uns di questo mondo: uno sporco trucco, o una patologica torsione ideologica, che cancella in partenza l’universalismo religioso e quello evangelico in particolare, e arruola Dio nel piccolo cortile delle Nazioni: una unità di misura che, in rapporto allo spirito con il quale ogni essere umano guarda alle stelle e riflette sulla sua vita e sulla sua morte, vale quanto una caccola.

Ma c’è qualcosa di ancora peggiore di un capo politico che mette Dio sulla punta dei cannoni. Sono i preti che assistono (accanto a Putin ce n’era un manipolo) e benedicono quell’orrore. E non fanno una piega, per pusillanimità o perché anche loro coinvolti nell’odio per il nemico e nella smania di sopraffazione nazionalista. E non battono ciglio quando vedono che la fede della quale dovrebbero essere testimoni e protettori viene usata come pretesto bellico. Preti traditori del Dio che dicono di servire, e lo svendono alla politica e alla guerra.

giovedì 8 gennaio 2026

Pure il legno

 

Si sarà emozionato persino il legno che li ha accolti, sensibile come tutta la natura di fronte a una morte così immatura; legno abituato a inglobare i corpi di persone che hanno compiuto il proprio ciclo vitale, secondo il senso comune.
Morire a sedici anni non è normale, come non lo è smettere di respirare a cinque, a sei, magari per un brutto male di merda.

Entrano in campo molte, troppe difficoltà nel seppellire quaranta giovani e meno giovani, ritrovati in un sepolcro imbiancato e gestito, probabilmente, da orchi senza scrupoli. Il dolore intravisto ieri sui volti di genitori e parenti è inimmaginabile, incomprensibile per la comunità, così come la desolazione, il deserto dell’assenza, il silenzio eterno, la cessazione di ogni comunicabilità tra padre, madre e figlio.

Solo chi lo ha provato ed è sopravvissuto può tentare di spiegarcelo, credo inutilmente.

Resta quell’amaro in bocca, pensando a quanto siamo fragili, in mano a nessuno, prede di bastardi senza onore che crogiolano le proprie pochezze nel male eterno: il lucro, la smania di accatastare ricchezze spudoratamente e senza alcuna ragione filosofica sensata.

Chi parla di scavezzacolli, di adolescenti sconsiderati, non sa di cosa parla. Chi latra alla luna evocando tempi andati in cui vigevano regole invalicabili, neppure.

Il mondo adolescenziale è un universo a sé stante, che non mi permetto né di giudicare né di comprendere. Il vulcano che è in loro — e che è stato in me — è un cavallo imbizzarrito che necessita di grande autonomia e di una gestione sapiente da parte di chi è genitore. Punto.

Ciò che invece dovremmo combattere è l’intero circo delle sirene: malfattori travestiti da zombie, capaci di calamitare coscienze sane. Dovremmo combattere anche le malvagie sviste di chi dovrebbe controllare e, lautamente retribuito, non lo fa.

Ma esistono altri campi in cui il far west resta saldamente in piedi: quello dell’alimentazione, irrorato di prodotti abbacinanti ma cancerogeni; quello della moda, dove i sacrifici di molti, pur di tenere il passo per i propri figli, generano scompensi e problematiche malsane; quello professionale, con cialtroni ultrasessantenni che occupano posti di lavoro deprimendo ulteriormente le giovani anime; e infine i contratti capestro sgorgati durante l’Era del Ballismo, il diniego delle spelonche affaristiche nell’agevolare l’accesso alla casa, leggi e decreti che sono, in gran parte, zavorre per i ragazzi nati nel nuovo millennio.

Le quaranta morti, punta di un iceberg, hanno squarciato il monotono menefreghismo degli appagati.
La speranza risiede nel non dimenticare il loro sacrificio.


Bignamicamente