venerdì 19 settembre 2025

La cosiddetta libertà

 

Free mica tanto
DI MARCO TRAVAGLIO
La morte di Charlie Kirk avrebbe potuto non essere inutile. Invece lo sarà, perché i trumpiani usano il lutto per scatenare la caccia alle streghe contro chiunque manifesti idee altrettanto estreme, ma opposte. Così il martirio di un paladino del free speech diventa il pretesto per rendere lo speech ancor meno free nel Paese con la Costituzione più avanzata sulla libertà di parola, garantita dal I emendamento. Che è il padre del nostro Articolo 21 ed è uno splendido principio, ma anche una gran fatica: ci consente di dire tutto ciò che vogliamo (salvo che diffami o istighi qualcuno a delinquere), ma ci impone pure di tollerare tutte le idee, anche le più aberranti o strampalate. E mai come oggi c’è stata tanta intolleranza. L’altro giorno il professor Pini Zorea, ebreo israeliano, teneva al Politecnico di Torino un corso di “Principi e tecnologie per l’elaborazione di immagini digitali” nell’ambito del progetto Erasmus. Un gruppo di attivisti, indignati per la complicità dell’Occidente nello sterminio israeliano a Gaza, non avendo a tiro Netanyahu e i suoi sgherri, ha deciso di prendersela con lui irrompendo nell’aula e dandogli del “complice del genocidio”. Lui, a quello sproposito, ha risposto con un altro sproposito: “Ho servito nell’Idf, l’esercito più pulito che ci sia”. E fin lì tutto lecito. Poi però il rettore ha pensato bene di cacciare il prof (“Frasi inaccettabili”) e sospendere il corso. E l’articolo 21? E l’articolo 33 “L’arte e la scienza sono liberi e libero ne è l’insegnamento”? Sospesi anche quelli: chi decide se una frase è accettabile o meno?
Intanto un altro gruppo di attivisti occupava un’aula dell’Università di Pisa interrompendo la lezione del prof. Rino Casella, che aveva criticato l’ateneo per aver sospeso la collaborazione scientifica con due università israeliane (non tutte: solo quelle collegate con l’industria militare israeliana e sostenitrici dell’invasione a Gaza). Il docente, dopo il parapiglia, è finito in ospedale. Noi pensiamo che sia giusto boicottare la ricerca dual use (civile e militare) e sbagliato interrompere la collaborazione scientifica tout court con atenei di Paesi governati da chi non ci piace: Israele, Russia ecc. Ma che un prof sia aggredito per le sue idee no, questo non deve mai accadere. Però non deve neppure accadere l’opposto: cioè che chi denuncia lo sterminio a Gaza venga zittito e bollato di antisemitismo e che agli studenti sia vietato discutere ogni tanto di attualità in spazi autogestiti a scuola. A proposito: i più accaniti difensori della libertà di parola degli intellettuali filo-Netanyahu sono gli stessi che hanno passato gli ultimi tre anni e mezzo a invocare la cacciata da università, teatri e tv dei presunti “putiniani”. O il free speech vale per tutti, o è molto più serio tornare al Minculpop.

L'Amaca

 

Ci sono editori come Salomè
di MICHELE SERRA
Per la serie “il peggio è già accaduto”, in America è stato chiuso il secondo talk-show sgradito al trumpismo, quellodi Jimmy Kimmel. Il conduttore aveva sostenuto che Maga stava sfruttando politicamente l’assassinio di Kirk. Pura verità; ma anche se fosse stata solo un’opinione sbilenca, Kimmel ha il diritto (professionale e costituzionale) di dirla.
Non è il primo caso in cui editori cacasotto (lo so, non è una definizione giuridico-scientifica, ma rende bene l’idea) di fronte ai rimbrotti e alle minacce della Casa Bianca provvedono a oscurare professionisti che avrebbero il dovere, come loro datori di lavoro, di tutelare e incoraggiare. In questo caso la Salomé di turno, che consegna al Sire la testa di un suo dipendente su un vassoio d’argento, è ABC: complimenti per il coraggio. Fate conto: è come se in Italia Cairo congedasse Gruber o Zoro o Formigli, e Discovery chiudesse Fazio, perché il governo fa sapere di non sopportare quelle trasmissioni. Per il momento siamo messi meglio noi degli americani.
I tempi sono difficili, ma diventano decisamente più difficili, tendenti allo spaventoso, se il “tengo famiglia”, o il “tengo azionisti spaventati” (versione capitalistica del tengo famiglia) prevale, e la pavidità e la convenienza portano gli editori, banalmente, a non fare più il loro mestiere. Quanto a chi ancora si interroga sullo stato della democrazia in America, basterebbe ricordare, ogni volta che si affronta l’argomento, che il primo atto politico di Trump è stato dare la grazia a chi aveva assaltato il Parlamento. L’assalto ai talkshow e alle università è solo un logico corollario di quell’atto fondativo.

giovedì 18 settembre 2025

Trova la differenza…

 … col predecessore 



Natangelo

 



Precisazione

 L'autoattacco polacco 

di Marco Travaglio 

I soliti imbecilli pensano che ci occupiamo delle fake news atlantiste sull’attacco imminente o addirittura in corso della Russia all’Europa perché siamo putiniani. Abbiamo scritto fin dal primo giorno che l’invasione russa dell’Ucraina è un crimine internazionale ingiustificabile anche se provocato dalla Nato. Ma basta unire i puntini di dichiarazioni e decisioni dei leader europei pericolanti o morituri per capire che vogliono salvarsi le poltrone trascinandoci nella terza guerra mondiale con la Russia. Come Netanyahu. E inventano ogni giorno falsi pretesti, in joint venture con Kiev e sempre più spesso con Varsavia. I missili russi in Polonia erano ucraini. L’attentato russo ai gasdotti era ucraino. L’attacco russo al palazzo del governo di Kiev era un incendio che nessuna prova collega a droni russi. Il sabotaggio russo all’aereo della Von der Leyen era una bufala. L’assassino russo del nazista Nato ucraino Parubij era ucraino. E ora inizia a crollare anche il doppio attacco di droni russi alla Polonia del 10 e 13 settembre. Il premier Tusk aveva subito detto con l’acquolina in bocca: “Non siamo mai stati così vicini a un conflitto dalla Seconda guerra mondiale”. Poi, invocando l’art. 4 Nato, aveva ottenuto di militarizzare il confine Est con l’operazione Sentinella Orientale. Siccome i droni non avevano fatto morti né feriti, il governo raccontava che uno aveva colpito una casa a Wyryki (presso Lublino), sfondandone il tetto e il parcheggio.

Ora la testata Rzeczpospolita, citando l’intelligence, lo sbugiarda: la casa è stata colpita non da un drone russo, ma da un missile aria-aria Aim-120 americano lanciato da un F-16 polacco, che per fortuna non è esploso. In pratica, a causa di un mal funzionamento del sistema di puntamento, la Polonia si è bombardata da sola. Il presidente Nawrocki chiede “spiegazioni urgenti dal governo sull’incidente. Non c’è consenso a occultare informazioni. Nelle condizioni di disinformazione e guerra ibrida, i messaggi ai polacchi devono essere verificati”. Tusk risponde che comunque è tutta colpa di Mosca. Ma intanto il Comando operativo delle Forze armate polacche smentisce pure il secondo sconfinamento del 13: “Le azioni intraprese non hanno confermato le indicazioni dei sistemi radar e, di conseguenza, la violazione dello spazio aereo polacco”. Un falso allarme dovuto forse “alle condizioni meteorologiche”, come quello in Romania. A tutt’oggi – nota Gianandrea Gaiani su Analisi Difesa – non c’è uno straccio di prova dell’attacco russo alla Polonia: anzi le foto dei droni-patchwork (mitico quello poggiato come un soprammobile sul tetto di una conigliera) autorizzano i peggiori sospetti. Capito da chi dobbiamo difenderci? Da chi dovrebbe difenderci.

L'Amaca

 

L’esodo degli altri

di MICHELE SERRA
Come si usa dire, l’esodo dei gazawi da Gaza (equivale a dire: dei romani da Roma, dei parigini da Parigi, degli scozzesi dalla Scozia, eccetera) è biblico. Le immagini sono terrificanti e immense, sembrano quelle di un kolossal, la sabbia, le rovine, il mare, e in mezzo la fiumana scura di un popolo povero e impoverito dalla solitudine, e piagato dai lutti, che va non si sa dove con le sue poche cose residue, le sue memorie e i suoi stracci.
Esodo. Vi dice qualcosa, la parola esodo?
Agli ebrei dice moltissimo, è l’Antico Testamento, è la fuga dall’Egitto, è il fulcro emotivo, culturale e identitario di quella parte di persone ebree che si riconoscono in una tradizione, in una religione, in una cultura, infine in una Nazione: Israele. Ma oggi il Faraone è Netanyahu, e l’esodo, la disgrazia, la persecuzione sono a carico di un popolo che appartiene a un’altra delle tre religioni di Abramo, ammesso che basti, questa decrepita e forse ormai insopportabile catalogazione degli esseri umani, a definirli una per una, uno per uno, persona per persona, nella disperata fila in cerca di scampo.
Tentiamo una sintesi — per quanto rischiosa. Perché ci sono momenti così complicati che una sintesi è necessaria e forse persino doverosa. Il vero scandalo, agli occhi del mondo, ciò che sconvolge e perfino terrorizza, è che il più perseguitato dei popoli, il più braccato e fuggiasco, è diventato — nella sua parte divenuta nazione — il persecutore. Molti ebrei, nel mondo e anche in Israele, capiscono questo scandalo, e lo patiscono. A quelli che non lo colgono, agli ebrei e ai non ebrei ai quali sfugge di quali dimensioni, morali, politiche, storiche sia la catastrofe di Gaza, non si sa più cosa dire. Se non che l’Esodo non è solo il loro. È quello di tutti.

mercoledì 17 settembre 2025

Caso

 


È un caso, solo un caso! Loro sono patrioti e queste cose non le farebbero mai. Solo un caso.